In Anti & Politica, Economia, Libertarismo

di GIOVANNI BIRINDELLI

In un recente articolo, Gilberto Oneto ha affermato che i grillini “sono il prodotto della parte migliore della società padana, quella libertaria” ma che difettano di “localismo”. Da un lato, le due affermazioni sono in contraddizione l’una con l’altra: se per “localismo” si intende la difesa del principio dell’autodeterminazione, chi difetta di localismo per definizione non può essere un libertario. Tuttavia, a parte il riferimento al localismo (che è il punto centrale dell’articolo di Oneto), e più in generale, è proprio l’affermazione che i grillini sarebbero dei libertari che, dal mio punto di vista, è francamente insostenibile. Il M5S non è meno lontano dal (e meno incompatibili col) libertarismo di quanto lo sono SEL, il PD, l’IDV, il PDL, la Lega Nord, i radicali e qualunque altro partito politico presente in parlamento.

Lungi da me voler dare una lezione di libertarismo a Oneto (sia perché non ne ha certo bisogno sia perché io non ne sarei capace); ma non è possibile trascurare il fatto che il libertarismo, in qualunque sua forma, intende con la parola “legge” un concetto, non diverso, ma opposto a quello che è stato imposto dalla nostra costituzione (quella venerata al primo punto del programma del M5S). Per il libertarismo, la legge (comunque la si intenda) è il principio astratto e generale (il limite al potere); per la nostra costituzione, viceversa, la ‘legge’ è il provvedimento particolare (lo strumento di potere). Da questa opposizione fra l’idea di legge del libertarismo e quella che è imposta dalla nostra costituzione (e accolta da tutti i partiti incluso il M5S) derivano a cascata altre opposizioni fra le rispettive idee di uguaglianza davanti alla legge, di certezza della legge, di democrazia, di libertà, di ordine economico.

Per ragioni di spazio non è possibile nemmeno accennare a tutte queste opposizioni, ma forse vale la pena accennare brevemente a quella in relazione al concetto di democrazia perché è quello a cui, come ha scritto Oneto nel suo articolo, fanno maggiormente riferimento i grillini nella loro comunicazione politica.

I grillini sottolineano la differenza fra la ‘democrazia’ per come essa sarebbe intesa nella costituzione italiana e il sistema politico attuale (la cosiddetta ‘partitocrazia’). Pur ammettendo che questa differenza esista, essa dal punto di vista libertario è del tutto irrilevante, come lo è quella fra democrazia rappresentativa e democrazia diretta. Per il libertario, infatti, il problema non è chi detiene il potere politico ma quali sono i limiti a questo potere, chiunque lo detenga (il parlamento, i cittadini, un dittatore, i partiti, eccetera). In altre parole, per il libertario una situazione in cui la sovranità è del parlamento oppure del ‘popolo’ è una situazione totalitaria: si ha libertà solo laddove la sovranità è della legge intesa come principio, la quale è indipendente dalla volontà di qualunque maggioranza e istituzione (anche da quelle che eventualmente la devono scoprire, custodire e difendere). Per come essa è intesa dalla nostra costituzione e, almeno a parole, dai partiti tutti (incluso il M5S), la ‘democrazia’ è quel sistema politico basato sulla regola della maggioranza (per esempio rappresentativa, oppure dei cittadini). In base a questa idea, ciò che qualifica una decisione come ‘democratica’ non è il suo contenuto ma bensì il suo involucro: il fatto che sia stata presa a maggioranza secondo le procedure burocratiche legalmente stabilite. Inoltre, in base a questa idea, la democrazia viene vista come un fine che è bene in sé stesso (si veda appunto la comunicazione politica del M5S, per esempio), per cui più ce ne è e meglio è. Questo significa che se una maggioranza decide legalmente l’etnicità del cibo che i cittadini possono o non possono vendere, allora questa decisione è ‘democratica’.

Viceversa, per i libertari, comunque la pensino, le decisioni prese a maggioranza sono un male, non un bene, in quanto implicano coercizione di alcuni su altri, e per questo esse devono essere ridotte il più possibile: meno ce ne sono e meglio è. Soprattutto, per i libertari che non escludono a priori la possibilità stessa delle decisioni prese a maggioranza, queste devono essere limitate dalla legge intesa come principio, la quale è indipendente dalla volontà della maggioranza (anche qualificata, anche dei cittadini) allo stesso modo in cui lo sono le regole della lingua italiana. Per i libertari (più precisamente, per coloro fra di essi che non escludono a priori il ricorso allo Stato), la democrazia non è quindi quel sistema politico basato sulla regola della maggioranza ma quel sistema politico basato:

a) sul ricorso minimo possibile a questa regola (cioè su un ricorso a questa regola che sia compatibile con lo stato minimo, per come coerentemente lo si intende);

b) sulla subordinazione delle decisioni prese a maggioranza alla legge intesa come principio generale e astratto (cioè sulla separazione fra potere politico e potere legislativo, che oggi sono confusi l’uno con l’altro e riuniti nella stessa istituzione: il parlamento).

Quindi per i libertari se una maggioranza decide legalmente l’etnicità del cibo che i cittadini possono o non possono vendere, allora questa decisione è antidemocratica:

a) perché implica un intervento dello Stato al di fuori dei confini dello Stato minimo;

b) perché viola la legge intesa come principio astratto.

Inoltre, per i libertari (intendo sempre la frazione di essi che non esclude a priori il ricorso allo Stato) la democrazia è solo un mezzo (uno dei tanti possibili: il più costoso anche se a volte il meno rischioso), non un fine (come lo è per i grillini per esempio): il fine è quello della legge intesa come principio (e quindi i concetti necessariamente ed esclusivamente ad essa associati di uguaglianza davanti alla legge, certezza della legge, libertà, ordine economico). L’idea di ‘democrazia’ dei grillini è solo una delle tante strade che si possono prendere per dimostrare l’incompatibilità fra loro e la parte più ‘moderata’ del libertarismo, cioè fra loro e la sovranità della legge.

Nel suo articolo Oneto appare piuttosto confortato dal fatto che i grillini siano persone perbeneed esprime fiducia nel fatto che la famosa massima di Lord Acton secondo la quale “il potere corrompe, il potere assoluto corrompe assolutamente” a essi non si applicherà. Io non metto minimamente in dubbio il loro essere persone perbene, ma non credo affatto che l’essere persone perbene sia necessariamente incompatibile con la corruzione, anzi. Ritengo infatti che, quando l’idea di legge e quindi di democrazia è quella imposta dalla costituzione italiana (cioè quella a cui aderisce il M5S), spesso l’essere persone perbene sia non solo compatibile con la corruzione ma possa essere addirittura un acceleratore in questo senso. Quando Acton ha formulato quella massima non si riferiva infatti solo alla corruzione per come essa è comunemente e riduttivamente intesa oggi (la mazzetta) ma più in generale all’uso del potere politico in funzione di interessi (per esempio ‘del paese’, per come esso può essere arbitrariamente definito).

Ammettiamo che Vattalapesca, persona perbene, ritiene che i giornali siano importanti per il paese e, nel momento in cui arriva in una posizione di potere, essendo incapace di concepire l’ordine spontaneo dell’economia di mercato, decide di promuovere la coercizione statale (per esempio sotto forma di tassazione legalmente istituita) per finanziare i giornali. Nel momento in cui fa questo, Vattalapesca viene corrotta dal potere: non perché ha preso una mazzetta dagli editori di giornali (ipotizziamo che non lo abbia fatto e che non lo farebbe mai) ma perché ha usato o promosso il potere statale per fare quello che lei arbitrariamente ritiene essere il ‘bene’. In una società libera (e quindi dove c’è la sovranità della legge) lo Stato non deve fare il ‘bene’ (a questo ci pensa il mercato libero, senza ricorso alla coercizione): in primo luogo perché il ‘bene’ è necessariamente arbitrario e in secondo luogo perché non c’è limite alle cose soggettivamente ritenute essere belle e/o importanti che nel breve periodo (prima che le conseguenze sistemiche ed economiche si facciano sentire) possono essere finanziate con le tasse (e quindi non c’è limite alla coercizione).

In una società libera lo Stato deve eventualmente limitarsi ad arginare il male che non è arbitrariamente definito e, in particolare, a difendere la sovranità della legge intesa come principio. Vattalapesca non è capace di capire che la stessa azione che è ‘buona’ quando viene fatta privatamente dall’individuo diventa necessariamente ‘cattiva’ quando viene fatta dallo Stato (che ricorre alla coercizione per compierla). Il fatto che Vattalapesca sia una persona perbene può fungere da acceleratore a questa corruzione nel senso che può renderla più motivata nel raggiungimento del suo obiettivo e sinceramente convinta di star facendo qualcosa di buono.

Per limitare la corruzione non servono solo persone perbene, serve anche e anzi soprattutto e prima di tutto un’idea di legge opposta a quella imposta dalla nostra costituzione e condivisa dai partiti tutti (incluso il M5S): un’idea di legge in base alla quale questa è il limite al potere arbitrario (il principio generale e astratto), non il suo strumento (il provvedimento particolare).

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Mostrati 10 commenti
  • boris
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    parla come magni….

  • Rorschach
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    Io suggerirei di leggere attentamente il loro programma, prima di esprimere qualsivoglia parere sui grillini. Si tratta solo di gente che é contraria a questa casta, non alla casta in sé: vuole solo sostituire gli elementi, rendendo il sistema un pó piú trasparente. Attenzione alla neolingua: anti-politica non significa essere contrario ai politici di turno, ma proporre un sistema alternativo alla gestione politica della societá in cui viviamo…

  • Roberto
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    I problemi fondamentali dello stato italiano non risiedono nell’onestà o meno dei suoi attori principali.
    Stanno nelle dimensioni spropositate, immorali, che ha raggiunto la sua influenza nella vita economica dei cittadini-sudditi.

    Uno stato come il nostro, che assorbe quasi due terzi della ricchezza prodotta annualmente, date le sue dimensioni non può che influire negativamente su quei 2/3 e sul restante terzo con ogni sua azione, sia essa condotta da politici onesti o disonesti.

    Uno stato che assorbisse soltanto il 5-10% dei frutti del lavoro dei cittadini produttivi, fosse anche il peggiore e più corrotto, avrebbe un’influenza assai più limitata sulla vita economica e di conseguenza, su quella sociale.
    Inoltre, in un caso del genere, le imponenti risorse lasciate al mercato e alla parte produttiva della società fungerebbero da efficace contrappeso a qualunque assurdità partorita dalla mente del burocrate di turno.

  • Riccardo
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    In questo momento, l’imperativo categorico deve essere: cacciare questa gente che ha devastato l’Italia ed impoverito gli italiani. Quello che succederà dopo, lo vedremo. In un momento come questo bisogna agire. Grillo non sarà il migliore, ma se serve allo scopo di mandare al diavolo questa gente, io lo voterò. Il domani è semplicemente un altro giorno.

  • CARLO BUTTI
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    Qualche osservazione che farà arricciare il naso a qualcuno. 1)Se il localismo è condizione necessaria(benchè non sufficiente)del libertarismo, allora chi si batte per un libertarismo aterritoriale, come l’amico Gian Piero de Bellis, non è un libertario. E non lo sono neppure io, che con lui sono in pieno accordo. Credo invece che sia questa la forma più moderna, radicale, pacifica di libertarismo.2)Se il principio democratico, in quanto violenza d’una maggioranza, grande o piccola, su una minoranza, come la mettiamo coi plebisciti, magari senza “quorum”, che tanti libertari localisti invocano per arrivare a frammentazioni territoriali che dovrebbero essere, non si sa come e perché, il germe di uno Stato minimo o di un'”Aufhebung” dello Stato? Il fine giustifica i mezzi? Non ho mai saputo che Machiavelli sia fra i testi ispiratori del pensiero libertario.Ho sempre creduto, al contrario, che il luciferino Segretario Voltagabbana sia uno dei più acuti e pericolosi teorici del moderno Stato-Moloch.

  • Giovanni Birindelli
    Rispondi

    Grazie Carlo del tuo commento. Riguardo al punto 1, identificando il “localismo” con la difesa del principio dell’autodeterminazione non lo vedo necessariamente in contraddizione con una dimensione aterritoriale. Altrove (http://www.lindipendenza.com/secessione-birindelli/), infatti, ho sostenuto che, dal mio punto di vista, “autodeterminazione significa, in primo luogo, che, purché egli agisca all’interno della legge intesa come principio generale e astratto (risultato di un millenario processo spontaneo di selezione culturale di usi e convenzioni), l’individuo deve essere protetto dall’interferenza di chiunque: Stato centrale, autorità locale, decisioni collettive, eccetera. Ma significa anche che laddove sono inevitabili decisioni che non possono essere prese a livello individuale, queste devono essere prese a livello più periferico possibile, cioè il più vicino possibile all’individuo, lasciando allo Stato centrale (sia esso l’Italia o domani l’Europa o la Lombardia) quasi nulla.”. In altri termini, data la definizione che ho dato di localismo, ciò che intendo dire è che dal mio punto di vista il libertarismo è incompatibile con la violazione del principio dell’autodeterminazione (la quale si riferisce il più possibile all’individuo, non a un’entità territoriale locale), e di questo rimango convinto. Il punto delicato e complesso è se ci sono decisioni che non possono essere prese a livello individuale: io credo di si e ho una posizione minarchista (a certe condizioni sono a favore dello stato minimo che intendo in un modo che qui non posso dire per motivi di spazio) ma sono sempre aperto a rivlautare questa mia posizione in base ad argomentazioni che io trovi coerenti e convincenti e che siano compatibili con la sovranità della legge intesa come principio astratto e generale. Dal mio punto di vista, una volta che il principio dell’autodeterminazione viene rispettato (cioè che viene lasciato il più possibile all’individuo) la territorialità o meno dello stato e addirittura l’esistenza o meno dello stato diventa quasi irrilevante (in fondo cosa importa se a difendere lo spazio dell’individuo è un’autorità locale o un’autorità globale o qualunque via di mezzo?). Riguardo al secondo punto sono perfettamente d’accordo con te: nell’articolo infatti ho scritto che la legge intesa come principio è indipendente dalle decisioni di qualsiasi maggioranza e quindi anche della totalità dei cittadini (se domani tutti gli italiani ritenessero che il furto è legittimo ciò non renderebbe il furto legittimo): il bello della legge intesa come principio è che essa esiste indipendentemente dalla volontà di chiunque. Quindi no, io non arriccio assolutamente il naso per il tuo commento, anzi. Grazie ancora, un saluto, Giovanni

  • sgg
    Rispondi

    x carlo

    te la faccio semplice

    libertarismo è non rompere i coglioni agli altri.
    Chissenefrega del localismo e del resto.

  • firmato winston diaz
    Rispondi

    Sono d’accordo con Butti. E aggiungo che il potere quanto piu’ e’ vicino, tanto piu’ tende ad essere efficace, e quindi oppressivo. I piccoli partiti, le piccole comunita’, sono coese al loro interno solo perche’ estremamente oppressive e con la possibilita’ di estromettere i dissenzienti (dato che un “fuori”, di queste piccole enclavi, esiste). La parabola politico-sociale della lega nord, che e’ divenuta, ammesso sia mai stata altro, ricettacolo di piccoli ducetti, conferma questa tendenza. La funzione primaria dello stato, pensate un po’, secondo me dovrebbe dunque essere quella di proteggere il singolo cittadino dalle soperchierie da qualsiasi parte provengano (dato che da qualsiasi parte provengono, Stato stesso compreso).

    D’altra parte il problema numero uno della globalizzazione, mi vien da dire in linea di discorso, e’ che stiamo rendendo omogeneo il mondo (esportando la democrazia in vaticano, e in afghanistan, per dire) togliendo cosi’ quindi ogni possibilita’ di fuga.

    L’equilibrio fra i due corni del dilemma sarebbe cosi’ dinamico: piccole comunita’, uguale maggiori soperchierie ma con possibilita’ di fuga, grandi comunita’ maggiore liberta’ individuale, magari confondendosi nella folla (cosa sempre piu’ impossibile per COLPA della moderna tecnologia, che ci trasformera’ tutti in breve in schiavi avvinti da migliaia di catene invisibili) ma minore e fra breve inesistente possibilita’ di fuga.

    Quando in un luogo socio-geografico si sommano i difetti descritti sopra si ha l’italia agognata dagli italiani contemporanei, grillini e no, nel caso opposto, forse, se non il paradiso, qualcosa di diverso dall’inferno.

    Con l’inquietante presenza dell’interrogativo che nasce dal fatto che la moderna tecnologia sta in breve rendendo il mondo intero un minuscolo villaggio in cui si sa tutto di tutti. A differenza di quel che pensa Grillo e gli entusiasti della democrazia diretta, forse non c’e’ proprio niente di buono in cio’. Ma proprio niente.

  • Giovanni Birindelli
    Rispondi

    Grazie del commento. Quando lei scrive “La funzione primaria dello stato, pensate un po’, secondo me dovrebbe dunque essere quella di proteggere il singolo cittadino dalle soperchierie da qualsiasi parte provengano (dato che da qualsiasi parte provengono, Stato stesso compreso)” sono perfettamente d’accordo con lei. Quando ho scritto che In una società libera lo Stato deve limitarsi a difendere la sovranità della legge intesa come principio intendevo proprio questo. Concordo anche sul fatto che la moderna tecnologia sta rendendo sempre più potente lo stato e il singolo individuo sempre più indifeso da quest’ultimo (per quanto dia anche al cittadino delle possibilità che prima non aveva). Ma l’unica cosa che dal mio punto di vista è in grado di proteggere l’individuo da chi dispone di una tecnologia sempre più potente, e in particolare dallo stato o da chi lo dovesse sostituire, è la legge intesa come principio astratto. Quando la legge è il provvedimento particolare, l’uso della tecnologia da parte dello stato e quindi il suo potere sull’individuo non ha limiti. Lo stiamo sperimentando oggi in cui la legge è il provvedimento particolare e ne è prova la resistenza che lo stato oppone alla legge intesa come principio: se cambiasse l’idea di legge, per lo stato sarebbe la fine della festa. Di questo ne sono convinto.

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