In Ambientalismo, Anti & Politica, Economia

DI GIUSEPPE SANDRO MELA*

In un recente post avevamo preannunciato che l’Italia sarebbe uscita dal settore della produzione dell’acciaio.

Due gli elementi di certezza.

Il primo suggello é quello della dr.ssa Sissi Bellomo, un giornalista sensitiva che riesce a leggere nel pensiero dei poteri forti. Ricordiamo che si definiscono “Poteri forti” quelle consorterie che riuniscono in una comunione di intenti i poteri economici e quelli politici. Sono consorterie transitorie: the power that be. Da che mondo é mondo i maggiorenti decidono cosa fare

La dr.ssa Bellomo annunciava senza alcun pelo sulla lingua che l’Ilva andava chiusa. Molte se la presero a male, come se fosse stato un fatto personale: in realtà a nessuno avrebbe dovuto essere sfuggito che il motivo non poteva proprio essere un capriccio.

Il secondo suggello deriva da una semplice lettura dei bilanci. É una pratica talmente semplice che le menti scarsamente strutturate non apprezzano e vivono tranquillamente ignorandola. Tuttavia, le decisioni operazionali, specie poi se di questa portata, non possono essere prese con la pancia, ma con il cervello. Dovrebbe parlare la mente, non l’invidia od il livore.

Intanto, leggiamoci i report del Centro Studi di Siderweb, poi la relazione di Banca d’Italia del 2009, e quindi i bilanci Ilva.

Il peso diretto dell’ILVA sull’economia italiana, in termini di valore aggiunto (valore aggiunto Ilva/Pil nazionale), è pari allo 0.05%. Il peso sul Pil della Puglia è di circa l’1.24%, mentre quello sul Pil della provincia di Taranto è pari a circa il 7.7%. Peso che aumenta, ovviamente, considerano anche il valore aggiunto delle imprese dell’indotto e l’effetto sull’economia, soprattutto locale, dovuta ai consumi delle famiglie dei dipendenti (diretti e indiretti) dell’ILVA. Considerando anche queste componenti, si può stimare intorno allo 0.15% il peso sul Pil italiano. Inoltre, se si fa riferimento all’intero comparto manifatturiero, il peso raggiunge il 47.5% in riferimento alla provincia pugliese e l’8.24% sul confronto regionale. Nel confronto provinciale si tocca il 12.03% del totale mentre a livello regionale il dato del valore aggiunto raggiunge il 2.4%.

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Non solo l’Ilva, ma anche Lucchini è alle prese con una grave crisi finanziaria e produttiva: solo per Piombino infatti, si parla di un miliardo di euro: ma difficilmente le banche saranno disposte a sostenere questo sforzo. Lo stabilimento di Trieste è in netta perdita. Tutto il gruppo lavora in perdita.

Per l’Ilva il nodo è questo: dal 1995 ad oggi la gestione industriale Riva ha prodotto un utile di 2.1 miliardi e fatto investimenti per oltre 6 miliardi. Nell’ultimo triennio la gestione ha accusato una perdita di un miliardo, mentre nel prossimo quinquennio si dovrebbero eseguire investimenti per 1-1.4 miliardi di euro, pena l’uscita dal mercato per fallimento. Nel qual caso: tutti a casa.

Conclusioni.

1. Riva ha già speso 6 miliardi contro 2.1 di utiliche si vuole in più da Lui? I calunniatori cronici di Riva che lo accusano di aver lucrato indebitamente e lautamente sono soltanto dei menzogneri, dei bugiardi matricolati.

2. Sia gli stabilimenti di Riva sia quelli di Lucchini sono in perdita, e ciò nonostante che i loro prodotti siano mediamente un terzo più cari di quelli sud koreani. Nessuno può obbligare a lavorare in perdita. Chi starnazza che questi stabilimenti non devono chiudere è cortesemente pregato di mettere qualche miliardo di euro nel piatto: quindi sarà credibile. In caso contrario lo considereremo per quelle che é: un minus habensinvidioso, astioso e bilioso, che non sa nemmeno fare un conto.

3. Adesso poniamoci un problema ben chiaro e definito. Perché anche questo comparto italiano lavora in passivo?

Le risposte sono molteplici, ma i bilanci parlano molto chiaro:

– un carico fiscale assurdamente alto ed esatto tramite una burocrazia cervellotica e spietata. Si consideri che le acciaierie sud koreane hanno un carico fiscale cinque volte minore di quello dell’Ilva. Come si fa a restare sul mercato?

– un costo del lavoro, che ricordo non corrispondere per nulla al netto corrisposto in busta paga, anche esso esorbitante, circa quattro volte quello del produttore equivalente sud koreano. Come si fa a restare sul mercato?

– un fardello di adempimenti ecoambientali sproporzionatamente pesanti e, soprattutto, introdotti quasi invariabilmente con effetti immediati, ossia, da realizzarsi subito. Come si fa a restare sul mercato?

– un mercato europeo e domestico in netta depressione. Come si fa a restare sul mercato?

4. Non tiriamoci in giro. L’Ilva non é tecnologia italiana. É stata progettata e realizzata dalla Nippon Steel.

Ma cosa mai pensa la gente: che questa depressione sia un bicchiere di rosolio?

  Che i sacrifici debbano sempre farli gli altri?

Si vuole davvero salvare il comparto produttivo nazionale? Sarebbe semplicissimo:

  – ridurre la pressione fiscale,

  – delegiferare e deburocratizzare,

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  – liberalizzare il mercato del lavoro.

  – In alternativa, chi si lagna cavi fuori un bel pacchetto di miliardi, purché non siano del Contribuente.

Non lo si vuole fare? Nessun problemaLe realtà produttive che ne siano in grado delocalizzeranno in modo ancor più vistoso e quelle non delocalizzabili chiuderanno o falliranno. Semplice, visto?

Poi, però, non si vengano a fare piagnistei. Tanto meno gli ecologisti.

Buon fallimento a tutti!

p.s.1. A Pohang hanno fatto un referendum: se investire nell’ampliamento delle acciaierie oppure nel miglioramento delle protezioni ecologiche. Provate un poco ad indovinare come ha votato il 94% della popolazione.

p.s.2. Per quale strano motivo di chiaroveggenza la Paul Wurth é da più di un anno che studia lo spegnimento degli altiforni?

 

*Link all’originale: http://www.rischiocalcolato.it/2012/10/cosa-vi-avevo-detto-litalia-si-avvia-ad-uscire-dalla-produzione-dellacciaio-la-fiera-delle-menzogne.html

 

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Showing 8 comments
  • Riccardo
    Rispondi

    Bisognerebbe chiedere un parere a quelle persone che a Taranto si sono ammalate di cancro ai polmoni negli ultimi anni per colpa degli stabilimenti dell’ILVA.

  • CARLO BUTTI
    Rispondi

    Non ho mai capito quale senso abbia aver deturpato le bellezze incomparabili, naturali e artistiche, del nostro Sud, che sarebbero potute diventare fonte inesauribile di ricchezza grazie ad un’industria turistica di alto lvello, aperta a una clientela internazionale colta e facoltosa (la Magna Grecia potrà non piacere ai padani ma ha sempre affascinato i tedeschi, da Goethe a Wagner, e non solo loro) in nome di un’industria pesante calata dall’alto secondo criteri da gosplan sovietico. Non era questa la vocazione dell’Italia, e non solo di quella meridionale: mi pare che l’abbia detto anche Sergio Ricossa. L’acciaio possiamo comperarlo all’estero( sono profano e potrei dire una sciocchezza, ma mi è stato detto che il nostro è dei peggiori, perché deriva tutto dalla rottamazione e contiene un’alta percentuale di zolfo), nessuno può comperare Paestum o la colonna del tempio di Hera Lacinia a Crotone, o la valle dei Templi di Agrigento. Se li vogliono vedere, vengano qui ( e anche se vogliono mangiare bene, a dispetto della tanto vantata cucina francese).Ma temo che, grazie alla nostra insipienza, fra poco non avremo né acciaio né risorse artistiche e naturali:il “giardino d’Europa” di un tempo sta diventando un’unica, squallida periferia, piena di raccapriccianti villette, orribili casermoni e capannoni dismessi.

    • Fabio
      Rispondi

      Lo stato ha sequestrato tutto ciò che ha un’attrattiva turistica gestendola in esclusiva e traendone il massimo possibile.

      Riguardo il turismo è già così secondo me, nel senso che le carovane che arrivano a roma, le crociere che entrano nei porti, questa marea di gente che viene a visitare il patrimonio -ormai statale- pagano un biglietto d’ingresso sia direttamente come tassa di soggiorno sia indirettamente come tasse varie occulte e palesi tipo portuali, aeroportuali, benzina ed autostrade dalle frontiere ai siti…. Come nel film di Troisi e Benigni alla dogana “un fiorino!”.
      Di questa marea di soldi assolutamente niente arriva al contribuente, viene intercettata a monte dalla casta che la giroconta nei suoi portafogli!
      Non sapendo neanche quanto incassiamo non possiamo votarne l’utilizzo né siamo coscenti del furto perpetrato.

      i beni culturali e le spiagge non sono più cosa comune ma la Casta dice che ‘sono cosa nostra’ e non possiamo farci più nulla.

      • Fabio
        Rispondi

        …ammesso che cosa ‘comune’ abbia comunque senso. Volevo dire priprietà privata liberamente gestibile e vendibile, ma questo in realtà non è mai esistito in italia, nessuno può vendere opere d’arte o ancor meno un pezzo di spiaggia.

  • firmato winston diaz
    Rispondi

    Sentite ma ci siete o ci fate? La produzione italiana di acciaio pesante e’ un eredita’ del tempo di guerra (prima guerra mondiale), in cui per ragioni strategiche non importava quanto questa produzione costasse. L’italia non ha ne’ carbone ne’ minerale ferroso che e’ cio che serve per alimentare i forni, gia’ questo la mette a priori fuori mercato. Se poi si aggiunge l’alto costo dell’energia elettrica, l’obbligo di introdurre normative di sicurezza e inquinamento al livello coi paesi nordici, piu’ ricchi sia di ferro che di carbone che di energia, e’ evidente che si tratta di una battaglia persa in partenza. La tassazione da’ solo il colpo di grazia, ma va detto che e’ amplissimamante controbilanciata dagli enormi sussidi che quel tipo di produzione ha sempre avuto per poter sopravvivere, a spese delle attivita’ economiche davvero produttive, che quelle si’ sono state ammazzate in culla per alimentare il vampiro di taranto, come testimoniate quotidianamente su questo sito in altri articoli piu’ intelligenti e meno parziali.

  • Albert Nextein
    Rispondi

    Trasformeranno l’italia nel paese dei balocchi.
    Tutto vacanze,turismo,divertimento,spettacoli.
    E vessazione fiscale.

    • Riccardo
      Rispondi

      Un momento. Nel Paese dei balocchi si divertivano. Qui manco quello.

  • Fiscal
    Rispondi

    L’autore dell’articolo fa molta confusione con i numeri, giungendo pertanto a conclusioni errate.
    L’autore dice che l’ILVA nell’ultimo triennio ha accusato perdite per un miliardo, senza specificare che in realtà si tratta di accantonamenti. Infatti, solo nel 2011 l’Ilva ha avuto una perdita di esercizio di 30 milioni di euro circa, mentre negli anni precedenti ha prodotto utili.
    L’autore inoltre dice che Riva ha speso 6 miliardi contro 2.1 miliardi di utili, il che, a suo dire, dovrebbe significare che non ha lucrato e che i suoi calunniatori sono dei bugiardi matricolati. Non so se l’autore sia lui stesso in malafede o se sia semplicemente ignorante in materia, ma mi sembra che un’azienda che ha avuto un utile di 2.1 miliardi qualcosina la ha lucrata. E su cosa l’Ilva ha costruito questo utile? Sui mancati investimenti in tecnologie per il rispetto delle norme ambientali, nonostante il gruppo Riva si fosse già impegnato, dopo la condanna del 2007 per gli stessi reati, a effettuare tali investimenti.

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