In Anti & Politica, Economia

DI FRANCESCO CARBONE*

Bisogna ammettere che il detersivo più usato della rete abbia un certo talento naturale nello scovare catorci ideologici che fanno lezioni di economia. Dopo il caso esaminato in passato avente protagonista Claudio Borghi, mi è stata segnalata un’altra video-intervista (ringrazio Giuseppe) ad un soggetto di nome Fabrizio Tringali. Armato di pazienza, carta e penna, nonché un secchio ove vomitare (ho dovuto interrompere il video tre volte preso dal disgusto) mi sono sorbito il tutto prendendo nota.

Stranamente quanto più le idee economiche sono confuse e malsane, come quelle propinate da Tringali, Borghi, o dal Barnard della MMT, tanto per fare un altro esempio clamoroso al limite dell’incomprensibile per le stupidaggini che diffonde (solo lo Stato produce ricchezza), tanto più facilmente sembrano attecchire, specialmente in questo paese. Non sono passati che un paio di giorni dalla scioccante visione che mi ritrovo un blogger ripetere a pappagallo le stesse identiche cose del nostro protagonista odierno.

Ma torniamo a lui e al suo libro da un titolo che si avvicina molto (praticamente tranne 4 lettere) a quello di Philipp Bagus da me pubblicato l’anno scorso: La Trappola dell’Euro, anziché La Tragedia dell’Euro. Due parole differenti dietro le quali si nascondono due storie praticamente agli antipodi.

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Come si può desumere con estrema facilità dal titolo, per Tringali la colpa della crisi è dell’Euro. E già partiamo con il piede sbagliato, scambiando uno dei tanti sintomi per la causa della malattia. Poche battute e capiamo di essere di fronte al solito mito della necessità di una valuta debole per le economie deboli e di una valuta forte per le economie forti. Stranamente nessuno dei soggetti che sostiene questa tesi demenziale (e sono tantissimi) fa mai mente locale al fatto che la valuta, cioé il denaro, sia un mezzo di scambio, e come tale una sorta di denominatore comune di tutte le transazioni, Non si capisce quindi come mai, anziché considerarlo al di sopra delle parti, come una sorta di regola di gioco comune per tutti, si ritiene che debba venire alterato per convenienza economica (in realtà solo politica), all’interno di ciascuno Stato-Nazione, da una banca centrale che si erge a pianificatrice centrale del sistema economico.

La ragione non può che essere una sola: per piegarlo agli interessi dell’altro pianificatore centrale il quale tuttavia mai viene additato mai come tale. Esso invece è considerato il salvifico, il protettore dei più deboli, l’unico garante di diritti inalienabili quali il diritto al lavoro, all’istruzione, alla sanità, alla casa. Mai mettere in discussione questa tesi (e invece lo faremo con il nostro prossimo libro in uscita a novembre dal titolo Oltre la Democrazia): la politica per taluni soggetti, ancora troppi in questo paese, viene sempre prima dell’economia, fino alla presunzione che essa sia avulsa dalle leggi economiche alle quali si devono piegare giocoforza tutti gli esseri umani. Qualora tali leggi non supportino le tesi del socialista di turno, esse vengono abilmente piegate e trasformate in miti economici. Come accade per l’appunto anche per Tringali.

In particolare il primo mito introduttivo avanzato dal simpatico e quasi conigliesco economista, si risolve nella seguente affermazione implicita, raramente contestata (a dimostrazione che oramai sia assurta allo stato di legge economica vera e propria): sono più debole quindi ho diritto a taroccare le regole del gioco a mio favore. Come chicchi d’uva strappati dal grappolo della fantasie economiche di cui si nutrono tali soggetti, arrivano subito anche il secondo e il terzo mito: la possibilità di aumentare la competitività tramite svalutazione (ben demolita in questo articolo) e il fatto che le economie forti abbiano finito per schiacciare le più deboli (come già fatto notare nel caso di Borghi di una demenzialità assurda, che contrasta apertamente con la legge di Ricardo dei vantaggi comparati, vecchia di due secoli, e nel 2012 ancora ignorata, così siamo messi!)

Quindi arriva una corretta constatazione che viene spacciata come un orrore economico: in una economia aperta chi ha il capitale desidera rigidità dei cambi per investire dove conviene di più senza rischiare di perdere sulle svalutazioni del tasso di cambio. Cosa ci sia di male in tutto questo ovviamente può capirlo solo un ideologo di stampo marxista (non certo un imprenditore) nato per fare il burocrate nella vecchia Unione sovietica, come nel giro di poco si rivelerà essere il nostro buon Tringali che ad un certo punto, nel corso dell’intervista, arriva persino ad affermare esplicitamente: la fissità dei tassi è figlia della globalizzazione e serve allo scopo di aumentare i margini di profitto per i capitalisti!!

Ma c’è di più. Tutta l’intervista è una serie di scempiaggini una via l’altra, in un crescendo davvero terrificante: è necessario attaccare i salari se non si può svalutare (che magari si potrebbe cercare di diventare più efficienti o realmente competitivi non passa per la testa!), la criticità del sistema è dovuta al fatto che ci sono paesi in surplus e altri in deficit (ancora le leggi dell’economia scoperte secoli fa tirate nel cesso), la rigidità dello SME portò l’Italia alla crisi (non il fatto che si stampassero le lire come fossero coriandoli), i paesi forti non vogliono meccanismi di solidarietà e riquilibro dell’economia per gestire meglio la loro condizione di forza, e vogliono invece che i paesi deboli si adeguino alle loro politiche economiche (chiamali stupidi: l’alternativa è quella di essere obbligati dal Super Stato europeo a finanziare, a fondo perduto, chi invece sperpera o vive costantemente al di sopra delle proprie possibilità), la Germania ha mantenuto bassa l’inflazione contenendo i salari e deprimendo la domanda interna (non invece stampando meno degli altri e avendo un sistema più efficiente), in Germania non si vive meglio che in Italia (chiaro, la bubbana servita dal sistema politico italiano tutta a carico delle correnti generazioni a loro non è toccata! E ora sono addirittura chiamati a dividerne il conto grazie ai meccanismi della nuova Unione europea dei trasferimenti; e poi qualcuno si stupisce se Bagus in quanto tedesco parteggia per le virtù dei propri concittadini), un terzo dei lavoratori tedeschi guadagna 400 euro al mese (sarei curioso di vedere da dove ha tirato fuori questa statistica, ma deve aver fatto confusione forse con la polonia), la Germania è la meno sindacalizzata d’Europa (non sarà forse che ha una economia forte in quanto gode di un mercato del lavoro più flessibile, come d’altronde quello americano, ancora il paese più produttivo al mondo?).

Di boiata in boiata si arriva al tema cruciale: più Europa.

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E qua continua il delirio che mostra la vera faccia di Tringali. Il super Stato sarebbe un incubo non per le ragioni addotte da Philipp Bagus della Tragedia dell’Euro ma perchè non sarebbe possibile democratizzarlo, mancando il confronto con le forze sociali e l’esistenza di un popolo unito! (Ovviamente lo Stato italiano è un paradiso, con una economia debole, perché la democrazia funziona benissimo proprio grazie al confronto con le forze sociali e un popolo dopo 150 anni dall’unità politica finalmente unito anche socialmente!) E a ruota via con altri miti come quello che l’inflazione non è un problema visto in Italia non ha fatto danni (se non si entrava nell’euro li vedevi i danni e che danni!), fino alla perla assoluta: “l’inflazione come tassa implicita è roba ideologica dei ceti dominanti“.

Tutto il finale gira proprio intorno all’accusa contro l’ideologia dei ceti dominati opposta alla razionalità dei suoi ragionamenti, che sarebbero quelli di un babbuino alle prese con questa misteriosa scienza sociale che è l’economia, se non fosse che in realtà babbuino Tringali non lo è, più ironicamente è imbevuto di una ideologia ancora più profonda e radicale che trova radici nel pensiero marxista comunista, ovvero nella pianificazione economica centralizzata.

Queste, per concludere, sarebbero le persone che cercano di spiegarvi la crisi (appellandosi alla razionalità ma usando in realtà un vocabolario modello bolscevico degli anni ’70), che pensano di saperne di economia (ignorando leggi fondamentali scoperte due secoli fa), che credono di salvare questo paese fallito (attaccandosi alla tutela dei contratti nazionali di lavoro per favorire l’occupazione e la produttività quando in realtà tali politiche economiche ottengono risultati esattamente opposti). Questi sono i soggetti che si schierano contro l’Euro e l’Europa (per ragioni sbagliate) ma a favore del ritorno a una lira costantemente svilita (che non aveva causato il fallimento del paese solo grazie al salvataggio in extremis nell’Euro) e di un sistema economico sostanzialmente di stampo socialista (dimostratosi fallimentare sia a livello pratico sia, grazie soprattutto a Mises, a livello teorico).

Grazie Byoblu per la preziosa controinformazione. Viene quasi da sperare che questo paese in fondo alla crisi trovi il modo di ritornare alla Russia di Stalin, dove non era riuscita a portarla neanche il vecchio PCI, così almeno cominceremo a chiamarla, più semplicemente, informazione.

 

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*Link all’originale: http://www.usemlab.com/index.php?option=com_content&view=article&id=918:miti-economici-spacciansi&catid=39:politiche-economiche&Itemid=176

 

 

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Showing 2 comments
  • Domenico
    Rispondi

    Leonardo tu Claudio Messora lo conosci personalmente, ma gli hai mai proprosto di intervistare qualcuno un pelino più austriaco?
    Ormai ogni suo video non parla di altro se non di pseudoeconomia e ti dirò di più, sai che ha la brutta abitudine di censurare i commenti contrari alle teorie dei protagonisti dei suoi video? Lo ha fatto anche con me.

  • Gian
    Rispondi

    I comunisti devono bruciare all’inferno per l’eternita’….maledetti senza Dio!

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