In Anti & Politica, Economia

DI DAMIANO MONDINI

E’ sufficiente avere un minimo di dimestichezza con il pensiero socialista – nelle sue varie e variopinte manifestazioni – per accorgersi di quanto quelle posizioni che osteggiano la società libera e aperta derivino in ultima istanza da determinati assunti epistemologici. L’illusione di trasformare la società in un mondo più giusto ed equo, rivoluzionandola dalle fondamenta nel tentativo di pervenire ad una “giustizia sociale”, si fonda senz’altro su una tragica incomprensione dei capisaldi della civiltà stessa. Ne consegue, come la storia non ha mancato di testimoniare, che le diverse realizzazioni dell’utopia socialista e del suo sogno di uguaglianza siano destinate a tradursi in un incubi drammatici per le sorti dello stesso mondo civilizzato.

Nondimeno, il socialismo ha potuto prosperare sfruttando un apparente difetto dell’impianto teorico del liberalismo: il suo essere inevitabilmente asintotico, la sua impossibilità di delineare un modello definitivo da porre in essere, oltre che delle valide strategie per concretizzarlo [1]. Il pensiero liberale, quello autentico, non ha mai sognato di compiere un rivolgimento dell’ordine sociale, coll’obiettivo di pervenire ad una situazione di perfetto equilibrio stazionario. I liberali, quelli veri, non hanno mai promesso di realizzare un Paradiso terrestre, un Eden di pace, uguaglianza, fraternità, solidarietà e giustizia sociale. Invero, non hanno mai promesso null’altro che di rendere gli individui più liberi, autonomi, indipendenti e padroni di se stessi. Da ciò deriva la nota accusa di “formalismo” rivolta loro dagli intellettuali socialisti, i quali invece prospettano di rendere l’uguaglianza fra gli uomini sostanziale, dunque non solo civile e giuridica, ma anche economica e sociale. Nelle deliziose fantasie dei socialisti la società perfetta – immancabilmente quella sognata dalla medesima intellighenzia socialista – è dipinta coi colori dell’armonia, della cooperazione fra uomini, dell’amore fraterno, della vita comunitaria, dell’umanitarismo, dell’altruismo e dell’assenza di disparità socio-economiche.

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E’ difficile resistere all’inebriante progetto prospettato dal socialismo, che infatti ha ammaliato  generazioni di lavoratori, intellettuali, artisti, personaggi noti e uomini della strada. Quasi nessuno ha avuto una forza d’animo tale da non cadere nella tentazione socialista, e questo grazie anche alla propaganda intellettuale che l’ha spalleggiata. La dicotomia fra liberali e socialisti viene infatti sovente prospettata in questi termini: i primi, più elitari, lottarono per il raggiungimento di una eguaglianza puramente formale fra gli individui, per una libertà intesa soltanto ex negativo come assenza di coercizione; i secondi, nascendo dal cuore delle masse, hanno invece preteso di sostanziare l’eguaglianza abolendo le distinzioni economiche frutto di perverse storture sociali, implementando così una libertà positiva che consenta a ciascuno di vivere una vita dignitosa [2].
Nessun uomo sano di mente, posto davanti ad un’alternativa così netta, propenderebbe per la prima strada. Il nostro senso di giustizia, di amore per l’umanità, di empatia per i più deboli ci impone di parteggiare per il socialismo.  Del resto, sussurrano i socialisti, chi mai vorrebbe un mondo di uomini formalmente liberi ma che, privi del minimo sostentamento, siano costretti a svendersi al capitalista di turno per una paga da fame? Con tali premesse, la sconfitta intellettuale del liberalismo era prevedibile e pressoché inevitabile. E così fu: nella seconda metà dell’Ottocento il pensiero liberale fu eclissato dai nascenti partiti socialisti di massa; nel corso del Novecento fu definitivamente annientato dall’interventismo, dallo statalismo e dall’emergere dei regimi autoritari e totalitari.

A tal proposito Friedrich von Hayek, in The Road to Serfdom (1944), definisce il totalitarismo come l’esito inevitabile degli insegnamenti socialisti: è infatti nei regimi autoritari che il sogno socialista di annichilimento della proprietà e dell’iniziativa individuale raggiunge il proprio apogeo; è grazie al totalitarismo che la nazionalizzazione pressoché totale dell’economia diviene compiuta. Insomma, suggerisce Hayek: il fascismo, il nazionalsocialismo e il comunismo sovietico non furono affatto derive dei nobili ideali socialisti – o reazioni borghesi dinnanzi all’avanzata di tali ideali –, bensì la naturale e giusta implementazione degli stessi. In effetti, la storia ha dimostrato senza dubbio come, ad ogni limitazione della proprietà privata, siano sempre corrisposti un vulnus più o meno grave della libertà individuale che ha ricondotto l’umanità nella barbarie della schiavitù, una regressione della civilizzazione e un impoverimento dei Paesi coinvolti nella socializzazione delle attività produttive. E’ lecito dunque domandarsi il motivo di un deragliamento così tragico di ideali lirici come quelli veicolati dai socialisti.

Ed è a questo punto che il pensiero liberale può prendersi la meritata vittoria, controbattendo all’accusa di formalismo quella di “costruttivismo sociale”. Il socialismo, come scrive Hayek, non è che il prodotto più maturo e affascinante di un cocktail micidiale di hybris scientista, positivismo, presunzione intellettuale e, mi sento di aggiungere, snobismo filosofico. L’intellettuale socialista si sente al di sopra del mero mondo materiale, dei bisogni umani più squallidi, della bramosia di denaro, insomma di tutto ciò che ritiene caratteristico della società capitalistica fondata sul libero mercato. In virtù della sua preparazione culturale e filosofica – che siamo ben lungi dal voler mettere in dubbio -, il socialista si convince di poter padroneggiare una conoscenza globale del dato sociale in modo molto più puntuale dei singoli individui stolti, che al contrario si divertono a vendere, comprare, produrre e lavorare per il “vil denaro” e per l’interesse individuale. Animato dai più nobili spiriti umanitaristici, convinto di operare nel nome del “bene comune”, decide dunque di plasmare la società con la sua precisione chirurgica per renderla un posto migliore, o addirittura un locus amoenus degno della più fine abilità letteraria. Ed è qui che la fallacia costruttivista si insinua nel suo limpido progetto: nella società, infatti, la conoscenza è puntiforme e dispersa nei milioni e milioni di individui che la compongono; i desideri, le abilità, le speranze, i progetti (perché no, anche quelli imprenditoriali) sono caratteristici di ogni singolo componente dell’aggregato sociale, e non possono essere centralizzati. Se si tenta di farlo, uniformando e pianificando tanto la produzione quanto la vita, il risultato non può essere che la distruzione dell’ordine sociale stesso. Il socialismo, tanto più è fedele ai suoi principÎ, tanto più è dannoso per la società; d’altro canto, quanto più è annacquato, tanto più ne renderà lunga l’agonia. Il liberalismo ci ammonisce dunque che il mondo perfetto non è realizzabile; ogni piano, per quanto animato da buone intenzioni, che tuttavia si traduce in una violazione della libertà dell’individuo, è destinato a ritorcersi contro la società che vorrebbe migliorare, divenendo il detonatore per la sua deflagrazione. Tentando di perfezionare ab lato le istituzioni fondamentali della nostra società, il mercato, il diritto o il denaro, non si fa altro che indebolirle e distruggerle: ci si trova insomma dinnanzi a quella che Pascal definiva l’eterogenesi dei fini.

Al contrario, gli ideali liberali non promettono mari e monti, non sono intrisi del lirismo che caratterizza l’utopia socialista, non intendono rivoltare il mondo come un calzino presumendo di essere in grado di farlo. Nondimeno, è soltanto ampliando quanto più possibile la sfera della libertà individuale e difendendo i diritti naturali del singolo che, con pazienza e fatica, si può veramente rendere la società più prospera e più giusta. E’ abbandonando la strada del socialismo – quella che Hayek definiva la “via della schiavitù” –  per intraprendere quella del liberalismo – la “via della libertà” – che si può davvero rendere il mondo un posto migliore. Le condizioni degli operai sono migliorate dai tempi della prima rivoluzione industriale, il benessere ha raggiunto anche gli strati più marginali della società, le  possibilità di mobilità sociale si sono ampliate in modo molto più vistoso negli ultimi due secoli che non in quelli precedenti. Di ciò non dobbiamo ringraziare il paternalismo di Stato, gli ingegneri sociali, i sindacati o i militanti socialisti, bensì le forze della società civile, gli individui che hanno vissuto e operato nel libero mercato, in ultima istanza lo spirito d’iniziativa imprenditoriale che anima l’agire di ognuno di noi; insomma, dobbiamo ringraziare la libertà difesa strenuamente dal pensiero liberale.

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Note

[1] = Scrive a tal proposito Davide Giacalone ne Le mani rosse sull’Italia (2006):

Sì, va detto, nella propaganda [i socialisti] erano e sono bravissimi. Loro proponevano prodotti capaci di far sognare, il mondo democratico desiderava solo far vivere. Per loro esistevano fini assoluti: la pace assoluta, la giustizia assoluta, l’equità assoluta, in attesa dei quali si poteva calpestare la pace, la giustizia e l’equità. Per la scuola democratica esisteva ed esiste la vita, le normali e pur importanti aspirazioni ad avere meno guerre, più giustizia e più equità, senza però cedere nulla sul terreno della libertà, delle garanzie e della competizione che premia i migliori. […] Il mondo comunista poteva indicare una metà, quello democratico un asintoto. Per le menti deboli, per le anime povere, la seconda cosa era ed è troppo poco.

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[2] = Si tratta della classica distinzione fra libertà negativa e positiva formulata da Isaiah Berlin in Due concetti di libertà. La libertà negativa, considerata l’unica autentica dai liberali, consiste nella “facoltà di fare o non fare” e si estrinseca nel non-impedimento da parte dei pubblici poteri e nella diminuzione dei vincoli. La libertà positiva, difesa dai socialisti, corrisponde invece al “potere di fare”, mettendo l’accento sul potere o potestà che lo Stato attribuisce ad ognuno fornendogli i mezzi di fare alcunché, dunque sull’aumento delle opportunità. In ultima analisi, il primo significato è equipollente a quello di “indipendenza”, mentre il secondo a quello di “potenza”. Questi termini sono nondimeno tendenziosi: come il pensiero liberale non ha mancato di sottolineare, è solo la facoltà di disporre della propria indipendenza a garantire al singolo di operare in modo da ottenere i mezzi per realizzare i propri fini e per porre in essere ciò che desidera;  la strada dell’implementazione statale delle possibilità conduce invece alla perdita della libertà.

In collaborazione con The Road to Liberty.

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Mostrati 12 commenti
  • Luciano Ferrario
    Rispondi

    Non so davvero se la sua esposizione del confronto tra liberismo, presentato come la panacea di tutti i mali, e socialismo ovviamente descritto come inferno dell’umanità, sia da attribuire a impreparazione storico-politica oppure a malafede.
    Personalmente nel propendere per questa seconda ipotesi, mi permetto di ricordarle semplicemente quello che lei non precisa, e cioè che il socialismo sorse nell’800, nelle sue diverse accezioni (movimento fabiano, marx, proudhon ecc.) solamente dopo che la totale ed assoluta libertà di impresa aveva prodotto, con la prima rivoluzione industriale, guasti enormi nel tessuto sociale della civiltà occidentale.
    Quelle che lei definisce “possibilità di mobilità sociale” si sono ampliate negli ultimi due secoli non per merito del liberalismo, come afferma lei, ma per merito delle socialdemocrazie occidentali che hanno stabilito regole (e quindi limitazioni della libertà individuale) grazie alle quali, almeno in teoria, a chiunque sono stati forniti gli strumenti e l’opportunità di migliorare la propria condizione sociale ed economica.
    Altro che totalitarismi: quelli sono la degenerazione prodotta da chi si lascia trascinare e porta ad estreme conseguenze, ideologie estremiste, e questo vale anche per le ideologie liberiste come purtroppo sta succedendo in questi ultimi decenni.
    L’iper capitalismo globalizzato, l’ideologia del libero mercato e del profitto uber alles imperversa nel mondo e nuovamente se ne scorgono gli effetti nefasti a livello globale con l’ampliarsi dello spread, non finanziario ma umano, tra i ceti ricchi sempre più ricchi e una povertà sempre più diffusa, con la progressiva riduzione del ceto operaio a nuova pseudo schiavitù e un subdolo ritorno sostanziale dei rapporti sociali al primo ‘800.
    Io prego ogni giorno il Signore che apra gli occhi a persone come lei, che faccia cadere la miopia che vi rende incapaci di capire dove porta la strada che vi ostinate a percorrere.
    Noi vecchi socialisti siamo accusati di essere conservatori: ebbene, se rifiutare sempre maggiore diseguaglianza sociale, se rifiutare il ritorno a forme antiche di sfruttamento del lavoro dipendente significa essere conservatori, mi dichiaro orgogliosamente conservatore!
    Luciano Ferrario

    • gabyzen64
      Rispondi

      Cioè orgogliosamente coglione ed ignorante, dico bene signor Luciano?? Contento lei…
      Vede chi gli parla è un ex statalista pentito. Lei dice che almeno in teoria, le limitazioni alle libertà individuali hanno permesso ad ognuno di poter migliorare la propria condizione economica e sociale (XD). Ecco qua già troviamo i primi intoppi nel vostro meccanismo, che pretende che ognuno migliori le proprie condizioni a spese degli altri, cioè tassando, usurpando, limitando, legiferando ecc ecc… questa è la vostra ideologia errata. In realtà, ugnuno si migliora da solo, con le proprie capacità, non con quelle (sudate) altrui, come voi vorreste. Posso solo farle i miei complimenti, Vendola e company gli hanno lavato per bene il cervello, con gente come lei gli statalisti ed i despoti dittatoriali e boiardi di stato avranno un’autostrada spianata e senza caselli davanti a loro, per fare i loro porci comodi. Sorse nell’800 verso la fine e fallì solamente un secolo dopo, anche meno. Se è successo ciò ci sarà un motivo… appunto la caduta del muro ha decretato la fine di un’era buia e fallimentare e l’uomo stesso è andato a ricercarsi la libertà da solo, a picconate appunto. La stessa libertà cheoggi è nuovamente minacciata dalla neo EURSS. Forse qua è qualcun’altro che è “cieco” ed ha bisogno di un bel paio di occhiali, perchè non sa dove vive… e quel qualcun’altro è lei. Il resto non lo commento nemmeno, solite panzanate e caxxate ripetute all’infinito da voi con la pseudo verità e cultura in tasca XD. Saluti.

      • Damiano Mondini
        Rispondi

        Ringrazio gabyzen64 per la risposta. Non avrei potuto sintetizzare meglio =)

        • Luciano Ferrario
          Rispondi

          Complimenti all’anonimo XD per la sua elencazione di insulti e slogan vuoti di significato: come ha scritto Euripide “parla da saggio ad un ignorante ed egli dirà che hai poco senno”
          E complimenti al signor Damiano Mondini per essersi accodato acriticamente anzichè replicare seriamente (forse perchè non ne è capace? oppure ha la coda paglia?)
          Cordiali saluti
          Luciano Ferrario

    • toto
      Rispondi

      Replica a Luciano Ferrario.

      ”…. la totale ed assoluta libertà di impresa aveva prodotto, con la prima rivoluzione industriale, guasti enormi nel tessuto sociale della civiltà occidentale.”

      Non è vero che la nascita del capitalismo nei primi dell’800 (e quindi la morte del sistema feudale), causarono un peggioramento delle condizioni di vita dei lavoratori, questo luogo comune diffusissimo è una delle tante menzogne del marxismo. Coma Hayek ci spiega nei suoi libri, la rivoluzione industriale liberò i servi della gleba e li trasformò in lavoratori salariati, le loro condizioni economiche e lavorative migliorarono sempre più man mano che le nuove fabbriche si diffondevano. Purtroppo la retorica del capitalista cattivo e del lavoratore sfruttato è dura a morire anche perche viene inculcata nelle menti, fin dall’infanzia, dalla scuola di stato (tanto cara ai marxisti).

      • Luciano Ferrario
        Rispondi

        La prego, approfondisca nascita e motivazioni del movimento fabiano. Così forse la figura retorica “capitalista cattivo/operaio sfruttato) le sembrerà un poco meno retorica e molto più reale.

  • Giovanni Birindelli
    Rispondi

    Bell’articolo. Unico punto debole, a mio parere, il riferimento ai “diritti naturali”. Hayek non era un giusnaturalista ma un sostenitore della legge intesa come ordine spontaneo: frutto dell’azione dell’uomo (in quanto risultato di un processo spontaneo di selezione culturale di usi e convenzioni di successo) ma non del suo disegno. Un vantaggio della legge intesa come ordine spontaneo rispetto alla “legge naturale” è che essa, al contrario di quest’ultima, non è arbitraria e non richiede un atto di fede (in altre parole, è flasificabile e quindi ha fondamento scientifico). Basta infatti osservare la lingua che parliamo tutti i giorni per capire che un insieme coerente di regole sociali può emergere spontaneamente come risultato di un processo di selezione culturale di usi e convenzioni: «il concetto di ‘natura’ -e quindi di ‘natura umana’- assume il suo significato all’interno di prospettive teoriche (filosofiche e religiose) differenti, e magari contrastanti, nel corso del tempo. In altri termini: nulla vi è di più culturale della ‘natura’. … ‘Per Kant … era naturale la libertà; ma per Aristotele era naturale la schiavitù. Per Locke era naturale la proprietà individuale, ma per tutti gli utopisti socialisti … l’istituto più conforme alla natura dell’uomo era la comunione dei beni’ (Bobbio)» (Dario Antiseri).

    • Damiano Mondini
      Rispondi

      Sono persuaso che un giusnaturalismo forte ed eticamente fondato sia una difesa più pervicace della libertà ed inoltre il falsificazionismo popperiano cui fa riferimento mi pare metodolgicamente instabile ed ampiamente superato dalla prasseologia misesiana; d’altro canto, molte delle posizioni epistemologiche di Antiseri sono deboli e incoerenti. In ogni caso, queste divergenze di metodo sono attualmente marginali.

  • Mario C.
    Rispondi

    a me l’articolo fa cagare, è visibilmente pesantemente opinionista e chiaramente di parte. io sarei filosocialista per il semplice fatto che la libertà individuale deve avere dei limiti sociali per non incorrere in altri regimi che sarebbero sempre dietro l’angolo e la vita diventerebbe un’ansia continua, come già è. Se a voi non vi tange, non mi interessa. Ho le mie opinioni. Comunque faccio una precisazione al signor Giovanni Birindelli, l’esempio sulla lingua Italiana è erratissimo, l’Italiano è stato imposto, prima avevamo altre lingue tutti quanti di cui adesso restano retrogusti dei dialetti e storicamente poi bisognerebbe vedere ognuna di quelle lingue se è stata imposta o meno alla propria regione, come fu per la Sardegna, nella quale resta il Sardo che è una lingua ‘coloniale’ dove infatti vi sono quasi esclusivamente elementi delle conquiste altrui sulla regione. Comunque anche imporre sto fottuto liberismo è da pazzi fuori di testa religiosi, perchè ci sono cose che non possono autocontrollarsi, come la preservazione delle limitate risorse naturali ad esempio. Il liberismo estremo porta ad una morte da cui non si può tornare indietro. Non arrabbiatevi, sono solo mie opinioni. Saluti, Mario Cabiddu

    • Damiano Mondini
      Rispondi

      Spesso la forma e il contenuto sono disomogenei, e concetti corretti possono essere veicolati in modi politicamente scorretti. Nondimeno, nel caso di specie il suo esordio rende ottimamente la misura della pochezza mentale di quanto ha scritto di seguito. Non mi arrabbio, anzi sono divertito dalla sua estrema coerenza. Saluti, Damiano.

    • Giovanni Birindelli
      Rispondi

      Sul fatto che sia un atto di tirannia imporre una lingua con la forza a coloro che parlano altre lingue o altri dialetti sono perfettamente d’accordo con lei. Questo però non significa che quella lingua (così come le altre lingue o gli altri dialetti) non sia il risultato di un processo spontaneo di selezione culturale di usi e convenzioni. Quindi l’esempio che ho riportato della lingua italiana rimane corretto. Sul fatto che “ci sono cose che non possono autocontrollarsi”, o per lo meno che hanno bisogno che ci sia un controllore di ultima istanza se non riescono a controllarsi da sole, io personalmente sono d’accordo con lei (se non lo fossi sarei in favore di posizioni anarchiche invece che minarchiche, cioè sarei per una società senza stato, cosa nella quale personalmente non credo). Fra queste cose faccio rientrare per esempio i tribunali, le prigioni, e altro. Tuttavia non credo che l’ambiente sia fra queste cose: basti notare che a sfregiare per sempre una città come Firenze costruendo un gigantesco mostro architettonico (il nuovo palazzo di giustizia) la cui costruzione non sarebbe stata permessa a nessun privato è stato lo Stato, e che la parte più grande rimasta intatta della costa Toscana è privata. Quanto alle sue posizioni antiliberali, ho il massimo rispetto delle sue opinioni ovviamente ma queste riflettono il fatto che lei il liberalismo non lo ha letto, oppure se lo ha letto non lo ha capito.

  • Nicola
    Rispondi

    Sign. Mario, mi permetta… Lei è libero di credere in ciò che vuole ma la prego: eviti scivoloni quali “imporre questo liberismo”. Il liberismo è l’esatto opposto dell’imposizione. E’ la libertà di utilizzare i propri mezzi (cervello, muscoli, coraggio e beni legittimamente posseduti), come meglio si crede per i propri fini personali, insindacabili (purchè non comportino furti o morte altrui).
    Il liberismo non vuole imporre nulla a nessuno. Quello è il socialismo, che vuole imporre a tutti la stessa vita, con gli stessi mezzi e gli stessi fini.
    Ecco, la mia proposta è sempre la stessa: i socialisti si facciano il loro “mondo” socialista, ma chi non ci sta (come me) sia lasciato libero di non “aderirvi”.
    Sono sicuro che nessun socialista mi darà mai ragione, per il semplice fatto che per funzionare, quel sistema deve “predare” le proprietà altrui, soprattutto quelle d chi non è d’accordo….

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