In Anti & Politica, Economia

onda_debitoDI MATTEO CORSINI

“Lo Stato può spendere i soldi che non ha, indebitandosi o addirittura stampando moneta. E’ l’unico che non abbia problemi, se davvero vuole spendere. Quando l’economia è sotto assedio e c’è bisogno che “arrivino i nostri”, chi sono i Nostri? Ovviamente, lo Stato. Ovvio, no?… E’ la domanda che tira l’economia, e se l’economia langue bisogna creare domanda, a tutti i costi.” (F. Galimberti)

Gli articoli di Fabrizio Galimberti pubblicati da oltre un anno a questa parte alla domenica sul Sole 24 Ore come rubrica “il Sole Junior – l’economia spiegata ai ragazzi”, sono sostanzialmente un corso base di economia keynesiana. A tale proposito, sarebbe più onesto sottotitolare “l’economia keynesiana spiegata ai ragazzi”. Ogni riferimento a economisti diversi da Keynes, infatti, riguarda seguaci di quest’ultimo.

Se già è discutibile che all’università ci siano intere scuole di pensiero che non vengono neppure menzionate nei corsi di economia – tanto che non solo chi si laurea ma perfino chi insegna il più delle volte ignora completamente anche il nome di economisti che, ancorché abbiano elaborato teorie lontane dal mainstream, meriterebbero di essere conosciuti – trovo abbastanza irritante che si crei una rubrica dedicata ai ragazzi così smaccatamente parziale.

Ciò detto, continuare a ripetere, domenica dopo domenica, che non bisogna risparmiare troppo, che bisogna spendere e che se non si spende abbastanza deve farlo lo Stato, anche creando denaro dal nulla, a me pare equivalente a indicare ai ragazzi che quando le cose vanno male basta invocare l’intervento dello Stato che, con la bacchetta magica, risolve ogni problema. Se ciò fosse vero, bisognerebbe spiegare a quegli stessi ragazzi come mai la cosa non abbia mai funzionato, se non illusoriamente e a breve termine.

Non vorrei, però, soffermarmi ancora una volta sulla illusione che sia possibile creare ricchezza reale stampando denaro, quanto mettere in discussione l’idea che il problema sia la domanda, punto centrale su cui si regge gran parte dell’impalcatura keynesiana.

In primo luogo, quando la domanda diminuisce, i keynesiani se la cavano – mi si passi la semplificazione – sostenendo che gli “spiriti animali” si sono ammosciati, e ritengono che questo ammosciamento sia un fenomeno endogeno del mercato. Occorre quindi rivitalizzare gli “spiriti animali”, stimolando la domanda aggregata mediante l’uso delle leve fiscali e monetarie. L’idea di consentire che un calo dei prezzi determini un riallineamento tra domanda e offerta è vista come fumo negli occhi, perché ciò renderebbe insostenibile il peso del debito. Per quale motivo il debitore debba essere privilegiato dallo Stato rispetto al creditore non è chiaro, ma il fatto che lo Stato stesso sia strutturalmente debitore non mi sembra una casualità.

Il problema è che il calo della domanda e la recessione non sono attribuibili a fenomeni esoterici come parrebbe implicito nella narrazione keynesiana, bensì alle conseguenze di azioni esogene al mercato, a vere e proprie distorsioni dovute alla regolamentazione e alla politica monetaria, che stimolano investimenti errati, i quali ex ante appaiono redditizi, mentre ex post si rivelano fallimentari.

E’ del tutto fisiologico che in un’economia di mercato ci siano iniziative imprenditoriali che hanno successo e altre che sono fallimentari, ma quando gli errori sono molteplici e a catena significa che i segnali forniti dai prezzi, che orientano le decisioni delle imprese e delle famiglie, sono distorti. E le distorsioni sono per lo più attribuibili a politiche monetarie espansive e regolamentazioni introdotte dallo Stato.

Il fatto è che le politiche monetarie non possono essere espansive all’infinito, perché ciò comporterebbe, nel lungo periodo, l’implosione del sistema monetario per iperinflazione. Al tempo stesso, però, quando la politica monetaria smette di soffiare aria nella bolla, quest’ultima tende a sgonfiarsi. E’ in questa fase che gli investimenti che ex ante apparivano profittevoli si rivelano fallimentari, ed è sempre in questa fase che la domanda diminuisce. Ma la soluzione non consiste nel risoffiare aria nella stessa bolla o nel creare bolle alternative, bensì nel consentire ai prezzi di aggiustarsi per riallineare domanda e offerta. Le risorse devono, in sostanza, essere riallocate da iniziative fallimentari a nuove iniziative, evitando di introdurre ulteriori distorsioni di politica fiscale o monetaria.

In definitiva, se l’economia langue non occorre creare domanda “a tutti i costi”, bensì lasciare che taluni prezzi scendano (e altri salgano) per riportare in equilibrio domanda e offerta. Non è un processo indolore, ma non lo è neppure la ricetta keynesiana, ancorché nell’immediato crei l’illusione che tutto possa essere risolto senza sacrifici da parte di nessuno, semplicemente stampando denaro e aumentando la spesa pubblica.

I ragazzi ai quali si suppone siano rivolti gli articoli del Sole Junior dovrebbero già essere al corrente del fatto che Babbo Natale è un’invenzione, e che i regali che porta sono sempre pagati da mamma e papà (o qualche altro parente). Con lo Stato vale qualcosa di simile, con molta meno poesia. Perché illuderli che non sia così?

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Mostrati 2 commenti
  • andrea
    Rispondi

    ma guardi che alimentare la domanda non vul dire solo comprare lampadine o scatolette vuote, il consumo e’ una parola generica puoi comprare ferrari tanto quanto macchinari ospedalieri necessari e di ultima generazione per esempio.. Non si deve confondere il consumo con il consumismo!!

  • Fidenato Giorgio
    Rispondi

    Di solito quando ci sono questi momenti di crisi, significa che nei periodi antecedenti di sviluppo incontrollato si sono comprati troppi beni durevoli, la qual cosa ha squilibrato la struttura produttiva. Ad esempio tutti i produttori di automobili dicono che nei periodo di sviluppo turbolento si sono creati capacità produttiva (di automobili) che il mercato ora non è di assorbire. e così per le case, per i centri commerciali, per alberghi, per appartamenti nelle zone di villeggiatura.

    Se non si avesse manipolato il tasso di interesse probabilmente la struttura produttiva si sarebbe evoluta diversamente, verso cioé un sistema produttivi che era in grado di reggere e di remunerare i tassi di interesse richiesti.

    Quindi la distinzione tra beni durevoli e beni di consumo ai fino del nostro ragionamento è privo di qualsiasi validità.

    Ha ragione sempre il grande Corsini.

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