In Anti & Politica, Economia

orologioDI MATTEO CORSINI

“L’oro è una materia prima come un’altra. La sua domanda di base, legata agli usi industriali e ai vezzi dentali e ornamentali, è abbastanza stabile, ma è sballottata dalla speculazione, e su quel fuoco speculativo soffiano quanti ritengono che le valute cartacee siano inaffidabili. Di questa inaffidabilità, secondo i patiti dell’oro, è testimone la grande creazione di moneta che ha avuto luogo negli ultimi anni… A sua volta questa liquidità dovrebbe portare, sempre secondo detti patiti, a un’inflazione fuori controllo che consumerebbe che consumerebbe il rogo delle monete cartacee, lasciando indenne e inossidabile il lucente metallo giallo. Tesi interessante, che ha il solo difetto di non trovare riscontro nella realtà”. (F. Galimberti)

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I sostenitori del verbo keynesiano che individua nell’oro un “barbaro relitto” gongolano ogni volta che il prezzo espresso in monete fiat del metallo giallo scende. Quando, poi, il ribasso è sufficientemente violento come nei giorni scorsi, costoro raggiungono una sorta di orgasmo intellettuale, individuando nel ribasso una conferma della posizione loro e del loro vate.

Credo che il problema di fondo sia sempre lo stesso, ossia considerare con disprezzo ogni comportamento da parte degli altri individui che sia difforme da ciò che loro (sapienti) ritengono giusto e corretto. In questo caso si tratta dell’atteggiamento nei confronti dell’oro.

Considerare l’oro “una materia prima come un’altra” significa rinnegare secoli di storia, quanto meno con riferimento all’evoluzione dei sistemi monetari. L’uso monetario dell’oro è uno dei più efficaci esempi di ordine spontaneo. Al contrario, il fatto che durante il Novecento l’uso monetario dell’oro sia cessato lo si deve a imposizioni da parte di Stati ben lieti di seguire i consigli keynesiani tesi ad abolire la convertibilità tra cartamoneta e metallo giallo. Il tutto ufficialmente per poter meglio adattare la quantità di moneta alle esigenze dell’economia; in realtà, per poter finanziare in modo disinvolto la crescente espansione dello Stato e avere il controllo del sistema economico.

Piaccia o non piaccia a Galimberti e ai keynesiani in generale, una moltitudine di persone attribuisce ancora all’oro una funzione non tanto e non solo di bene rifugio, bensì di moneta alternativa a quelle fiat. Resta da capire, peraltro, come mai diverse banche centrali dei Paesi occidentali mantengano ancora oggi ingenti riserve auree, mentre quelle dei Paesi emergenti stiano gradualmente accumulandone. Se davvero si trattasse di una materia prima da usare solo per fare gioielli e denti di ricambio non si vedrebbe per quale motivo conservarne tanto nei caveau delle banche centrali. Magari la prossima volta Galimberti ci dirà che le banche centrali stanno pensando di diversificare il business, e presto o tardi inizieranno a produrre anelli, collanine e protesi dentarie d’oro.

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Ciò detto, come sempre si finisce a parlare di inflazione. Galimberti guarda i prezzi al consumo salire moderatamente e conclude che tutta l’espansione monetaria finora messa in atto dalle banche centrali non sta portando al “rogo delle monete cartacee”. Pur sorvolando sulla variazione dei prezzi relativi comunque indotti dalle distorsioni monetarie, il problema è che se ci si limita a considerare gli indici dei prezzi al consumo si trascurano i principali effetti delle politiche monetarie, ossia quelli sui prezzi delle attività finanziarie e reali. Non occorre andare tanto indietro nel tempo per avere un esempio: un decennio fa, mentre la Fed attuava una politica generosamente espansiva (anche se non come oggi), i prezzi al consumo crescevano moderatamente, mentre si formava una bolla immobiliare non proprio piccina.

I keynesiani ci rassicurano, dicendo che le banche centrali hanno gli strumenti e le capacità per fare marcia indietro senza che qualcosa sfugga loro di mano. Visti i precedenti, a mio parere delle due l’una: o non hanno ancora capito nulla di moneta, oppure mentono sapendo di mentire.

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