In Anti & Politica, Economia

inflazioneDI MATTEO CORSINI

“Se dovessi gestire io l’economia, quale sarebbe la mia più grande paura? Quella che torni la deflazione, e psicologicamente siamo un po’ in questa situazione. Nonostante i bassi tassi di interesse, il pericolo di una spirale deflazionistica c’è. Che poi vuol dire, in parole povere, alzarsi la mattina con l’intenzione di fare qualcosa e poi pensare: “magari aspetto domani, che sarà una giornata migliore”, quindi alzarsi il giorno dopo e pensare la stessa cosa. L’esempio di questo è il Giappone. L’inflazione è difficile da combattere, però quando uno se la trova davanti, si sveglia la mattina e dice: “devo sbrigarmi prima che la moneta si svaluti ulteriormente”. (L. Blankfein)

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Così ha risposto a un giornalista Lloyd Blankfein, presidente di Goldman Sachs. A suo dire, il vero rischio è che si scivoli in deflazione. Per questo benedice l’operato della Fed e, recentemente, della Bank of Japan. Per semplificare la sua esposizione, Blankfein indica la tendenza a rimandare le azioni (implicitamente azioni di spesa) tipiche della fasi deflattive, e quella ad anticiparle o ad accelerarle tipiche delle fasi inflattive. Per quanto arbitraria e semplicistica, questa spiegazione è in buona sostanza la base della retorica di chi è favorevole a una “moderata” crescita dei prezzi al consumo. Che poi si formino bolle sui prezzi delle attività reali e finanziarie, questo preoccupa poco. Anzi, nel caso di Blankfein si tratta del miglior contesto nel quale aumentare i profitti (ovviamente questo non lo dice).

Dunque, stando a questa versione dei fatti, in un contesto di prezzi decrescenti (o anche solo non sufficientemente crescenti) gli individui sono propensi a rimandare le decisioni di spesa, e questo induce le imprese a rimandare i nuovi investimenti, creando un circolo vizioso. Viceversa, se si è ragionevolmente sicuri che la moneta tenda a perdere potere d’acquisto, le decisioni di spesa vengono accelerate, e questo è visto positivamente. Prima di entrare nel merito delle due proposizioni, osservo una asimmetria: da un lato, si dà per scontato che ogni diminuzione dei prezzi (o crescita insufficiente) crei una spirale apparentemente senza fine, una specie di buco nero economico. Dall’altro, invece, viene scartata l’ipotesi che si possa creare una escalation inflattiva, che porti all’iperinflazione e all’implosione del sistema monetario. Si tratta di un punto di vista quanto meno strano, dato che dei casi di iperinflazione se ne sono verificati, con esiti catastrofici, mentre nessuna civiltà è mai scomparsa a causa della deflazione.

Ma è poi vero che se non si ha l’aspettativa di prezzi in aumento si rimandano a tempo indefinito le spese? A me pare assurdo. A parità di altre condizioni, di certo non vengono rimandate le spese di prima necessità, ma neppure i consumi abituali. Probabilmente potrebbe esserci una maggiore attenzione alle spese per beni durevoli, ma anche in questo caso una spesa ritenuta necessaria non viene rimandata all’infinito, sempre a parità di altre condizioni.

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Per converso, non vedo per quale motivo considerare positivamente uno scenario in cui gli individui sono indotti ad accelerare o anticipare le decisioni di spesa per il timore di perdere potere d’acquisto. Si tratta, a ben vedere, di disincentivare il risparmio, che, però, rappresenta l’unica base sostenibile di finanziamento degli investimenti produttivi e, in ultima analisi, della crescita economica.

In uno scenario inflattivo i risparmi reali sono sostituiti dal denaro creato dal nulla mediante l’espansione del credito nei sistemi bancari a riserva frazionaria, ma questo genera una crescita temporanea e insostenibile delle attività produttive, con il rischio concreto di creare bolle e successive recessioni. Capisco che a Blankfein vada bene, dato che si tratta di uno scenario in cui: testa vinco io, croce arriva lo zio Ben Bernanke a tirarmi fuori dai guai stampando dollari (come, da ultimo, è successo nel 2008 dopo il fallimento di Lehman Brothers), ma una certa qual misura di senso del pudore, forse, non guasterebbe.

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Commenti
  • firmato winston diaz
    Rispondi

    Il problema e’ che la deflazione feroce che stiamo avendo da un bel pezzo in italia e’ provocata da un altrettanto feroce aumento della imposizione fiscale, con conseguente drenaggio di risorse da spendere. Esattamente come deliberato all’inizio degli anni 90 con i governi amato e ciampi. I dati ufficiali, poiche’ mescolano pubblico (meta’ del PIL) e privato, nascondono il fatto che alla continua inflazione del settore pubblico, deve corrispondere una feroce deflazione del settore privato, col risultato di mantenere il valore medio vicino allo zero.

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