In Anti & Politica, Economia, Saggi

DI DAM YOUNG*

Per gli standard della Sinistra, Adolf Hitler sarebbe stato considerato un “grande statista” se fosse morto prima dell’inizio della guerra (o se l’avesse vinta). Questo perché la sinistra tende a misurare la grandezza dall’ammontare di terra e dal numero di persone sotto il pollice di un uomo. Secondo questo standard, Hitler era un grande socialista; ciò che, precisamente, lui e i suoi fedeli aspiravano a diventare.

Il problema iniziò nella Repubblica di Weimar. Al fine di controbilanciare il Reichstag, al presidente della Germania vennero dati ampi poteri: fu stabilita l’elezione diretta, il potere di redigere trattati e stringere alleanze, fu posto al vertice delle forze armate, col potere di sciogliere il Reichstag e sottoporre qualsiasi delle sue leggi a referendum e, sotto il famigerato Articolo 48, aveva il potere di sospendere le libertà civili e politiche “in caso di emergenza”.

Questo venne approvato nel 1933 e rimase la base della “legalità” di Hitler in tutto il periodo Nazista, quando riuscì a succedere a Hindenburg come presidente, nel 1934. Hitler occupò sia la presidenza sia il cancellierato, combinando i loro poteri nella “carica” di führer. Il Reichstag approvò la Legge di Abilitazione, che trasferiva al gabinetto le funzioni legislative del Reichstag.

I decreti abolirono i parlamenti o le diete degli stati, le loro bandiere ed i simboli, riducendoli allo stato di province e semplici divisioni amministrative del governo centrale. Con l’instaurazione del regime arrivarono anche i tentacoli dello stato-polpo – un miscuglio di agenzie esecutive amministrative, quarantadue in tutto (tra l’altro, a partire dal 1992, il governo degli Stati Uniti ha 52 agenzie esecutive di tal genere). Ed oltre a queste quarantadue agenzie c’era il normale Gabinetto, il Consiglio del Gabinetto, il Consiglio di Difesa del Reich ed i suoi numerosi comitati, il Ministero della Pubblica Istruzione, l’Ufficio del Vice Führer, l’Ufficio del Plenipotenziario dell’Economia di Guerra, l’Ufficio del Plenipotenziario di Amministrazione, l’Ufficio del Delegato per il Piano Quadriennale, il Ministero delle Finanze, il Ministero dell’Economia e così via.

Nel 1933 la Germania aveva circa sei milioni di disoccupati. Come i suoi contemporanei nelle capitali e governi di tutto il mondo e, come tanti politici oggi, Hitler aveva poco interesse per l’economia e, difatti, era totalmente digiuno di teoria economica. Anche se la centralizzazione economica dovette attendere fino alla liquidazione o soppressione degli oppositori politici e dei gruppi di opposizione organizzata, il “new deal” dei Nazisti iniziò quasi subito.

Ad esempio, nel mese di Ottobre del 1933, Hitler dichiarò che “la rovina del contadino Tedesco sarà la rovina del popolo Tedesco”. Vennero insediati nuovi programmi agricoli, insieme alla propaganda sulla Blut und Bloden. Hitler nominò Direttore del Ministero per l’Alimentazione e l’Agricoltura Walther Darre, che nel 1929 aveva pubblicato un libro, The Peasantry as the Life Source of the Nordic Race.

Darre voleva “riformare” la produzione e l’introduzione sul mercato degli alimenti ed aumentare i prezzi per i coltivatori. L’intero programma di Darre fu progettato con un obiettivo in mente: isolare il coltivatore agricolo dal mercato. Per questo scopo, Darre promulgò la Legge Ereditaria delle Fattorie nel 1933, che aveva lo scopo di impedire la preclusione del diritto ipotecario o la vendita del terreno a scapito della libertà dei coltivatori. Questa “legge” stabiliva che soltanto i Tedeschi ariani, in grado di dimostrare la purezza del loro sangue fino al 1800, potevano possedere un podere.

Ogni podere, fino a 308 acri, fu dichiarato proprietà ereditaria: non poteva essere venduto, diviso, ipotecato o precluso per debito. Con la morte del suo proprietario, sarebbe passato al suo parente maschio più vicino, che a sua volta sarebbe stato costretto a fornire un reddito e una formazione ai suoi parenti. Il coltivatore agricolo venne denominato bauer o contadino, un “titolo onorifico” di cui sarebbe stato privato se avesse rotto “il codice d’onore agricolo”, ovvero, se avesse smesso di coltivare.

A complemento venne stabilita la Proprietà Alimentare del Reich per regolare gli stati e la produzione dei coltivatori. La sua ampia burocrazia imponeva regolamenti che toccavano tutti i campi della vita del coltivatore e la sua produzione, elaborazione e vendita di alimentari; era comandata da Darre stesso come “Capo del Contadini del Reich.”

La Proprietà Alimentare del Reich aveva due obiettivi: aumentare i prezzi agricoli e rendere la Germania “autosufficiente negli alimenti”. Darre fissò arbitrariamente i prezzi dei prodotti agricoli: nei primi due anni del regime, i prezzi all’ingrosso aumentarono del 20% e per il bestiame, le verdure e i latticini, l’aumento fu ancora più ripido. Ma il settore dell’agricoltura non era esente; i costi supplementari di questi prezzi artificiali si riversarono su tutti i consumatori.

Per il suo primo anno, il regime si concentrò su un programma di garanzie governative sui prestiti; leggi di stimolo per opere pubbliche, come la costruzione di strade e la forestazione e “sgravi fiscali mirati” alle imprese che avevano aumentato le spese di capitale e aumentato il numero di dipendenti. Ma dal 1934 in poi, l’attuazione del Wehrwirtschaft, o economia di guerra, divenne il modello a cui erano subordinati affari e lavoro e che venne progettato per operare, non solo in tempo di guerra, ma nel periodo precedente alla guerra.

L’economia della guerra totale si basava sul riarmo, la costruzione e la manutenzione di una macchina da guerra enorme a cui era subordinata l’intera società; per fare questo il regime ricorse all’inflazione. Hjalmar Schacht, il ministro dell’economia, stampò Reichmarks e manipolò il loro valore di cambio ufficiale in modo che, in una volta, vennero stimati avere 237 valori ufficiali diversi. Organizzò accordi di baratto con i governi stranieri ed inventò strumenti finanziari che venivano emessi dalla banca centrale e “garantiti” dal governo e che venivano tenuti “fuori bilancio” per pagare il riarmo. Le banche Tedesche erano obbligate ad accettarli ed erano attualizzati dalla banca centrale. Il ministro delle finanze spiegò a Hitler che si trattava “solo di un modo di stampar denaro”.

Nel 1936, venne inaugurato il programma quadriennale di Göring. Questo fece di lui, che era ignorante in economia quasi quanto Hitler, il dittatore economico della Germania. Spingendo per un’economia totale di guerra, venne decretato il protezionismo e l’autarchia venne denominata “Battaglia della Produzione”: le importazioni di consumo vennero quasi eliminate, il controllo di salari e prezzi fu promulgato e vaste opere pubbliche costruite per lavorare le materie prime.

La burocratizzazione dell’economia seguì necessariamente: Walther Funk, che sostituì Walther Schacht come ministro dell’economia nel 1937, ammise che “le comunicazioni ufficiali oggi compongono più della metà dell’intera corrispondenza dell’industria Tedesca” e che “le esportazioni della Germania coinvolgono giornalmente 40.000 transazioni separate; tuttavia, per ogni singola transazione, quaranta moduli differenti devono essere compilati.”

Gli uomini d’affari e gli imprenditori furono soffocati dal nastro rosso, veniva detto loro dallo stato cosa e quanto potevano produrre ed a che prezzo, erano oberati dalle tasse e furono costretti a dare “contributi speciali” al partito. Le società sotto una capitalizzazione di $40.000 si dissolsero e fondarne di nuove con capitalizzazione inferiore a $2.000.000 venne proibito, cosa che eliminò un quinto di tutte le aziende Tedesche.

La monopolizzazione dell’industria, iniziata prima del regime Nazista, fu resa obbligatoria e ampliata e il Ministero dell’Economia fu autorizzato a formare nuovi cartelli, con la facoltà di costringere le imprese a fondersi con quelle esistenti. Il labirinto di imprese ed associazioni di categoria, creato per esercitare pressioni sulla Repubblica di Weimar, venne nazionalizzato e reso obbligatorio per tutte le imprese.

Venne istituita la Camera Economica del Reich, in cima a tutte queste associazioni: si trattava di sette gruppi economici nazionali, ventitre camere economiche, settanta camere di artigianato e cento camere dell’industria e del commercio. Da queste burocrazie e numerosi uffici ed agenzie del Ministero dell’Economia e dell’Ufficio del Piano Quadriennale, piovvero una marea di decreti e leggi, che a loro volta crearono per le aziende la necessità, da un lato, di avvocati ed uffici legali per comprendere queste regole e dall’altro di un regime sistematico di corruzione dei funzionari.

Poi, nel Febbraio del 1935 tutta l’occupazione passò sotto il controllo esclusivo di uffici di collocamento statali che determinavano chi avrebbe lavorato dove e per quanto tempo. E, il 22 Giugno del 1938, l’Ufficio del Piano Quadriennale istituì un’occupazione garantita mediante la coscrizione del lavoro: ogni lavoratore Tedesco veniva assegnato ad una posizione, dalla quale non poteva essere esonerato dal datore di lavoro, né poteva cambiare lavoro, senza il permesso dell’ufficio del lavoro del governo. L’assenteismo sul lavoro era punito con multe o reclusione, tutto in nome della “sicurezza sul lavoro”. Uno slogan popolare Nazista, a quel tempo, diceva “l’Interesse Comune prima del Proprio!”.

E, nella sua prefazione all’edizione del 1936 in lingua Tedesca della sua General Theory of Employment, Interest and Money, John Maynard Keynes scrisse: “La teoria della produzione aggregata, che è il punto centrale del libro seguente, tuttavia, può essere adattata molto più facilmente alle condizioni di uno stato totalitario rispetto alla teoria della produzione e della distribuzione in condizioni di libera concorrenza e di elevato grado di laissez-faire”.

Anche la vita sociale era centralizzata dal Reich. Sotto l’organizzazione “Forza attraverso la Gioia”, il tempo libero delle persone era irreggimentato. A nessuno sport o gruppo ricreativo – dal club degli scacchi e dal calcio alla classificazione degli uccelli, all’istruzione degli adulti, al teatro, all’opera, ai concerti e alla musica – era permesso il funzionamento senza la supervisione dello stato. Oltre ai costi sociali che derivano dall’impedire alle persone di badare a sé stesse, c’erano gli enormi costi di questa immensa burocrazia che presidiava le attività private dei cittadini.

Le tradizioni locali furono attaccate ed eliminate, le armi da fuoco vennero messe fuorilegge e confiscate e venne tentata la fusione delle varie chiese Cristiane e l’eliminazione dei simboli Cristiani nei luoghi pubblici e nelle scuole. Anche l’istruzione passò sotto il controllo centrale del Ministro della Pubblica Istruzione del Reich, che progettava i curriculum, i libri di testo rivisti e gli insegnanti autorizzati.

Ultimo ma non meno importante e forse vera eredità dei Nazisti, fu la loro dottrina della colpa collettiva che è ora tanto di moda da essere usata non solo contro i Tedeschi stessi, ma anche contro i Cattolici, i Palestinesi, gli Ebrei, i Musulmani e tanti altri; essa è, inostre, alla base  delle rivendicazioni riparatrici per la schiavitù nera ed è stata utilizzata più di recente contro i Serbi, così come contro i Cinesi. La colpa collettiva è tornata come fulcro della politica dello stato, in relazione a gruppi di vittime ufficiali e ai loro presunti carnefici; è diventata l’elemento centrale delle politiche nei dibattiti etici oggi.

In Germania, Gran Bretagna, Francia e Stati Uniti, tra tanti altri, sentiamo ancora le vecchie richieste di protezionismo, di sviluppo nazionale e di “politiche nazionali”, di controllo dei prezzi e dei salari e di sussidi agricoli, di maggiore controllo centrale sul finanziamento all’istruzione, di redistribuzione della ricchezza e conseguenti giustificazioni morali, di sostegno risoluto ad un’economia di guerra in tempo di pace. Vediamo che tutte queste cause cosiddette “progressiste” conducono ad una rovina sociale, ad un dolore e ad una rabbia montante.

Ludwig von Mises ci ha ricordato, nell’Azione Umana, che i Nazisti usarono “Ebreo” come sinonimo di “capitalista”. Quello che questo 46% di Tedeschi – e, anzi, la vasta maggioranza in tutte le nazioni – non vede è che queste politiche, cosiddette “buone”, conducono inevitabilmente alla guerra ed al controllo totale. Quest’ultimo punto richiede quello precedente come “rimedio”, al fine di arrestare l’inevitabile declino economico e crollo susseguente. E’ un peccato che così tante persone, che ritengono necessario imparare dal passato, non abbiano imparato le lezioni più importanti.

*Articolo di Adam Young sul periodico Free Market

Traduzione di Francesco Simoncelli- PUBBLICATO SU VONMISES.IT

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Mostrati 62 commenti
  • Giovanopoulos
    Rispondi

    Mille grazie, articolo molto istruttivo!
    Tutta roba fraudolentemente ignorata in Italia per perpetuare in eterno la finta dicotomia tra i fratelli nazi-fascisti e comunisti.
    Così anche in URSS, consapevoli dell’importanza del linguaggio, i Nazionalsocialisti non venivano mai chiamati con il loro nome bensì fascisti.

  • Max
    Rispondi

    Mi risulta che la cambiale garantita dallo stato (MeFo) era un bene di scambio spontaneo tra imprenditori patriottici col mutuo accordo di ritardarne il più possibile l’incasso (cosa che avrebbe complicato le cose), usandola invece come contante.
    Schacht in fondo ebbe alcune idee ardite che risolvettero molti problemi; un antesignano della finanza creativa che fregandosene delle teorie economiche classiche ottenne risultati sbalorditivi, a dimostrazione che l’economia usa la matematica, ma non è una scienza esatta come la matematica.

    • Dino.
      Rispondi

      Schacht il banchiere centrale, si salvò dal cappio di Norimberga perché già prima dell’avvento di Hitler aveva preso parte alla conferenza di Genova e ad altre riunioni di banchieri centrali, dove molto probabilmente strinse amicizie importanti che al momento opportuno lo tirarono fuori dai guai. Non ottenne alcun risultato sbalorditivo, a tal proposito c’è un interessante articolo su associazione vonMises sito italiano, su “Germania nazista e keynesismo militare”. I risultati cui tu ti riferisci, li ottenne Ludwig Erhard nell’immediato dopoguerra semmai…….

      • Max
        Rispondi

        Caro Ciccio, tu pensa quel che vuoi, cioè tutto e il contrario di tutto a seconda delle tue varie epifanie.

        Rispetto il sito di von Mises, ma non lo idolatro. In questo caso lascia molto a desiderare la sua analisi scontata e poco storica di un paese in ginocchio. “La moneta fiscale del Terzo Reich” di Sylos Labini mi pare molto più obiettivo e interessante.

        btw
        Tra l’altro Schacht sembra fosse ebreo: non si riesce a capire bene.
        Blondet lo dà per certo (vatti a fidare di Blondet), ma sul cappio non ci sarebbe comunque mai finito, visto che non ci finirono neppure Hesse e Speer (studiare un po’ di storia pare brutto?)

        • Dino.
          Rispondi

          Ciccio dillo a tuo cugino, del resto non abbiamo mai mangiato e bevuto assieme, non capisco tutta sta confidenza. Blondet è un cazzaro antisemita, uno dei tanti. Sul suo sito ci son passato un paio di volte; fosse per gente come lui, una bella guerra mondiale per rimescolare le carte in tavola, sarebbe una buona soluzione.
          Hesse e Speer, anche loro salvati per avere avuto amicizie influenti nel mondo anglosassone; sul primo c’è il caso del misterioso volo sul nord dell’Inghilterra, dove si gettò nelle braccia della perfida Albione. In ogni caso la loro fortuna a differenza di Ribbentrop fu quella di non avere avuto a che fare direttamente con Stalin ed i Sovietici.

        • Max
          Rispondi

          Mi accorgo che ho scritto per disattenzione Hesse anzichè Hess: la “e” di congiunzione che poi ho comunque ripetuto.
          Hess delfino di Hitler, Hesse scrittore, Hoess comandante di Auschwitz.

          Sul tuo incipit dico solo che Pesach is soon to come, so take it easy darling Ciccio-Vito-Vilma and happy Passover.

          • Dino.

            L’avevo notato che tu fossi un vero storico, tranquillo….. persino poliglotta.

  • Albert Nextein
    Rispondi

    Da stampare e tenere gelosamente pronto per quei dementi che ritengono fascismo e comunismo antitetici.

  • Pedante
    Rispondi

    “le armi da fuoco vennero messe fuorilegge e confiscate”

    Solo per gli ebrei, considerati una quinta colonna. Per i cittadini non ebrei invece la detenzione di armi era incoraggiata e agevolata. Ci sono molte differenze tra le due ideologie e questo senza difendere né una né l’altra.

    • Fabrizio Fv
      Rispondi

      ” ……. e questo senza difendere né una né l’altra ”

      Ahahahah …….. una quindicina di anni fa , a “Mai dire gol” , Claudio Bisio faceva delle simpatiche scenette, dove impersonava il sindaco di un paese immaginario e , a rotazione, si presentava in camicia nera e saluto romano gridando “noi non siamo fascisti” oppure in completo rosa sculettando e gridava “noi non siamo omosessuali”.

      Ci sarebbe poi anche quella frase latina ” Excusatio non petita ……..”

      • Dino.
        Rispondi

        Che io sappia il possesso personale di armi era vietato nella Germania nazista. Veniva incoraggiato il prendere parte all’addestramento con armi da fuoco, detenute dalle associazioni paramilitari facenti capo al partito. Un po’ come in Italia con la MVN fascista.

        • Dino.
          Rispondi

          Il partito deteneva le armi, forse per poterle possedere bisognava entrarci nel partito, ma non c’è traccia di “libero possesso”.

        • Pedante
          Rispondi

          Il vero divieto di detenzione risale al 1920. I nazionalsocialisti e i comunisti effettuarono una parziale liberalizzazione nel 1928. Sebbene fosse obbligatorio registrare le armi il comune cittadino le poteva possedere.
          http://firearmtrainingstore.com/about-us/blog/did-hitler-ban-guns/

      • Pedante
        Rispondi

        Excusatio non petita, accusatio manifesta:

        “non si può negare che il fascismo e tutte le tendenze dittatoriali analoghe siano animate dalle migliori intenzioni, e che il loro intervento per il momento abbia salvato la civiltà europea. I meriti acquisiti dal fascismo con la sua azione rimarranno in eterno nella storia”, L. VON MISES, Liberalismus, op. cit. (trad. it. cit. p. 263).

        Ralph Raico contestualizza questa citazione senza inutili manicheismi.

        https://mises.org/system/tdf/12_1_1_0.pdf?file=1&type=document

        • Fabrizio Fv
          Rispondi

          Appunto …… carissimo Pedante, stai difendendo il nazi-fascismo.

          Fra l’altro esiste un pensiero comune molto diffuso (E ALTRETTANTO SBAGLIATO) che dice l’esatto contrario, cioè che l’Europa occidentale sia stata salvata da Stalin.

        • Max
          Rispondi

          “non si può negare che il fascismo e tutte le tendenze dittatoriali analoghe siano animate dalle migliori intenzioni, e che il loro intervento per il momento abbia salvato la civiltà europea. I meriti acquisiti dal fascismo con la sua azione rimarranno in eterno nella storia”, L. VON MISES, Liberalismus, op. cit. (trad. it. cit. p. 263).

          Anche un uomo di parte, se intelligente, non può non riconoscere una verità storica. La sfera di cristallo nel 27 Mises non ce l’aveva e nel 27 il nazismo era ancora embrionale, quindi si riferiva soprattutto all’Italia.

          • firmato winston diaz

            Il nazismo in quel periodo in pratica non esisteva proprio, vedo su wikipedia che la NSDAP prendeva circa il 2 per cento dei voti.
            Mussolini invece, per un bel po’, e’ stato apprezzato dagli anglosassoni e in generale all’estero oltre che in patria, perche’ tutti lo vedevano come l’uomo adatto per modernizzare un paese gia’ allora incasinato come l’italia (i meandri della politica italiana erano incomprensibili per i non specialisti gia’ da poco dopo l’unita’) e soprattutto a rischio di cadere sotto l’ala estrema del bolscevismo. Da questo punto di vista Mussolini fu considerato, nel primo decennio, un moderato e un pacificatore, pur col le sue origini socialiste massimaliste, compatibilmente col clima rivoluzionario che sobbolliva particolarmente in italia dopo la fine della prima guerra mondiale, guerra che pur avendola vinta, dal punto di vista del disordine sociale ed economico che ne e’ seguito e’ come se l’avessimo persa (mentre la seconda pur avendola persa, negli esiti e’ come se l’avessimo vinta – boh i meandri della storia).
            Comunque storicamente e’ vero che Mussolini perlomeno all’inizio fu considerato un po’ da tutti un grande statista adatto all’italia, compresi i nemici successivi. Avendo abbastanza studiato la storia di quel periodo, c’e’ da dire che quando il duce decise l’alleanza coi tedeschi, ando’ contro la volonta’ e il sentimento di TUTTI i piu’ importanti gerarchi del regime (Bottai, Grandi, Ciano, Balbo, tutti culturalmente filo-anglosassoni), e contro il sentire dei due principali intellettuali del fascismo, D’Annunzio e Marinetti, che erano visceralmente antitedeschi, visti come nemici storici dell’italia. Furono invece filotedesche e filonaziste le due piu’ importanti donne per il duce, l’amante Petacci e la irrequieta figlia Edda (sono cosi’ efficienti, con cosi’ belle uniformi…). Chissa’…

          • firmato winston diaz

            Fra l’altro la politica economica del primo fascismo fu gestita da economisti liberali (corbino e de stefani, mi pare), e fu, guardacaso, un grande successo…. crescita del 10 per cento annuo, dopo gli anni disastrosi del primo dopoguerra.
            Ma duro’ poco, solo due o tre anni.
            Nello stesso periodo, se non fosse morto e sostituito da Stalin, preso atto dei miseri risultati dell’organizzazione comunista, forse anche Lenin avrebbe virato verso la cosiddetta Nuova Politica Economica in difesa della piccola impresa e della piccola proprieta’: ma fece prima un coccolone e poi mori’, e Stalin ne prese il posto, con gli esiti agghiaccianti che ben sappiamo.

            Il fascismo solo in un secondo tempo viro’ in senso keynesiano ante-litteram, tanto da essere preso a modello da roosevelt nel suo new deal: il new deal rooseveltiano fu una letterale scopiazzatura della politica economica del fascismo nella seconda fase seguita a quella, iniziale e invece di grande successo, liberale.

            Mentre l’economia del nazismo, come bene spiega l’articolo, fu da subito una vera e propria economia di guerra, o di preparazione alla guerra: durante una guerra probabilmente qualsiasi paese tende ad organizzarsi cosi’, e a sospendere le usuali liberta’ ammesso che ne avesse prima. L’unione sovietica fu totalmente illiberale perche’ si tratto’ di fatto di un regime organizzato gerarchicamente come un esercito, come e’ sempre stata la russia, durante e dopo lo zarismo, piuttosto che perche’ comunista. Tanto che alcuni storici affermano che il comunismo fu il modo in cui la terribile e infame burocrazia russa sopravvisse alla fine degli zar. Morto lo zar, si attacco’ subito al nuovo ospite.

            Dubito comunque che un eventuale comunismo in italia avrebbe potuto prendere una tale piega… cosi’ come il fascismo, pur con le sue nefandezze, non fu paragonabile al nazismo, che pure ispiro’, sotto quasi nessun aspetto.

          • Dino.

            Adesso oltre che a Lombroso, ti dedichi pure nell’approfondire il fascismo ed i suoi “meriti”? e quale sarebbe questa “verità storica”?
            Winston scusami ma quando il Duce scelse l’intervento non è mica vero che andò contro tutti i più importanti gerarchi, a parte Balbo e Grandi, che rimasero comunque al loro posto senza rassegnare dimissioni, durante il collasso Francese in Italia prese piede il “partito dell’acciaio”, i filotedeschi finirono per essere maggioranza, ci confermammo ancora una volta inaffidabili, si diffuse la convinzione anche tra la popolazione(soprattutto grazie all’opera martellante della stampa di regime) che la guerra sarebbe di li a poco terminata e che in un Europa dominata dalla Germania, sarebbe stato conveniente schierarci con i vincitori presunti. Senza voler scomodare De Felice, mio padre era del ’24 e parlavamo spesso di quel periodo, delle miserie, dell’autarchia e delle famiglie decimate dalla tubercolosi, mentre si facevano i record e si liberava Adua; il problema del fascismo è questo, il pacco una volta scelto te lo prendi per intero: Mussolini fu quello che mise ordine, fece tornare i treni in orario ecc così come fu l’assassino degli alpini, mandandoli a marciare e crepare in Grecia e steppa Russa.
            Diverso è il caso di Augusto Pinochet, diverso il contesto e tutto.

          • firmato winston diaz

            Ma quali meriti?
            Non sono opinioni mie, ho riportato le opinioni dell’epoca, vanno contestualizzate, mica tutti ragionano come noi due, e come noi due adesso nel 2018.
            Le cose che dici comunque sono giuste, risultano anche a me (e non sono per niente in contraddizione con le altre dette prima).

            Se ho approfondito la storia, comunque, e’ anche perche’ mia madre venne condannata a morte come combattente antifascista alla fine della guerra. Qui la guerra vera, quella civile, arrivo’ dopo l’8 settembre, al sud non hanno visto niente.

          • Dino.

            Non mi riferivo a te, ma al genio del commento precedente al tuo.
            Beh insomma “l’opera di convincimento” a suon di bombe al sud, dell’estate ’43 fu terribile. A Foggia come a Roma cadevano i palazzi interi, senza tralasciare l’esplosione del carico d’iprite nel porto di Bari; poi per carità non ci fu la guerra civile per fortuna. Cmqe aveva ragione De Felice, prima del ’40 e dell’ingresso in guerra gli Italiani erano in maggioranza dalla parte di Mussolini; altro che italiani brava gente, italiani gente pericolosa semmai.

          • Max

            Di meriti ha parlato il genio Mises, che scriveva nel 27 e quindi va contestualizzato. Ha persino scritto “per adesso” per pararsi il c**o.
            Ed io ho persino ripetuto ben due volte “nel 27” per sottolineare.

            Ciccio pasticcio, che s’incazza se m’impiccio…

            Come ho già detto altrove e con altre parole, tutte le tue grandi facoltà dialettiche paragonabili a quelle matematiche di un idiot savant ti riducono poi a non comprendere una frase nemmeno tanto più complessa di un bigliettino dei Baci Perugina.

            Leggere significa procedere con lo sguardo in direzione sinistra-destra e dall’alto in basso; tale processo ti potrà sembrare complesso all’inizio, ma, persistendo e con buona volontà, la difficoltà diminuisce poco a poco fino a scomparire.

            Insomma, ce la puoi fare! Don’t worry. C’è speranza anche per te! Be happy !!!

  • Pedante
    Rispondi

    Tra parentesi la Germania ha sempre avuto leggi piuttosto restrittive sulla detenzione di armi. Se non sbaglio il “libero possesso” è essenzialmente un fenomeno anglosassone.

  • Giorgio
    Rispondi

    basterebbe avere solo poche basi di marxismo per conoscere come la concettualizzazione della società di origine marxista non ha nulla a che vedere con quella nazi-fascista. senza contare che il movimento operaio è nato come movimento internazionalista per vocazione, contro cui i vari nazionalisti hanno sempre lottato. comunque, come dicevo, è la coscienza di classe che differenzia in maniera radicale un marxista da un nazifascista, tale che la sovrapposizione tra le due categorie può solo evidenziare delle similitudini sovrastrutturali, che traggono origine però da due concezioni della storia completamente diverse. un marxista non è un platonico, come lo è un nazifascista, è un aristotelico. un marxista sa che le persone si dividono tra quelle che detengono i mezzi di produzione e quelli che vendono la loro forza lavoro a quelle, con tutte le sfumature del caso. un nazifascista invece ha una concezione platonica dell’identità, quindi ciò che conta veramente per lui è l’appartenenza a una fantomatica razza che sarebbe descritta e riconosciuta da prerogative quali il sangue, la religione, la patria e via dicendo. dire “Per gli standard della Sinistra, Adolf Hitler sarebbe stato considerato un “grande statista” se fosse morto prima dell’inizio della guerra” equivale a dimostrare la propria totale e completa ignoranza su cosa sia veramente il marxismo e la sinistra che a esso si ispira o, peggio, a limitarsi a cogliere solo gli aspetti esteriori dei due fenomeni, senza un benché minimo sforzo di penetrarne le relative idee e concetti.

  • Alessandro Colla
    Rispondi

    Naturalmente l’inutile “arieccolo” non poteva mancare all’appuntamento per palesare la propria evidente ignoranza su tutto accusando di ignoranza gli altri. Passi per le differenziazioni tra nazionalismo razziale e internazionalismo “proletario” che sono tra le poche cose a distinguere i due apparenti contendenti. In questo, forse solo in questo, Marx era più scientifico. Ma quando si scrive che l’articolo coglierebbe solo gli aspetti esteriori dei due fenomeni, evidentemente ci si svela come persone (?) non in grado di leggere. In realtà l’articolo ha colto proprio gli aspetti essenziali di entrambe le posizioni, specialmente in termini guridici ed economici. Sostenere che il marxismo non sia platonico dimostra non solo un’ignoranza crassa in filosofia ma anche un’involontario approccio all’umorismo che masochisticamente si produce in una serie di brutte figure. Il marxismo non è platonico? Allora l’induismo non è religioso e la capsicina non è piccante. Gabbare il marxismo come dottrina aristotelica significa non capire nulla di cosa la scienza filosofica sia. Aristotele va considerato anche più “liberale” dei nazionalisti contemporanei ma di conseguenza lo è molto ma molto di più dei marxisti. Tutti e due gli schieramenti devono tantissimo a Platone, Hegel e Schmitt in particolare; e Marx apparteneva alla sinistra hegeliana (è doveroso ricordarlo perché il “grande esperto” non lo sa). Gli stessi interessati lo confermano, forse qualcuno li ritiene inconsapevolmente aristotelici. Hegel sostiene che Platone sia il massimo della dialettica e Aristotele un campione di soggettivismo. Se non è vero (perché poi, quello che “inventa”, a parere dei babbei sarei io) lo si dimostri con uno scritto contrario dello stesso Hegel. Le differenze di Marx con Hegel vanno ricondotte all’aspetto materialstico del primo che lo vede contrapposto a un idealsitico mondo dei sensi del secondo. Tutto qui. Il disprezzo per l’individuo, questione fondamentale della quale gli sciocchi non si avvedono, è comune a tutte e due le correnti hegeliane ed è tutt’altro che aspetto esteriore. E’ anzi il più importante degli aspetti che caratterizzano la storia del pensiero. Chi non conosce quest’ultima, ovviamente non se ne avvede. La stupidaggine che il marxista “sa” che la divisione sia tra chi detiene i mezzi di produzione e chi vende la propria forza lavoro, va presa per quello che è: appunto una stupidaggine. Intanto il marxista NON sa, altrimenti non potrebbe qualificarsi come marxista. Poi sarebbe ora di comprendere (verbo impossibile nel caso patologico in questione) che la forza lavoro è altrettanto un mezzo di produzione che il singolo detiene. Talmente è vero che la si può vendere. Il massimo sarebbe il poter stabilire il prezzo senza obblighi di contratti collettivi che i buro – plato – hegelo – marxisti continuano stupidamente a difendere. O forse più interessatamente che stupidamente. La repubblica di Platone è uno stato totalitario dove tutti i mezzi di produzione sono prerogativa della repubblica stessa. E dove anche le donne sono proprietà collettiva (informazione per l’onorevole Boldrini). Se Marx è aristotelico vuol dire che è a favore della proprietà privata. Mi si citi una sola riga del trevireo nei confronti di quest’istituto e andrò a Canossa. Rinnovo un invito: la smetta Alessandro Colla, nelle sue frequentazioni pubbliche, di parlare di calcio (inteso come sport), di Formula Uno, di motociclismo, di attività sportive in generale, di moda, di omeopatia, di feste sanremesi della canzone, di teleromanzi in un milione di puntate, di fumetti, di hip hop e di balere. Non sono argomenti per lui e ogni volta che li tratta si espone a evidenti brutte figure. Specularmente evitino i cialtroni orecchianti (per altro con scarso orecchio) di parlare di filosofia senza prima alfabetizzarsi. Smettano soprattutto di pontificare e di salire in cattedra, pretendendo di insegnare a chi ne sa più di loro non perché esperto ma semplicemente perché già alfabetizzato.

    • firmato winston diaz
      Rispondi

      Ok pero’ che il marxismo pretenda di essere razionalistico-scientista mentre il nazismo al contrario si richiami ad un irrazionalismo della volonta’ che nemmeno si abbassa a richiedere ulteriori giustificazioni, e’ tanto assodato da andare oltre il luogo comune. In questo senso la distinzione fra platonico e aristotelico non e’ del tutto fuori luogo.

  • GIG
    Rispondi

    @ Alessandro
    applausi come sempre.
    Leggerti è ossigeno per la mente.
    grazie

  • Alessandro Colla
    Rispondi

    Federigo Enriques sosteneva che per Platone la ragione è fondamentale. Erano gli anni trenta del ventesimo secolo, è vero, ma non è questione semplice. Il discorso dell’anima umana che si introduce nel corpo è senz’altro un concetto meno razionalistico. Solo che gli schieramenti hegeliani rimangono platonici tutti e due, con poche differenze. Le distinzioni ci sono tra pensiero aristotelico e pensiero platonico. Ma di aristotelico nel marxismo non c’è nulla. La politeia dello stagirita è antitetica all’oclocrazia dei collettivisti statalisti. Non so se quanto scrivo sia effettivo ossigeno per la mente, probabilmente non per tutte le menti. In ogni modo un grazie spassionato a GIG.

    • firmato winston diaz
      Rispondi

      “Ma di aristotelico nel marxismo non c’è nulla”

      E’ ora di cambiare il mondo con l’azione, e smetterla di limitarsi ad interpretarlo “parlandosi addosso”, come piu’ o meno disse Marx, non mi pare un’affermazione molto platonica, ne’ idealistica. :)

      Razionalismo nell’ambito filosofico va contrapposto a pragmatismo: per il razionalismo, e per platone, la realta’ ultima si trova nella mente degli uomini, fino ad arrivare all’idealismo per il quale l’unica realta’ e’ nello spirito. Sinceramente non ci trovo molto di marxistico in questa convinzione, considerato che il marxismo e’ la filosofia, per definizione, del materialismo.

      Dell’idealismo Marx prende la dialettica (“materialismo dialettico”…), presumibilmente per giustificare lo scontro fra le classi (dialettica: tesi, antitesi, sintesi).

      Comunque in effetti il titolo dell’articolo, per cui “fra comunismo e nazismo non esiste alcuna differenza”, diciamoci la verita’, la spara grossa, e l’unica cosa che da’ l’impressione di voler davvero fare, come molti degli articoli e degli interventi qua dentro, e’ cercare la rissa, attaccar briga.

      Alla fine l’impressione e’ che per l’anarcocapitalista tutto cio’ che non si conforma rigidamente alla sua dottrina va messo nello stesso calderone ed e’ ugualmente nemico: il che non e’ molto libertario… e probabilmente e’ lo stesso motivo per cui tale ideologia, alla fine, in pratica, attira moltissimi che, antropologicamente, sono personalita’ di estrema destra, e che col liberalismo se hanno qualche rapporto e’ nello starne ben lontani e all’estremo opposto. Qualcosa di simile e’ successa a suo tempo ai movimenti localistico/federalisti, fino alla triste conclusione nell’attualita’ politica di oggi.

      Rilevato il rischio di questa deriva, bisognerebbe cercare di starne lontani, e non di coltivarla come invece si fa di fatto.

  • Giovanopoulos
    Rispondi

    Interessanti le dotte disquisizioni, dico sul serio. Tuttavia, a me che sono più terra-terra, mi basta sapere che in entrambe le ideologie l’individuo non conta un cazzo e il dio Stato è tutto.
    Pertanto, grida vendetta che da Norimberga in poi, i criminali comunisti si siano autoproclamati giudici dei compari di merende nazisti e da ciò abbiano ricavato la loro legittimità per decenni e decenni.
    Sia maledetta la memoria politica di Roosevelt che ha nutrito e legittimato la bestia rossa rovinando la vita di intere generazioni passate e future.

    • Dino.
      Rispondi

      Senza banche centrali non ci sarebbe stata la prima guerra mondiale e relative crisi inflazionistiche, non avremmo avuto alcuna rivoluzione d’ottobre, non ci sarebbe stata Weimar, non ci sarebbe stato il nazismo e così via…. Non per difendere Roosevelt per carità, ma la visione deve essere d’insieme e consequenziale degli eventi.

      • Max
        Rispondi

        E se mio nonno avesse avuto le ruote sarebbe stato un tram.
        Me l’ha detto pure mio cugggino.

        btw
        Diogene-Talebano-Hong-John aspettano il burattinaio.

        • Dino.
          Rispondi

          Tuo nonno o chi per lui, avrebbe dovuto insegnarti la buona educazione. Le guerre fino al 1913, costavano tanto, si pagavano con il denaro vero, non con i soldi del monopoli, infatti si adoperavano diplomaticamente in tutti i modi, al fine di poterle evitare e se cominciate si cercava di terminarle il prima possibile. Salutami cussprinita.

          • firmato winston diaz

            “Le guerre fino al 1913, costavano tanto, si pagavano con il denaro vero”

            Per quanto riguarda le guerre, lo spartiacque dell’era moderna e’ Napoleone con il suo primo esercito di leva di massa. Prima le normali guerre (cioe’ quelle non civili) erano roba per professionisti, e le facevano i nobili per il potere e l’onore, i mercenari per il soldo, e i galeotti per punizione, mentre il resto del popolo ne soffriva solo indirettamente per il disordine e le confische alimentari che ne risultavano.

            Le due guerre mondiali leggevo ieri da qualche parte che si possono considerare la prima grande guerra civile europea che segui’ a quella, seicentesca, dei trent’anni, fra cattolici e protestanti. Definizione che mi pare interessante piu’ che quella che tira in ballo le banche centrali…

    • firmato winston diaz
      Rispondi

      “in entrambe le ideologie l’individuo non conta un cazzo e il dio Stato è tutto”

      Questo pero’ e’ molto piu’ tipico delle destre fasciste che delle sinistre internazionaliste: nei fascismi e nei nazismi (nomen omen) l’individuo trova la sua vera realizzazione ed e’ “veramente libero” solo quando si “scioglie” nella collettivita’ cui appartiene (vedi l’idealismo gentiliano, e purtroppo anche certa parte del “Marx della borghesia”, Max Weber).
      Nel comunismo marxista il disciogliersi dell’individuo nello Stato non mi pare sia per niente prioritario ne’ prescritto, anzi tutt’altro: per Marx lo Stato Nazionale (tipico dei fascismi) e’ lo stratagemma identitario con il quale la borghesia tiene in scacco il proletario, “alienandolo” e confondendolo con “falsa coscienza” per dominarlo e sfruttarlo meglio. Non per niente i socialisti riformisti di Turati erano del tutto contrari all’ingresso nella prima guerra mondiale, mentre il socialista massimalista Mussolini, l’originale inventore del fascismo, cioe’ del connubio fra socialismo e nazionalismo, la fomento’ al massimo, risultandone giustamente odiato.
      Da questo punto di vista, che credo essere storicamente abbastanza corretto, il titolo dell’intervento che stiamo commentando e’ una puttanata pazzesca.

  • Alessandro Colla
    Rispondi

    Infatti un dato comune delle due apparentemente differenti (e comunque non contrapposte ideologie) è l’annullamento dell’individuo e il disprezzo di esso. In nome della nazione per alcuni, della classe sociale per altri. Ma è quello che è scritto nell’articolo. Che è un articolo dimostrativo, grazie ai numerosi esempi esposti. E’ vero che il marxismo è basato sul materialismo dialettico ma anche in Hegel sono presenti elementi metafisici. Ciò non vuol dire che il marxismo non sia una filosofia hegeliana o che l’hegelismo e il marxismo non abbiano nulla a che vedere con Platone. E’ chiaro che ogni pensatore apporta i suoi elementi di diversificazione e in alcuni casi di originalità ma ciò non annulla i punti in comune. Il titolo sarà anche volutamente provocatorio, forse anche l’intero articolo. Ma benedette siano queste sane provocazioni perché possono generare punti di riflessione a coloro che stando a sinistra pensano di collocarsi dalla parte della libertà solo perché i nazifascisti erano contro la libertà. Lo sono tutte e due le ideologie, lo erano Fichte, Hegel, Marx, Schmitt, Hobbes, Platone, i re spartani e tanta altra gente. Anche Stalin e Trockij erano in urto tra loro, anche Breznev e Mao. Ma non mi si venga a dire che uno di loro fosse anticomunista o comunque a favore della libertà. Sulla questione tirolese, Mussolini e Hitler erano in ovvio e scontato dissenso. Erano per questo ideologicamente contrapposti? Forse uno dei due era internazionalista? Affermare la verità in senso popperiano, cioè coincidere con ciò che corrisponde ai fatti, non è cercare la rissa. Questa la cerca l’intollerante che non vuole rispettare il diritto della libera azione popperiana. Per evitare risse è obbligatorio il silenzio? O le affermazioni modaiole? Queste sono azioni o inazioni che disprezzano e danneggiano la libertà. Perché mai definire “nemico” o più propriamente avversario il dichiarato nemico della libertà non sarebbe libertario? Non è vero che per gli anarcocapitalisti tutto ciò che non è conforme alla propria dottrina vada messo nello stesso calderone. Questa è sì un’abitudine non libertaria ma l’hanno sempre esercitata gli antilibertari, i marxisti in primis. Gli anarcocapitalisti non sono per lo stato minimo ma non affermano che Ayn Rand sia una nemica da mettere nello stesso calderone del marxismo o del fascismo. Sono tendenzialmente individualisti ma non ritengono che uno stile di vita comunitario, se liberamente scelto, sia da condannare come stile nemico. Sono poco patriottici ma se si forma una patria territoriale o aterritoriale liberamente scelta dai suoi adepti, non vede come nemica una situazione simile. Sono gli altri a confondere il liberalismo con il fascismo. E i fascisti o i loro eredi diretti a confondere la sinistra con l’individualismo, basta leggere le assurdità dell’onorevole Mantovano e quelle del deputato Rampelli. Se c’è chi antropologicamente risulta ben lontano dal liberalismo è contradditorio affermare che sia attratto da questo. E non è di estrema destra perché il vero estremista di destra è l’anarchico individualista, il più lontano dallo stato e dalle istanze collettivistiche. Il libertarismo non attira affatto le personalità simili e vicine ai due politici che ho citato. E potrei citarne altre centinaia. Occupano l’emiciclo sbagliato per colpa degli errori semantici degli ultimi due secoli ma non li ho mai visti attratti dal liberalismo. Proviamo a chiedergli di manifestare le loro posizioni sul proibizionismo, poi vediamo quanta attrazione possano manifestare per la libertà. Sono questi soggetti antropologoci, pur con le loro differenze non sostanziali, a voler entrare spontaneamente nello stesso calderone. Magari pretendono l’esclusiva per entrarci e siccome il calderone è piccolo litigano tra di loro. Come Mussolini e Lenin (neanche tanto, a dire il vero, si stimavano reciprocamente), come Breznev e Mao, come Stalin e Trockij. Tutti quanti contro la libertà per loro scelta, non per opinione o per decisione degli anarcocapitalisti. Questi ultimi non cercano la rissa ma forse avvertono che qualcun altro cerchi volutamente la confusione. E qui speriamo siano in torto. A cominciare dal sottoscritto.

    • firmato winston diaz
      Rispondi

      Fai bene a citare Popper, ci stavo pensando a proposito proprio oggi pomeriggio mentre pedalavo nei miei spostamenti: Popper, che conosco abbastanza bene (ero interessato all’epistemologia, ma qualche decennio fa, il che pero’ mi ha fornito qualche umile base di conoscenza ancora spendibile), e’ stato un severissimo critico del marxismo, ma lo e’ stato dello scientismo marxista, nel suo eccesso di razionalismo illuministico-continentale in effetti in questo senso apparentabile a platone, che non dell’irrazionalismo che invece e’ piu’ tipico dei nazi-fascismi: il difetto della teorizzazione marxista e’, secondo Popper, di aver avuto la presunzione di voler derivare TUTTO il corso della storia (detto storicismo ma, tanto per aumentare la confusione, inteso in senso opposto a quello crociano) dall’estrapolazione delle condizioni esistenti iniziali, un po’ come nelle leggi della fisica classica (che poi neppure la fisica riconosce piu’ come assolute queste leggi, e da un secolo), mentre secondo Popper nelle “scienze” umane cio’ e’ impossibile, perche’ sono le condizioni del cambiamento stesso che mutano nel tempo, man mano che ulteriori scoperte vengono alla luce, cambiando tutto in un modo che era imprevedibile alla luce del passato e del presente.

      Secondo me dovremmo umilmente tornare ai fondamenti, al trial and error possibilista di Popper e Hayek , e ripartire da la’. Entrambi, Popper e Hayek, austriaci di cultura viennese purissima, si ritrovarono benissimo nel loro esilio anglosassone (ma anche Marx il grosso delle sue pensate lo fece nel suo esilio inglese, paradossalmente).

      Noi adesso siamo deragliati, siamo fuori strada.

      Un video che potrebbe essere molto interessante per allargare il dibattito in chiave “austriaca”, nel suo rimarcare la differenza fra il modello centralistico animale (tipico dei pianificatori nostalgici delle societa’ degli insetti – famoso il riferimento di Marx a “L’ape e l’architetto”) e il modello distribuito del mondo vegetale, di un tale Mancuso, che sembra essere un innovativo e rivoluzionario neurobiologo delle piante:

      https://youtu.be/lPRkwohuTGw

      Potrebbe interessare anche a Fidenato, viste le sue specialita’.

        • firmato winston diaz
          Rispondi

          Guarda che la sociobiologia di Wilson e’ un argomento molto complesso e controverso, che si presta a fraintendimenti strumentali ad uso politico, nella eterna controversia fra gli istintualisti su base genetica che credono nella necessita’ anzi obbligatorieta’ del modello sociale umano superorganizzato e automatico tipico delle societa’ degli insetti (che poi e’ quello fascista, gerarchico e organizzato come in un esercito, che puoi immaginare non sia molto ben visto da queste parti, libertarie), e i sostenitori della liberta’ di organizzazione (che fra l’altro a volte sono i comunisti, al punto di negare, con lisenko, l’esistenza di un’eredita’ genetica immutabile). In questo senso vedete che i fascisti e i comunisti possono essere completamente diversi, e su temi molto importanti (anche se poi magari il risultato non cambia…).

  • Antonello Barmina
    Rispondi

    Mi stai dando del nazista?

  • Alessandro Colla
    Rispondi

    Nella concezione marxista l’individuo si dissolve nello stato produttore in quanto quest’ultimo è il veicolo per l’identificazione degli individui in una classe sociale, nella fattispecie la classe operaia. E questo era prescritto. La frase relativa a un futuro in cui non ci sarebbe stato più bisogno dello stato, sarebbe stata di possibile attuazione solo se tutti gli abitanti del pianeta avessero accettato volontariamente di rinunciare a ogni forma di profitto. In un contesto marxiano, dunque, un’utopia. E comunque una frase buttata lì, mai approfondita in seguito. Il sospetto marxiano era, appunto, nei confronti dell’idea di nazione; non nello stato in sé. Quest’ultimo doveva comunque essere produttore unico di tutto. E quindi l’individuo in quest’unicum si annulla, prioritario o meno che sia.

    • Dino.
      Rispondi

      Forse proprio per questo motivo gli anarcosocialisti (utopisti per eccellenza) hanno fatto sempre brutta fine durante l’avvento dei regimi comunisti, per aver messo in discussione questa ortodossia riguardo al concetto di stato. “Se tutti rinunciassimo al profitto”, se tutti diventassimo proletari rivoluzionari, se tutti se….. se se, sarebbe un mondo non migliore, ma perfetto , secondo loro e consci di tale impossibilità, nasce la loro frustrazione violenta…. e tutte queste cavolate utopistiche si ripercuotono inevitabilmente sul modo di ragionare dei marxisti e dei sinistrorsi in generale, te ne rendi conto appena parli 5 minuti con uno di loro. Il problema è che l’uomo non vive per abbracciare utopie, vive nel qui e ora, per realizzare la propria felicità e non imporre la propria eventuale infelicità al prossimo; per tutto ciò necessita di un sistema che lo stimoli nell’intraprendere percorsi virtuosi e lo sanzioni al contrario. Profitti e perdite.
      Correggimi se sbaglio Alessandro.

    • Dino.
      Rispondi

      Ciò che più accomuna sul lato ideale, comunisti, fascisti e nazisti, secondo me è il disprezzo per i valori borghesi, cioè per il lavorare per se stessi, la propria realizzazione, risparmiare ed accumulare possibilmente, in modo da lasciare qualcosa ai propri figli, la propria moglie ed ai propri eredi, tramandare le proprie conoscenze e capacità in modo da lasciare il segno del proprio passaggio, che è qualcosa di meraviglioso. Nei confronti di commercianti, artigiani, mercanti, bottegai e agricoltori (gli accaparratori fonte di ogni carestia…) si sono sempre rivolti con sommo disprezzo, tutti! per dirla alla Benito Amilcare, hanno sempre visto i loro intellettuali indolenti e bramosi, quello stile di vita in un’ottica di mediocrità, decadenza, al contrario della loro proposta “dell’uomo nuovo”, rivoluzionario, che nei fatti si è sempre tradotto in realtà in una particella vivente minuscola di un enorme ingranaggio, che spesso e volentieri a questi uomini nuovi ha finito per stritolarli.

    • firmato winston diaz
      Rispondi

      “Il problema è che l’uomo non vive per abbracciare utopie”

      Permettetemi di esprimere dei dubbi in proposito.
      E che quella dell’anarcocapitalismo non sia una di esse.
      L’umo vive di illusioni, il suo mondo sono i suoi sogni, e sono dorati solo finche’ restano tali.
      Ogni individuo, gruppo o gruppuscolo definisce realta’ la propria utopia, e utopie quelle degli altri. Ma comunque il mondo va avanti lo stesso, con l’utopia di pol pot o quella, opposta, di chissa’ chi altro, ma solo per un limitato spazio di tempo, che dura l’arco di una generazione, poco piu’ o poco meno, e poi cambia tutto, e si ricomincia daccapo.

  • Alessandro Colla
    Rispondi

    @Dino. Non sbagli sul piano naturale. E’ vero anche, però, che c’è qualcuno che vive amando l’abbraccio con l’utopia. Solo che l’anarcocapitalismo non è una di esse perché è priva della dabolezza contenutistica presente nelle altre correnti di pensiero. E’ una teoria che non mostra crepe sul piano funzionale, forse ne dimostra ancora qualcuno sul piano comunicativo. E a causa di questo difetto sarebbe utopistico pensare che la società anarcocapitalistica possa cominciare a realizzarsi dal primo gennaio prossimo. Ma non è utopistico ritenere che il meccanismo relativo al raggiungimento del benessere in una società libera possa funzionare. Non esiste l’utopia opposta ma ciò che è contrario all’utopia. All’opposto dell’utopia di Pol Pot c’è l’anarcocapitalismo. La realizzazione di ciò che Pol Pot voleva non era utopica, tanto è vero che si è realizzata. Utopistico è il ritenere che quel tipo di società possa produrre libertà, ricchezza e benessere. Non parlo della felicità perché è una condizione psicologica che può anche non essere raggiunta pienamente anche in una società opulenta. Pure i ricchi prima o poi perdono i genitori, i fratelli maggiori, gli amici più anziani. Quando va bene. E da giovani il primo amore non è quasi mai il futuro coniuge. Tendenzialmente le persone non sono utopiste ma chi vive di illusioni esiste. E a volte funge da battistrada al tiranno. Che può durare anche più di una generazione, come l’esperienza dell’Unione Sovietica insegna.

  • giorgio
    Rispondi

    come sempre il colla parla parla parla, ma non dice nulla di sensato. poverino, ancora non ha capito la differenza che passa da “partire da” e “appartenere a”. marx è partito da istanze della sinistra hegeliana, ci mancherebbe! ma da qui a dire che marx appartiene a quella corrente ce ne passa! probabilmente il colla ha trovato scritta questa informazione in un bignami e la riporta qui pedissequamente. il colla non sa che nella vita di una persona, per fortuna, si possono cambiare più posizioni, e d’altro canto, non sono pochi quelli che da giovani sono stati socialisti ma da adulti hanno rinnegato il proprio passato e viceversa credo.
    del resto il colla dovrebbe aver letto marx per capire cosa effettivamente ha detto e non leggere qualche suo denigratore, tipo popper, che comunque ne ha riconosciuti diversi meriti. ma questo è chiedere troppo al colla. concedo al colla di aver letto distrattamente il manifesto, di certo non ha letto l’ideologia tedesca, opera chiave per capire il distacco del marx adulto dalle istanze idealiste hegeliane e della sinistra hegeliana appunto. il disprezzo dell’uomo poi lo vede solo il colla, a meno che l’uomo non sia il capitalista inglese di metà ‘800 che costringeva i propri operai per lo più minorenni a turni massacranti di 15 e più ore giornaliere in condizioni di lavoro disumane. in questo il cola ha ragione, marx non ha risparmiato a queste persone, ma si possono chiamare così?, ogni tipo di epiteto. la società comunista per marx è una società in cui non esiste più lo stato, in cui non esistono più le classi, in cui i mezzi di produzione sono collettivi. il colla però deve sapere contestualizzare le cose, marx ha scritto e criticato la società capitalista dell’800, si è scagliato contro quella forma di produzione e di sfruttamento dell’uomo contro l’uomo, e la sua filosofia non è certo scevra del principio di redenzione per la classe degli oppressi, che erano costretti a vivere in condizioni disumane.
    la frase “forza lavoro è altrettanto un mezzo di produzione che il singolo detiene” è una delle tante cazzate del colla, che ormai non fanno notizia. la forza lavoro è un bene, una merce che i mezzi di produzione trasformano in capitale. il colla poverino non ha capito che i mezzi di produzione hanno il potere di trasformare la forza lavoro in qualcos’altro. la forza lavoro è sul mercato, attualmente in fila in molti job centre, e aspetta di essere trasformata.
    sulla proprietà privata e sulla sua tutela, rimando al penultimo capitolo del capitale, vale a dire l’accumulazione originaria del capitale, in cui viene spiegato in maniera esemplare il sistema delle enclosure inglesi e la privatizzazione del demanio sociale inglese che ha di fatto depauperato un’intera classe di contadini portandoli nelle braccia dell’industria. ovvio che marx si scagliasse contro quell’appropriazione di suolo pubblico ai danni dei nuclei famigliari che vivevano da secoli in quelle terre. quella è proprietà che è diventata privata a seguito di un furto ai danni della collettività. terre che per consuetudine erano di proprietà comune, proprietà di chi le lavorava e che garantivano una sopravvivenza a migliaia di nuclei famigliari. certo marx era contro la proprietà privata, ma lui parlava della proprietà borghese, la proprietà derivata appunto dall’accumulazione originaria. altra cosa che il colla non sa essendo un indotto delle opere di marx.
    il finale paraculo del colla poi è da scompisciarsi dalle risate. lui non si sporca le mani con la cultura “bassa”, popolare, lui si occupa solo di cultura “alta”, lui è impegnato, p un dotto. ma per cortesia!!!

  • firmato winston diaz
    Rispondi

    “qualche suo denigratore, tipo popper”

    Mmmh, Popper era soprattutto un epistemologo, un filosofo della scienza.

    Il suo principale contributo alla disciplina dice che non e’ mai possibile dimostrare la verita’ definitiva di alcunche’, mentre se ne puo’ dimostrare la falsita’ anche con un solo controesempio.
    Egli dimostro che il principio di verificazione, nella scienza, che prima di lui si pensava essere convalidante, non funziona, le verita’ della scienza sono sempre ipotesi temporanee e “salvo prova contraria”, per cui quello che funziona e’ il principio di falsificazione.

    Ovvero l’esatto contrario di quanto pensa comunemente l’uomo della strada o da blog, durante le sue discussioni da bar, sulla scienza… Infatti questo concetto naturalmente e’ psicologicamente difficile da accettare, perche’ un po’ tutti cerchiamo verita’ assolute che ci indichino senza ombra di dubbio la “retta via”, fino a trasformarle in vere e proprie religioni, e noi in adepti fedeli (senza nessun riferimento al pietoso andazzo socio-politico attuale, che va proprio diritto verso questo precipizio…).

    Solo dopo, Popper estese questa sua teoria della conoscenza alla politica, concludendo che l’aspetto peculiare della democrazia LIBERALE (perche’ ci sono state anche quelle “popolari” che di democratico come l’intendiamo noi non avevano nulla, eppure ci si votava democraticamente pure – e per confronto vedi l’attuale utopia di casaleggio) sta proprio nella possibilita’ di “falsificare” il governo in corso mandandolo a casa senza spargimento di sangue, ma senza avere mai la pretesa di trovare quello perfetto, che non esiste, perche’ nel corso della storia cambiano le stesse leggi del cambiamento della storia, in modo imprevedibile, e non esiste una cosmogonia assoluta cosi’ come intendeva un certo Marx ad un certo punto della sua teorizzazione, che fini’ per smentire se stessa (le idee cambiano il mondo eccome, non solo i rapporti di produzione, le sue l’hanno fatto, il pan-economicismo tecnocratico in cui siamo immersi oggi (e lo sono in particolare gli anarcocapitalisti) e’ uno frutto avvelenato di derivazione ideologica quasi del tutto marxista).

    La realta’ umana, aggiungo io, e’ ricorsiva, non dialettica (cosi’ come lo e’ il nostro linguaggio, ricorsivo, e la coscienza, anche eventualmente quella di classe – nessuno e’ operaio o capitalista puro, cosi’ come nessuno e’ solo consumatore o solo produttore – e cio’ complica in modo esponenziale le faccende, fino a rendere impossibile una teoria sociale o politica che vada oltre il dopodomani).

    Quindi, e’ in questo senso che Popper prese di mira lo scientismo sociologico di Marx o perlomeno dei suoi seguaci, e gli idealismi platonico ed hegeliano, che pensavano di aver trovato prima l’interpretazione e poi la soluzione definitiva per tutti i mali sociali.

    Sparare su Popper da difensore di Marx, a scanso di pessime figure, non te lo consiglio: Popper, uno dei piu’ grandi filosofi della scienza del secolo scorso, venne completamente cancellato nella cultura italiana proprio da quella classe intellettuale, totalmente sdraiata sulla verita’ religiosa del marxismo attraverso cui interpretava tutto, che ne aveva il completo monopolio. Fra l’altro, cio’ che scrisse e penso’ lo scrisse dopo aver visto e vissuto sulla sua pelle i nazi-fascismi, non i comunismi. Ma incidentalmente poi si avvide, da studioso, che le stesse osservazioni si potevano applicare ai comunismi, e dato che la cultura, dopo i fascismi, venne monopolizzata dai comunismi, anche nell’occidente capitalista, contro di quelli esercito’ la sua critica.

    Le opere di Popper le ha stampate astrolabio (sic…) perche’ i grandi editori le rifiutavano per ragioni di vera e propria ortodossia politica. Cosi’ come l’editore Einaudi Giulio, comunista, figlio di Luigi liberale, aveva a catalogo una sola opera delle tante dell’insigne padre liberale, quella piu’ socialista (ce l’ho qui dietro ma non ricordo il titolo).

    Ora, tante di quelle facce di tolla, hanno un bel dire di essere liberali e di non essere mai stati comunisti. Cosi’ come all’epoca altrettanti ebbero la faccia di tolla di dire di non essere mai stati fascisti. Tanti di quei personaggi sono stati dei gran banditi ipocriti e pure in mala fede, a scopo di tribalismo e di potere, e grandi moralisti, come e’ tipico.

  • firmato winston diaz
    Rispondi

    Ricordo agli astanti questo aforisma attribuito a Eleanor Roosevelt:

    “Great minds discuss ideas, average minds discuss events, small minds discuss people”.

  • Alessandro Colla
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    I babbei, handycappati sotto ogni profilo, ritornano sempre. Hanno necessità di dimostrare la loro ignoranza e per loro le brutte figure costituiscono un masochistico piacere immenso. Naturalmente si offendono se li si chiama con il loro nome ma dimenticano sempre di aver dato del “poverino”, dell’ignorante, dell’incompetente, del non conoscitore delle opere di autori quando lui non sa neanche scriverli con la maiuscola, di non comprendere le differenze… Ora non so se sia opportuno rispondergli, dal punto di vista personale senz’altro no. Ma un giovane studente che legge questo sito potrebbe rimanere abbagliato da certe “considerazioni” e senza replica ritenerle valide. Utilizzo l’elenco numerico per tentare di sintetizzare un po’ (so che non è il mio forte), non per portare alla comprensione il grande analfabeta che tanto è scemo completo e con questo scritto ha finito per autocertificarsi come tale.

    1) Per stabilire cosa ci sia o non ci sia di sensato in ciò che uno scrive, occorre possedere non dico buon senso ma semplicemento senso. E in quest’ultima parola, il deficiente ufficiale di questo sito ha già dimostrato la confusione che opera tra Camillo Boito e Tinto Brass.
    2) Marx appartiene alla sinistra hegeliana come tutti i manuali più semplici di filosofia (che il saccente non può aver letto perché non sa leggere) sostengono da sempre.
    3) Il fatto di “partire” da una posizione insieme a Engels o Feuerbach e poi andare oltre non significa non appartenere più a una corrente di pensiero. Questo vale anche per Schmitt o Gentile sul cosiddetto versante opposto. Sinistra hegeliana i primi, destra hegeliana i secondi ma comunque tuttte e due le parti rimangono hegeliane. Un cattolico e un protestante possono anche guerreggiare all’irlandese ma rimangono tutti e due cristiani. Questo il cretino non può né capirlo né saperlo. E neanche desiderare di capirlo e saperlo.
    4) Ritenere che gli altri non sappiano che nella vita si possa cambiare opinione, costituisce una dichiarazione simile a quella del reo confesso: “solo io posso stabilire che gli altri sappiano o non sappiano, solo io posso decidere chi sa e chi non sa”. La classica presunzione di ogni sinistra in ogni periodo storico. Ma il presuntuoso è tale perché è costretto a mascherare in questo modo la sua ignoranza e la sua imbecillità. Il nostro babbeo ci riesce perfettamente, magari involontariamente.
    5) “Il Colla” è diventato filosoficamente antimarxista leggendo le opere di Marx, così come diventò politicamente anticomunista leggendo il quotidiano romano Paese Sera. Leggendo le cretinate si è istintivamente schierato dalla parte opposta. Quella autentica, però e quindi il liberalismo; non certo il corporativismo o il mercantilismo. Continuando a chiedere agli altri di leggere, si confessa (sempre involontariamente) di jnon aver letto o di non aver capito cosa si sia letto. Anche qui, il vezzo di ritenere gli antimarxisti dei non conoscitori del pensiero di Marx è tipico della sinistra idiota e presuntuosa. Quando poi si invita a non leggere Popper è evidente che la mentalità censoria dei deficienti è pari solo alla loro incapacità completa in ogni possibile attività umana. Loro Popper non lo hanno letto, noi Marx sì. Ma sono loro a pontificare e a mettersi in cattedra quando non sanno neanche utilizzare le basi grammaticali della loro lingua madre (ammesso che ne abbiano una). Nei mei anni giovanili, Popper era vietato nelle scuole. Erano gli anni settanta del ventesimo secolo e la dialettica hegeliano – marxista era quella obbligatoria. L’ho conosciuto dopo, quando già Marx mi aveva profondamente disgustato. E lo ringrazio per ciò che ha scritto. I sottosviluppati come il nostro “critico” è meglio che non lo leggano, tanto non sarebbero in grado di comprenderlo in quanto non in grado di comprendere qualsiasi cosa.
    6) I poveri cretini pensano di essere furbi quando sostengono che gli altri leggano distrattamente. Per loro l’avverbio non si pone in quanto non sanno che la barra verticale corrisponde alla lettera “i” maiuscola. Se vogliono possiamo insegnarglielo gratis.
    7) Evidentemente, lui legge ancora più distrattamente perché sul piano delle differenze avevo proprio scritto che Marx prendeva delle materialistiche distanze da un idealistico mondo dei sensi del suo maestro. Forse perché chi sa leggere, queste cose le ha sapute prima di lui che se le è lasciate suggerire da qualcuno che non frequenta questo sito. Di suo, il nostro sciocco patentato, ha ampiamente dimostrato il non essere in grado di produrre alcunché.
    8) Per essere ripetitivo ha dovuto insistere sulla presunta non lettura de L’Ideologia Tedesca. Se l’avesse letta lui (o meglio, se se la fosse fatta leggere da qualcuno perché lui è analfabeta totale), si sarebbe accorto che Marx le distanze le prende anche da Feuerbach. Cioè da un’esponente dell sinistra hegeliana anche lui! Quindi che facciamo? Definiamo Marx di destra? Ma la domanda non è rivolta allo stupido dichiarato.
    9) Il disprezzo per l’individuo nelle opere marxiane non lo vedo solo io ma tutti i filosofi liberali e tutti quelli che capiscono che annullare l’individuo nella collettività significa disprezzare l’individuo. Ma forse il citrullo ritiene che Marx fosse anticollettivista. Nessuno si meraviglierebbe dopo le idiozie che ha scritto.
    10) Lo scagliarsi contro il singolo sfruttatore di turno non è che un pretesto per attirare chi in futuro si lascerà sfruttare non da un singolo ma da un organo collegiale peggiore del singolo. Chi continua a non capirlo non è solo scemo e ignorante ma qualcosa di peggio.
    11) Le reali motivazioni dello sfruttamento all’epoca della rivoluzione industriale, sono state ben indicate da innumerevoli autori che qui non citiamo più. Li abbiamo elencati innumerevoli volte ma il disadattato non li vuole conoscere.
    12) Gli autori di cui sopra hanno individuato nell’interventismo pubblico le reali cause del facile sfruttamento. In ogni caso lo sfruttamento è impossibile se si dispone di potere contrattuale, potere che in una società forzatamente collettivizzata è impossibile avere.
    13) Durante la rivoluzione industriale non ci fu nessuna privatizzazione del “demanio sociale inglese” ma una seire di obblighi giuridici per i proprietari terrieri che hanno portato al fallimento chi non poetva permettersi di dare corso a quelle imposizioni. Un po’ come oggi per i fallimenti delle nostre attività a causa dell’oppressione legislativa, burocratica e fiscale. Il vantaggio, da noi, è stato per i grandi gruppi tutelati dal legislatore per ragioni di finanziameno elettorale. Da loro, all’epoca, il vantaggio fu di quei latifondisti che la legislazione britannica favorì. Il vantaggio attraverso la legislazione si chiama mercantilismo e non liberalismo. Quest’ultimo è la contrapposizione del primo ma Marx attaccò il secondo e non il primo. Quindi è stato peggio di uno sfruttatore: un falso difensore della classe operaia. Farlo capire a un marxista è un’impresa impossibile come far capire al nostro menomato mentale qualsiasi cosa.
    14) Ritenere che la forza lavoro non sia un mezzo di produzione è tipica degli scervellati. A parte che si era scritto che equivale a una proprietà. La forza lavoro non è qualcosa che i mezzi di produzione trasfromano in capitale. La forza lavoro è in sé un capitale, anche se umano e non monetario. Se posso decidere il prezzo della mia forza lavoro, non sarò mai sfruttato.
    15) Quello che l’ottuso non capisce e non può né deve capire, pena la sua espulsione dal consesso degli ottusi, è che nessun mezzo di produzione può “trasformare” una forza lavoro libera. Perché se è libera, decide il proprietario della stessa forza come indirizzare lavoro e contestuale guadagno. Non è il lavoro a essere trasformato “sulla” proprietà privata, come in un “italiano” degno di lui scrive il nostro demente. E’ la proprietà privata che può creare lavoro autentico e non fittizio come quello “creato” per ragioni di facile consenso.
    16) E’ proprio sull’accumulazione originaria del capitale che i pensatori antimarxisti hanno ravvisato come collettivismo e mercantilismo, pur in presenza di un differente quadro giuridico, appartengano allo stesso calderone. Non l’appropriazione di suolo pubblico (che pubblico non era ma di proprietà della corona inglese) ma le regalie a improvvisati latifondisti per meriti di guerrra hanno creato la mancanza di concorrenza e la fine fallimentare della proprietà privata terriera. L’analisi della presunta “privatizzazione del demanio sociale inglese” era errata ma a mio avviso volutamente tale. Volutamente perché doveva difendere polticamente la proprietà statale. La bufala del Marx che voleva una società senza stato è appunto una bufala. Nei suoi scritti c’è solo una mezza frase buttata lì su una possibile situazione nella quale, forse, un giorno non ci sarebbe più il bisogno dello stato. Quando, come e perché non viene approfondito. Questo, ovviamente, colui che ritiene gli altri come degli “indotti” di Marx (quando lui continua a dimostrare di essere “indotto” su tutto) non lo sa.
    17) “Lui parlava della proprietà borghese”. Appunto. La proprietà borghese non deriva da favoritismi legislativi che per esistere hanno bisogno di uno stato fortemente interventista. Deriva dal lavoro individuale, dal risparmio, dall’azione umana. E se è vietato leggere Popper, figuriamoci se non è vietato leggere Mises. Quindi Marx era contro quella proprietà nata dall’agire spontaneo e non aggressivo dei singoli. Non contro quella regalata dalla corona per “meriti” bellici. E’ qui che anche Marx si dimostra un reo confesso. In fatti per lui, come riconosce anche il nostro palese dissennato è una società forzatamente collettivizzata.
    18) Quello della società senza classi è un’altro imbroglio di un’ideologia palesemente imbrogliona. In realtà la teoria è quella della lotta di classe. Ma non per creare una società senza classi, come i creduloni continuano a ritenere, bensì per creare o rafforzare la classe dei burocrati a danno di quella dei produttori. Magari nella prima c’è qualche nobilastro riciclato insieme a qualche banchiere o monopolista industriale fallito a causa della fine dei finanziamenti pubblici.
    19 Nel primo intervento, il troglodita sosteneva che sarebbe sufficiente “avere solo poche basi di marxismo” per capire la differenza tra esso e altre ideologie. Già la dicitura “poche basi di marxismo” la dice lunga sulla caratura del “personaggio”. Ma il bello è che l’invito proviene da chi di continuo evidenzia di avere nessuna base su tutto. Non lo invitiamo a imparare almeno l’uso della punteggiatura corretta, come è ben visibile soprattutto nelle ultime righe, ma a usare lui la cortesia che richiede agli altri. Glielo abbiamo già detto, i critici possono interessare i lettori di questo sito ma gli sciocchi e gli analfabeti no. Tanto più se gratuitamente insolenti e ansiosi di salire una volta in cattedra e un’altra sul piedistallo.
    20) (Ultimo, mi scusino tutti gli amici libertari autentici). Il mio finale che l’allocco definisce a suo modo con linguaggio scurrile, era rivolto all’allocco stesso per invitarlo a occuparsi di qualcosa più adatta alla sua natura di incolto autocertificato. Non esiste la “cultura bassa”, esistono solo la cultura e la non cultura. Non ho detto che non mi occupo di quegli argomenti, ho detto che quando ne parlo nei luoghi appropriati (bar, osterie o luoghi privati dove comunque si finisce a spaghetti e cesanese) colleziono (come è giusto che sia) le stesse brutte figure che ci regala lui quando vuole parlare di filosofia, di economia e di politica in generale. Ci sono tanti campi della “cultura alta”, come la chiama lo stolto, che non sono alla mia portata. Li avevo già citati in precedenti interventi ma lui non sa leggere. Non mi metto a pontificare sul bosone di Higgs o sui bosoni in generale. Né sulle criptomonete delle quali subisco il fascino ma non so certo spiegarne il funzionamento. Non parlo, se non superficialmente, di scienze informatiche. Idem per la fisica matematica, per la geometria euclidea, per la teoria quantistica, per la matematica applicata, per le scienze del linguaggio, per la chimica e per tante altre cose. Anche la trigonometria è ormai solo un ricordo del liceo. Non pretendo certo di insegnare queste cose, non dico agli esperti ma neanche ai profani. So poco anche di teatro “No” giapponese, non sono neanche sicuro che si scriva così. So un po’ di più di teatro occidentale ma non scritturerei mai il nostro autoufficializzatosi scocciatore permanente nella mia compagnia per la parte del buffone. E’ sufficiente che la svolga fuori del palcoscenico, il ruolo del pagliaccio gli si attanaglia benissimo anche se sempre involontariamente. Sulle tavole occorre essere preparati non solo tecnicamente ma anche culturalmente. E lui dovrebbe ricominciare dalle asticelle della scuola per l’infanzia, stato psicologico dal quale non è mai uscito e dal quale non potrà né vorrà mai uscire. Né credo sarebbe in grado di andare oltre le asticelle. In scena, come sosteneva Eduardo De Filippo e come mi hanno trasmesso i miei insegnanti (Luigi Infantino e Silvio Spaccesi per la bisogna), non bisogna essere buffoni ma fingere di esserlo. Lui, essendolo al naturale, fallirebbe anche nella recitazione.

  • giorgio
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    il principio di falsificabilità di popper era noto fin dall’antichità. nassim taleb porta un esempio tratto dalle opere di cicerone, forse de divinatione, ma non ne sono sicuro. a cicerone chiesero di ascoltare alcuni naufraghi che pregarono durante una bufera in mare e si salvarono, a prova che la divinità esiste veramente. cicerone rispose “fatemi vedere i naufraghi che pur pregando non si salvarono”. posizione questa appartenente alla corrente dello scetticismo, ripresa e sviluppata anche da bacone e hume.
    detto questo, non nego che popper avesse le sue buone ragioni per criticare una teoria che non è scientifica, ma stiamo parlando di una critica fatta 100 anni dopo circa la teoria stessa. il concetto stesso di scienza è cambiato in 100 anni. non conosco tuttavia una teoria che spieghi il capitalismo ottocentesco migliore di quella messa in piedi da marx. certo, di errori ne ha fatti e non pochi, ma la sua eredità in buona parte dovrebbe essere ancora studiata e valutata. le contraddizioni tra classi in ogni caso sono ancora tutte quante là, non mi pare siano state risolte, casomai solo attenuate.
    sui deliri del colla non dico nulla, la sua rabbia schiumante pertiene più ai trattamenti che vengono erogati presso gli ospedali psichiatrici, piuttosto che agli scambi di idee di un normale blog.

    • firmato winston diaz
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      Popper fece la sua critica quando sia la scienza che il marxismo ne avevano bisogno, ovvio che lo scetticismo non l’ha inventato lui.
      Ad entrambi era ora di far presente quali fossero i propri limiti, di cui non erano per niente consapevoli, e far abbassare un po’ la cresta e l’arroganza.
      Purtroppo e’ un compito che, come i problemi, non finisce mai.
      Non dimentichiamo che il darwinismo sociale e’ stato considerato una teoria scientifica allo stessa stregua del marxismo. E molti li considerano ancora cosi’.
      Nell’ottocento pletore di pensatori di economia e sociologia hanno interpretato i cambiamenti economici in modo non meno brillante di marx, in modi che i marxisti, ancora oggi, chiusi nella loro dottrina, nemmeno sospettano: l’hanno potuto fare perche’ erano testimoni diretti del cambiamento dall’economia di autoproduzione e sussitenza attraverso il baratto in sede locale, al dominio del mercato in cui nessuno produce piu’ cio’ che consuma. Noi che siamo nati dopo, non ne capiamo nulla perche’ siamo immersi in questa realta’ fin dalla nascita e non abbiamo mai visto null’altro, per noi sono solo narrazioni piu’ o meno intriganti che sfuggono subito per la tangente dell’immaginazione.

  • firmato winston diaz
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    Oggi che il “primo” e il “secondo stato”, cioe’ coloro che consumano senza produrre nulla rappresentano la stragrande maggioranza della popolazione, il marxismo come dottrina economica non ha piu’ nessun senso, se non, semmai, rovesciato nel suo contrario.

    • firmato winston diaz
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      Infatti, l’ultima “rivolta dei produttori” nel nostro paese l’ha rappresentata, piu’ o meno legittimamente, la lega nord degli anni ’90, che veniva votata tanto dai piccoli imprenditori quanto dagli operai. A continuare a votare comunista gia’ allora erano solo i burocrati, gli statali, gli studenti, i pensionati iscritti ai sindacati, cioe’ tutto il contrario degli sfruttati: gli sfruttatori semmai.
      Ora, secondo me tale partito ha cambiato “partito” per la pura volonta’ di sopravvivenza che possiedono tutte le istituzioni burocratiche: perche’ i produttori “veri” di “beni veri”, materiali o di servizio, ormai rappresentano una infima minoranza che non puo’ portare a nessuna vittoria elettorale. In altre parole, se nona avesse fatto cosi’ sarebbe scomparsa e non ne sentiremmo piu’ parlare.

  • Alessandro Colla
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    Avviso agli ospedali psichiatrici, credo piemontesi secondo alcuni frequentatori del sito: attenzione al prossimo ingresso perché lo vedo più pericoloso di quanto pensassi. Evidentemente siamo oltre la schizofrenia. Infatti dopo aver schiumato lui, senza accorgersene, ogni forma di rabbia con epiteti del tipo “poverino”, “non sa”, “non conosce”, “non ha letto”, “legge distrattamente”, “non deve leggere Popper”, adesso se ne esce con la citazione di Popper che non andava letto. Ovviamente confondendo lo scetticismo con il principio di falsificabilità. Come dire che la scapigliatura letteraria era già nota nell’antichità perché Catullo era calvo. Chiaramente lui non conosce una spiegazione migliore di quella di Marx sul capitalismo ottocentesco. Semplicemente perché quella di Marx è una non teoria, confutata da tutti quelli che lui non legge e che per questo non conosce. Certo, che parli lui di delirio è tutto dire. Per questo medici e infermieri devono stare molto attenti perché è il classico folle che dà del folle a chi vuole curarlo. Non rendendosi conto, ovviamente, della gravità del suo stato patologico. Anzi, non si rende conto proprio di essere malato. La sua speranza, da estimatore delle false spiegazioni sul capitalismo offerte da Marx, è quella che i dissenzienti si sottopongano non spontaneamente ai trattamenti erogati nelle strutture psichiatiche da lui evocate. In questo è sempre involontariamente coerente con la sua appartenenza politica. Ogni volta che interviene dice sempre “ma come vi può venire in mente?”, “la vostra società è per cannibali”, “siete incapaci di argomentare”, “non avete buon senso”, “vi manca la capacità di…” ed altro. E tutto questo lo chiama “scambi di idee”, quando lui le idee non ce l’ha anche perché non sa cosa siano. E per questo è costretto a ricorrere all’insulto, salvo poi lamentarsi se gli si risponde con dei controinsulti adeguati alla sua completa e totale impossibilità di intendere e volere Il suo di atteggiamento lo chiama normale (psichiatri, all’erta!). Il diritto di replica, ovviamente, è da ospedali psichiatrici. Che per lui non saranno obbligatori in quanto, malgrado l’invasività dello stato, non siamo ancora al Soviet. La classica sinistra ipocrisia: il diritto di insulto è riservato solo a loro, agli altri neanche il diritto di replica perché non stanno dalla parte dei deboli come “la componente più nobile della società”. Vada al diavolo lui e lo seguano tutti gli sciocchi come lui. Comunque gli anarcocapitalisti non sono immersi in alcun paneconomismo tecnocratico. In nessuna opera di ogni autore anarcocapitalista è visibile traccia di ciò.

    • firmato winston diaz
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      “In nessuna opera di ogni autore anarcocapitalista è visibile traccia di ciò.”

      Be’ insomma, ho un po’ esagerato a scopo provocatorio, ma che l’economia sia ormai diventata la misura di tutte le cose mi sembra una di quelle realta’ di cui non ci si rende compiutamente conto proprio perche’ ci si e’ immersi fino ai capelli.

      Non direi che l’anarcocapitalismo sia estraneo a questa tendenza, anzi, vista la sua ossessione per il soldo, l’investimento, l’interesse, la giusta mercede intesa in senso monetario, e l’odio per “lo stato falsario”…

      Hayek, partito econometrista come Ricossa, per poi accorgersi, da insider, che l’econometria non vale un cazzo, fa un po’ eccezione, e infatti e’ abbastanza disprezzato dagli economisti anche quelli liberali, che lo considerano un po’ spregiativamente solo un filosofo.

      Non so sia un caso che i blog anarcocapitalisti siano spesso se non sempre animati da promotori/speculatori finanziari, o comunque da gente che interpreta quasi o solo economicamente il mondo. Piu’ paneconomicismo di cosi’.

      Ma credo che la fuga verso l’irrazionale economico (vedi m5s) ormai tipica degli ultimi anni, vada interpretata come rigetto, anche se inconsapevole, da parte del nuovo “spirito del tempo”, di questo modo tutto sommato abbastanza fallito, dal punto di vista del benessere individuale nonostante la ricchezza di beni, di vivere la realta’.

      Le istanze liberali/libertarie/anarcocapitalistiche, con la loro ossessione per l’economia, diciamoci la verita’, interessano a sempre meno gente, e non attraggono per nulla i giovani che rappresentano il futuro.

  • Alessandro Colla
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    L’economia è una scienza importante in quanto etimologicamente scienza dell’ambiente. E’ cultura. Io ho l’ossessione per la cultura e sempre meno gente si interessa d essa, soprattutto i giovani. E’ colpa mia? Forse anche mia, può darsi che agisca con un approccio sbagliato. Ma la cultura, in realtà, non è un ‘ossessione. E’ come dire che uno abbia l’ossessione per la vita. Sempre meglio di quelli che preferiscono la morte. In realtà l’ossigeno non è un’ossessione ma una necessità. Come lo è il bello, con buona pace dei seguaci di Marinetti. Tra l’altro, le istanze libertarie hanno l’ossessione più per l’assenza di coercizione che per l’economia in sé. Sono quindi più “politiche” che economiche in senso stretto. E anche in economia, i libertari sono sul fronte opposto di quello battuto dagli econometristi. Forse sono questi ultimi la causa del rigetto popolare verso la scienza e la cultura. Se poi anche i giovani che rappresentano il futuro non si sentono attratti dalla libertà, allora non è che ci sia da stare allegri. Non so se i siti anarcocapitalisti siano animati da ossessionati dalla volontà di diventare ricchi o di mantenersi tali, non ho dati in proposito. Questo sito è animato da Fidenato e Facco che non mi sembrano rientrare nella suddetta categoria. Un altro sito, libertino.is, che raccomando a tutti, è gestito niente meno che da Don Giovanni e Leporello. Quest’utlimo ci tiene alla sua mesata (più che altro secondo Molière) ed è comprensibile. Ma il suo datore di lavoro è più interessato all’eros che alle ricchezze. Poi ci saranno anche coloro che limitano le proprie sfere d’interesse al lato finanziario. Ma questo non c’entra con l’economia come scienza, con l’origine del capitale, con la legge di Say, con l’azione umana frutto dell’ingegno individuale, con la volontà non coartata del consumatore. Qualcuno può essere soddisfatto nel parlare solo di interesse del mercato azionario o neanche nel parlarne ma nel voler operare all’interno di esso. Io non solo non mi accontento ma trovo l’argomento interessante solo sul piano teorico, senza particolari voglie partecipative dirette. Vale anche per il campo professionale. Molti parlano solo del proprio lavoro e del loro unico svago. A me piace affrontare più argomenti. Amo stare in scena ma poi vorrei trattare temi politici ed economici anche con gli altri attori. La maggior parte di loro vuole parlare solo di come è andata la serata, più come incassi che come qualità interpretativa. Gli stessi attori che detestano la libera iniziativa e vogliono le sovvenzioni pubbliche. Di chi è, allora, l’ossessione? Dei seguaci dell’anarcocapitalismo, che le sovvenzioni pubbliche le detestano, o dei loro avversari? Nessuno ci impedisce di desiderare una migliore situazione economica e al tempo stesso amare la narrativa ottocentesca, la filosofia illuminista, la pittura impressionista, l’arte scenica rinascimentale, quella tersicorea postromantica, il melodramma barocco, la poesia ermetica, la fisica astronomica e quant’altro. Se tra i libertari ci sono degli utilitaristi li avrò come compagni di viaggio per l’eventuale raggiungimento di un obiettivo, non per andare con loro a una mostra su De Chirico. Benvenuti, comunque, se desiderano venirci perché non tutti gli utilitaristi sono monotematici. Vorrà dire che con i monotematici il dialogo sarà ridotto. L’economia, intesa come scienza autentica e non come contabilità bancaria, può anche essere la misura di tutte le cose ma questo non scalfisce la possibilità di interessarsi ad altro. Anzi. Tutte le cose da essa misurate potrebbero perfino risultare coadiuvate da un salto di qualità; proprio grazie alla loro misurazione economica che come già detto non è una semplice operazione ragionieristica. Se poi la gente è sempre meno interessata a tutto, la colpa non è della scienza ma dei sedicenti scienziati. Il fallimento avvertito dal punto di vista del benessere individuale potrebbe esistere anche per la scarsità di beni. Se di alcuni beni esiste ricchezza e il benessere non c’è, il motivo va ricercato nel fatto che non siamo ancora riusciti a difenderci dai predoni. Questi non sono solo i borseggiatori di strada ma soprattutto i burocrati di Cesare che si prendono ciò che di Cesare non è. Paneconomia può anche essere una parola buona, tecnocrazia e tecnocratismo non lo sono. E Cesare è sempre stato un tecnocratico. Prima delle banche centrali i tecnocratico vestiva una divisa e inneggiava alla bandiera. Oggi veste una livrea e maneggia conti correnti altrui. Ma non è certo un libertario. M58 non so cosa sia. Leggo che si tratta di una galassia. Non riesco collegarla con ciò che viene definito l’irrazionale economico. Il saper vivere la realtà va comunque oltre le questioni matematico – fonanziarie. Mi sembra che i libertari lo abbiano sempre sostenuto. E che continuino a sostenerlo.

  • giorgio
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    che poi dovrei avrei scritto “non deve leggere Popper”?
    non confondo lo scetticismo con il principio di falsificabilità, dico solo che quest’ultimo è una derivazione del modus tollens. per verificare “se a allora b” è vera, bisogna negare b, “se non b allora non a”. mi sembra abbastanza chiaro a chi si sia ispirato popper per scrivere il principio di falsificabilità, alla logica antica.

  • Alessandro Colla
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    “Che poi dove avrei scritto non deve leggere popper?”. Intervento del 28 marzo 2018, ore 10.49, secondo capoverso: “del resto il colla dovrebbe aver letto marx [tutte minuscole sue, in quest’ultimo caso condivido ironicamente] per capire cosa effettivamente ha detto E NON QUALCHE SUO DENIGRATORE, TIPO POPPER…” Non solo il grande esperto non capisce ciò che legge negli scritti degli altri ma nemmeno nei suoi, ammesso che siano suoi. Scrive di un Popper che avrebbe riconosciuto diversi meriti a Marx. Ne “La Società Aperta e i Suoi Nemici” non ricordo di aver letto questo, forse rammento male e andrò a rivedere. Mi pare di ricordare che l’unico ad avere qualche riconsocimento di ordine strettamente culturale, sul piano sistematico, tra i nemici dell’autore fosse Platone. Se la rilettura me lo confermerà, si avrà modo di dimostrare chi è che riporta cosette prese dal Bignami, come ama sostenere il villano in questione. Anzi, neanche dal Bignami, dal momento che almeno lì le nozioni potevano essere veritiere; ma da qualche stupidario telematico o cartaceo ad uso e consumo di ogni babbeo popolante il pianeta. Stessa categoria che nega di confondere il principio di falsificabilità con lo scetticismo ma poi pone come esempio l’episodio di Cicerone con i naufraghi. Scrivendo lui stesso che quella posizione appartiene alla corrente dells scetticismo. Poi la riconfonde con l’esempio della logica antica, insomma smentisce sé stesso in ogni momento e vuole continuare a insegnare agli altri ciò che non sa lui per primo. Con questo scritto gli si rinnova l’invito a insegnare il gioco del calcio. Lo sport agonistico è popolato da mentecatti analfabeti, troverà persone adatte a lui. L’invito a smetterla con la cafonaggine e l’invadenza non glielo rivolgiamo più. In questo è totalmente refrattario. Se “A” non “B”, allora lui “nulla”. E per sempre.

  • giorgio
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    il colla si è svelato in tutta la sua grettezza. prima si autoconsiglia di non parlare di cose che non sa come il calcio, e poi ci dice la ragione, vale a dire perché il calcio “è popolato da mentecatti analfabeti, troverà persone adatte a lui”. ci si chiede come fa a sapere da chi è popolato il calcio se non ne sa nulla, ma tant’è! non voglio tuttavia entrare nella disputa personale, il colla è una persona che non mi interessa per nulla.
    però il colla dovrebbe sapere la differenza che passa tra queste due frasi “non deve leggere Popper” e “del resto il colla dovrebbe aver letto marx per capire cosa effettivamente ha detto E NON QUALCHE SUO DENIGRATORE, TIPO POPPER.” solo per il colla quest’ultima frase è uguale a “non deve leggere popper”. che poi, messa del tutto contestualizzata non ha nemmeno senso. l’intenzione era di dire che per capire marx bisogna leggere marx, e non un suo denigratore. la prossima volta sarò più chiaro, ammesso che serva a farmi capire dal colla.
    la logica antica, quella stoica, ha formalizzato il modus tollens. in questo senso il principio di falsificabilità può essere, secondo me, dedotto da quello in maniera indiretta. gli scettici non hanno formalizzato nessuna logica, per quanto ne so, ma sono conosciuti per essere degli antidogmatici, in particolar modo sesto empirico. in questo senso intendevo che l’antidogmatismo degli scettici ha sicuramente influenzato popper e la sua critica della società comunista.

  • Alessandro Colla
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    L’imbecillità non è antitetica alla disonestà intellettuale. La cosa si evidenzia nell’intervento precedente a questo mio. Il cialtrone non aveva scritto semplicemente “…e non qualche suo denigratore”. Aveva scritto “…E NON LEGGERE qualche suo denigratore, tipo Popper”. E’ lì la frase, senza equivoci. Lui adesso cassa il verbo “LEGGERE”, non so se per illudere sé stesso o gli altri lettori. Ipocrita allo stato puro, anzi allo stato brado. Il fatto di non capire nulla di uno sport non significa non sapere da chi sia praticato. In questo non c’è disonestà intellettuale da parte sua, non capisce proprio la differenza. Non so e non capisco nulla dei regolamenti cretini dei vari giochi e della responsabilità collettiva che viene esercitata in forma sanzionatoria quando viene commessa un’infrazione individuale. Non capisco il fuori gioco, il tifo, il quattro – tre – tre, il quattro – quattro – due, il nove – cinque – quindici o il centotredici che oggi è diventato centododici con monopolio dell’arma dei carabinieri. Le cronache ci raccontano dei comportamenti idioti di atleti, allenatori e dirigenti. Venirne a conoscenza non significa diventare esperti di una disciplina. I dirigenti si riciclano in politica. Lì ci si accorge più facilmente del loro analfabetismo (se non vado errato, Sampdoria docet). “…che poi messa del tutto contestualizzata non ha nemmeno senso”. Ecco un altro esempio di analfabetismo nella costruzione di una proposizione, anzi nell’incapacità della sua costruzione. Il non senso sta proprio in una frase come questa e già il grande autore era stato indicato come incapace non di buon senso ma di semplice senso. E’ doveroso ripetere che lo confonde con altro e l’esempio tra Camillo Boito e Tinto Brass si adatta perfettamente alla sua “personalità”. Invece di preoccuparsi spocchiosamente di farsi capire da me, come se fossi io e non lui quello incapace di comprendere, pensi a farsi capire da tutti utilizzando un italiano corretto. E qui gli sto chiedendo l’impossibile, come se gli chiedessi di capire qualcosa. La pianti, poi, di citare tanto per mostrare di conoscere qualcosa; perché ogni frase lo svela come conoscitore di nulla. Il bignamismo del quale accusa sfrontatamente gli altri non è in nessun modo agli altri imputabile. Perché negli anni in cui il Bignami imperversava, autori come Popper erano vietati. Bisognava andarseli a cercare semiclandestinamente, non certo sul Bignami come crede il pagliaccio. Che ancora una volta si autosmentisce involontariamente. Prima “scrive” che il principio di falsicabilità era noto dai tempi di Cicerone con un esempio che indica lo scetticismo, poi nega di aver confuso le due cose, ora torna a dire che il principio popperiano può essere dedotto da ciò che ispirò Cicerone nella scettica risposta sui naufraghi che non si salvarono. Non citi la logica, è cosa lontana dalle sue possibilità. Io non mi metto a praticare il salto con l’asta. Lui il buffone lo può fare ma non professionalmente. Lo faccia davanti allo specchio e non tormenti gli altri con le sue infantili ridicolaggini.

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