In Economia, Esteri

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Il Mal d’Africa comincia a colpire i grandi nomi della finanza mondiale, che, delusi dal rallentamento dei paesi emergenti, cercano terreno fertile nel continente nero. E l’impennata di investimenti stranieri in Africa ha scatenato la corsa tra i centri finanziari off shore per siglare accordi che riducano la pressione fiscale sulle società che intendono lavorare e proteggere i loro investimenti in Africa, con le isole Mauritius, Singapore e il Lussemburgo che si affrettano per assicurarsi questi accordi.

Gli investimenti diretti stranieri in Africa.

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Secondo le Nazioni Unite nel 2012 l’Africa ha registrato 50 miliardi di dollari di investimenti diretti stranieri (Fdi), più del doppio del livello toccato dieci anni prima. Il picco arriva insieme alla forte crescita economica dell’Africa sub-sahariana prevista dalla Banca mondiale e stimata ad un tasso superiore al 5% nel 2013. Un trend, ha sottolineato il Financial Times, che colossi come Coca-Cola e Ibm non si sono lasciati scappare.

Le multinazionali che cercano tutela dai rischi di nazionalizzazioni. E i centri finanziari offshore, che incanalano gli investimenti Fdi in arrivo, stanno negoziando con le nazioni africane ospitanti per siglare accordi di protezione e promozione degli investimenti stranieri, che minimizzino il rischio di nazionalizzazioni costringendo a compensazioni e a procedure di arbitrato e sovrapposizioni fiscali internazionali, così da ridurre la pressione sulle imprese.

Il centro finanziario delle Mauritius – Le isole Mauritius, nel bel mezzo dell’Oceano indiano e che vantano uno dei maggiori centri finanziari dell’Africa, stanno aprendo le porte a questo trend. Il paese, che negli ultimi dieci anni ha gestito circa il 40% degli investimenti diretti stranieri nell’India grazie ad accordi fiscali favorevoli con New Delhi, ha già segnato 19 trattati con paesi africani e ne sta negoziando altri tre. È inoltre in trattative per concludere sei accordi di protezione degli investimenti in Africa.

Lo zampino dei Paesi Bassi in Africa. Gli accordi che evitano la duplicazione fiscale permettono alle società di pagare le tasse nel Paese dove hanno sede legale, solitamente in un paradiso fiscale come il Lussemburgo, piuttosto che nello Stato dove sono basate le operazioni fisiche. I Paesi Bassi, sottolinea il Financial Times, hanno lanciato quest’anno una serie di revisioni dei trattati sulla duplicazione del fisco con Paesi poveri, tra cui Ghana, Uganda e Zambia. Mossa non da poco, se si considera che, secondo il think-tank olandese Dutch centre for research on multinational corporations, nel 2013 l’uso del sistema fiscale olandese da parte delle multinazionali operanti negli Stati africani è costato 771 milioni di euro di tasse in meno a 28 Paesi in via di sviluppo.

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Il nuovo bersaglio delle multinazionali. L’impennata di investimenti diretti stranieri in Africa è una diretta conseguenza del rallentamento economico degli emergenti. Secondo la United Nations conference on trade and development mentre il flusso di Fdi mondiale è calato del 18%, quello verso l’Africa ha fatto un balzo del 5%. Olio, gas e miniere continuano a dominare, ha sottolineato l’Unctad, che ha aggiunto che sono anche «i progetti in manifattura e servizi che ambiscono a soddisfare il crescente mercato interno africano a registrare investimenti in aumento».

I capitali cinesi in Africa. E dove le prospettive di guadagno sono rosee non mancano investimenti cinesi. La China development Bank (Cdb) ha investito circa 2,4 miliardi di dollari in progetti infrastrutturali e commerciali in Africa. Ad affermarlo è il presidente della banca, Zheng Zhikie, sottolineando che «il fondo China-Africa Development Fund, controllato da Cdb, ha finanziato progetti in più di 30 paesi africani, con una strategia che dovrebbe portare circa 10 miliardi di dollari di investimenti cinesi in Africa».

 di Elisa Maiucci – TRATTO DA www.formiche.net

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