In Anti & Politica

JEFFERSONdi GUGLIELMO PIOMBINI

La rivoluzione americana rappresenta l’esempio storico di maggior successo di una rivolta indipendentista  ispirata a principi autenticamente libertari. Oggi, per coloro che credono nella necessità di condurre una battaglia politica e culturale contro l’oppressione dello stato fiscalista e centralista italiano, è molto importante conoscere il pensiero di uno dei protagonisti di quella rivoluzione, Thomas Jefferson, che fu terzo presidente degli Stati Uniti d’America dal 1801 al 1809. Come ha fatto notare Luigi Marco Bassani, il nostro migliore esperto sull’argomento, Jefferson è uno dei rari personaggi passati alla storia sia come uomo politico sia come pensatore. Le sue riflessioni politiche e filosofiche non sono contenute in un singolo libro, ma disseminate in centinaia di documenti politici e migliaia di lettere, che spesso rappresentano veri e propri saggi.

Thomas Jefferson presentò compiutamente le ragioni dell’indipendenza americana nell’Esposizione sommaria dei diritti dell’America britannica del 1774, che ebbe grande diffusione sia in America sia in Inghilterra. In questo scritto Jefferson spiegò che, per le modalità con cui era avvenuta la colonizzazione del continente nordamericano, il governo inglese non poteva accampare diritti su di esso. Il Nord America, infatti, non era stato conquistato dall’esercito del re d’Inghilterra, ma con le vite, le fatiche e le fortune di singoli uomini avventurosi: «L’America è stata conquistata, i suoi insediamenti sono stati creati e mantenuti dagli sforzi e dalle opere degli individui, e non dello Stato … Il loro sangue  è stato versato per ottenere le terre ove stabilirsi, le loro fortune sono state spese per rendere stabili quegli insediamenti. Per se stessi hanno combattuto, per se stessi hanno conquistato e per se stessi soltanto hanno il diritto di possedere i propri beni. Dalle pubbliche finanze di Sua Maestà o dei suoi predecessori non un solo scellino è mai stato speso con lo scopo di assisterli». Anche oggi potremmo dire che i livelli civili ed economici raggiunti dalle regioni del nord Italia si devono esclusivamente alla laboriosità e all’industriosità delle popolazioni che le abitano, mentre lo stato italiano è stato capace solo di drenare risorse e di portare alla rovina un tessuto produttivo che potrebbe fare invidia al mondo intero.

Ai tempi di Jefferson il parlamento britannico si era arrogato la sovranità assoluta sulle colonie americane, emanando una sequela di leggi oppressive e violando l’esercizio del libero commercio con il resto del mondo «che i coloni americani possedevano come diritto naturale». E quando alcuni cittadini di Boston passarono alla rivolta fiscale, gettando in mare le casse di tè sul quale il Parlamento inglese aveva imposto dei dazi (il famoso episodio del Tea Party), seguì una punizione durissima e ingiustificata contro tutta la città, che la ridusse in condizioni terribili.

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Il confronto si fece sempre più aspro, e nella primavera del 1776 il Congresso Continentale americano incaricò Jefferson di redigere una Dichiarazione che rendesse note al mondo le usurpazioni commesse dal re inglese Giorgio III, e che giustificasse la decisione delle colonie americane di separarsi dalla madrepatria per diventare “stati liberi e indipendenti”. La Dichiarazione d’Indipendenza, approvata dal Congresso Continentale il 4 luglio 1776 con poche modifiche rispetto al testo scritto da Jefferson, conteneva queste celeberrime parole, che da allora continuano a infiammare gli animi di tutti coloro che lottano per la libertà: «Noi riteniamo che le seguenti verità siano di per sé evidenti: che tutti gli uomini sono creati eguali e che il loro Creatore ha concesso loro alcuni diritti inalienabili, fra i quali vi sono la vita, la libertà e la ricerca della felicità; che allo scopo di garantire questi diritti, sono creati i governi fra gli uomini, governi che derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati; che ogni qualvolta una qualsiasi forma di governo tenda a negare tali finalità, è diritto del popolo modificarla o abolirla e crearne una nuova».

La libertà si fonda sulla sfiducia verso i governanti

Una volta conquistata l’indipendenza c’è però il pericolo di ripetere i vizi del vecchio sistema. Anche l’America correva il rischio di ricadere nell’assolutismo, se gli americani avessero adottato le istituzioni e le pratiche politiche dell’Europa. L’analisi dei mali dei sistemi politici europei aveva infatti condotto Jefferson alla conclusione che un governo forte fosse sempre oppressivo. Per Jefferson i governi potenti dediti al pubblico bene esistevano soltanto nei sogni di Tommaso Moro e degli altri utopisti. Egli non riusciva a trovarne neanche uno, né nel passato né nel presente. Ovunque i governi forti erano poco più che intransigenti meccanismi fiscali per mantenere eserciti e fornire sussidi e cariche a una minoranza. Se questa era la testimonianza comune dell’esperienza del Vecchio Mondo, ­e nessuno che conoscesse il funzionamento interno di quei governi l’avrebbe negato, anche in America cause uguali avrebbero prodotto uguali risultati. Un governo centralizzato in grado di controllare il meccanismo fiscale al sicuro da limitazioni popolari avrebbe distrutto i risultati della guerra rivoluzionaria.

Uno stato, infatti, diventa tanto più pericoloso quanto maggiori sono i suoi poteri e le sue entrate, perché dove la politica offre maggiori opportunità di vantaggi gli uomini lottano più spietatamente. La storia non conosce obiettivo più tentatore per la brama di potere del controllo dello stato assoluto. L’amore per il potere, pensava Jefferson, è universale. Gli uomini sono per la maggior parte degli autocrati in potenza, e i forti e gli ambiziosi possono realmente diventarlo. Nessun uomo, nessun gruppo di uomini è sufficientemente buono perché gli si possano affidare poteri illimitati, in America come in Europa. La libertà, avvertiva Jefferson, si fonda invece sulla sfiducia nei confronti degli uomini che detengono posizioni di potere: «Se la fiducia nelle persone che abbiamo scelto dovesse mettere a tacere i nostri timori per la sicurezza dei nostri diritti, ci illuderemmo e ci esporremmo a un grave pericolo. La fiducia è sempre la madre del dispotismo: la libertà politica è fondata sul sospetto, e non sulla fiducia. È il sospetto, e non la fiducia, che ci impone di stabilire dei limiti costituzionali, al fine di vincolare quelli a cui affidiamo il potere. Di conseguenza la nostra costituzione ha stabilito entro quali limiti può spingersi la nostra fiducia».

Jefferson riteneva però che non bastasse una costituzione per limitare il potere politico.Occorreva anche disperdere il potere a livello territoriale. Nella sua visione il governo federale doveva occuparsi solo della difesa nazionale e delle relazioni estere; i singoli stati delle leggi, dei diritti civili e della polizia; le contee e le comunità minori di tutti gli interessi locali, fino a giungere all’amministrazione di ciascun podere da parte del suo legittimo proprietario. Attribuendo ad ognuno la direzione di ciò che può tenere d’occhio personalmente, osservava Jefferson, tutto verrà fatto per il meglio; se invece dovesse essere Washington a ordinarci quando seminare e quando mietere, presto ci troveremmo a corto di pane.

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Gli stati cercano però continuamente dei pretesti per accrescere il proprio potere. Nel settembre 1786 Jefferson temette che la rivolta degli agricoltori del Massachussets contro l’eccessiva tassazione, la cosiddetta di “rivolta di Shays”, sarebbe stata usata come pretesto per un tentativo di concentrazione e rafforzamento del potere del governo. In quell’occasione Jefferson si dimostrò comprensivo verso i rivoltosi e fece alcune delle sue affermazioni più radicali, scrivendo che «qualche ribellione, di tanto in tanto, è cosa buona e necessaria al mondo politico quanto le tempeste lo sono a quello fisico. In genere le ribellioni fallite mettono in luce le violazioni dei diritti del popolo che le hanno cagionate … Esse sono invero una medicina necessaria per la salute del governo … Quale paese può conservare le sue libertà se i suoi governanti non sono ammoniti di quando in quando che il loro popolo conserva il suo spirito di resistenza? Che esso prenda le armi … L’albero della libertà deve essere innaffiato di tanto in tanto con il sangue dei patrioti e dei tiranni. È questo il suo naturale concime». Gianfranco Miglio riprese alcuni di questi concetti nel suo dirompente saggio Disobbedienza civile.

Un governo ridotto al minimo

Lo slogan solitamente attribuito a Jefferson “il governo migliore è quello che governa meno” probabilmente non è mai stato da lui pronunciato, ma nel 1801, quando venne eletto Presidente degli Stati Uniti d’America, Jefferson tratteggiò nel suo primo discorso inaugurale un programma politico basato proprio sull’idea dello stato minimo. Jefferson voleva infatti «un governo saggio e frugale, che impedisca agli uomini di farsi del male a vicenda e che, a parte questo, li lasci liberi di regolare la loro attività e il loro progresso, e che non tolga al lavoratore il pane che si è guadagnato». Nel corso del mandato Jefferson si mantenne fedele al suo proposito, riducendo al minimo le imposte, le spese e il debito. Nel secondo discorso inaugurale fu quindi in grado di affermare che «la soppressione di uffici superflui e di spese e strutture inutili ci ha permesso di eliminare le nostre imposte interne» le quali, disseminando nel paese gli esattori e aprendo loro le porte di ogni casa, avevano dato inizio a un processo di vessazione. Oggi invece «un americano può chiedersi con soddisfazione quale contadino, quale artigiano, quale lavoratore abbia mai visto un esattore negli Stati Uniti». L’America era diventata il luogo ideale per chi voleva vivere pacificamente del proprio lavoro senza avere a che fare con un governo.

Il debito pubblico andava azzerato al più presto per non «violare i diritti delle future generazioni, facendo gravare su di esse i debiti del passato». La scelta fondamentale, scrisse in una lettera del 1816, era «tra parsimonia e libertà da una parte, e sperpero e servitù dall’altra … Se ci indebiteremo al punto da dover tassare il cibo e le bevande, i beni di prima necessità e le comodità, il lavoro e i divertimenti, le nostre vocazioni e la nostra fede, finiremo come il popolo inglese: la nostra gente, come la loro, dovrà lavorare sedici ore su ventiquattro e cedere al governo i guadagni di quindici di esse, per finanziare i debiti e le spese correnti … finché la massa della società verrà ridotta ad un insieme di automi mossi dalla miseria, insensibili a tutto tranne che al peccato e alla sofferenza … E l’anticamera di questa situazione è il debito pubblico; da quello segue la tassazione poi la miseria e l’oppressione».

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Per Jefferson il vero fondamento di una libera repubblica era «il pari diritto di ogni cittadino alla sua persona e alla sua proprietà», e la libertà politica si fondava non tanto su questo o quel congegno istituzionale, ma sullo spirito del popolo, «che obbligherebbe anche un despota a governarci come una repubblica. Grazie a questo spirito, e non certo alla struttura della nostra costituzione, tutto è andato bene». Per questa ragione Jefferson pensava che la sua generazione non avesse il diritto di vincolare per sempre le generazioni successive con un patto costituzionale che non avevano firmato. La costituzione stessa doveva prevedere la possibilità del suo rinnovo a scadenze periodiche, ogni vent’anni circa. Anche questa idea della costituzione a tempo venne ripresa da Gianfranco Miglio nelle sue più avanzate proposte di riforma costituzionale.

In conclusione, malgrado il processo di degenerazione subito col passare del tempo dal sistema politico americano rispetto all’ideale dei padri fondatori, non si può negare che negli Stati Uniti si sia conservata meglio che altrove una cultura favorevole al rispetto dei diritti naturali e della libertà individuale. Ancora oggi, dopo più di duecento anni, la continua vitalità della società americana si deve alla persistenza dello spirito jeffersoniano e degli ideali della rivoluzione del 1776. Che possano anche per noi essere una fonte perenne d’ispirazione.

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Showing 7 comments
  • CARLO BUTTI
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    Le idee di Jefferson erano lungimiranti, ma purtroppo il sistema messo a punto nel nuovo mondo per limitare e spezzettare il potere a lungo andare s’è rivelato inefficace. Negli Stati Uniti c’è meno socialismo che da noi, ma anche lì l’accentramento, la fiscalità, l’assistenzialismo il militarismo e tutte le brutture del Leviatano hanno fatto grandi passi, e continuano a farne. La Storia sembra dimostrarci che ogni Stato, anche se nasce con le migliori intenzioni e si dota di tutti i meccanismi costituzionali per autolimitarsi, tende inevitabilmente a rafforzarsi e a espandersi. Qualcosa di simile sta capitando alla Svizzera, sempre più omologata agli altri modelli cosiddetti liberal-democratici, e da tempo non più confederazione, ma federazione, a dispetto del nome che continua a portare… D’altra parte, uno Stato può all’origine essere minimo fin che si vuole, ma la dialettica democratica può sempre portare al potere forze politiche indirizzate all’aumento dei poteri pubblici; ed è molto probabile che, visti gli interessi in gioco, capiti proprio così, attraverso la finzione della “volontà del popolo” che si espliciterebbe attraverso elezioni, referendum e altri marchingegni più o meno truffaldini. Si potrebbe fissare rigidamente nella costituzione il divieto di estendere le prerogative dello Stato, ma in quali termini, che non siano aggirabili? E fino a che punto una costituzione del genere, sicuramente non democratica, può dirsi ancora liberale? Una costituzione deve fissare alcuni principi irrinunciabili, ma tutto il resto dev’essere lasciato ai governi legittimamente espressi. La Costituzione della Repubblica Italiana, che le sinistre e non solo loro magnificano come la più bella del mondo, è criticabilissima proprio perché prefigura uno Stato socialista, che potrebbe facilmente scivolare in un dirigismo di tipo sovietico (ci siamo andati vicini). Non lo dico io, lo ha detto recentemente Galli della Loggia. Concludendo: bene l’elogio a Jefferson, bene il rimpianto per la Svizzera di Guglielmo Tell, ma quei modelli non sono più riproponibili; e quella dello Stato minimo è un’utopia più fantasiosa di ogni radicale anarchismo.

  • leo s
    Rispondi

    Perché. Ritieni lo stato minimo utopistico? Articolo illuminante in ogni caso.

  • CARLO BUTTI
    Rispondi

    Non è utopistico lo Stato minimo in sé. E’ utopistico che rimanga tale. Mi si diano prove contrarie, fatti storici alla mano. Anche l’antica Atene, che molti additano come l’esempio più liberale dell’antichità, diventa nel giro di pochi decenni assistenzialista e guerrafondaia. E’ il primo esempio di “welfare state” della Storia. Si andava anche a teatro a spese pubbliche; e il teatro era spesso tribuna di propaganda politica (però che opere meravigliose…)

    • Mister Libertarian
      Rispondi

      Sono d’accordo sul fatto che uno Stato minimo tenda inevitabilmente a diventare a poco a poco uno Stato massimo.

      Tuttavia una volta mi hanno fatto questa obiezione: la storia sembra dimostrare che anche nell’anarchia (e forse pure nell’anarco-capitalismo) esiste una tendenza inevitabile al sorgere di uno Stato, che a differenza di quello minimo non sarebbe neanche limitato costituzionalmente.

      Cosa risponderesti?

  • Fabio
    Rispondi

    è difficile dire quale sia la dimensione ‘minima’
    per me non ha molta importanza, mi basterebbe avere sempre una frontiera sempre vicina dietro la quale cercare di rifugio.

  • Pedante
    Rispondi

    “che tutti gli uomini sono creati eguali”

    Avesse detto “nella stessa maniera” o “eguali davanti alla Legge” non avremmo tutti questi programmi assistenziali mirati a ovviare le evidenti differenze di capacità tra gli uomini.

  • Pedante
    Rispondi

    “Quando verrà liberato, [il nero] dovrà essere messo oltre il raggio della mescolanza.”

    Come Madison, Jefferson credeva che i due popoli non potevano coesistere pacificamente e che i neri dovevano essere rimandati in Africa.

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