In Anti & Politica, Economia, Esteri, Varie

SVIZZERAEssendo oggi, 1° agosto, anniversario del patto federale del 1291, rilanciamo questo straordinario articolo.

DI GUGLIELMO PIOMBINI

In questo periodo sto studiando, con sempre maggior ammirazione, il sistema politico ed economico svizzero. Per unire l’utile al dilettevole ho deciso di trascorrere un paio di giorni (il 1° e il 2 giugno) a Lugano con la mia famiglia. Qui ho parlato con un bravo economista ed esperto fiscale ticinese, l’amico Paolo Pamini.

Ho trovato inoltre un libro ricco di utili informazioni: “Conoscere la Svizzera. Il segreto del suo successo” dello storico François Garçon, recentemente pubblicato dall’editore Armando Dadò di Locarno. Vorrei quindi presentare una serie di dati e di considerazioni sui sorprendenti risultati ottenuti da questo paese unico nel suo genere.

 

La Svizzera, un drago dell’economia

La Svizzera sta vivendo un periodo di grande prosperità economica, soprattutto se confrontata con i paesi vicini. La disoccupazione, anche tra i giovani, è praticamente inesistente. Gli stipendi nel Canton Ticino sono mediamente il doppio di quelli italiani, mentre nella Svizzera tedesca sono il triplo. In particolare Zurigo vanta il primo posto al mondo per i salari più alti, davanti a New York, Tokio, Londra, Stoccolma e Parigi (a Zurigo si guadagna il doppio rispetto alla capitale francese).

Gli svizzeri hanno di recente respinto con un referendum il salario minimo legale, ma di fatto non esistono impieghi pagati meno di 2000 franchi svizzeri al mese (1850 euro); il 96,3 per cento degli svizzeri, infatti, guadagna più di questa cifra. La tassazione è molto più bassa rispetto all’Italia e agli altri paesi europei, però il costo della vita è più alto del 30-40 per cento, e inoltre vi sono alcune spese obbligatorie abbastanza rilevanti, a partire dall’assicurazione sanitaria privata.

Ad ogni modo, secondo l’Ufficio Federale di Statistica nel 2011 il reddito disponibile medio per famiglia, una volta dedotte tutte le imposte e le assicurazioni obbligatorie, è stato di 6750 franchi al mese, ossia 5500 euro. Rispetto al 2006 il reddito medio mensile di ogni famiglia svizzera è cresciuto di 650 franchi (533 euro).

Come ha fatto questo paese di soli otto milioni di abitanti, stretti in un territorio inospitale e montagnoso al 65 per cento, senza sbocchi al mare e senza risorse naturali, a parte le acque delle sue dighe idrauliche, a raggiungere questi risultati economici? A dispetto degli stereotipi, la Svizzera non è soltanto un paradiso fiscale, e del resto lo sarà sempre meno vista la progressiva abolizione del segreto bancario.

La Svizzera è prima di tutto una potenza economica, tecnologica e scientifica. Solo il 5,6 per cento della popolazione attiva lavora nel settore bancario e assicurativo, generando però il 15 per cento del pil, a conferma della loro forte produttività. Per il resto la Svizzera ha una industria estremamente competitiva in molti settori ad alto valore aggiunto, come la farmaceutica, la chimica e l’alta tecnologia.

La sua forza sono le numerosissime piccole e medie imprese che commerciano con il mondo intero: 138.000 entità che danno lavoro a 2,2 milioni di persone, ossia un’impresa ogni 55 abitanti. I patetici lamenti italici o francesi contro la globalizzazione qui non hanno attecchito.

Gli svizzeri si sono inseriti con entusiasmo nell’economia globalizzata, hanno respinto ogni tentazione protezionista e si sono specializzati nei settori dove erano già forti, continuando a guadagnare fette di mercato in un ambiente globale altamente concorrenziale. All’opposto dell’Italia, la Svizzera si è reindustrializzata proprio grazie alla globalizzazione.

Gli abitanti della Confederazione Elvetica dimostrano con i fatti che l’inventiva e il lavoro sono la fonte della prosperità. Questi saggi e indefessi lavoratori hanno sempre bocciato con referendum tutte le reiterate proposte di ridurre per legge l’orario di lavoro. Nel marzo 2012 hanno respinto in maniera massiccia l’iniziativa lanciata dai sindacati per “sei settimane di congedo per tutti”, e hanno continuato a lavorare più degli omologhi europei.

Hanno in media solo 29 giorni di riposo all’anno contro, ad esempio, i 40 dei francesi. Inoltre, grazie a regole del mercato del lavoro molto liberali, in Svizzera lavorano tutti, giovani e anziani. La Svizzera conta infatti il 68 per cento di popolazione attiva nella fascia di età tra i 55 anni e i 64 anni: un record europeo. Secondo una recente inchiesta il 96 per cento delle persone sopra i 55 anni si sono dichiarate soddisfatte delle loro condizioni di lavoro.

 

Il segreto del successo: la concorrenza fiscale

SVIZZERA2Mentre nell’inferno fiscale e burocratico italiano dal 2007 a oggi gli investimenti esteri sono crollati del 58 per cento, la Svizzera continua ad attirarli come un magnete. Il 59 per cento delle società straniere che hanno insediato il loro quartier generale in Europa, come Hewlett-Packard, Gillette, Procter & Gamble, Ralph Laure, Colgate Palmolive, Cisco o General Motors, hanno scelto la Svizzera.

Anche Microsoft e Google hanno stabilito a Zurigo il loro centro di ricerca europeo. Questo fatto fa infuriare i politici europei, che si vedono sfuggire di mano miliardi di imposte a causa della “sleale” concorrenza fiscale svizzera. Nel 2007 un politico socialista francese, Arnaud Montebourg, ebbe un breve periodo di notorietà quando si lanciò in una durissima accusa contro la “mancanza di civismo e la fuga” dei contribuenti francesi più ricchi “nei paradisi fiscali alle porte dell’Europa”.

«Fin dove può giungere la nostra tolleranza nei confronti della Svizzera? – tuonò Montebourg – Non sarebbe forse meglio assumere il confronto inevitabile con questi territori, come fece il generale De Gaulle nel 1963 quando decretò il blocco contro il Principato di Monaco, che dovette così piegare la schiena di fronte alle esigenze fiscali francesi?». Il giorno seguente il quotidiano Liberation uscì con questo titolo a grandi caratteri in prima pagina: “Evasione fiscale. Bisogna invadere la Svizzera?”

La risposta degli svizzeri a questo novello Robespierre è stata secca e definitiva: «Non c’è nulla da trattare. Montebourg non conosce il sistema fiscale elvetico». Il governo svizzero non poteva trattare su questioni fiscali con il governo francese neanche se l’avesse voluto, perché la Svizzera è una Confederazione nella quale ciascuno dei 26 cantoni è padrone della propria fiscalità.

Non solo: all’interno di ogni singolo cantone la competizione fiscale tra i comuni è ancor più accanita. Al deputato francese sfuggiva inoltre un altro dato fondamentale: la partecipazione decisiva dei contribuenti alla determinazione dei tassi d’imposta. In Svizzera, infatti, sono i cittadini che votano la maggior parte delle aliquote fiscali attraverso la democrazia diretta e i referendum.

Per realizzare il suo obiettivo Montebourg avrebbe quindi dovuto fare il giro di tutti i comuni e di tutti i cantoni elvetici, e perorare la sua richiesta di “armonizzazione fiscale” con la Francia davanti ai cittadini riuniti per le votazioni a Obvaldo, Nidvaldo, Glarona o Appenzello. Molto difficilmente però sarebbe riuscito a ottenere il loro consenso, dato che, come spiega l’economista svizzero Beat Kappeler, le istituzioni locali elvetiche «producono un tipo particolare di politico dell’esecutivo, investito della delicata missione di mantenere uno Stato minimale: egli è il delegato del popolo, incaricato di sorvegliare il mostro e non certo di renderlo potente, splendido, seducente».

Gli elvetici, infatti, non hanno nessuna intenzione di rinunciare al loro sistema perché, come spiega l’ex ministro delle finanze della Confederazione Hans-Rudolf Merz, la concorrenza fiscale interna è garanzia di efficienza e di innovazione. Ogni cantone è libero di sperimentare soluzioni inedite e poi, a seconda dei risultati, le soluzioni migliori vengono adottate, mantenute e eventualmente imitate.

Nel 2007 il Canton Obvaldo, vero e proprio laboratorio fiscale della Svizzera, fu il primo ad adottare una tassa piatta con aliquota bassissima all’1,8 per cento per tutti i redditi, con esenzione totale sotto i 10.000 franchi. Visti i buoni risultati, questa innovazione fiscale venne copiata l’anno successivo dal Canton Turgovia. Generalmente sono i comuni e i cantoni più depressi o svantaggiati che giocano la carta delle riduzioni fiscali per recuperare un po’ di terreno nei confronti dei comuni o dei cantoni più sviluppati e meglio serviti, che possono permettersi di chiedere aliquote più alte ai propri cittadini.

Ad esempio, nel 2007 il comune di Saanen nelle Alpi bernesi concesse degli sgravi fiscali ai residenti con un patrimonio particolarmente elevato. Il cittadino svizzero più ricco, l’imprenditore miliardario Ernesto Bertarelli, proprietario di Alinghi (il team svizzero vincitore di due edizione della Coppa America di vela), decise allora di trasferirsi lì dal Canton Vaud, il quale subì una forte perdita di gettito. Nel 2008, bersagliato dalla concorrenza dei cantoni vicini, anche Zurigo si piegò alla competizione fiscale abbassando le aliquote.

Un modello per l’Europa

La Svizzera appare come un paese ben gestito, ma lo stesso non può dirsi per molti altri paesi europei come l’Italia, la Grecia, la Spagna, il Portogallo o la Francia, che hanno accumulato dei debiti pubblici drammatici. Questi bilanci statali disastrati non meritano nessuna compassione. Secondo il professor François Garçon, gli sperperi enormi che hanno generato questi debiti sono rivelatori della mancanza di civismo della massa di cittadini, per la loro rinuncia al dovere di vigilanza sui propri eletti.

Il popolo che scambia i propri eletti per Babbo Natale, ironizza Garçon, viene sempre gabbato. La crisi del debito riflette la noncuranza del popolo sovrano, incapace di prevedere le inevitabili derive cleptomani dei propri dirigenti, e di impedirle.

La spiegazione della passività di tanti popoli europei di fronte allo sperpero pubblico e della facilità con la quale gli eletti di qualsivoglia colore politico li hanno raggirati risiede nel fatto che in questo debito, in questa gigantesca depredazione, molti hanno trovato il proprio sporco tornaconto: finti impieghi nell’amministrazione statale, pensioni senza aver versato contributi, e così via. L’accumulo di burocrazia parassitaria e costosa, scrive Garçon, non è la causa, bensì il sintomo del generale putridume.

Mentre gli italiani, i greci, gli spagnoli o i francesi hanno concesso ogni libertà ai loro eletti trasformatisi in predatori, gli svizzeri sono stati vigilanti. Lo sono stati a maggior ragione poiché le istituzioni di cui si sono dotati permettono loro di sorvegliare i propri eletti e di tenerli al guinzaglio. Gli svizzeri in effetti si sono muniti di istituzioni che consentono ai cittadini di far valere in maniera pacifica e civile la loro voce, senza passare dalle violenze di piazza, dai cortei che bloccano le strade, dagli scioperi continui o dalle risse televisive.

Da oltre un secolo e mezzo gli svizzeri hanno forgiato degli strumenti politici la cui utilità specifica è quella di ricordare agli eletti che, a differenza di quanto avviene nella pratica di molti paesi a “democrazia rappresentativa” come l’Italia, il mandato di cui dispongono non è assimilabile a un permesso di saccheggio concesso per un periodo di quattro o cinque anni.

La Svizzera ci mostra quindi le virtù di un sistema basato sullo stato leggero, la decentralizzazione nelle decisioni di spesa per evitare gli sperperi, il federalismo concorrenziale, la sorveglianza degli eletti, i referendum su questioni fiscali, e il diritto d’iniziativa, che permette alla popolazione di intromettersi in ogni momento in ciò che la riguarda, canalizzando i malcontenti e dando responsabilità ai cittadini. I popoli europei dovrebbero trarre importanti lezioni da questo superiore modello di organizzazione politica.

 

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  • Alberto Veneziano
    Rispondi

    Interessantissimo articolo istigatore di speranza, oramai al lumicino purtroppo.
    Grazie

  • luca
    Rispondi

    Perché non parli della politica monetaria ultra-espansiva della banca nazionale svizzera?

    • Guglielmo Piombini
      Rispondi

      La politica monetaria espansiva della Svizzera ha lo scopo di tenere il franco agganciato all’euro a un cambio fisso intorno a 1,20, per evitare l’eccessiva rivalutazione della propria valuta.

      Si tratta in effetti di una politica monetaria discutibile, che potrebbe essere fonte di squilibri finanziari in futuro.

    • hilda
      Rispondi

      quello che farebbe qualunque stato senza sto cazzo di EURO…che voi poveri inutili idioti liberali continuate a difendere.

  • Fabio
    Rispondi

    CONTRO:
    accordo di cambio bloccato con la UE, è come entrare nell’euro ma senza farlo votare: hanno preso per il culo i loro cittadini.

    abolizione del segreto bancario, cedendo alle pressioni degli altri governi e violando contratti privati tra aziende e cittadini.

    PRO:
    tutti i cittadini sono anche militari, con armi da guerra a casa (non certo come in italia dove tutti gli statalisti continuano ossessivamente a vietarle _agli altri_ perché ‘mica siamo nel far west’)

    libero scambio con i giganti orientali, assieme nuova zelanda, tra cui la Cina alla faccia di chi dice che i grandi ti soffocano.

  • francesco taddei
    Rispondi

    lo scambio con i giganti è su materie che loro non producono, mica fanno venire il cioccolato dalla cina. sono svizzeri, mica scemi. in italia, purtroppo, la gente pensa che la funzione dello stato sia proprio quella di indebitarsi per creare posti di lavoro, pagati dalle tasse alte (lo pensano tutti gli schieramenti, da sinistra a destra e pure i preti). occorrerebbe ripensare il ruolo dello stato, snello, essenziale e difensore degli interessi nazionali. i posti di lavoro li faccia chi investe, facilitandone le condizioni.

  • Sigismondo di Treviri
    Rispondi

    Gli svizzeri sono cittadini, gli europei sudditi, gli italiani sudditi scemi. Quindi i conti tornano. Ma come diceva Cervantes nel Don Chisciotte, l’invidia è la madre di tutti i mali del mondo e prima o poi l’Unione delle Repubbliche Socialiste Europee costringerà anche gli elvetici a diventare sudditi, magari non scemi come gli italici, ma comunque sudditi.

    • Tommasodaquino
      Rispondi

      In linea generale potrei anche essere d’accordo. Ma ricordo perfettamente questa scena, ho un grande amico che vive a Lugano da anni, vado a trovarlo spesso. ho assistito ad una scena che in Italia sarebbe considerata folle, il suo vicino era incazzato perchè aveva ricevuto un assegno da parte del cantone. Incazzato perchè ha detto testualmente “NON VOGLIO I LORO SOLDI !” . Cioè non so se mi spiego.

  • Pedante
    Rispondi

    Tutti punti (culturali) validissimi ma non bisogna trascurare la questione dell’immigrazione. Da molto tempo la Svizzera ha esercitato un controllo relativamente rigoroso riguardo alla residenza e alla cittadinanza.

    Ho paura che SdT abbia ragione e che la Svizzera subirà forti pressioni ad allinearsi con il resto dell’Europa e far entrare indiscriminatamente cittadini da tutto il mondo.

  • Mirko
    Rispondi

    Per dirla con un detto trito e ritrito “ogniuno ha i governanti che si merita”. Se il cittadino svizzero è più partecipe alla vita politica ed esercita un maggior controllo sugli eletti è perchè ha l’intelligenza di capire che se lasci un politico senza guinzaglio ti fotte. L’Italiano medio è un coglione che non sa fare altro che chiedere a mamma stato di poter entrare nella lista degli assistiti (vuole un lavoro, vuole la casa, vuole mangiare gratis, ecc.., ecc..). A me pare assurdo che quasi nessuno abbia ancora capito un concetto molto banale. Cioè che ogni governo non è in grado di creare ricchezza e quando concede qualcosa a qualcuno lo deve aver tolto a qualcun’altro. E questo succede trattenendo per se e per oliare i suoi costosi ingranaggi una buona parte del maltolto. Sulla bocca della gente senti sempre la solita litania (il governo deve fare……, lo stato non ci deve abbandonare….., lo stato deve mantenere……, lo stato deve garantire….). E nel frattempo il politico gongola, perchè quando lo chiamano si considera autorizzato al saccheggio. Tutti hanno paura di essere abbandonati dallo stato. “Ci hanno lasciato soli…”, “Le autorità si sono fatte di nebbia….”. Magari lo stato di abbandonasse per un pò!!! Questo paese si risolleverebbe in un istante.

  • Pedante
    Rispondi

    Interessante che il cantone tedesco vanti il reddito medio più alto del paese – natura o cultura?

  • jimmy
    Rispondi

    Ringrazio Guglielmo Piombini per quest’ottimo articolo, pieno zeppo di notizie ed analisi rigorose.

    Premetto che non nutro alcuna simpatia per il concetto di stato, per efficiente e partecipato che sia.

    Tuttavia, ammetto serenamente che lo stato svizzero è la migliore approssimazione esistente di tutto ciò che un libertario pragmatico e non utopista può desiderare al giorno d’oggi.

    Pertanto, ritengo che il trasferimento in svizzera (almeno…, ma vanno bene anche panama, dubai, etc.) dovrebbe far parte della “soluzione personale” che ogni libertario dovrebbe adottare al più presto (sempre se possibile, ovvio) non solo per salvare se stesso, ma anche per accelerare la triste fine dello stato italiano.

    Personalmente ritengo altamente improbabile che la ue e gli stati membri possano obbligare la svizzera a compiere una sterzata centralista-statalista nelle sue abituali pratiche di governo, su qualsiasi materia (immigrazione, debito, spesa pubblica, etc.).

    Se la svizzera ha compiuto qualche azione in tal senso nel recente passato (ad es. sul segreto bancario), lo ha fatto solo per la sua convenienza di adeguarsi ai tempi ormai mutati e per disattivare la facile accusa di riciclare capitali sporchi, non per obbedire a chicchessia.

    Infatti, come acutamente rileva Piombini, la svizzera diventa sempre più forte ed efficiente, e gli altri stati (non solo europei) diventano sempre più deboli e ridicolmente arroganti (ho detto usa?).

    Con i nuovi padroni mondiali (cina e russia), la svizzera ha subito stipulato accordi, e non solo per fini economici, ma anche per la saggia intenzione di avere sempre amici potenti.

    Piuttosto, sarebbe interessante vedere se nel futuro, invece che annettersi la svizzera, i membri ue agonizzanti dovessero subire il distacco di tre-quattro macroregioni (guarda caso confinanti con la svizzera e piuttosto omogenee con la cultura efficientista svizzera).

    Le tre macroregioni sono piemonte-lombardo-veneto per l’italia, alsazia-franca-rodano-provenza per la francia, baden-baviera-assia per la germania ed infine voralberg-tirolo-salisburgo per l’austria.

    Sono macroregioni ancora ricche, produttive e creditrici di tassazione: quando saranno finalmente stanche di mantenere il resto dei loro stati (consumatori di tassazione), con chi volete che vadano se non con la dirimpettaia svizzera (che le accoglierà dapprima con semplici trattati di libero scambio economico, e qualche decennio dopo con una bella annessione?).

  • Fabio
    Rispondi

    riguardo alla ‘rinuncia al dovere di vigilanza sugli eletti’ ricordo che in italia non solo non è proprio previsto ma per legge addirittura vietato!

    la Costituzione infatti, già! proprio la cosidetta legge fondamentale dello stato, vieta il vincolo di mandato per cui il politico che dice una cosa in campagna elettorale può, anzi deve, essere libero di fare tutt’altro nell’esercizio del suo potere.

    con queste premesse sacre e scolpite nella pietra dell’altare dello Stato Onnipotente in terra mare e cielo, come si può mai pensare di poter controllare i politici italiani?
    capisci bene perché in svizzera hanno il Credito Pubblico e di qua del confine immane Debito Pubblico.

  • Nlibertario
    Rispondi

    Una domanda: In Svizzera se qualcuno vuole aprire, ad esempio, un orto OGM è libero di farlo o è sottoposto a qualche divieto/incombenza da parte dello Stato o affini?
    Lo chiedo perché gente di strada mi raccontò che in Svizzera gli OGM sono vietati

  • Gerardo Gaita
    Rispondi

    Un post sicuramente da leggere; davvero esaustivo e ricco di informazioni e dati su una realtà tanto a noi italiani vicina a livello territoriale quanto, perlomeno ancora, tanto lontana nella mentalità.

    un cordiale saluto,
    GERARDO GAITA

  • Alberto Gregorio
    Rispondi

    Bellissimo articolo che ho riletto con estremo piacere. Tanto più che nelle more delle due letture ho preso la decisione di trasferire in Ticino la mia famiglia e la mia imprenditorialità. Spero nella primavera del 2015, dopo aver ceduto l’azienda e liquidato la maggior parte del patrimonio in Italia.

    • Guglielmo Piombini
      Rispondi

      Credo anch’io che Alberto Gregorio abbia preso la decisione giusta per sé e per i suoi famigliari. A parte le considerazioni economiche, pensiamo anche all’enorme sollievo psicologico di poter aprire un giornale, leggere le nefandezze immonde con cui ogni giorno lo Stato italiano ci avvelena la vita, e poter dire. “Mi dispiace per quelli che sono rimasti, ma queste porcherie non mi riguardano più!”. Tutto questo non ha prezzo.

  • luca
    Rispondi

    Le critiche sulla globalizzazione sono talmente ‘patetiche’ che infatti la Svizzera ha chiuso le sue frontiere.
    In questo articolo traspare più ideologia neoliberale che non la capacità di fotografare la realtà politica in tutti I suoi aspetti. Eppure le informazioni ci sono.

    • leonardofaccoeditore
      Rispondi

      La Svizzera ha chiuso le frontiere? Si faccia curare da uno bravo

  • christian
    Rispondi

    Luca
    Le informazioni ci sono e tu non le sai leggere. Dubito che ti sappia anche cosa sia veramente il neoliberismo, parola che probabilmente hai solo letto di recente sfogliando a caso il vocabolario.
    Poi la confusione della globalizzazione economia con l’immigrazione (ed il globalismo) fa capire che oramai nessuno può più curarti. Collettivista allo stato terminale e metastatizzato. Amen.

  • Alessandro Colla
    Rispondi

    “Eppure le informazioni ci sono”. Appunto, perché non approfittarne? Dove sarebbero le fonti su presunte chiusure delle frontiere elvetiche? Il liberalismo, essendo per sua natura antidogmatico, si basa proprio sulla capacità (e sulla necessità, aggiungo io) di fotografare la realtà politica e non solo poltica in tutti i suoi aspetti. Proprio ciò che manca a marxisti, luddisti, keynesiani e altra immondizia pseudosociologica varia che non analizza ma conclude a prescindere. O che finge di analizzare, magari soffermandosi su un solo aspetto di una questione, trascurando tutti gli altri. Soprattutto quelli che smentiscono le motivazioni del proprio fideistico e inutile credo, inutile quando non dannoso. Valga per tutti la farsa della tecnologia che “toglie posti di lavoro” Ci si sofferma solo su quanti braccianti agricoli in meno e non su quanti operai in più per costruire il trattore. E poco importa che con la tecnica se risolvo un problema ne “creo” altri cento: intanto non sempre è vero. A volte me li creo perché me li voglio creare. Altre è un bene che sia così perché siamo differenti dalle bestie (come dite, pseudoanimalisti? non è vero?). Cerchiamo sempre di migliorare e io non mi sento prigioniero di questa legittima aspirazione. Sui pregiudizi verso il liberismo siamo messi male. Leggo oggi a pagina 23 del quotidiano romano IL TEMPO, che in teoria dovrebbe coprire lo spazio dei liberisti, una recensione (per fortuna anonima) di un libro sudamericano del quale si esalta la critica al sistema neoliberista che “alienerebbe le nostre vite”. Ecco, appunto: per qualcuno la libertà è alienante, mentre il tiranno lo gratifica psicologicamente. E allora che rinunci personalmentealla libertà, senza pretendere che anche gli altri seguano il suo perverso e masochistico esempio. Sullo stesso quotidiano, a pagina 19, la vicedirettrice della testata sostiene che Cesare Battisti e Nazario Sauro siano stati portati al patibolo “insieme” a Guglielmo Oberdan. Quest’ultimo morì ventiquattro anni prima! Ecco dove “le informazioni ci sono”. E pure le disinformazioni alle quali attingono gli improvvisati critici del liberalismo. Quest’ultima citata è sicuramente involontaria ma costituisce un punto a favore per l’abolizione degli ordini professionali, in primis quello dei giornalisti.

  • Luca Rossi
    Rispondi

    Articolo interessante, ma la conclusione che, di fatto, scarica il problema del debito pubblico sul popolo mi sembra a suo modo qualunquista; un qualunquismo che cerca di essere elitario, ma nella sostanza non cambia.

  • Solo
    Rispondi

    Allora perchè non ci trasferiamo tutti là? (Domanda retorica). ho vissuto 13anni a zurigo, ho tanti amici ma pochi sono svizzeri, tanti sono chiusi freddi (che non è brutto) e fascisti di m*(bruttissimo). Nei cantoni con i paesini dove c’è poca immigrazione ti guardano come un’alieno, brutta la vita lì, è vero che guadagni ma ne spendi molto di più di quanto hai scritto in questo articolo. E se hai uno stipendio di 3500.- o 4500.- franchi sei un poverino. Bruttissima la vita lì non ritornerei neanche nei sogni. Magari prima di scrivere certe cose vai a vivere lì con un permesso di lavoro C e lavora da straniero con degli svizzeri sui cantieri o nei magazini. Vedrai che le tue riflessioni cambiano.Comunque è vero che non sono fessi, ma si sono arricchiti coi soldi degli altri non per meriti loro e del loro paesotto di montagna. Parlo dagli anni 20,30 ai giorni d’oggi

    • ANTITROLL
      Rispondi

      Come no, 13 anni a Zurigo vissuti intensamente in un flashback di pochi attimi della tua mente malata dopo un fix di roba mal tagliata al Platzspitz. E da allora “Solo” è diventato il tuo nome, in onore del tuo unico neurone superstite.

      • Solo
        Rispondi

        Mah il malato mi sembri tu. Niente eroina odio gli eroinamani come te solo erba buona. Ah quasi dimenticavo fottiti tu e i tuoi commenti malati

  • Solo
    Rispondi

    E tu saresti antitroll…preferisco i troll a te e alle tue sparate provocatorie

  • christian
    Rispondi

    Sei venuto in questo sito, che a quanto si capisce espone dei principi completamente avulsi dalla tua mentalità, appositamente per riesumare e commentare un articolo vecchio di tre anni con banali stupidaggini, luoghi comuni e sciocchezze condite con “io ci sono sono stato e so come stanno veramente le cose”. Mai come in questo caso Nomen omen, sei un poveretto ed è inutile controbattere alle tue parole insensate con alre di persone che in Svizzera ci sono state (veramente) e/o si sono trasferiti definitivamente facendo il dito medio a questo paese di merda dove i flussi migratori sono suddivisi per parti anatomiche: i cervelli fuggono ed i coglioni ritornano.

  • Alessandro Colla
    Rispondi

    Non ci sono SOLO banali supidaggini, luoghi comuni e sciocchezze condite, nei commenti di “qualcuno”. C’è anche la palese menzogna quando si afferma che con 4500 franchi svizzeri (credo cioè 5000 euro) si è dei poverini. Non c’è dubbio che dove guadagno di più ci possano essere prezzi più alti. Ma se guadagno mille e l’alloggio costa cinquecento, dove guadagno duemila l’alloggio costa settecento e non mille. Quindi lo spazio per il mio di guadagno c’è. Quella del “ti guardano come un alieno”, secondo me è un’altra fandonia. Ci sono troppe persone che soffrono di manie di persecuzione e vedono tutti gli altri come soggetti che ce l’hanno con loro. Arricchirsi “con i soldi degli altri” può essere un merito se i soldi non sono stati rubati o estorti. Ogni venditore riceve i soldi degli altri. Se uno si arricchisce vuol dire che è bravo. Sono fessi quelli che gli comprano un prodotto inutile? Bravi quei venditori che intercettano quell’inutile, fosse anche una sostanza stupefacente che non è solo inutile ma anche dannosa. Fascisti gli svizzeri? Proviamo a proporre loro il centralismo mussoliniano in luogo del confederalismo cantonale. Poi vediamo, dopo la loro risposta, chi è il fascista.

    • winston diaz
      Rispondi

      Non c’e’ dubbio che la svizzera avrebbe potuto essere un modello per l’italia ottocentesca post-unitaria, invece del seguire velleitariamente e stupidamente un nazionalismo risorgimentale estremista e identitario, sfociato peraltro nei nazifascismi di cui l’italia e’ stata indubbiamente nave-guida, nazionalismo impossibile in un paese che vantava e vanta la maggiore differenza culturale-linguistica-genetica dell’intera europa anche presa nel suo insieme (si’ e’ cosi’ anche dagli ultimi studi genetici, molto piu’ della svizzera).
      Ma se togliamo le banche alla svizzera (onore a loro essere riusciti a diventare polo di stabilita’ e certezza finanziaria dell’intera europa, ma di polo ce ne puo’ essere uno solo) non e’ che ne resterebbe molto, comincerebbero subito ad accapigliarsi, e tornerebbero dei poveri montanari.
      Il punto focale (o fecale) e’ appunto che di tale polo finanziario in europa ce ne puo’ essere uno solo, non e’ che ci si puo’ illudere di copiare, oggi, l’idea: o loro, o noi, e non c’e’ dubbio di quale sarebbe l’esito: ci sono gia’ loro.
      Questo tanto per eliminare da subito velleitarismi di cui siamo gia’ campioni mondiali.

      • jimmy
        Rispondi

        “Ma se togliamo le banche alla svizzera (onore a loro essere riusciti a diventare polo di stabilita’ e certezza finanziaria dell’intera europa, ma di polo ce ne puo’ essere uno solo) non e’ che ne resterebbe molto, comincerebbero subito ad accapigliarsi, e tornerebbero dei poveri montanari.”

        Da qualche parte ho letto che il contributo della finanza (quindi non solo banche in senso stretto) al pil svizzero è, da oltre un decennio, di appena il 12%.

        Quindi c’è molto altro: farmaceutico, meccatronica, servizi non finanziari, e chissà cos’altro.

        Come ben sai, grazie alla stampante della Bns (e prima ancora, alla meritatissima fama del franco), mezze borse mondiali sono ormai di proprietà degli svizzerotti.

        Anche io, come te, ho il sospetto che come popolo, non siano delle cime e siano rimasti dei “poveri montanari”.

        Ma se anche così fosse, dovremmo riconoscere che il loro modello di sviluppo e convivenza è vincente: se dei poveri montanari sono dove sono, figuriamoci se fossero nati filosofi…

        • winston diaz
          Rispondi

          “Quindi c’è molto altro: farmaceutico, meccatronica, servizi non finanziari, e chissà cos’altro.”

          Non c’e’ dubbio che sono un paese avanzatissimo nella ricerca tecnologica di punta: non sono solo il centro finanziario di importantissime multinazionali, lo sono anche nei laboratori, e attirano (anche perche’ li pagano molto bene, ma non solo) i migliori ricercatori del mondo.

          Diciamo che sanno investire bene i soldi, loro e degli altri.

          Ma forse la cosa piu’ importante che li caratterizza e’ che, nonostante siano un paese per definizione molto frammentato, o forse grazie a questo, credo abbiano il primato mondiale della stabilita’ e cio’, per chi azienda o persona deve fare dei progetti di vita e di sviluppo, fare degli investimenti nel futuro, e’ essenziale.
          Noi qua siamo l’estremo opposto: in qualunque momento viene cambiata la legislazione, specie fiscale, specie verso l’innalzamento dell’imposizione. Ma anche la crescita della normazione in genere e’ parossistica. L’unica cosa certa nell’italia e’ l’incertezza, farvi investimenti, anche solo personali e formativi, e’ da stupidi. Da ormai diversi lustri siamo arrivati al punto, tragicomico, di cambiare legge elettorale ad ogni tornata, ulteriore modo oltre allo sfacciato clientelismo di prammatica, con cui la classe politica al potere cerca di restarci.

          Ma la cosa peggiore di tutte e’ che nessuno si rende pienamente conto di quanto tutto cio’ sia buffonesco: diamo per scontato che vada bene cosi’.

          In questo clima, che molti si rifugino in improbabili e catartiche fantasie di redenzione di stampo religioso-apocalittico, alimentando ancora di piu’ il senso generale di incertezza, e’ piu’ che comprensibile.

  • Alessandro Colla
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    “Siamo arrivati al punto di cambiare legge elettorale a ogni tornata”. Circa un quarto di secolo è passato da quando le smanie di cambiamento in merito portarono “per scelta referendaria” (poi spiego perché ho usato le virgolette) alla prefernza unica. Risultato? Maggiore clientelismo elettorale da parte del candidato da preferire, maggiori spese per la campagna elettorale, maggiore corruzione. All’epoca, uno di loro mi disse: “Dopo un po’ il logorio da potere prende la mano; il segreto è cambiare ogni tanto le regole del gioco”. Attenzione, era un semplice consigliere circoscrizionale (democristiano, ma cambierebbe poco se fosse stato di un altro schieramento); non un parlamentare. Figuriamoci cosa possano “pensare” (qui non c’è bisogno di giustificare l’utilizzo delle virgolette) a livelli istituzionalmente più alti. Le virgolette di prima si rifersicono a un dato oggettivo. Il referendum aboiliva la possibilità di esprimere quattro preferenze per la camera dei de – sputati, pardon deputati. Non diceva che automaticamente si passava a un’unica preferenza. In teoria si poteva pure pensare di poterne esprimere cinque come per i consigli comunali di ambito metropolitano. Fu il legislatore a interpretare il tutto come obbligo di passare alla preferenza unica. Lo feci notare a un deputato, che poi passerà alla storia per la frase “vorrei che ne parliamo” come ministro dell’istruzione del primo governo Berlusconi, il quale mi rispose di non confondergli le idee. Sulla Svizzera aggiungerei gli orologi, i formaggi, la cioccolata. Il termine montanaro non lo trovo offensivo, se a un amalfitano gli si dice marittimo mica si rabbuia. Quello che non capisco è come si possa aver scambiato (in un commento di gennaio scorso) una conclusione che esalta il modello referendario con un presunto scarico del debito pubblico sul popolo. Né comprendo cosa c’entri il qualunquismo. Se non ho letto male, si è criticata la libertà di saccheggio. All’interno del popolo ci sono molti che hanno la resposabilità per aver preferito elettoralmente i saccheggiatori in cambio di clientele personali o collettive.

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