In Anti & Politica, Economia

Immagin4 di FRANCESCO SIMONCELLI*

«Non stupisce che quanti hanno riscosso successo secondo le norme del sistema scolastico nutrano poi un forte risentimento contro una società che segue altre norme che non garantiscono loro il medesimo successo». (Robert Nozick)

E’ sempre più sconcertante notare come determinate figure accademiche continuino a sfornare sentenze perentorie contro corpi teorici che non comprendono, rifiutandosi di analizzarli e studiarli. Sebbene si sentano in dovere di criticare teorie a loro sconosciute sulla base dei loro studi, che avvenuti in ambito mainstream deficitano delle basi per comprenderle appieno, il risultato rasenta il ridicolo.

Quindi si lanciano in accuse sgangherate, estroflettendo eccessivamente il loro ego, sicuri che il loro retaggio accademico sia uno scudo adamantino a difesa della loro saccenza e della loro prepotenza intellettuale. Purtroppo per noi, molto spesso le loro gesta vengono applaudite e, invece di perdere sostenitori ed estimatori della loro figura, vengono riveriti più di prima, nonché difesi a spada tratta.

Ho un consiglio per individui simili: quando state scavando una buca, smettete finché siete in tempo. Potreste non uscirne. Potreste scavare tanto in profondità da colpire un tubo del gas. Potreste scavare tanto in profondità da rimanervi dentro senza via di scampo.

Ma non c’è modo di dissuaderli. Non c’è modo di farli smettere. Devono scavare. Perché? Perché credono arrogantemente di aver ragione. Credono che scavare sia la loro ragione di vita. Credono che riusciranno ad uscirne scavando ancora di più in profondità. Hanno fatto i loro calcoli. Quindi, scavano e invitano anche gli altri a scavare.

Di recente Michele Boldrin ha deciso di voler prendere la pala e scavare una buca. Non si capisce il motivo di fondo. Non si capisce dove voglia andare a parare. Ma deve scavare. Potete leggere qui il suo tentativo di confutare la teoria Austriaca: http://noisefromamerika.org/articolo/dibattito-mancato-cosidetta-teoria-austriaca

Leggetelo con attenzione prima che io inizi a buttare acqua nella buca che sta scavando.

«L’argomento d’un dibattito mancato m’è tornato alla mente. Avendo intenzione, per mille buone ragioni, di ricominciare a scrivere su nFA, comincio da qui. Son in parte pensieri in libertà ed in parte questioni serie che la ricerca nelle scienze sociali non è riuscita a risolvere, chissà se mai le risolverà. Se vi interessa il tema “teoria economica austriaca alternativa alla teoria dominante e capace, al contrario di questa, di spiegare tutto ciò che non abbiamo capito del mondo” provate a leggere. Altrimenti, lasciate stare».

Perché sta scavando? Non lo sappiamo. Non ce lo dice. Esisterà probabilmente una equazione matematica che ce lo potrà spiegare? Chissà, nel frattempo possiamo saltare con noncuranza il vuoto intellettuale e lessicale che trasudano i successivi paragrafi.

Ai lettori di questo blog, diversamente da quelli del Signor Boldrin, interessano i contenuti e non giochetti infantili e linguaggio scurrile. Sono atteggiamenti, questi ultimi, il cui vanto si abbandona alle scuole elementari. Nota a margine: il Signor Boldrin parte dal fatto che la teoria mainstream incorpori quanto di “buono” ha offerto la teoria Austriaca, mentre ha epurato tutto ciò che non è buono — riferendosi alla prima affermazione con (I) e alla seconda con (II). Vedremo più avanti cosa questo significa in realtà, per ora atteniamoci a questa distinzione.

«Notiziole storiche a parte, il primo punto degno di nota è quello dell’individualismo metodologico. Ora, che diavolo vuol dire che ogni “azione” (l’autore si è scordato di definire di chi: del mio cane Rocco? Del clima al Polo Nord? Di Topolino nel suo buco nel muro di Disneyland?) è riconducibile ad un’azione individuale? Se stiamo parlando di esseri umani stiamo dicendo una banalità, ben accetta da praticamente tutte le scienze sociali (vedasi, per esempio, Coleman) e senza dubbio alcuno dalla teoria economica che insegno a scuola. Se stiamo invece parlando “in generale” allora siamo di fronte all’ennesima risciaquatura del riduzionismo metodologico che costituisce, nella sua parte comprensibile, il metodo di praticamente tutta la scienza contemporanea (non solo quella sociale) ma che – come ben sappiamo ma non vi voglio tediare – nella sua parte meno comprensibile conduce a problemi epistemologici al momento (ed io credo per sempre) privi di soluzione. Il lettore attento avrà notato che Wikipedia, alla voce “methodological individualism”, rinvia a “Occam’s razor” e che questa pagina argomenta, a iosa, il punto da me appena sostenuto. In parole povere: o ben l’individualismo metodologico è una ovvietà accettata da chiunque al mondo faccia ricerca o è aria fresca priva di costrutto. Lascio agli adepti alla SA la scelta ma, per quanto mi riguarda, o ben (I) o ben (II). Andiamo avanti».

Noteremo, da qui fino alla fine di questo prolisso liquame di sciocchezze, che il Signor Boldrin utilizza semplicemente articoli presi da Wikipedia. Perché? Non lo sappiamo, sta scavando. Sarebbe meglio se si fermasse perché potrebbe fare la figura dello sciroccato, soprattutto quando parla di individualismo metodologico, termine coniato da Joseph Schumpeter1 il quale nell’ottica onniscente del Signor Boldirn “esiste”, ed è pure degno di nota come scopriremo più in là.

Ma parliamo di individualismo metodologico, il cui sviluppo venne portato avanti da Carl Menger alla fine del XIX secolo in contrasto con il pensiero dominante dell’epoca in Germania. Infatti, è esattamente questo che bisogna osservare e studiare, cosa che purtroppo pare non capire il Signor Boldrin.

Ciò è palese quando cita James Coleman, tralasciando colpevolmente il contesto in cui ha avuto luogo l’evoluzione di una certa corrente di pensiero. Purtroppo sta scavando, e pare non voler accettare consigli da chi vuole salvarlo da brutte figure. Nel corso del XIX secolo la maggior parte degli economisti tedeschi considerava le istituzioni come “il popolo”, “l’economia” e “il Paese” entità a sé stanti, influenzati da fattori che erano al di là del potere di azione del singolo individuo.1

Lo scopo era ben chiaro: abbandonare i principi fondamentali dell’economia per permettere allo stato di ottenere giustificazioni in modo da sedimentare il suo dominio. Quelli erano gli anni dell’impero prussiano. Rigettavano addirittura le basi della teoria economica, come le leggi della domanda/offerta, perseguendo la tradizione dei mercantilisti tedeschi del XVI e XVII secolo, noti come Cameralisti.

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Erano scarsamente interessati alla teoria economica, ma nettamente spostati a promulgare la necessità del collettivismo. Ma la Scuola Storica Tedesca venne influenzata da un’altra figura, un filosofo teutonico che propagandò l’importanza di una visione del mondo costituita da aggregati sociali: G. F. W. Hegel. Egli era un grande conoscitore dell’economia2 avendo letto approfonditamente molti autori tra cui anche Adam Smith.

Era un sostenitore del libero scambio, ma diversamente dalla teoria Austriaca incorporava il libero scambio nella società la quale, a sua volta, doveva essere controllata dallo stato. Hegel considerava lo stato come il “direttore d’orchestra” dell’economia, sotto la cui autorità agiva la società nel suo insieme. Data la sua “conoscenza superiore”, lo stato aveva il diritto di manipolare l’economia.

Non è un caso, quindi, che la Scuola Storica Tedesca riprese questi stessi argomenti, per esempio, per propagandare attraverso l’economia il potere dello stato.3 In questo contesto nacque la Scuola Austriaca, in netta contrapposizione a questo assolutismo collettivista che strabordava in Prussia nel XIX secolo.

Influenzato dallo psicologo dell’Università di Vienna, Franz Brentano, Carl Menger espresse una posizione diametralmente opposta a quella della Scuola Storica Tedesca: esistevano di per certo aggregati sociali come “la Nazione”, “le classi”, “l’economia”, ma essi non agivano come entità a sé stanti bensì attraverso le scelte individuali delle unità di cui erano costituite.

Gli studi di Brentano rigettavano l’impianto teorico hegeliano, così come quello degli empiricisti. Secondo questi ultimi, infatti, le idee rappresentavano riflessi autonomi della mente che si “lasciava” condurre da un fiume di percezioni (parafrasando Hume). Lo psicologo austriaco descrisse il pensiero umano come un’azione, una volontà della persona di immaginare determinati oggetti.

La rivoluzione di Brentano era l’intezionalità del pensiero.4 Menger, affascinato da questi concetti, li traslò al valore economico. Ma non fu l’unico a rimanere abbagliato dall’importanza della filosofia, perché anche il suo discepolo, Böhm-Bawerk, se ne servì per rigettare la teoria della Scuola Storica Tedesca. Diversamente da Menger, però, egli preferì fare affidamento al filosofo medievale Guglielmo d’Occam.

Bisogna studiare, non scavare.

«Che ogni pretesa “spiegazione” di fenomeni sociali debba fondarsi sui principi di base dell’azione umana è un vuoto gioco di parole. Su cosa si dovrebbe fondare una teoria di ciò che gli esseri umani fanno? Sulle eclissi di luna? Certo, se vogliamo seguire sino in fondo la via del riduzionismo metodologico – arrivando alle questioni irrisolvibili menzionate prima – possiamo sostenere che le azioni umane devono fondarsi su quelle della fisica atomica e queste su quelle della subatomica e via regredendo sino … sino al nulla. Non so se chi scrive queste cose si rende conto di scrivere affermazioni catalaniche ma temo di no. Ciò che rimane è l’affermazione secondo cui la teoria dell’azione umana deve fondarsi su qualche “principio base” o assioma dell’azione umana: chi non concorda, eccezion fatta per qualche religioso che invochi la beata provvidenza di turno? Siamo seri ed andiamo avanti».

Il Signor Boldrin pare dimenticare come il keynesismo, ad esempio, faccia leva sugli aggregati per propagandare le tesi economiche contenute nella General Theory. Si parla di azione umana nel trattato di Keynes? Non che io sappia. Allo stesso modo, la maggior parte dei manuali d’economia parte in quarta vomitando nella testa degli studenti delle facoltà universitarie caterve di equazioni e numeri.

Al di là della meccanicità di questo approccio, ci si può chiedere: Ma di che cosa stiamo parlando? L’economia Austriaca spiega la filosofia che sta dietro alla scienza economica. Ciò che non esiste è la stilizzazione dell’homo oeconomicus che ha solamente scopi egoistici. La teoria Austriaca non ha bisogno di questo sotterfugio per spiegare il suo comparto teorico, perché essa fa riferimento agli uomini per quello he sono.

La vita reale non è affatto composta da equazioni, numeri, funzioni da massimizzare, vincoli predefiniti e quant’altro. La realtà economica non è questo.5  Gli individui non agiscono in un quadro in cui i vincoli e le informazioni sono perfettamente date. Gli individui rompono i vincoli qualora tale risultato produce un vantaggio.

Pensate, tanto per fare un esempio, ai conservatori. Pensate a quale carriera attende coloro che escono da queste scuole. Sono dei perfetti esecutori. Leggono spartiti alla velocità della luce. La maggior parte di loro finisce in un’orschestra. Fanno carriera. Guadagnano bene. Qual è il problema? Nessuno si ricorderà di loro. Pensate, ora, a figure leggendarie come Jimi Hendrix. Autodidatta, non sapeva leggere la musica, ma quando imbracciava la sua Fender faceva letteralmente sognare le persone.

E’ entrato nella storia. Tutti si ricorderanno di lui. Se chiedete in giro chi sia Hendrix, nessuno rimarrà a bocca aperta senza una risposta. Anche oggi esistono figure simili che, rifiutando il rigore dell’establishment musicale, imbracciano il loro strumento e danno vita al loro estro. Essi parlano alle persone, intendono intrattenere le persone, si divertono con loro quando suonano. Rompono i vincoli dell’establishment musicale.

I musicisti d’orchestra invece suonano fondamentalmente per sé stessi, per fare carriera. Come è possibile che degli “ignoranti” in teoria musicale possano acquisire così grande successo individuale e superare coloro che hanno studiato musica per anni? Esiste un’equazione che possa illuminarci su questo arcano problema?

Lo stesso vale per gli economisti accademici. Essi non parlano alle persone, parlano ai burocrati di ruolo. Guadagnare prestigio nell’ambito accademico vuol dire conformarsi al metodo di scrutinio della gilda economica: non agitare le acque. Murray Rothbard non rispettava il galateo della gilda economica, ed è per questo che è stato sempre osteggiato. Leggiamo un suo estratto dal saggio Revisionism and Libertarianism:

«[…] Il revisionismo è una disciplina storica necessaria poiché tutti gli stati sono governati da una classe dirigente la quale è una minoranza della popolazione e sfrutta e parassita il resto della società. Dal momento che la sua regola è sfruttatare e parassitare, lo stato deve acquistare la fedeltà di un gruppo di intellettuali il cui compito è quello di confondere l’opinione pubblica affinché accetti e celebri il governo del proprio stato. Gli intellettuali hanno il loro bel da fare quindi. In cambio del loro continuo lavoro di apologetica ed illusionismo, gli intellettuali ottengono il ruolo di partner minori nella gestione del potere e nella condivisione del bottino estratto alla popolazione illusa. Il nobile compito del revisionismo è quello di smascherare l’illusione, di penetrare la nebbia delle menzogne e degli inganni dello stato e dei suoi intellettuali di presentare alla popolazione la vera motivazione, la natura e le conseguenze delle attività dello stato».

Egli verrà ricordato perché parlava alle persone, desiderava far comprendere le meccaniche dell’economia all’uomo della strada. Il Signor Boldrin non intende attaccare il galateo della gilda accademica, osanna quindi i cosiddetti modelli matematici accusando la Sucola Austriaca di non esistere perché mancante di suddetti arzigogoli matematici. Egli parla ai burocrati di ruolo. Non parla alle persone.

Non intende far comprendere alle persone comuni le meccaniche dell’economia. Pensa che solo gli “esperti” (fallacia ad auctoritatem) sono i detentori ultimi delle verità nelle materie di cui si fanno alfieri. In questo modo solo la certificazione dell’establishment accademico può decretare chi è dentro e chi è fuori. Gli altri non esistono.

Cosa è accaduto quando il Signor Boldrin ha provato a parlare alle persone presentadosi alle elezioni? Il suo partito politico è finito nella pattumiera della storia. Riportate alla mente, invece, cosa è accaduto a Ron Paul: fino alla fine è stato in lizza per avere la possibilità di concorrere alla presidenza degli Stati Uniti. Ha messo in imbarazzo più e più volte Bernanke.

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E’ amato dalle persone perchè sa parlare loro. Il suo target sono le persone, non i burocrati di ruolo. E’ sostenitore della teoria Austriaca, e questo ha facilitato il suo compito. Perché? Perché la sua essenza è composta semplicemente dalla logica e dal buon senso. Differentemente dal rigore offerto dalla matematica, il quale può essere ammorbidito.

La matematica è, ovviamente, una parte importante dell’economia ed è usata per supportare le teorie e le ipotesi alla base dei ragionamenti; quello che il Signor Boldrin non comprende è come l’economia è parte di un insieme più grande: quello della prasseologia. La matematica, quindi, passa nettamente in secondo piano. Pensate, infatti, a Paul Samuelson uno degli econometristi più famosi della storia dell’economia.

La sua arroganza era pari (se non superiore) a quella del Signor Boldrin. Che fine hanno fatto le sue teorie e le sue previsioni di un’URSS superiore agli Stati Uniti? Sono finite nella pattumiera della storia nel 1991.  Consiglio al Signor Boldrin di smettere di scavare, altrimenti potrebbe fare la fine di figure simili.

«A questo punto viene menzionata la storia, come se solo gli adepti alla SA se ne preoccupassero. La “storia”, essendo la documentazione, più o meno ben fatta, di ciò che è successo a, e fra, gli umani è, ovviamente, il luogo intellettuale dove le teorie si “testano” (virgolette d’obbligo) o, per lo meno, sull’interpretazione della quale pugnano. Conoscete qualche economista fautore di teorie che dovrebbero, esplicitamente, ignorare o financo contraddire i fatti storici? Io no. Siamo quindi di fronte al caso (I): l’affermazione è sensata ma accettata, ben prima che BB (Bohm Bawerk) nascesse, da chiunque si occupi di scienze sociali. Andiamo avanti di nuovo, ma non dopo aver notato che il povero BB (no, non questo, l’economista) non ha colpa alcuna per esser stato tirato in ballo in una discussione insensata».

Io sì. Potete trovare ulteriori prove in questo saggio di Thomas Woods: http://johnnycloaca.blogspot.it/2014/10/la-depressione-dimenticata-del-1920.html

«Poi viene il razionalismo. Qui mi perdo: visti i temi su cui ho fatto ricerca e la “scuola” a cui, secondo gli -isti, appartengo sembra io sia platonico! Chi mi conosce (più o meno biblicamente) ha l’esattamente opposta impressione ma tant’è … Il punto è che lo stesso paragrafo ammette che, su questo terreno, la SA è come tutti noi, ossia assume che gli esseri umani non siano sistematicamente scemi … almeno quello. Poi ci sono affermazioni che io ed il buon Palma definiremmo “dadaiste”, come quella che contrappone artificialmente Smith (et al) a Cantillon (et al). Non ho voglia d’imbarcarmi in una diatriba di storia del pensiero economico (ai secchioni consiglio d’iniziare qui) ma mi si permetta di far presente che dietro a queste affermazioni dadaiste v’è la nefasta influenza di un megalomane che costoro considerano un guru. Costui, non avendo capito nulla della teoria economica moderna, è riuscito a diventare comunista (senza saperlo) e famoso (nel suo mundillo) a botte di assurdità su economisti che egli non aveva proprio inteso; Adam Smith, per dire. Ma su Murray-the-Guru ritorno alla fine con esempietto della sua ignoranza. Il punto è, di nuovo, che se solo uno riflette un attimo sulla sequenza di parole che sto commentando si rende conto che non vogliono dire assolutamente nulla».

Notate il travaso di bile del Signor Boldrin nei confronti di Rothbard? Come detto in precedenza, Rothbard è riuscito ad avere successo intellettuale al di fuori del bozzolo accademico. Ciò rappresenta un attacco al galateo della gilda accademica. Prestate attenzione, è l’unico nome in tutto questa sciagurata e raffazzonata accozzaglia di lettere e caratteri che viene preso in giro.

Non è la prima volta che accade. Potete leggere una disamina approfondita della ragione qui: http://johnnycloaca.blogspot.it/2013/03/economisti-austriaci-di-ruolo-vs-murray.html

«Poi troviamo un elenco di geni vivi associati in modo quasi insultante, per i seguenti, a economisti morti e quindi incapaci di sollevare la manina per dire “io non c’entro”. Nella mia stupidità ho anche provato recentemente a “studiare” costoro (quelli vivi, quelli morti li avevo studiati durante gli anni di scuola) ed ho scoperto – sghignazzando fra uno sbadiglio e l’altro alla lettura del tomo dello spagnolo – che questi pensano che un modello economico sia una sequenza di conti in partita doppia … oh well».

Vuole scavare. Deve scavare. Non ci dice il perché. Nonostante venga ammonito, continua cocciutamente ad essere convinto di poter uscire dalla buca scavando più in profondità.

«Veniamo ora alla prima affermazione “sostanziale”, quella secondo cui ciò che differenzia la SA dal resto sarebbe l’attenzione alla fase “creativa” ossia al “tempo” nella determinazione della produttività (il resto del paragrafo è horse manure, un sostituto quasi perfetto di BS). Ora, io mi occupo da sempre di dinamica (quella cosa che succede nel tempo) e, da almeno vent’anni, di produttività, innovazione e progresso tecnologico. Se qualcuno mi cita un contributo uno della SA ai temi di queste aree di ricerca che risulti essere alternativo a quanto la TD è riuscita a capire (poco, non ho tema di ammetterlo) sulle dinamiche economiche e le determinanti della produttività … lo bacio in bocca indipendentemente dal suo sesso e dal coluttorio che usa. Al momento conosco solo alcune idee degli economisti austriaci morti, alcune accettabili altre molto meno. Fra quelle meno accettabili v’è la cosidetta “teoria austriaca del ciclo economico” sulla quale discutemmo anni fa con Pietro Monsurrò su questo sito, arrivando alla conclusione che non era, appunto, una teoria né tantomeno un modello ma un insieme abbastanza disordinato di affermazioni apodittiche a collegare le quali mancavano, purtroppo, financo nessi causali coerenti per non dire empiricamente corroborati. Fra quelle accettabili vi è l’idea che il “periodo di produzione” non sia una costante ma vari da processo a processo ed a seguito del cambio tecnologico. Per questa ragione la funzione aggregata di produzione è spesso fonte di gravi confusioni e molte questioni possono essere intese solo con l’uso di modelli disaggregati: un tema presente da decenni nella ricerca di svariati esponenti della TD nel campo della dinamica fra i quali, non necessariamente ultimo, yours truly. Amen e procediamo».

Abbiamo sorvolato finora una piccola nota che bisogna esplicare: la “teoria dominante” che il Signor Boldrin sventola a destra e a manca in questo brodo di insensatezze, è il keynesismo. Ci sta forse dicendo che anche lui è diventato aderente a questa teoria? Il fatto che continui a scavare potrebbe essere un indizio. Ma cerchiamo di arrivare al nocciolo della questione: Cosa ha capito la “teoria dominante” della crisi che ancora attanaglia il mercato globale? Nulla. Ecco le prove: http://johnnycloaca.blogspot.it/2011/10/silenzi.html

La teoria Austriaca del ciclo economico ha permesso a determinati studiosi di riuscire a prevedere e mettere in guardia gli individui da una crisi incombete e persistente. (Per la precisione, con “prevedere” non si intende persone capaci di anticipare il futuro. Ciò è impossibile. Si intende persone che, in possesso di una solida teoria economica come quella Austriaca, riescono a migliorare la precisione delle aspettative di un certo evento.

In base a tale teoria un individuo sa dove e cosa dover osservare, ma, soprattutto, sa quali dati raccogliere per costruire le sue deduzioni logiche). Ecco le prove:

[yframe url=’https://www.youtube.com/watch?v=sgRGBNekFIw’]
  • Mueller, Antony P. 2004. Mr Bailout, September 30;
  • Woods, Thomas E. Jr. 2009. Meltdown: A Free-Market Look at Why the Stock Market Collapsed, The Economy Tanked e Government Bailouts Will Make Things Worse. Washington D.C.: Regnery Publishing;

Come noterete dalle risposte irritate dei sostenitori della “teoria dominante” nel video di Schiff, nessuno di loro si aspettava un crollo del mercato immobiliare. Eppure la teoria Austriaca del cliclo economico, studiata da coloro nell’elenco qui sopra, ha portato tali soggetti a prevedere un esito nefasto agli eccessi della Federal Reserve.

Il Signor Boldrin, se ancora scettico a riguardo, dovrebbe far visita a Steven Horwitz, Peter Boettke e Lawrence H. White alla George Mason University e vedere come procede la ricerca lì se desideroso di sapere come prosegue l’innovazione nel campo Austriaco. Oppure potrebbe leggere accuratamente questo paper di ricerca del Professor Philipp Bagus.

Oppure potrebbe congratularsi col Professor Israel Kirzner per essere stato nominato come probabile candidato all’assegnazione del Nobel per l’economia. Ma, hey, il Signor Boldrin insieme a Pietro Monsurrò è arrivato alla conclusione che questa non è né una teoria né un modello.

«[…] Sulla sezione “storica” che racconta le avventure della supposta scuola non mi ci metto. Le notizie sono più o meno corrette e l’unico tema di rilievo mi sembra essere quello del rifiuto del “calcolo economico” che ha portato costoro a rifiutare l’uso della matematica nell’analisi economica. Il tema è di apparente interesse “epistemologico”; in realtà è una boiata pazzesca dovuta al semplice fatto che coloro i quali sostengono ‘la matematica fa male” (semplifico) normalmente non la sanno ed ancor meno ne capiscono la natura e la funzione. Son certo che qualcuno arriverà, nei commenti, a spiegarmi che l’azione umana non è “quantificabile” o “formalizzabile” ed allora ci divertiremo. Per il momento mantengo la posizione fantozziana: trattasi di pazzesca boiata».

Qui il Signor Boldrin è confuso. Probabilmente intendeva calcolo matematico. Il calcolo economico riguarda altro. Qui trovate una disamina esauriente di quello che non va nei modelli matematici secondo la Scuola Austriaca e non secondo Wikipedia: https://mises.org/daily/940/What-is-Wrong-With-Econometrics

La sezione successiva è uno sproloquio continuo da parte del Signor Boldrin, il quale indica al lettore quale siano quelle parti che secondo il SUO giudizio rientrano nella cosiddetta “teoria dominante”. Non è strano quando si nota che scondo il Signor Boldrin la “teoria dominante” rappresenta un  grande aggregato in cui ognuno degli economisti contribuisce a mettere un proprio pezzo? L’epurazione di quelle parti che secondo il SUO giudizio sono irrilevanti, ricorda molto lo scrutinio che l’establishment della gilda accademica opera nei confronti di coloro che non rispettano il galateo della teoria economica dominante: non agitare le acque.

In questo modo si cerca di tenere a bada quegli elementi che potrebbero rappresentare un problema per l’ordine sociale esistente: Non ruberai, a meno che non avrai la maggioranza dei voti. Sono i guardiani di questo motto. Rispediscono al mittente tutti i tentativi di denunciare, secondo queste linee, il sistema di cui sono a guardia.

Non possono permettersi il lusso di perdere la posizione di privilegio che hanno sudato durante tutti i loro anni in cui sono sottostati allo scrutinio della gilda accademica. Murray Rothbard è rappresentato come un parìa proprio perché agitò le acque. Attaccò le “teoria dominante”. Attaccò il sistema di certificazione da parte della gilda accademica. Attaccò il sistema di insegnamento della gilda accademica.

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Attaccò la nascita della cosiddetta “teoria dominante” a cui tanto si rifà il Signor Boldrin. Ha una data: 1965. Ha un nome: Milton Friedman. Ha una frase: «Siamo tutti keynesiani ora». Negli ultimi anni della sua vita precisò che si trattava di una frase espressa in ambito metodologico, ma come ogni buon economista della scuola Austriaca vi dirà: ‘E’ proprio questo il punto!’.

Il mondo accademico si basa sulle gilde. Queste espellono scettici e critici. Scrive Gary North:

[…] Ciò ci porta alla corporazione accademica. Ogni gilda ha regole e regolamenti, ma soprattutto ha un sistema di screening. La gilda passa al vaglio le persone che non sono in possesso degli standard imposti dalla gilda stessa, cercando di definire le proprie pratiche come le sole vere ed accettabili. Non solo, ma dovrebbero essere accolte a braccia aperte anche dalla società. Ogni professionista che si discosta dagli standard imposti dalla gilda, viene automaticamente definito come una sorta di deviato. I rappresentanti della gilda avvertono il pubblico di non accettare le conclusioni, le pratiche, o i presupposti di chiunque (soprattutto gruppi rivali) osi mettere in discussione le conclusioni, le pratiche ed i presupposti della gilda. La gilda respinge tutte le ipotesi che la vogliono operante in base ad interessi personali. Rassicura le persone che ha a cuore solo il loro di interesse. Persegue i suoi obiettivi al fine di difendere i cittadini dagli operatori senza scrupoli che cercano di fregarli. Per questo motivo, e solo per questo motivo, la gilda insiste sulla necessità che lo stato intervenga per bandire coloro che offrono opinioni opposte, pratiche contrarie e, soprattutto, prezzi più bassi. La popolazione necessita di una protezione contro i ciarlatani, insiste la gilda, e al fine di aiutarla invita politici e burocrati a stabilire norme (il che significa scritte dalla gilda) per limitare l’ingresso nel campo di studio della gilda o nelle operazioni che attualmente ha sotto il suo dominio. La gilda cerca di legittimare le pratiche, i presupposti ed i concetti secondo i suoi standard. E’ questa definizione di legittimità che è fondamentale affinché la gilda possa promuovere i suoi interessi, perché deve scansare tutte le critiche che si basano su un attento studio di causa-effetto economico riguardo le misure politiche raccomandate dalla gilda. Chi segue i soldi, dagli effetti delle normative fino ai conti bancari dei membri della gilda, viene deriso come un teorico della cospirazione. Viene definito un Marxista, o qualcuno che si è opposto al bene della popolazione. La gilda insiste sul fatto che la sua adesione alle proprie norme di funzionamento non ha nulla a che fare con il suo guadagno maggiore e con i proventi minori dei suoi concorrenti. Quasi tutta la legislazione politica moderna, così come quasi tutti gli standard adottati dalle burocrazie governative per far rispettare le leggi, sono il risultato di pressioni esercitate sui politici e sulle burocrazie dai membri delle gilde. La quasi totalità della vita economica moderna si basa sulle gilde, così come la vita urbana ed economica nel 1200 si basava sulle gilde. Oggi non si chiamano più così, ma interessi particolari: gruppi di produttori il cui interesse è in particolare il loro interesse personale.

Non è finita qui. Leggiamo ancora.

[…] Per oltre un secolo la stragrande maggioranza delle gilde degli economisti ha sostenuto una posizione a “salvaguardia” del sistema bancario centrale. Le domande economiche che sono la base dell’analisi economica per ogni altra istituzione – “Chi vince? Chi perde? Come?” – non sono mai applicate alle banche centrali. Le descrizioni fornite dalla banca centrale sono dei sostituti che si inseriscono in un’analisi basata sui concetti economici della domanda e dell’offerta, però sotto il controllo della regolamentazione del governo. In breve, la banca centrale riceve un regalo dalle principali scuole d’economia: Keynesiani, monetaristi, teorici delle scelte pubbliche, teorici delle aspettative razionali e coloro che sostengono l’offerta. Le eccezioni fanno parte delle interpretazioni cosiddette marginali: Marxisti ed Austriaci. Non ci sono molti membri di entrambe le scuole che insegnano in dipartimenti d’economica e non ci sono libri di testo Marxisti o Austriaci pubblicati da nessun grande editore. Non sto dicendo che il sistema bancario centrale è il solo che ha protezione da parte degli economisti. Un altro sistema ce l’ha: l’istruzione universitaria. Queste due eccezioni possono essere spiegate secondo la fondamentale categoria economica degli interessi personali. Non è negli interessi personali degli economisti stipendiati, che insegnano all’intero del cartello dell’istruzione, applicare l’economia dei cartelli ai loro datori di lavoro. “Non mordere la mano che ti nutre”. Coloro in possesso di un dottorato hanno pagato un alto prezzo per il loro titolo di studio: anni di rinunce a guadagni, lo sforzo di imparare sciocchezze intellettuali, tasse universitarie, tasse sui libri scolastici e anni di servilismo verso professori di un certo livello o di un altro. Come gli apprendisti nelle gilde medievali, cercano guadagni al di sopra di quelli di mercato attraverso l’appartenenza ad un cartello. Una volta dentro non vogliono che la gilda perda la sua capacità di imporre barriere d’entrata. Perdere questo potere significherebbe affrontare la concorrenza del libero mercato. Hanno lavorato troppo duro, e per troppo tempo, per accettare questo risultato. Gli accademici sono, secondo il linguaggio dell’economia mainstream, in cerca di rendita.

Credo che adesso abbiate molto probabilmente un’idea più chiara del perché il Signor Boldrin non smette di scavare. Inoltre, nell’ultima parte del suo articolo, egli attacca i contributi dell’economia Austriaca. La lista di Wikipedia è composta da voci messe insieme con sciattezza e superficialità, tanto che si confonde, ad esempio, il price discovery con “nascita dei prezzi”, “scelte convenienti” con l’azione propositiva e l’informazione veicolata dai prezzi con la semplice “scarsità”.

Il Signor Boldrin, affondando il colpo in base a questo elenco, non fa altro che finire nella fallacia dell’uomo di paglia. Ribadisco il mio consiglio dato in apertura di questo articolo: quando vi trovate in una buca, smettete di scavare. Non c’è bisogno di una risposta, basta semplicemente seguire alla lettera tale suggerimento.

* Articolo tratto da http://johnnycloaca.blogspot.it/

Note

1) Schulak EM and Unterkofler H. The Austrian School of Economics A History of Ideas, Ambassadors and Institutions, 2011, pagina 15.

2) Richard Dien Winfield, The Just Economy (New York: Routledge, 1988).

3) Ludwig von Mises, Omnipotent Government (New Haven: Yale University Press, 1944).

4) David Bell, Husserl (London: Routledge, 1990).

5) Gene Callahan, Economics for Real People (Auburn, Alabama: Mises Institute, 2002, 2004).

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Showing 2 comments
  • spago
    Rispondi

    articolo definitivo!

  • andre
    Rispondi

    OK. Ottimo.

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