In Anti & Politica, Economia

israelkirznerdi LORENZO INFANTINO

Fra i candidati a ricevere il Premio Nobel per l’economia, c’era quest’anno anche Israel M. Kirzner, a suo tempo formatosi sotto la guida di Ludwig von Mises e oggi professore emerito alla New York University. L’importanza degli studi di Kirzner è rilevante. E rilevante è il valore di quella tradizione di ricerca, la Scuola austriaca di economia, di cui negli anni egli è divenuto l’esponente di maggior peso.

Gli accademici chiamati a decidere l’assegnazione del Premio Nobel per l’economia non sono stati mai prodighi con gli “austriaci”. L’unico rappresentante di quella scuola a ricevere il Nobel è stato Friedrich A. von Hayek. E ciò è avvenuto nel 1974, probabilmente per la necessità di premiare nella stessa circostanza lo svedese Gunnar Myrdal. E tuttavia, già prima di quella data, Ludwig von Mises, che di Hayek era stato “maestro”, avrebbe ampiamente meritato il premio. E poi Gottfried Haberler e Fritz Machlup non avrebbero di certo “macchiato” la nobile lista dei vincitori, nella quale gli studiosi di ispirazione “austriaca” sono indubbiamente sottorappresentati. Il che è pure comprensibile: perché le teorie dominanti in campo economico sono talvolta opposte, già nelle premesse, a quella “austriaca”.

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Carl Menger è stato il fondatore della Scuola austriaca. Egli ha messo in campo nelle sue opere un attore che non è un infallibile calcolatore. È una creatura carente di conoscenza, che vive nell’incertezza e che sovente pone in essere azioni che falliscono i propri obiettivi. Ciascuno di noi si misura così con situazioni problematiche, in cui quel che di solito chiamiamo “dati” sono quel che non sappiamo. Dobbiamo cioè continuamente fare delle congetture. E ciò è molto diverso da quanto ci viene proposto dai prevalenti modelli economici, che spesso si riducono a mere esercitazioni in cui la soluzione è già presupposta.

Molto tempo è passato da quando Hayek ha avvertito che non si risolve nulla affermando che «tutti sanno tutto»: perché, se ciò fosse vero, la condizione dell’uomo sarebbe molto diversa da quella che è. Con preciso riferimento alla teoria economica, Kirzner ha scritto: «Se assumiamo che tutte le decisioni economizzanti siano realmente “corrette”, dobbiamo necessariamente confinare noi stessi in un mondo in equilibrio, totalmente coordinato – qualcosa di immaginabile solo sulla base di una mutua e universale onniscienza di ciò che i partecipanti al mercato possono e vogliono scegliere di fare. Confinare noi stessi e le nostre analisi economiche in un contesto di piena e mutua onniscienza significa non solo accettare un assunto selvaggiamente irrealistico; significa confessare che il nostro modello di mondo economizzante è incapace di gettare luce su qualsiasi processo di aggiustamento […] che avviene nel mondo reale caratterizzato da imperfetta conoscenza».

Ne discende che, nel sistema della cooperazione sociale, l’azione di ciascuno implica sempre un elevato coefficiente di imprenditorialità. Dobbiamo cercare di prevedere quali siano i servizi che possiamo prestare agli altri. E a maggior ragione devono farlo gli imprenditori propriamente detti, i quali devono avere una particolare «prontezza» (alertness), devono cioè avere la particolare capacità di scoprire bisogni insoddisfatti e offrire a essi delle soluzioni. Concorrenza e imprenditorialità vanno perciò di pari passo. E spingono, con la scoperta dei bisogni e di chi può soddisfarli, verso il coordinamento dei piani dei piani individuali e lo sviluppo della cooperazione sociale volontaria. Il che non esclude gli errori, ma dà la possibilità di correggerli.

Tutto ciò è stato esemplarmente spiegato da Kirzner in Competition and Entrepreneurship, un’opera del 1973, tradotta in spagnolo nel 1975, in tedesco nel 1978, in giapponese nel 1985, in portoghese nel 1986 e in italiano nel 1997 (Concorrenza e imprenditorialità, Rubbettino, Soveria Mannelli). Se il Premio Nobel fosse stato assegnato a Kirzner, il riconoscimento sarebbe andato a un’intera tradizione di ricerca e molti studiosi sarebbero stati indotti a interessarsi di un approccio teorico certamente minoritario, ma dotato di una grande fertilità. Facendo del mercato lo strumento di mobilitazione delle conoscenze, la Scuola austriaca ha infatti spiegato meglio di chiunque il perché dello sviluppo delle società occidentali e le ragioni che pongono la libertà economica a base della libertà politica.

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E non solo. Con quel coefficiente di finta ingenuità o di perfidia, che è tipico di chi ha l’uso del mondo, Elisabetta d’Inghilterra ha chiesto come mai gli economisti non siano stati in grado di prevedere la crisi economica che ci attanaglia. Ma non è così. Non tutti gli economisti sono stati ciechi di fronte a quanto stava accadendo. Quanti conoscono la teoria austriaca del ciclo non si sono fatti cogliere di sorpresa. Sono solamente rimasti inascoltati! È molto comodo cullarsi nell’illusione di sapere tutto o pensare che ci sia qualcuno a cui possiamo delegare la fatica di pensare!

TRATTO DA QUI

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Showing 6 comments
  • Pedante
    Rispondi

    Non credo tuttavia che Kirzner sia strettamente un misesiano, mi sembra anzi un hayekiano. Credo inoltre che sbaglia nella sua analisi del ruolo dei prezzi in quanto mezzo di comunicazione e di coordinazione. Consiglio la lettura – per chi sa l’inglese dell’articolo di Salerno sulla “deomogeneizzazione” di Mises e Hayek:
    http://mises.org/journals/rae/pdf/rae6_2_5.pdf

  • Pedante
    Rispondi

    Questo articolo di Hülsmann (sempre in inglese) indica l’errore fondamentale di Hayek/Kirzner nel dibattito sull’impossibilità del calcolo economico in regime di socialismo.
    http://mises.org/journals/rae/pdf/rae10_1_2.pdf

  • Raffaele
    Rispondi

    Infatti la Scuola Austriaca si divide in due tronconi distinti: il troncone Mises-Rothbard e il troncone Hayek-Kirzner. Rothbard ha ampiamente spiegato gli errori del troncone Hayek-Kirzner: a quanto ne dice lui, con Hayek c’è stata un involuzione e non un evoluzione del pensiero Misesiano. Secondo me ha ragione Rothbard, ma tanto di capello comunque ad Hayek e Kirzner, due megalitici templi del sapere. E Israel Kirzner avrebbe meritato più di chiunque altro.

    • Pedante
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      Anche a me risulta che il paradigma della conoscenza non porta da nessuna parte.

  • Pedante
    Rispondi

    Roger Garrison descrive il pensiero di Kirzner in quanto al ruolo dell’equilibrio a metà strada tra quello neoclassico e quello più “radicale” degli austriaci, come Rothbard e Mises.

  • Pedante
    Rispondi

    http://www.stephankinsella.com/2009/06/day-of-the-long-knives/

    Già nel ’96 il prestigio di Kirzner era tale da costare la testa a Hoppe, McGee, White, Higgs, e Batemarco.

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