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mandriaDI MATTEO CORSINI

“Perché allora sono tutti molto preoccupati di questa situazione, e del rischio che la bassa inflazione si prolunghi troppo? I motivi sono diversi, ma per le famiglie e le piccole imprese il più importante è il fatto che la bassa inflazione segnala una situazione di crisi piuttosto seria. È vero che i creditori ottengono moneta dal valore stabile o persino in crescita, finché però i debitori – siano essi imprese o famiglie, per esempio di inquilini – restano in grado di pagare. Se sono costrette a chiudere o perdono il lavoro, tutti i vantaggi svaniscono”. (R. Sorrentino)

Tra le tante argomentazioni espresse con toni allarmistici in merito a ciò che viene comunemente chiamato lo “spettro della deflazione”, vi è quello in base al quale i debitori, andando in difficoltà per via dell’aumento dell’onere del debito in termini reali, rischiano di divenire insolventi, provocando perdite ai creditori. Questo dovrebbe rendere tutti quanti avversi alla discesa dei prezzi al consumo, perché è questa la definizione mainstream (per quanto a mio parere non corretta) di deflazione.

In realtà questo modo di ragionare dà per scontato che sia impossibile fare utili in un contesto in cui i prezzi non salgono più o meno uniformemente, dimenticando che l’utile di un’impresa deriva dalla differenza tra ricavi e costi, e che se entrambi diminuiscono non è detto che il conto economico vada in perdita. Anzi.

E’ evidente che si tende a dare per scontato che in un contesto di prezzi decrescenti (o non crescenti quanto vorrebbero gli inflazionisti) il fatturato cali, mentre i costi no. E’ il vecchio tarlo keynesiano in base al quale, per esempio, i salari nominali sono rigidi al ribasso, per cui solo in un contesto di prezzi crescenti è possibile per un’impresa fare profitti, a parità di altre condizioni (per esempio, escludendo aumenti di produttività).

Osservando la realtà si potrebbe essere indotti a sposare la tesi keynesiana sulla rigidità di taluni prezzi al ribasso. Tuttavia, occorre chiedersi il perché di tali rigidità. In un mercato privo di distorsioni da interventismo, è la relativa scarsità di un bene o servizio a determinarne la rigidità del prezzo al ribasso. Se, tuttavia, si assiste a rigidità al ribasso pur in presenza di un’offerta abbondante, significa che qualcosa di esogeno al mercato impedisce al prezzo di scendere. Questo è solitamente il caso.

La soluzione, però, non consiste nel creare una tendenza rialzista dei prezzi tramite la manipolazione monetaria, bensì nel rimuovere le cause esogene al mercato che impediscono a taluni prezzi di muoversi liberamente al ribasso quanto al rialzo.

Ciò detto, nello scenario prefigurato dagli osservatori manistream, la posizione del creditore deve sempre e comunque essere perdente: o perché viene ripagato con moneta svalutata, oppure perché il debitore diventa insolvente. Posto che ogni creditore sopporta sempre un rischio di credito più o meno significativo in base alle caratteristiche del debitore, gli inflazionisti, con il loro pregiudizio a favore dei debitori, non fanno altro che incentivare il ricorso al debito e disincentivare il risparmio.

Vorrei allora concludere con le parole che Henry Louis Mencken utilizzò a proposito del New Deal, il cui scopo sarebbe stato quello di “sterminare la classe dei creditori e spingere tutti quanti nella classe dei debitori. E’ come cercare di allevare una mandria con sole mucche e neanche un toro”.

Prima o poi la mandria si estingue.

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