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5DI MATTEO CORSINI

“È un progetto di legge profondamente sbagliato. In nome della concorrenza, vengono trattati in egual modo soggetti che uguali non sono. Le proposte previdenziali di banche e assicurazioni sono il risultato di un’azione commerciale. I fondi pensione negoziali invece non hanno fine di lucro ma puntano al miglior risultato previdenziale per gli iscritti… i fondi negoziali non hanno una rete di vendita. C’è poi da segnalare la questione costi. Secondo Covip, l’authority della previdenza, i fondi negoziali hanno costi di gestione inferiori a quelli dei Pip e dei fondi aperti. Sono commissioni che pesano tanto sul risultato previdenziale finale… A tal proposito voglio aggiungere che la nostra non è una battaglia di retroguardia ma è per conto e in nome dei lavoratori che affidano a noi i loro risparmi”. (A. Trovò)

Anna Trovò è presidente di Cometa, il fondo pensione negoziale del settore metalmeccanico. I fondi pensione negoziali hanno fin qui goduto di una legislazione favorevole rispetto alle altre forme previdenziali, dato che in presenza di un fondo negoziale il lavoratore può beneficiare del contributo del datore di lavoro solo se si iscrive a quel fondo.

Adesso pare che il governo intenda rimuovere questo (ingiustificabile) privilegio, e ovviamente la categoria beneficiaria della protezione in essere avanza le proprie lamentele. Altrettanto ovviamente cita a sproposito l’interesse dei lavoratori.

Il fatto che i fondi negoziali non abbiano fine di lucro non è un buon motivo per godere di una protezione dalla concorrenza di operatori con fine di lucro. Se un individuo ritiene che l’assenza di scopo di lucro sia un elemento determinante non c’è bisogno di una protezione legislativa per ottenerne l’iscrizione al fondo negoziale.

Per quanto riguarda i costi, è effettivamente vero che, allo stato attuale, i fondi negoziali hanno mediamente costi inferiori (per l’aderente) rispetto alle altre forme di previdenza complementare. In parte ciò è dovuto al fatto che chi non ha fin qui beneficiato del privilegio normativo ha dovuto sostenere maggiori costi di marketing e di vendita.

Resta il fatto che nulla vieta ai fondi negoziali di dotarsi di strutture tali da far conoscere ai potenziali aderenti i vantaggi dei loro prodotti rispetto a quelli offerti da banche e assicurazioni.

Invocare il mantenimento di un privilegio normativo, di fatto una limitazione alla concorrenza, negando che si tratti di una “battaglia di retroguardia” bensì di una battaglia nell’interesse dei lavoratori, è patetico.

Lo Stato già interviene troppo e a sproposito nella libera formazione di domanda e offerta imponendo ai prodotti (non solo previdenziali) determinate caratteristiche. E’ oltremodo ingiustificabile invocare un diverso trattamento legislativo in funzione delle caratteristiche dell’offerente, quando il prodotto offerto ha invece caratteristiche simili a quelli della concorrenza.

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Commenti
  • Sency
    Rispondi

    Vera concorrenza sarebbe fare come negli USA, dove i versamenti previdenziali ciascuno ha facoltà di sceglierli in autonomia col sistema dei piani 401 k, senza l’obbligo di pagare la tangente ai fondi intermediari amici dei politici, siano essi fondi di categoria, aperti oppure PIP.

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