In Anti & Politica, Economia

lavoroDI CRISTIANO FORTE

Anni ’50/’60. Nelle mie zone (Bergamasca) c’erano alcune grandi imprese che formavano operai eccezionalmente capaci (Dalmine e Caproni le più importanti). Quelli dotati di voglia d’intraprendere, dopo essere entrati in fabbrica a 14 anni, a vent’anni o poco più si compravano una macchina utensile scassata (tornio, fresa…) e dopo le 8 ore in fabbrica ne facevano altre 10 nel sottoscala o nel garage. Rigorosamente in nero. Dopo un paio d’anni compravano un’altra macchina e pagavano, sempre in nero, un collega della fabbrica che gli dava una mano. Tempo 10 anni e avevano i soldi per pagare l’anticipo del capannoncino, incrementare le attrezzature e mettersi in proprio.

Nel frattempo si erano fatti un bel giro di clienti. Risultato: un tessuto di piccole e micro imprese ancora oggi sul mercato che sono le uniche a reggere compattamente alla crisi, grazie anche ai mercati esteri, alla faccia di chi dice che la manifattura è finita e parla della necessità di aggregazione. Oggi queste imprese sono rette da ultrasettantenni o dai loro figli. Sono ancora tante, ma di nuove non se ne vedono.

Parlo con un amico “operaio”, lo metto tra virgolette perché non si pensi alla catena di montaggio: terza media, ha fatto tutta la gavetta e da anni lavora sui prototipi di una grande impresa, gli ingegneri disegnano lui realizza. Gli chiedo se non ha mai pensato di mettersi in proprio. “Certo. Saprei anche dove trovare i clienti. Ma hai presente cosa dovrei investire prima di iniziare? Non parlo dei macchinari, quelli sono nel conto, ma tutto il resto: immobile commerciale che deve rispettare norme sceme ma costosissime, burocrazia, tasse ancor prima di iniziare, corsi del cazzo che sei obbligato a seguire…”. Risultato: quella foga imprenditoriale che ancor oggi caratterizza i giovani della mia terra in generale si esprime solo attraverso quelle poche iniziative imprenditoriali che possono essere portate avanti a costi iniziali sostenibili: artigiani edili, imprese di pulizie, giardinieri, qualche attività commerciale e, ultimamente, agricoltori…

Tuttora il nerbo dell’economia è la manifattura di qualità, ma è fossilizzata, non si incrementa, voglia e capacità non mancano, ma non possono esprimersi. Questo per dire che forse sarebbe il caso che qualcuno portasse avanti l’idea che lo stato dovrebbe pensare un po’ meno agli investimenti per rilanciare l’economia e un po’ di più a non rompere i coglioni a chi sarebbe anche disposto a rilanciarla in proprio, l’economia, se non ci fosse una massa di norme idiote e burocrati deficienti che gli impediscono di farlo.

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Mostrati 3 commenti
  • spago
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    è quello che vedo anch’io ogni giorno. Tasse e burocrazia fanno desistere molti prima di iniziare.. e non si può dargli torto. A perderci non sono solo loro, ma anche tutti gli altri. Solo che gli italiani non lo capiscono perchè non sanno niente del mercato, e non hanno idea di cosa gli viene sottratto..

  • flavio
    Rispondi

    x centrare il punto non servono immaginifici libroni del Censis(quanti sociologi ed economisti vi ruotano attorno) ,basta vivere la realta’ e avere gli occhi(neanche tanto affilati) per vederla.

    • leonardofaccoeditore
      Rispondi

      CONCORDO FLAVIO, CONCORDO SPAGO!

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