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PROTEZIONISMOCOMUNISMOBASTIATDI MATTEO CORSINI

“In Nord Europa, e soprattutto in Germania, la decisione della Bce di intraprendere il Quantitative easing ha scatenato una valanga di giudizi, spesso inesatti o infondati. A giudicare dalle critiche, si potrebbe considerare l’inflazione a zero come una benedizione. Ma se ciò fosse vero, le banche centrali di tutto il mondo l’avrebbero impostata come target tempo fa. E invece, tutte definiscono la stabilità dei prezzi come un’inflazione bassa, stabile ma positiva. Questo accade perché l’inflazione a zero ha tre conseguenze negative: erode l’efficacia della politica monetaria standard; rende i salari più rigidi, perché i contratti salariali sono fissati in euro; aumenta l’onere dei debiti passati e rende quelli esistenti legati alla crisi del debito pubblico e privato ancora più dolorosi”. (J. Pisani-Ferry)

Non passa giorno senza che giornali e internet siano riempiti da interventi di economisti più o meno esplicitamente keynesiani (molti, infatti, non si autodefinirebbero tali, ma di fatto ragionano allo stesso modo) indaffarati a difendere il Quantitative easing (QE) dalle critiche che tale pratica riceve in Germania e in (pochi) altri Paesi dell’Area euro.

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Il punto fondamentale utilizzato a sostegno del QE consiste nel fatto che la crescita dei prezzi al consumo (che, nella accezione mainstream, è identificata come inflazione, pur essendo più corretto considerarla una sua conseguenza) è ben al di sotto dell’obiettivo individuato dalla Bce in una variazione positiva su base annua inferiore ma vicina al 2 per cento.

Jean Pisany-Ferry, economista dell’iper europeista think tank Bruegel, sostiene che se l’inflazione a zero fosse una benedizione, le banche centrali l’avrebbero impostata come target. Questa affermazione di per sé considera indiscutibile il presupposto che le banche centrali abbiano storicamente assolto al compito loro assegnato, ossia quello di tutelare la stabilità del potere d’acquisto della moneta. Purtroppo l’evidenza empirica, basata proprio sull’andamento di indici dei prezzi al consumo utilizzati dalle banche centrali per calibrare la politica monetaria, dimostra indiscutibilmente che il potere d’acquisto della moneta è stato costantemente eroso, in misura ben superiori a quanto ritenuto dalle stesse “fisiologico”.

Ciò detto, l’idea stessa di avere un pianificatore monetario dovrebbe essere respinta da coloro che credono (o dicono di credere) nel libero mercato, perché ogni intervento monetario comporta per definizione, anche in presenza di variazioni pari a zero degli indici dei prezzi al consumo (peraltro arbitrariamente definiti nella loro composizione), una distorsione nei prezzi relativi.

L’apparato teorico monetarista-keynesiano, oltre tutto, ritiene indispensabile che vi sia una dinamica stabile ma positiva dei prezzi al consumo (con una crescita annua, appunto, attorno al 2 per cento) principalmente per via della rigidità al ribasso di taluni prezzi, nonché per alleviare in termini reali il peso del debito.

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Ma dovrebbe essere evidente che si tratta di argomentazioni prive di qualsiasi solidità, dato che si basano sulla presunta immodificabilità di una illusione monetaria che renderebbe a sua volta immodificabili le aspettative circa il futuro andamento dei prezzi. La rigidità nominale di determinati prezzi è dovuta spesso a fattori esogeni alla libera formazione di domanda e offerta. Si dovrebbero rimuovere questi fattori esogeni invece di dare mandato alle banche centrali di manipolare la moneta in modo tale da “aggirare l’ostacolo”.

Lo stesso Pisani-Ferry, tra l’altro, riconosce che il QE (come peraltro tutti gli interventi di politica monetaria) ha effetti redistributivi, per di più regressivi. Ma ha anche la soluzione: correggere con la tassazione l’aumento della disuguaglianza di ricchezza indotta dal QE.

Il tutto è coerente con quanto lucidamente previsto da Mises tra gli anni venti e gli anni cinquanta del secolo scorso: ogni intervento è seguito da interventi successivi per correggerne le conseguenze indesiderate. Un processo che conduce al socialismo. In Europa siamo già piuttosto avanti.

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