In Anti & Politica

ozartsetc_ares_illustration_dessin_cuba_08DI ANGELO CRESPI*

Mi fido del giudizio di due liberali su opposte sponde che stimo in egual misura: Piero OstellinoFerruccio de Bortoli. Entrambi – ben al di sopra del consueto aplomb – hanno espresso giudizi tranchant su Matteo Renzi e sulla sua politica. Indicando nel premier, un caudillo sgarbato e privo di qualsiasi spessore culturale, soprattutto dopo la forzatura dell’approvazione a colpi di fiducia dell’Italicum. Soffermiamoci sul tema.

Ancora negli anni Novanta e poi nei primi Duemila, numerosi erano i luoghi di dibattito, sia a destra che a sinistra, e chiare le posizioni che si andavano mischiando e sovrapponendo nel tentativo di lasciare il Novecento e trovare sintesi contemporanee, dopo la frattura della fine del Comunismo. Adesso le cose si sono complicate.

DI QUALE SINISTRA IL RENZISMO E’ DISTILLATO?

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matteo renzi

Domandiamoci cosa sia il renzismo e se sia davvero di sinistra Matteo Renzi. La risposta è ardua. Prendiamo in considerazione questo aspetto.Non crediamo che Renzi possa essere definito di destra o liberale nel senso stretto del termine, ma si fatica a capire a quale sinistra possa appartenere. Al di là dello story telling con venature di ottimismo ma senza tensioni escatologiche – sublimato da alcuni operatori vicini al premier tipo Oscar Farinetti che però possiamo al massimo considerare epifenomeni di questo movimento – il renzismo non esprime una visione del mondo compiuta. Non è giusto né onesto sostenere che Renzi sia tout court un epigono della cultura pop veltroniana, d’altronde non si può neppure ascriverlo a una tradizione post comunista, né vederlo come un profeta di una mai avverata in Italia socialdemocrazia, né facilmente stringerlo nella cultura della democrazia cristiana di sinistra (pur da lì provenendo).

Da un lato, infatti, la collocazione di Renzi in una di queste caselle contrasta con l’alterità nei suoi confronti dei rappresentati storici di questi spazi ideal-ideologici: Renzi è odiato da D’Alema e da Prodi, ma anche dai più giovani Enrico Letta (che ha dimostrato tutta la sua coerenza e classe) e Pippo Civati. Non piace ai sindacati. Non piace ai resistenti. Non piace ai no global. Non piace ai libertarian.Non piace agli azionisti del Fatto. Non può certo essere considerato socialista craxiano. Né un liberale alla Popper. Di fatto per un errore di prospettiva, per un misunderstanding generale, per una sorta di horror vacui, per una volontà di revanchismo (l’uomo di sinistra a cui è permesso fare cose di destra), piace a destra ed è sostenuto, per ora, anche dal blocco sociale moderato tradizionalmente di centro destra.

Dall’altro lato, anche volendo insistere, non esiste (o non appare) nessuna cultura di riferimento a cui appellarsi per tentare una pur fallace disanima cultural-politica. Non ci sono luoghi di elaborazione del renzismo, libri da leggere, riviste che ne esprimano il pensiero. Troppo poco è limitarsi a dire che Renzi è frutto della cultura boyscout (lupetti in braghette corte), o latamente succedaneo di una cultura cattolica di sinistra (chissà cosa ne pensa lo spirito di La Pira).

Marianna Madia, Maria Elena Boschi

Inoltre non è possibile inquadrare culturalmente i giovani renziani, le giovani ministresse o le giovani rappresentanti del nuovo Pd (chessò la Boschi o la Madia o la Moretti): essendo di una generazione post-post-post ideologica, né loro lo esprimono né noi possiamo immaginare – pur essendo, crediamo, laureate – che libri abbiano letto, che ideali abbiano maturato, che tipo di esperienze politiche abbiano avuto prima di essere catapultate d’emblée ai vertici del Paese: stanno ai politici di un tempo, come i rivoltosi no-Expo stanno ai brigatisti anni Settanta (“siamo qui per protestare, ma non sappiamo per cosa, basta far casino, se c’è casino ci sto dentro…”). Con l’aggravante che questa imberbe pseudoélite che è arrivata a governare senza neppure passare per una rivoluzione o una guerra, non incarna neanche una visione tecnocratica, quale potrebbe essere quella dei coetanei stranieri, fautori della rivoluzione social/digital made in Usa (alla Zuckerberg) che sono diventati padroni sul campo, modificando il mondo e le dinamiche sottese al comune vivere, essendo loro stessi i produttori/inventori di questo cambiamento.

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Nel nome della novità, di un giovanilismo sovraesposto, dei cambiamenti che si invocavano da decenni (cambiare per cambiare), di una narrazione senza contenuto, di un sottotesto senza testo,  Renzi nel caso dell’Italicum ha “asfaltato” (testuale) l’opposizione nel suo partito, asfaltando anche il resto. Alcuni commentatori, tra cui citiamo ancora Ostellino, si sono detti preoccupati della deriva autoritaria che da questa legge potrebbe venire: di fatto Renzi che non è  ancora transitato da elezioni si assicurerebbe la vittoria con una quota piccola di voti che non esprimerebbero l’intera sinistra, semmai una parte di sinistra sostenuta da una parte di centro destra, in un potpourri ideologico e ideale inedito.

Tralasciando i pur preoccupanti segnali, non si capisce davvero che tipo di Italia e di Stato abbia in mente Renzi e cosa egli rappresenti e chi lo voterà, quando saremo chiamati a esprimere democraticamente il nostro parere col voto, e prima o poi dovrà pur succedere. Quando la retorica dell’ottimismo, del sorriso, dell’annuncio si scontrerà col reale. Quando non basteranno più gli ammiccamenti così perbenisti delle nuove leve.

LA FINE ANCHE DELLA CULTURA DI DESTRA

Certo, la questione è simile anche a destra. Agli albori, nel centrodestra berlusconiano intellettuali di ogni tipo dibattevano e nelle riviste si sedimentava plasticamente il risultato delle pensose diatribe.
Senza intenzioni memorialistiche o tassonomiche: la destra-destra quella per intenderci post fascista doveva confrontarsi con la nuova-destra, in una congerie di idee, tradizionalisti evoliani (alla de Turris), la nuova destra di Solinas-Cabona-Tarchi e la rivista Diorama e FuturoPresente di Alessandro Campi, a loro volta si scontravano con i cattolici neo comunitaristi e ciellini di Tempi o quelli più ortodossi di Ares, le tensioni ecologiste profonde e luddiste facevano da palo al liberalismo con venature radicali di Ideazione e Liberal e Rubettino, o a quello più libertario e turbo capitalista di IBL o a quello anarchicheggiante di Leonardo Facco Editore; si aspettava Nuova Storia Contemporaneaper condividere qualche battaglia revisionista, si cercava nella Terza del Giornale o sul Foglio conferma alle proprie ansie, si voleva superare Ezra Pound leggendo Pasolini, si studiava Heidegger sulla scorta di Cacciari, si avevano ancora nel cuore De Felice e Del Noce; qualcuno si occupava di poesia aderendo al mitomodernismo al grido di “fight for beauty”, altri armeggiavano con la letteratura elucubrando sui dimenticati alla Morselli, qualcuno traduceva Jünger, altri separatisti provavano a far coincidere Leon Degrelle con lo studio delle rune celtiche, altri ancora guardavano al conservatorismo made in Usa e ai suoi irraggiungibili think-tank, si collezionavano (in memoria) i libri di Guanda con la nostalgia per le edizioni del Borghese, si acquistavano i tomi di Adelphi credendo nell’oscura leggenda misteriosofica del fondatore, si aspettava la Domenica del Sole sperando che Armando Torno avesse sparso nella cronaca culturale qualche seme antimodernista; in fin dei conti si tentava l’intentabile, di produrre una cultura fusionista che – come riusciva a Berlusconi in politica – sintetizzasse le varie anime del centro destra: dalla cattolica alla radicale, dalla federalista alla nazionalista, dalla socialista alla liberale…. Il pantheon era noto: anche se si allargava, si comprimeva, esplodeva sotto spinte centrifughe o rimpicciniva per tensioni centripete, era facilmente comprensibile cosa significasse appartenere a una mondo, e perfino intellettualmente stimolante.

La stessa cosa avveniva a sinistra alle prese coi dilemmi lasciati dalla caduta del muro di Berlino, con le tentazioni della profetizzata Terza Via, del comunitarismo liberal, del solidarismo, della nuova Bad Godesberg, del blairismo, della socialdemocrazia, del cattolicesimo di sinistra, della tradizione azionista, del rifiuto della modernità o della accettazione relativista infarcita di semiotica, della nuova sinistra e di quella vecchia marxianamente marziana e no global, della sinistra istituzionale del Mulino, di quella barbuta di Repubblica, di quella resistente rivoluzionaria di MicroMega

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Ora tutto questo non c’è più. La destra culturale è morta sulla scorta della fine della destra politica e per ora non vale la pena parlarne poiché non c’è nessuno che esprima una posizione culturale chiara se non in via residuale e quasi malgré soi, cioè Matteo Salvini.

Quello che stupisce è che la sinistra culturale sia altrettanto morta pur nella fulgida vittoria di Renzi e del renzismo.

TRATTO DA ILGIORNALEOFF

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Showing 3 comments
  • nlibertario
    Rispondi

    E credo che a questo punto sia inutile continuare a fare distinguo tra dx e sx. Lo spazio politico di destra col suo amalgama dibattimentale non avrebbe portato a nulla (il dibattito è giusto e salutare, ma alla fine una posizione la devi prendere), stesso discorso per quanto riguarda l’amalgama di sinistra.

    Detto questo ritengo che le uniche differenze di “destra” e di “sinistra” siano di tipo economico, l’aspetto culturale ritengo faccia parte del patrimonio intellettivo personale.

    • Pedante
      Rispondi

      Differenze sostanzialmente retoriche pure in economia.

  • Philo
    Rispondi

    Mi sembra che qui di morto ci sia la cultura liberale, purtroppo. La destra sociale è viva e vegeta insieme alla sua cultura, e ce ne accorgeremo alle prossime elezioni. La cultura di sinistra chiaramente non mi interessa essendo assolutamente pura utopia.

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