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di MATTEO CORSINI

“Le Nazioni Unite celebreranno il loro settantesimo anniversario tra un mese, e in quell’occasione i leader mondiali si riuniranno in assemblea presso la sede centrale di New York. Si parlerà molto di questo evento, ma anche così il valore dell’Onu – che non è soltanto l’innovazione politica più importante del XX secolo, ma anche la migliore impresa che abbia portato a compimento il pianeta— non sarà riflesso in maniera adeguata”. (J. Sachs)

Con l’approssimarsi del settantesimo anniversario della fondazione dell’ONU, Jeffrey Sachs ha scritto un articolo nel quale arriva a considerarla “l’innovazione politica più importante del XX secolo, ma anche la migliore impresa che abbia portato a compimento il pianeta”.

A mio parere Sachs sopravvaluta di molto l’ONU, un’organizzazione nella quale lavorano indubbiamente persone motivate da nobili sentimenti, ma dove proliferano anche parassiti della peggior specie, che con la solidarietà frutto (non sempre volontario) dei soldi altrui fanno carriere ottimamente remunerate in giro per il mondo.

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Sachs enumera poi gli obiettivi raggiunti in questi settant’anni; obiettivi non sempre quantificabili in termini monetari. Ciò nonostante, ritiene che siano necessari maggiori contributi.

Il valore preciso della pace, della riduzione della povertà, della cooperazione ambientale rese possibili dalle Nazioni Unite è sicuramente incalcolabile. Nondimeno, in termini monetari potremmo stimare il loro valore nell’ordine di migliaia di miliardi di dollari l’anno, un’esigua percentuale dei centomila miliardi di dollari del Pil mondiale annuo. Ciò nonostante, le spese di tutti gli organi e le attività delle Nazioni Unite nel 2013 ammontavano a 45 miliardi di dollari circa, più o meno 6 dollari a testa. Questo non è propriamente un affare: si tratta di un significativo sotto-investimento. Tenendo presente la crescente necessità di cooperare a livello globale, l’Onu non può continuare a contare unicamente sul suo budget attuale. Detto ciò, la prima riforma che suggerirei è pertanto un aumento dei finanziamenti, strutturato in modo tale che i paesi a reddito più alto contribuiscano con almeno 40 dollari pro-capite, quelli a reddito medio-alto con otto e quelli a basso reddito con uno.”

Che si tratti di un “significativo sotto-investimento” è un parere di Sachs, anche se non mi stupisce affatto che quella sia la sua opinione. In fin dei conti non si è mai sentito invocare una riduzione dei contributi a una qualsiasi organizzazione pubblica (men che meno se multilaterale) da parte di soggetti che per quella organizzazione lavorano da anni e anni, e che dalla stessa traggono visibilità globale, oltre che denaro.

Se Sachs lavorasse per una organizzazione umanitaria non governativa che opera unicamente grazie a contributi volontari, non avrei nulla in contrario alla sua richiesta di ottenere più generosità dai donatori. Ma vi è un’enorme differenza quando i contributi provengono da Stati, perché ciò significa che il denaro versato all’organizzazione non è frutto di donazioni volontarie, bensì di imposizione fiscale. E, a mio parere, non vi è alcun fine che giustifichi l’imposizione fiscale. Men che meno fornire più contributi all’ONU.

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