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PROTEZIONISMOCOMUNISMOBASTIATDI MATTEO CORSINI

“Ma tanti, troppi detrattori di Trump scelgono apparentemente di contestarlo su qualcosa che in realtà non è vera, e cioè che una svolta protezionistica provocherebbe la perdita di moltissimi posti di lavoro. Mi dispiace, ma è una tesi che non trova giustificazione né a livello teorico né a livello storico. Il protezionismo riduce le esportazioni mondiali, ma riduce anche le importazioni mondiali, perciò l’effetto complessivo sulla domanda è insignificante”. (P. Krugman)

Paul Krugman è da sempre il prototipo del liberal americano, vicino al partito democratico, preferibilmente non alla parte più centrista dello stesso. Facendo ormai molto più l’opinionista che l’economista, Krugman è solito dare dei deficienti a tutti i repubblicani, sia quelli il cui nome è sulle schede elettorali, sia quelli che votano per questi ultimi.

Occupandosi delle critiche che molti di coloro che la pensano più o meno come lui rivolgono a Donald Trump, sostiene che criticare il protezionismo evocato da costui sia sbagliato da un punto di vista economico.

Ragionando a livello mondiale, Krugman sostiene che diminuirebbero tanto le importazioni quanto le esportazioni, per cui l’effetto complessivo sulla domanda sarebbe insignificante. Ciò che è implicito nell’affermazione di Krugman è che in un mondo di economie più autarchiche la produzione di beni e servizi sarebbe la stessa, solo che ognuno comprerebbe e venderebbe nel proprio Paese.

Senza scomodare Ricardo, a me pare evidente che la posizione di Krugman sia errata. Non esistono dappertutto le condizioni ottimali per produrre un determinato tipo di bene, altrimenti non ci sarebbe nessun commercio internazionale. E il fatto che servano misure protezioniste per impedire o limitare gli scambi internazionali significa che, in assenza di tali misure, quegli scambi avverrebbero, evidentemente perché ritenuti convenienti da compratori e venditori.

Ogni misura protezionista genera un effetto redistributivo, beneficiando un gruppo di soggetti a spese degli altri. Ma, come osservava lucidamente Bastiat, chi beneficia della protezione si vede, mentre il danno prodotto dalla protezione è meno visibile.

I posti di lavoro domestici salvati dal protezionismo si vedono, ma i posti di lavoro non creati per via dei costi del protezionismo non si vedono.

Ciò detto, ragionando come Krugman si dovrebbe ritenere non dannoso il protezionismo anche tra regioni, province, comuni e, perché no, quartieri.

Se questo pare assurdo, è perché è assurdo il protezionismo.

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Mostrati 7 commenti
  • Alessandro Colla
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    E poi che ne sa Benito Mussokrugman di quanto viene comprato in meno e se è pari a quanto venduto in meno? In realtà che ne sa di economia?
    E di intelligenza, visto che considera scemi gli altri? Un monito agli elettroi repubblicani: votare Trump significa votare per le politiche krugmaniane.

  • Giulio
    Rispondi

    Se si mette una tassa del 30% sulle importazioni di processori o televisori, non è che si comincia a costruirli in Italia, semplicemente li dovremo pagare di più e lo Stato sarebbe l’unico a beneficiarne.
    Siamo alla follia del Km zero che secolo dopo secolo viene riproposto con nomi diversi, ma è sempre becero protezionismo e autarchia.

  • Albert Nextein
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    Ma questo viene pagato per ogni castroneria che produce?
    I consumatori hanno vantaggi dal libero commercio, sotto ogni aspetto.
    Io non ho la cultura di un economista, ma capisco che i consumatori hanno piacere e interesse ad avere grande scelta e concorrenza sui prezzi.
    Dai tassi negativi passiamo al protezionismo, in attesa dei soldi dall’elicottero per acquistare merci più costose?
    La politica fa marcire tutto.
    Se Trump ha proposto azioni protezionistiche dimostra di non aver capito lo spirito davvero liberale.

  • Pedante
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    Ricardo va scomodato.
    https://mises.org/library/clarifications-case-free-trade

    La teoria del vantaggio competitivo poggia sulla mobilità dei fattori della produzione all’interno dei paesi e sulla loro immobilità tra i paesi, condizioni che non prevalgono attualmente.

  • Ari
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    Se davvero Trump è protezionista allora è vero che oramai ovunque la scelta non è più tra socialismo e liberismo, ma tra livelli più o meno intensi di socialismo.
    Come dire che che la scelta va unicamente dal raffreddore alla polmonite.
    ‘namo bbene…

  • Pedante
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    Quando si parla di protezionismo occorre anche discutere il ruolo determinante della politica moneta. Il rapporto tra prezzi interni e prezzi esteri è fortemente condizionato dalle politiche delle banche centrali.

    La delocalizzazione non è necessariamente frutto del libero mercato.

  • Enrico
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    Il protezionismo altro non è che una tassa, coloro che la pagano sono tutti gli acquirenti del bene soggetto alle misure di cui sopra, mentre i beneficiare sono coloro che lo “vendono” in patria. Il più grande danno che esso produce rimane però presso l’industria del paese in oggetto. Tali misure infatti drenano risorse verso un settore fuori mercato (da qui la necessità delle misure protezionistiche) che altrimenti verrebbero incanalate più efficacemente. Insomma il protezionismo altro non è che ripianare le perdite di un certo settore con i soldi dei contribuenti (pratica ben nota in Italia) e come si può facilmente osservare una perdita, anche se ripianata, tale rimane e con le perdite non si diventa ricchi.
    Chi oggi attua misure protezionistiche pagherà domani con la miseria le sue scelte.

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