In Ambientalismo, Economia

jkj14di FRANK HOLLENBECK*

Molti socialisti si sono riciclati come ambientalisti e hanno preso a cuore il cambiamento climatico come mezzo per predicare l’agenda socialista di pianificazione e controllo.

Questi socialisti parlano dello scioglimento dei ghiacciai e della necessità di forzare gli agricoltori in Normandia, ad esempio, ad interrompere l’uso dei loro trattori il martedì.

Chiunque metta in discussione i precetti fondamentali del cambiamento climatico, viene considerato immediatamente come un ignorante che nega l’evidenza scientifica del cambiamento climatico.

Eppure ciò che abbiamo imparato dall’economia è che queste affermazioni circa i cambiamenti climatici non possono essere considerate come fatti scientifici. Va al di là delle capacità scientifiche dell’uomo, proprio come per gli economisti è impossibile trarre conclusioni di causalità dai dati empirici.

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L’empirismo può supportare un argomento teorico in economia, ma non può provare o confutare una teoria economica. In passato gli economisti rappresentavano l’argine intellettuale contro le idee popolari sbagliate, le cattive idee, o le politiche governative basate su falsi presupposti.

Ma oggi sono pochi gli economisti che sfidano i precetti degli ambientalisti riguardo il cambiamento climatico, o che discutono la logica delle posizioni sulle risorse rinnovabili. Al giorno d’oggi fin troppi economisti si sono venduti al nemico e hanno rinunciato al ruolo di difensori del senso comune e del pensiero razionale.

Quindi cos’ha da dire l’economia circa la posizione degli ambientalisti secondo cui le emissioni di carbonio conducono al cambiamento climatico? Oltre 100 anni fa i limiti dell’empirismo in economia erano cristallini. Nell’articolo, The Elasticity of the Demand for Wheat, R. A. Lehfeldt (1914) tentò di determinare l’elasticità della domanda di grano osservando i dati storici sui prezzi rispetto al relativo consumo.

Tentò di correggere le variazioni degli altri fattori (ceteris paribus) e scoprì che l’elasticità della domanda di grano era di 0,6. Basandoci su questo studio dovremmo concludere che la curva della domanda di grano è, in realtà, inclinata verso l’alto? Questo studio empirico ha dimostrato che la teoria economica è sbagliata? Qualsiasi economista di buon senso dovrebbe spiegare che ciò che si osserva non rappresenta una serie di punti su una curva stabile e perfettamente prevedibile, ma punti d’intersezione tra domanda e offerta in continua evoluzione, o punti in movimento verso l’equilibrio.

Una curva della domanda è come una fotografia: è valida solo per quell’istante in cui viene scattata, poiché altri fattori cambiano costantemente il modo in cui è posizionata la curva istante dopo istante. E’ impossibile misurare empiricamente la pendenza di una curva della domanda.

Allora cosa deve fare l’economista? Tornare alla teoria rendendosi conto che l’empirismo è solamente suo supporto, e non un sostituto della teoria economica. Molti economisti (alcuni con premi Nobel) si prendono troppa libertà quando affermano l’esistenza di una relazione empirica e causale tra due variabili.

Questo tipo d’analisi economica è un grave disservizio alla professione. Dal momento che non abbiamo un laboratorio per condurre esperimenti economici, è difficile per l’economista distinguere tra associazione e causalità, o determinare la direzione del nesso di causalità. La stessa logica vale per i sostenitori del cambiamento climatico.

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Il mondo è estremamente complesso e in continua evoluzione. E’ impossibile per l’ambientalista provare il nesso di causalità tra le emissioni di carbonio e il riscaldamento globale, o cambiamento climatico che si voglia. Gli ambientalisti hanno gli stessi limiti degli economisti — l’impossibilità d’eseguire un test in laboratorio. Quindi è inammissibile limitare la libertà personale basandosi su qualcosa che resterà nient’altro che un’ipotesi possibile.

Un altro piccolo cruccio degli ambientalisti è rappresentato dalle risorse rinnovabili. Secondo molti ambientalisti, lo Stato dovrebbe spendere dollari dei contribuenti per sovvenzionare lo sviluppo e la ricerca delle risorse rinnovabili. Alcune università hanno anche creato cattedre in economia sulle risorse rinnovabili. Tutta questa discussione sulle risorse rinnovabili è in gran parte inutile ed è, in realtà, un sotterfugio per spingere l’agenda del cambiamento climatico.

Prendete il petrolio, per esempio. Al momento ne abbiamo una grande abbondanza e molte compagnie petrolifere hanno scoperto grandi depositi di petrolio, ma hanno deciso che non è economicamente sostenibile trivellarli. Hanno deciso che non vale la pena utilizzare le due risorse rinnovabili non abbondanti, capitale e lavoro, per estrarlo.

Se lavoro e capitale fossero beni gratuiti, allora questo petrolio sarebbe già stato estratto dal terreno. Ciò che limita l’estrazione del petrolio è la scarsità di queste due risorse rinnovabili, capitale e lavoro, e non la disponibilità di petrolio. Perché, quindi, dovremmo preoccuparci di una risorsa abbondante? L’Institute of Energy Resources stima che gli Stati Uniti abbiano più di 400 anni di petrolio recuperabile.

Gli aggettivi rinnovabili e non rinnovabili davanti alla parola risorse non hanno alcun senso, e sono usati solamente per propagandare l’agenda socialista. Gli ambientalisti diranno che abbiamo bisogno di sviluppare queste risorse rinnovabili, perché un giorno saremo a corto di risorse non rinnovabili.

Il presidente Carter nel 1980 dichiarò che il petrolio sarebbe finito entro il 2000 e il presidente Obama ha usato questa logica per giustificare la spesa di $100 miliardi dei contribuenti sulle risorse rinnovabili (es. Solyndra). Gli ambientalisti, come la maggior parte degli statalisti, credono d’essere nella posizione migliore per predire il futuro.

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Questa tesi è carente di qualsiasi sostanza. La ragione per cui usiamo il petrolio oggi è perché rappresenta la forma più conveniente d’energia. Se così non fosse, useremmo qualcos’altro. Man mano che rimarremo a corto di petrolio, i prezzi saliranno inducendo la sua sostituzione e lo sviluppo di soluzioni alternative.

Tuttavia, non abbiamo bisogno che lo Stato induca tali cambiamenti, o spenda i soldi delle nostre tasse per attuare politiche che allocano risorse in modo sub-ottimale. Il costo delle turbine eoliche è sceso del 30% negli ultimi cinque anni. I pannelli solari sono sempre meno costosi e più efficienti, cosa che ci ricorda i progressi nella tecnologia dei microchip.

Un giorno potrebbero diventare la forma più conveniente d’energia, ma saranno i mercati a determinare quando accadrà. Lasciate che il mercato decida come dovrebbero essere allocate le risorse per soddisfare al meglio i bisogni più urgenti dei consumatori. Sussidi e vantaggi fiscali (sia per le risorse rinnovabili sia per quelle non rinnovabili) sono inutili e distorsivi.

* Articolo tratto da http://francescosimoncelli.blogspot.it/

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Comments
  • Alessandro Colla
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    “Una curva della domanda è come una fotografia”. Questa è scienza, questa è economia autentica! Basterebbe questa frase per mandare al macero tante pseudoteorie generali. E’ una frase che non ricordo di aver trovato neanche nei testi di Mises o di Rothbard. Originale o no, copiamola e teniamola in tasca; pronti a tirarla fuori davanti ai Krugman, ai Draghi (San Giorgio, aiutaci: questo, al posto delle lingue di fuoco, stampa banconote false con il consenso dei legislatori), ai Padoan, ai Monti, ai Tremonti, ai Passera e a tutti i venduti al nemico che si ostinano ad affermare che l’inflazione ci vuole. O che la deflazione sia di per sé un pericolo: Certo, un pericolo per loro. Per le loro inutili cattedre accademiche e per le altrettanto inutili banche centrali.

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