In Anti & Politica, Economia

elisabetta-scarpelliDI ELISABETTA SCARPELLI

SCORRETTAMENTE PARLANDO

I nostri tromboni del governo ci raccontano che in Italia il peso fiscale complessivo (considerando tutto) si attesta sul 42,7%, ma la realtà è ben diversa. Perché il fisco italiano ha escogitato dei meccanismi perversi, dagli effetti devastanti che sono: L’ UTILE FISCALE, I COSTI INDEDUCIBILI e GLI ACCONTI sui guadagni futuri.

Immaginiamo di parlare con un cittadino di un paese estero al quale vogliamo far capire la situazione assurda del fisco italiano con un esempio, volutamente semplificato, per illustrare gli effetti perversi e ingiusti del sistema fiscale italiano. Immaginiamo di aprire oggi una Srl e di farla lavorare il primo anno, vediamo gli effetti finanziari:

COSTI: RICAVI (fatturato) 1000; Acquisto macchinario 300; Stipendi 200; Costi commerciali 100; Affitti 100; Utile 300; Utile Fiscale (quello su cui si calcolano le tasse): nel nostro caso, il costo dell’acquisto del macchinario si può detrarre in 5 anni, quindi dei 300 spesi ne posso detrarre solo 60, ne consegue che l’utile fiscale sarà di 540.

Calcoliamo le Tasse: A giugno pagheremo il 31,4% + la prima quota di acconto sull’anno successivo 540 x 31,4% = 170 + primo acconto (40% dei 170) = 68 Totale da pagare a Giugno = 238. A novembre pagheremo il rimanente 60% dei 170= 102.  

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In totale sul primo anno di attività l’azienda paga 238+102= 340, 40.000 euro in più rispetto all’utile risultante dal bilancio!

Ma non finisce qui: se anche per puro caso rimanesse qualche utile da distribuire ai soci, esso verrebbe ancora tassato come reddito personale.

A questo punto il nostro interlocutore ci guarderebbe un po’ perplesso e ci chiederebbe: ma voi in Italia pagate le tasse sull’anno successivo? E se l’anno dopo non c’è più utile? Se la società chiude? Risposta: sarò in credito, potrò chiederli indietro e riceverli dopo qualche anno ovviamente prestando un fidejussione a favore dell’agenzia delle entrate che dovrà verificare se davvero me li dovranno restituire.

Ora, lo straniero se ne andrebbe ridendo e pensando che lo stiamo prendendo in giro. Dopo qualche minuto lo straniero tornerebbe indietro e sempre più perplesso ci chiederebbe: ma scusa, se il vostro Stato incassa in anticipo le tasse sull’anno successivo, allora il vostro debito pubblico è ancora più alto di quello che ci fate credere. Perché se tutte le aziende chiudessero e decidessero di interrompere l’attività, il vostro stato si troverebbe a dover restituire tutte le tasse che ha incassato in anticipo!

Mi rendo conto che questa simulazione sembra quasi una barzelletta, ma è la situazione in cui operano le imprese italiane: fare impresa, in questo paese, è “veramente un’impresa”!

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Showing 10 comments
  • Albert Nextein
    Rispondi

    Non conviene fare impresa in italia, lo sappiamo.
    La gente subisce, gli imprenditori subiscono, confindustria abbozza e subisce.
    Se ci si adegua alle leggi vigenti, se si rispettano , se non si lavora almeno in parte esentasse con autodifesa fiscale , è solo una questione di tempo per chiudere bottega.
    Rarefazione, emigrazione, delocalizzazione.
    E alla fine impoverimento.
    Saranno contenti gli invidiosi ed i redistributori.

  • vito
    Rispondi

    in italia attualmente e’ molto complicato fare impresa le tasse ti massacrano e la ripresa economica e’ praticamente inesistente non so fino a quando il teatrino dei nostri governanti riuscira’ a mantenere la messinscena che ogni giorno va in onda con proclami tipo il peggio e’ passato e vediamo la luce in fondo a l tunnel ed in tanto continuano a vedersi le tenebre…….

    • andrea
      Rispondi

      la luce in fondo al tunnel non è l’uscita ma un treno che sta arrivando a tutta velocità

  • andrea
    Rispondi

    Ho provato a spiegare l’IRAP a uno svizzero: ci ho rinunciato. Ho provato a dspiegare gli studi di settore a un indiano, mi ha tolto il saluto: ha pensato che lo stessi prendendo per il culo

  • Mirta
    Rispondi

    L’articolo non è di questa donna.

  • Alessandro Colla
    Rispondi

    Non solo “di chi?”, ma anche “perché”? Lo stile è quello solitamente utilizzato da Valentina Cavinato. Non esiste “questa donna”? Oppure tutti gli articoli firmati da lei non sono suoi? Che informazioni possiede Mirta per affermare una cosa del genere? Se ce le ha le renda pubbliche. Le supposizioni personali, dettate magari dal sentimento e non dalla ragione logica o dalla ricerca, appaiono decisamente fuori luogo.

  • Alessandro Colla
    Rispondi

    Più della prima metà dell’articolo è diversa. La parte finale sarebbe stato meglio virgolettarla o citarne la fonte ma lo stile dei due autori è comunque simile. Si poteva più elegantemente segnalare l’episodio senza misteriosi cripticismi e senza attendere le chiarirficazioni di altri. Nulla di paragonabile ai copia e incolla di Saviano o di altri saggisti appoggiati alla ruota sinistra del carrozzone editoriale italiano. Sulla proprietà intellettuale, il dibattito in casa libertaria è aperto da tempo. Anche abolendo i diritti d’autore, il problema della paternità di un’opera rimane. Chi firma e deposita per primo, risulta autore di qualcosa.

  • Marco
    Rispondi

    E’ la stessa che su fb posta quasi tutto il giorno, animando conversazioni con la sua cricca con fare spesso arrogante del tipo “io ho capito tutto, voi creduloni ignoranti non ci arriverete mai”. E’ uno spasso leggerla, a quanto pare prende terribilmente sul serio il suo profilo social. Ha un giudizio e un’opinione su tutto (che poi quel tutto lo conosca davvero è cosa ardua …). Parla spesso di tasse, governo, libertà (le sue, a suo dire limitate in veste di “imprenditrice”), per non parlare di categorie di persone e di chi fa cosa, come e con chi. Espone punti di vista in parte condivisibili, se non fosse per quel suo piglio arrogante e sputasentenze, tipico di chi non ha interesse né a capire (del resto, ha capito già tutto) né a dialogare. E’ uno spasso leggerla e vedere la sua cricca di adulatori ! Alcuni post sono scopiazzati, come parte di questo articolo. Diritto d’autore o meno, non citare le fonti è segno di scarsa onestà intellettuale, malattia diffusissima nei social che hanno favorito l’affermazione di questi “personaggini” senza arte né parte. Soprattutto mi chiedo: quando cacchio lavori (o meglio dirigi la tua aziendina) se passi tutto il giorno su facebook come i bimbiminkia ?!

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