In Anti & Politica, Economia

SPERANZAdi MATTEO CORSINI

Nei giorni scorsi mi è capitato di leggere su Repubblica un articolo di Mariana Mazzucato nel quale l’autrice, come è suo solito, esalta le qualità dello Stato imprenditore. Mazzucato sostiene da anni che le innovazioni sono per lo più attribuibili a un iniziale investimento pubblico, perché nelle fasi iniziali nessun privato vorrebbe rischiare di perdere soldi. Lo Stato, al contrario, è un investitore “paziente”. Nulla di nuovo, è il mantra che questa signora va ripetendo da anni, con una visione talmente ottimistica dello Stato imprenditore da essere abbastanza inadatta a rappresentare la realtà. Fatto sta che il giorno seguente Franco Debenedetti ha scritto una lettera al giornale, replicando a Mazzucato ed evidenziando le degenerazioni dello Stato imprenditore.

Controreplica il giorno successivo, con passaggi di questo tenore: “Cominciamo dalla frase finale del pezzo di Debenedetti: la Cassa Depositi e Prestiti esiste perché i governanti vogliono uno strumento disponibile per procurarsi consensi. “Il giorno che così più non fosse, non ci sarebbe nessun motivo perché restasse pubblica”. L’intervento pubblico insomma non serve a niente, solo a procurare voti. Peccato che in tutto il mondo alcuni dei maggiori successi imprenditoriali siano stati finanziati dal settore pubblico, visto che per sua naturale avversione al rischio, il settore privato è entrato in ambiti come le biotecnologie, Internet e le tecnologie verdi solo dopo che lo Stato aveva aperto la strada. La maggior parte delle start-up israeliane sono state finanziate dal fondo di venture capital statale, Yozma. E negli Stati Uniti, anche i campioni del “libero intraprendere” come Elon Musk hanno beneficiato di ingenti investimenti pubblici, come il prestito garantito di 465 milioni di dollari ricevuto per la sua automobile Tesla S dal dipartimento dell’Energia. Debenedetti ovviamente ha ragione quando dice che lo Stato a volte fallisce e commette errori, come dimostrato da un investimento – la Solyndra – analogo a quello della Tesla, ma finito con una bancarotta. Ci mancherebbe: l’innovazione impone di assumersi dei rischi (proprio per via dell’incertezza di cui parla Debenedetti nelle prime righe), e a ogni successo si accompagnano dei fallimenti.”

In merito alla CDP, i fatti depongono a favore del giudizio espresso da Debenedetti. Basti pensare, per stare agli ultimi tempi, agli interventi di CDP nell’ambito dei fondi Atlante (per i salvataggi bancari), dell’Ilva, del gioco delle tre carte col Tesoro in merito alle partecipazioni in Eni e Poste, solo per fare alcuni esempi. Per carità, tutto il mondo è paese, per cui questo succede anche altrove. Ma semplicemente perché anche altrove “i governanti vogliono uno strumento disponibile per procurarsi consensi”.

Quanto al fatto che lo Stato imprenditore sia alla base di “alcuni dei maggiori successi imprenditoriali”, è evidente che Mazzucato faccia cherry picking sui dati, citando solo per voler apparire imparziale il clamoroso buco di Solyndra, generosamente finanziata da Obama con denaro degli americani.

Mazzucato cita come esempio di successo la Tesla, che peraltro non solo non ha ancora prodotto un centesimo di utile, ma continua a perdere soldi e lo farà ancora per anni, nella migliore delle ipotesi. Per quale motivo, poi, il progetto imprenditoriale del signor Musk (che, tra l’altro, fa macchine piuttosto costose nonostante gli incentivi pubblici) deve essere finanziato da denaro dei contribuenti? Perché il suo progetto sì e quello di altri imprenditori no? In base a quali criteri viene effettuata la scelta? Chiaramente, in ultima analisi, in base a criteri politici. E anche se non fosse basata su criteri politici, resterebbe indubbio il fatto che nessun burocrate-tecnocrate è onnisciente, al pari degli investitori privati.

Con una differenza enorme: i burocrati utilizzano soldi altrui senza doverne ottenere il consenso, mentre gli investitori privati utilizzano soldi propri o ricevuti in gestione volontariamente da altri investitori. Tutto ciò detto, non sono certo gli Elon Musk i campioni del “libero intraprendere”. Quelli sono i campioni del “crony capitalism”, o corporativismo che dir si voglia.

Mazzucato ricorda poi a modo suo il “miracolo economico” italiano: “E, per tornare all’Italia, il nostro “miracolo economico” è stato reso possibile da una manciata di imprenditori illuminati, fra i quali Adriano Olivetti, che ha sempre raccomandato la collaborazione tra gli operatori privati e lo Stato. Sono stati gli investimenti diretti (non semplici sussidi) dello Stato, con l’Eni e l’Iri, a rendere possibile, insieme a questi pensatori visionari, il miracolo economico.”

Credo che Mazzucato tralasci li ruolo delle tante piccole imprese (alcune poi diventate multinazionali) che, ancora oggi, caratterizzano il sistema economico italiano. Sostenere che il “miracolo” sia da ricondurre all’Iri e a una manciata di “imprenditori illuminati” contrasta con la storia economica italiana. Prosegue Mazzucato: “Ma che cosa è successo poi? La rigida ideologia di contrapposizione tra pubblico e privato ha condotto allo smembramento della Montedison (poi diventata Enimont), alla frantumazione della Olivetti e alla frettolosa svendita dell’Iri.”

Ora, se c’è un Paese in cui non vi è una ideologia di contrapposizione tra pubblico e privato, questo è l’Italia. “Frettolosa svendita dell’Iri”? Ma che storia ha visto questa signora? L’IRI lo volle il duce nel 1933 e avrebbe dovuto gestire l’uscita dalla crisi (secondo il punto di vista interventista tipico di ogni forma di socialismo, di cui il fasciamo era una branca), invece è durato quasi 60 anni. E se di svendita si è trattato, si tratta di capire perché si è arrivati a quel punto. Lo Stato era fondamentalmente in bancarotta (e da allora, oltre vent’anni dopo, lo è ancora) e l’Iri era il simbolo di quanto di peggio può accadere quando lo Stato fa l’imprenditore, con aziende a controllo pubblico ingolfate di parassiti assunti con criteri clientelari e corruzione degna del peggior sistema socialista.

Ma il punto più irrealistico è questo: “Primo: quale forma devono assumere gli investimenti pubblici per essere davvero proficui? È fondamentale (ed è possibile!) che rimangano indipendenti dal processo politico…”

Ammesso che fosse possibile (e raramente può esserlo, checché ne dica Mazzucato), resterebbe il problema che ho evidenziato in precedenza: chi decide l’investimento non è onnisciente. Assumere rischi imprenditoriali per conto di persone che non hanno la possibilità di conferire volontariamente un mandato in tal senso è ben diverso dal caso in cui uno rischia risorse proprie o affidategli volontariamente da altri. Sarà poi un caso che le innovazioni, da sempre, proliferano dove lo Stato intralcia meno l’attività dei privati?

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Mostrati 3 commenti
  • Albert Nextein
    Rispondi

    Questa giornalista vive su un altro pianeta.

    • Duro e Puro
      Rispondi

      Quello dove vitto e alloggio sono “gentilmente” garantiti dai carcerieri della tecnocrazia ( dell’inganno attraverso la complessità e specializzazione del linguaggio ), ai quali vanno periodicamente pulite le natiche, con la propria lingua, per ringraziare, ed ingraziare

      • leonardofaccoeditore
        Rispondi

        Il socialismo è morte e miseria

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