In Anti & Politica

gesuDI ALEX GIANFORTUNA

Personale considerazione su un tema su cui rifletto da tempo: era Gesù un “socialista” ? O come penso io un Magnifico esempio di Libertario ante litteram ?

Mettendo da parte la Dottrina ufficiale e la sua natura divina mi soffermo qui sul suo solo aspetto umano.

Gesù da piccolo respirò l’ aria della falegnameria del padre. E lavorò in essa. Da grande mai disse qualcosa contro i mercanti ma giustamente li cacciò dal Tempio, secondo un principio per me condivisibile: date a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio (non c’è forse in questo la tanto voluta laicità dello Stato che dovrebbe lasciare libero l’Individuo di professare la propria religione?).

Gesù visse in un territorio sottomesso, ironia della sorte proprio da quella Roma che un giorno diventerà papale e cattolica, e per mani lavate romane subì la crocifissione per colpa di suoi simili, che gli preferirono un laido ladro come Barabba.

Gesù non ha mai rubato né commesso crimini se non quello di usare la sua lingua come spada contro la prepotenza umana e per dare una speranza, a chi avesse voluto ascoltarlo, di vivere in un mondo migliore ma non di questo mondo. Non si proclamava Re della terra né metteva a repentaglio lo scettro dell’Imperatore e dei suoi lacché: predicava il Regno dei Cieli, non facendo male a nessuno.

Non era socialista, Gesù: alle nozze di Cana strabiliò la madre e gli invitati trasformando acqua in vino, creando abbondanza dalla scarsezza di risorse, in altra occasione miracolosamente elargendo pani e pesci, ma soprattutto predicando un grandissimo precetto libertario: il dovere di non aggredire gli altri.

Nessuna lotta alla proprietà privata e nessuna vergine come ricompensa nell’Aldila’, né tantomeno alcuna chiamata alle armi contro gli infedeli. E nessun proclama contro chi creava ricchezza, nessuno. Egli auspicava e professava semplicemente la Libertà tout court: Esodo e Deuteronomio, al primo Comandamento, fanno riferimento alla liberazione dalla schiavitù imposta dagli egiziani. Gesù fu paladino di idee liberali e libertarie, contrarie a qualunque tipo di schiavitù, mettendosi egli stesso contro il Potente, anzi, i Potenti di turno, osteggiato prima e ucciso barbaramente dopo.

2.000 anni fa ebbe il coraggio di assurgere a difensore di libertà civili, portando seco la Maddalena, ex peccatrice.

Nei dieci Comandamenti io scorgo un Cristo di buonsenso, un Uomo libero perché la Libertà che più gli stava a cuore era quella dei Cieli, predicando la non violenza sulla terra, chiedendo agli uomini di amare il prossimo come se stessi ma non più di se stessi, e fornendo loro le basi filosofiche e pratiche per esercitare, consapevolmente, la possibilità di scelta individuale, ciò che definiamo il Libero Arbitrio.

Gesù ci ha dato la possibilità di scegliere il bene o il male: è qui la rivoluzione. Immaginiamo come unica scelta il bene, quindi una sola opzione. Sarebbe questa la Libertà? O è vero l’esatto opposto? Libertà è tale se possiamo scegliere.

Sulle tasse sappiamo cosa disse a Pietro: “Per evitare di scandalizzarli, va’ al mare, getta l’amo e prendi il primo pesce che viene su, aprigli la bocca e vi troverai una moneta d’argento. Prendila e consegnala a loro per me e per te.” (Matteo 17,27) Una moneta, caro lettore, quel “census” che era la tassa pro capite di un denaro d’argento, l’equivalente di una giornata lavorativa, tributo a cui erano tenuti uomini, donne e schiavi dai 14 ai 65 anni e non due se calcoliamo anche il “fiscus Judaicus” che era l’allora tassa da pagarsi al Tempio, denaro con l’immagine dell’imperatore e con la scritta: “Tiberio Cesare, augusto figlio del divino Augusto, sommo sacerdote”, perché le tasse, allora come oggi, erano un furto, e Gesù non era un ladro.

Quando nei miei viaggi vedo un crocifisso sulla sommità di una Chiesa senza il corpo di Cristo un sorriso appare sul mio volto: mi piace pensare che da quella croce, ormai schiodato, un Gesù splendidamente Libertario ci indica la via. Ieri, come oggi, come domani.

Recent Posts
Showing 57 comments
  • myself
    Rispondi

    “E nessun proclama contro chi creava ricchezza, nessuno.”

    Non direi proprio:

    «E’ più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli» (Mt 19,24)

  • Alessandro Colla
    Rispondi

    Il “cammello” in aramaico era il filo.

  • Guglielmo Piombini
    Rispondi

    Bellissimo articolo di Alex Gianfortuna, che condivido pienamente.

  • Evaristo
    Rispondi

    “…un crocifisso sulla sommità di una Chiesa senza il corpo di Cristo..” si chiama semplicemente croce ed è ciò che usano le chese riformate per esaltare maggiormente il concetto di resurrezione ed evitare il culto delle statue proibito nell’ AT, superato per i cattolici, ma molto meno per i luterani.

    • Evaristo
      Rispondi

      btw
      Barabba laido ladro magari lo era pure; sicuramente era uno che combatteva l’occupante romano (e come nel 43-45 qualcuno li chiamava “banditi”)

  • Faber
    Rispondi

    Come disse un grande studioso del cristianesimo, i vangeli sono come un pozzo, ognuno ci vede la propria immagine riflessa. Se è socialista vede un Gesù socialista, se è libertario vede un Gesù libertario ecc. E questo perché nei vangeli c’è scritto tutto e il contrario di tutto. La versione di Gesù di questo articolo andava molto in voga nel 1800 quando il nazareno veniva visto come un emanatore di principi etici totalmente alieno da suo suo retroterra culturale. Nel secolo scorso gli studi si sono affinati e ne è emersa una figura completamente in linea con il suo essere un ebreo del I secolo, ovvero un profeta nazionalista che prefigurava l’imminente avvento del regno di Dio sulla terra, altro che regno dei cieli.
    La questione del «date a Cesare…» ne è un esempio lampante. Non ha nulla a che vedere con la separazione stato-chiesa, concetto lontanissimo dal sentire comune dell’epoca. Gesù sta rispondendo semplicemente a un tranello dialettico teso dagli scribi del tempio. Non posso qui approfondire, ma egli afferma soltanto che l’oggetto che gli è stato presentato, una moneta, presenta l’effige di Cesare e per questo gli va riconsegnata, il che non vuol dire che è giusto pagare le tasse ai romani. Ma più importante è la seconda parte: «date a Dio quel che è di Dio», ovvero tutto, poiché tutto appartiene a Dio, e in particolare Israele. L’idea di governo di Gesù e di tutti i profeti del periodo era una teocrazia guidata nientemeno che da Dio stesso, altro che libertarismo. Ne è prova il fatto che egli prevedeva a breve l’avvento del regno del Dio.
    «In verità vi dico: vi sono alcuni, qui presenti, che non morranno prima di aver visto giungere il regno di Dio nella sua potenza» (Marco 1:9).
    Un ultima nota: Gesù era non violento? Eccovi serviti:
    «Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; sono venuto a portare non pace, ma spada» (Matteo 10:34).

  • spago
    Rispondi

    Sono certamente riletture fatte con gli occhi di oggi e vengono più dal cuore che dalla ragione.. ma perchè no?

  • Paolo
    Rispondi

    Credo che il mondo quello intelligente sia stanco di essere incatenato a mitologie legate ad un passato e contesti assai remoti. La religione, la politica, l´economia, la scienza non sono ancora riusciti a liberare la vita umana dal dolore. La mente umana rimane ancora un mistero per le sue immense capacità creative, ma anche e soprattutto quelle crudeli e distruttive. Nonostante i profeti e gli illuminati succedutisi nel corso della storia, la vita sulla Terra continua ad essere un inferno. A nulla servono gli insegnamenti se non a creare dei maldestri e ipocriti tentativi di imitazione. Ogni volta che un individuo nasce, sin dal suo concepimento, si ripete la storia dell´evoluzione o involuzione dell´umanità, si torna di nuovo daccapo e tutto deve essere di nuovo reimparato. Viviamo del mito della libertà, ma non siamo liberi da noi stessi e dal mondo che ci circonda. Gesù Cristo fu un personaggio storico elevato a divinità che ha fatto parte di un suo periodo storico mentre il nostro destino è essere quello per cui siamo nati. Tentare di seguirlo o imitarlo sarebbe una grave forma di autoinganno.

  • Luigi Valente
    Rispondi

    Colui che posta col nome di Faber ha ragione, secondo me.
    I vangeli sono interpretabili in tanti modi diversi, soprattutto se si decontestualizza.
    Gesù dice anche “Non pensate che io sia venuto a mettere pace sulla terra; non sono venuto a mettervi la pace, ma la spada”. Un fondamentalista potrebbe leggervi un’invocazione alla guerra santa, un devoto cattolico vi leggerebbe un richiamo alla ribellione contro i falsi dogmi o le eresie interne, un libertario potrebbe leggervi un invito all’individualismo o chissà che altro. Perché Gesù disse questo?

    Sostanzialmente perché parliamo di un libro raffazzonato nei secoli sul quale non fonderei alcun principio morale. Se prendessi il manga di dragon ball e cercassi frasi libertarie, troverei comunque qualcosa, ma a nessuno importerebbe perché non è un libro magico.

  • Albert Nextein
    Rispondi

    Non ho letto il vangelo e neppure la bibbia.
    Ho subito catechismo e i primi sacramenti, e non apprezzo le religioni.
    Anche ammettendo che cristo fosse un libertario, cosa cambia a noi?
    Forse che i cristiani possano diventare libertari ?
    Forse che le forze politiche cattoliche possano accettare lo spirito libertario?
    Bell’esercizio di scrittura.
    Ma purtroppo c’è la chiesa, le chiese.
    C’è il potere spirituale e temporale della chiesa.
    Ed io non ho mai conosciuto un prete che insegnasse o praticasse gli ideali libertari.

  • Mario Iacovino
    Rispondi

    Via porpore e sfarzo come disse Gesù. Anche io, come Martin Luther King, ho fatto un sogno: ho sognato che, una domenica, un pontefice romano, affaciandosi alla finestra del suo appartamento per parlare ai fedeli radunati in piazza San Pietro, vide la piazza completamente vuota. Turbato andò al suo scrittoio ed apri’ il Vangelo per trovarvi conforto e luce. Il testo che gli capitò sotto gli occhi ad apertura del libro fu quello del capitolo sesto del Vangelo di Marco, là dove Gesù. inviando i suoi discepoli in missione, “ordinò loro che, oltre al bastone, non prendessero nulla per il viaggio, né pane,né bisaccia, né denaro nella borsa ma, calzati solo i sandali, non indossassero due tuniche”. Quel testo, pur letto tante volte, quella mattina ebbe in lui una risonanza nuova e lo spinse a invocare lo Spirito perché concedesse alla chiesa di adeguarsi piu’ e meglio agli insegnamenti del Maestro: improvvisamente tutti i locali dei palazzi apostolici furono investiti da un vento impetuoso, e dalle finestre divelte, si videro volare in cielo talari variopinte, zuccetti cardinalizi, camauri in velluto rosso e bordato di ermellino bianco o di piume di cigno , porpore, piviali, vasi sacri, un’automobile speciale, ecc.. Anche il pontefice si ritrovò vestito come un uomo qualunque e si affrettò verso la finestra per capire quello che stava succedendo. Miracolo ! Piazza San Pietro era strapiena di gente che, vedendolo, cominciò a gridare: “E’ tornato il Signore, è tornato il Signore !”. In quel momento mi sono svegliato. Sono passati piu’ di 2000 anni e se Gesù ritornasse, avrebbe di nuovo da rivelarci quello che già ci ha detto: i confini delle nazioni sono di Cesare, ma gli uomini e la terra sono di Dio. Gesù nascerebbe nuovamente in Betlemme di Giudea, e discendente di Davide, rimarrebbe sempre un Maestro Rabbino ebreo, oppure sarebbe tra i profughi o clandestini, e senza documenti si proclamerebbe fratello di tutti. Entrando poi in una chiesa cattolica apostolica romana, sarebbe confuso tra la quantità di altari: egli ci lasciò una sola “agape”; Gesù rimarrebbe anche colpito dall’ostentazione di tutti quei crocifissi. “Non sono io il Dio della morte, ma il Dio della Vita.Non sono io l’eterno sacrificio, ma l’eterna salvezza. Non ci sono già abbastanza lacrime nella vita di ognuno per ricordarle nella mia casa, in chiesa? Gesù ci metterebbe davanti alla nostra pochezza e come ci ostiniamo a farci del male e atrovare a partire dagli oroscopi una ragione per tutto, basta che non sia nostra. Ma già , quale Dio puo’ essere nostro se non ci assomiglia? La verità e’ che Cristo no ritorna perché non ci ha lasciato e, morendo di fronte alla madre, lancia un messaggio di liberazione: ogni uomo e’ riflesso del divino e via di libertà. Cosi’ Cristo e’ attuale e vive in un perenne dolore: percio’ egli nasce ogni giorno sempre tra gli oppressi e gli ultimi della Terra. Siamo noi forse i primi? WANTED – RICERCATO Gesù Cristo, detto anche il Messia, Figlio di Dio, Re dei re, Signore dei signori, Principe della pace, ecc..pericoloso capo d un movimento clandestino di liberazione. Reo dei seguenti crimini: esercita senza licenza l’arte del medico, del fabbricante di vino, del distributore di viveri, viene alle mani coi mercanti installati nel tempio; mantiene rapporti con noti criminali, radicali, anarchici, sovversivi, prostitute e gente di strada; pretende di avere l’ autorità di trasformare gli uomini in figli di Dio. Aspetto esteriore: tipicamente hippy:capelli lunghi, barba incolta, tunica, sandali; gironzola volentieri per i quartieri piu’ poveri e malfamati; ha alcuni amici ricchi, si nasconde spesso nel deserto per stare in solitudine. Attenzione ! Quest’uomo e’ estremamante pericoloso . Agli influssi del suo ellettrizzante messaggio sono particolarmente esposti quei giovani, ai quali e’ stato insegnato ad ignorarlo. Egli cambia gli uomini, affermando di liberarli. Avviso: E’ tutt’ora a piede libero ! Gesù ricercato:perchè cambia gli uomini, perchè li trasforma, perchè afferma di liberarli. Gesù ricercato perchè estremamente affascinante e rivoluzionario. “Abbracciare Cristo non pesa” e “Cristo e’ la via” sono i due libri che ho scritto a questo proposito.. Mario Iacovino.

  • Alessandro Colla
    Rispondi

    Io di sacerdoti libertari, o almeno in parte tali, ne ricordo due: Antonio Rosmini e Luigi Sturzo. Tutti e due emarginati dalla chiesa ufficiale che preferisce l’esercizio del potere alla liberazione umana dalle varie schiavitù. Per attirarsi le simpatie dei meno colti, ogni tanto sceglie un pontefice come Roncalli o come quello attuale. Il più laico fu Montini: la sua riforma della costituzione apostolica, oltre a somigliare più a una repubblica presidenziale a vita che a un regno, prevedeva la differenziazione tra stato vaticano e Santa Sede. Una separazione tra stato e chiesa! Cosa che in italia, grazie a Dossetti e Togliatti contro Nenni e De Gasperi, è impossibile a causa del settimo articolo costituzionale. Un tentativo del genere aleggiava negli scritti del cardinale Piccolomini, in quelli del cardinale Lambertini e nei primi timidi atti di Mastai Ferretti; che poi si rivelò peggiore dei predecessori. Se l’aneddoto è autentico, fu laicheggiante anche il pur conservatore cardinal Ottaviani. Sembra che un noto giornalista, intervistandolo, gli disse: “Mi scuserà, Eminenza, ma come Ella sa io sono anticlericale”. Pare che la risposta fu: “Dottor Montanelli, non lo dica a nessuno: anch’io sono anticlericale”. Vero o non vero, sono manifestazioni episodiche all’interno di una struttura che preferisce le dottrine “sociali” in campo economico. Dottrine che contrastano fortemente con il bisogno di emancipazione degli individui. Non condivido l’affermazione secondo la quale la separazione stato – chiesa fosse concetto lontanissimo dal sentire comune dell’epoca del primo secolo. Il problema era stato sollevato molto tempo prima da Amenophis IV. La repubblica romana di Bruto e Collatino nacque proprio per evitare di identificare il governo con le divinità. I sovrani stavano attenti a non identificarsi con il Dio in terra. I sacerdoti contavano e contano più dei governanti laici ma al contrario di quanto avveniva nello stato pontificio, evitavano di gestire direttamente il potere esecutivo. Il pontefice romano antico era proprio costruttore di ponti, un ingegnere, un edile filoetrusco e antiellenico. Chiaramente era diverso il concetto di libertà rispetto ai tempi moderni. Anche oggi è difficile per i ricchi entrare nel regno dei cieli ma solo perché la loro ricchezza proviene da aiuti di stato. Forse il Gesù politico aveva ravvisato un problema del genere. Si diventava ricchi con l’esazione delle imposte e non con il libero e produttivo lavoro. Ai socialisti andrebbe comunque ricordato che non era uno straccione, che proveniva da una famiglia artigiana e che aveva praticato l’artigianato anche lui. I suoi “attivisti” praticavano la pesca in proprio, non erano garzoni di ditte pescatrici. Ai vegani che moltiplicò i pani ma anche i pesci. A quelli della lega per la temperanza, che tramutò l’acqua in vino; per la gioia della madre che evidentemente era tutt’altro che astemia. Sulla spada si può immaginare che ci si riferisca alle dispute ideologico – verbali. Libertà di parola garantita, quindi, contro ipotesi di “pacificatore” pensiero unico; e questo mi pare tutt’altro che violenza. L’unico atto violento che ci viene riferito è quello relativo a come furono trattati i mercanti nel tempio. Ma non riesco a trovare da nessuna parte un qualcosa che somigli a un auspicio per un governo territoriale teocratico. Se per teocrazia si intende che sia Dio a comandare, bisogna non riconoscere legittimo alcun governo umano. E ciò si potrebbe fondere tranquillamente con il libertarismo. Se “il regno di Dio nella sua potenza” portasse alle dimissioni di Renzi e Hollande, per esempio, potrei pure votare la lsita civica “Secessione Divina” o per quella più generale “Onnipotente per il Liberismo Intergalattico e Universale”. E’ vero che, essendo appunto onnipotente, Dio può pure comportarsi come Pol Pot. Ma questo può farlo comunque, governi “teocratici” o meno. Il nazareno non disse mai “voglio guidare la nazione e voglio un sinedrio di soli esseni”. O di soli farisei, dal momento che il padre umano apparteneva a quella componente. Ovviamente le mie sono considerazioni di un saltimbanco più votato alla parodia che all’esegesi. Di quest’ultima, generalmente se ne occupano i vescovi. Che ovviamente diranno che liberi ci fa la verità, omettendo di ricordare che solo la libertà può renderci autentici. Immaginavo che quest’articolo avrebbe suscitato un vespaio come avviene sempre quando si parla di religione. Sono sicuro che ci sarà almeno qualche altra decina di interventi. Certamente più qualificati del mio ma che non risolveranno comunque la questione. Se invece la risolveranno vorrà dire che sono stato un falso profeta. Poco male, sono in buona compagnia: Eugenio Scalfari, Walter Veltroni, James Rfkin… Il primo diceva che l’Unione Sovietica, negli anni ottanta del ventesimo secolo, avrebbe superato l’occidente. Gli altri due che il pianeta sarebbe scomparso nel 1999. E il 2000 dei millenaristi? Il 1986 de “La Torre di Guardia”? Il 2013 dei Maya e altre …maya – late simili? Viva, comunque, le nozze di Cana ( e non quelle di canapa dei cosiddetti figli dei fiori). Acqua che diventa vino: quello sì che è un miracolo serio, altro che Lazzaro che poi morirà di nuovo. Se Gesù ritorna sulla terra, speriamo che lo ripeta nel mio quartiere.

  • Alessandro Colla
    Rispondi

    All’inizio del mio intervento ho fatto torto a padre Robert Sirico, altro sacerdote libertario, anche più di Rosmini e Sturzo o di Ugo Bassi.. Non so se anche Alejandro Chafuen fosse sacerdote. Si potrebbero ricordare anche i teorici della scuola di Salamanca o addirittura Tommaso d’Aquino. Per alcuni anche Agostino d’Ippona o Ignazio di Antiochia ma rischiamo il labirinto storico – filosofico.

    • Albert Nextein
      Rispondi

      Libertari in nome di dio?
      Sturzo aveva delle buone idee.
      Ma io penso che sia difficile essere davvero libertari in nomine del padre del figlio e dello spirito santo.

  • Alessandro Colla
    Rispondi

    Difficile sicuramente ma forse non impossibile, visti alcuni precedenti. Si può essere libertari non in nome di Dio ma credendo in Dio. Non è inconciliabile né obbligatorio. In fondo i liberi muratori sono tali in nome del Grande Architetto dell’Universo. E padre Rosario Esposito scrisse che le logge sono un’occasione mancata della chiesa cattolica.

    • charlybrown
      Rispondi

      Mancata mica tanto, i liberi muratori e la chiesa cattolica hanno più cose in comune che diversità, anche se hanno sempre fatto finta di darsele di santa ragione. Sono gli antichi misteri a guidare da sempre entrambi, d’altronde basterebbe osservare il fallo di Osiride, con tanto di croce sovrastante, che troneggia in piazza S. Pietro, per non parlare di piazza S. Giovanni, e per non parlare di tutto il resto della simbologia misterica di cui sono piene le chiese, almeno a sentire Fulcanelli e altri. Ma i fedeli sono troppo occupati ad ascoltare le omelie domenicali per notare questi dettagli.
      C’è chi sostiene, non senza validi argomenti, che il preposito generale Ricci sia stato tra i personaggi chiave nelle vicende che hanno portato alla proclamazione della repubblica americana, lavorando fianco a fianco con i ben noti liberi muratori che l’hanno fondata. Come del resto libero muratore era il padre fondatore di quella italiana.
      Se poi c’erano dubbi su chi fosse il GAU, il portatore della luce, ce lo ha ben spiegato, senza tanti giri di parole, Albert Pike.

  • Gennaro Francione
    Rispondi

    IL TERZO OCCHIO DEL BURATTINO PINOCCHIO.

    NEUROSPASTOS OCULUS PUNDAX.

    L’ELEMOSINA.

    L’elemosina che pure fu predicata dai santi e che in India e’ indice di umilta’, predicata e attuata da nobilissimi spiritualisti, genera la repulsione da parte dell’umanita’ occidentale, tecnologica e calvinista, qualificandola come trasgressione, fuga individuale dalla maledizione comune del lavoro. Eppure questuare richiede camminare, ottenere rifiuti e secchi d’acqua in testa (come capita a Pinocchio col vecchietto traditore), vivere in mezzo alla strada, al freddo, al gelo, al sole. Anche elemosinare dunque e’ fatica e rischio (soprattutto connesso alle malattie derivate dall’esposizione agli elementi e dalla stessa indigenza somatica). Pinocchio rileva che, secondo la morale del padre, l’elemosina viene chiesta solo da “vecchi” e “infermi”. Ancora luoghi comuni. Come se ognuno di noi, privato di se, non fosse vecchio nel corpo e infermo nello spirito. Forse che non siamo tutti dei virtuali elemosinieri? Non questuiamo forse, giorno dopo giorno, a destra e a manca briciole della nsotra umanita’?
    L’elemosina chiesta da Pinocchio ha una funzione metafisica. Egli si ribella al suo destino di somaro, e non vuole tirare la carretta come il carbonaio, ricevendo da costui invece di cibo gratuito una risposta metaforica e insulsa:”mangi pure due belle fettw della sua superbia e stia attento a non fare indigestione”. Siamo nello “sciocchezzaio universale” ovvero “nell’Empireo sempiterno dei luoghi comuni”. Per paradosso l’elemosina si e’ rovesciata nel suo opposto, l’orgoglio, ovvero il primo dei vizi capitali. Un graziosissimo ghiribizzo del non sense etico.

    LA TRUFFA, IL FURTO, LA RAPINA, L’IMPRESA ILLECITA.
    Anche il rubare o imbrogliare e’ fatica, abilita’, progetto, sia pure criminale. Viene ribadita universalmente l’intelligenza del progetto di certi abili truffatori, anche se si recrimina che sia indirizzata a fin di male. D’altro canto l’imbroglio puo’ falllire, il furto idem. Allora c’e’ la prigione o la pistolettata che si prende chi e’ sorpreso a rubare ad esempio. Pinocchio che vuole ghermire ciocche d0uva moscatella morso dalla fame rimane con la gamba attanagliata in una tagliola posta in un campo per beccare grosse faine. Il grande Mercurio, ammirato messaggero degli dei e divinita’ della mente abile, assurge a protettore dei ladri e dei truffatori. Alla scaltrezza unisce il pie’ veloce, pronto a scappare ai gendarmi quanto venga colto in flagranza di reato. Il Gatto e la Volpe sono i cattivi per antonomasia, non solo in quanto grassatori ladri e truffaldini imprenditori della locupletatio sine titulo. In essi s’identificano gli antichi commercianti nomadi, gli ebrei usurai medievali e i trafficoni rinascimentali, le multinazionali dell’investimento, moloc dell’imbroglio legalizzato, i trick delle pubblicita’ e delle lotterie massmediali. La propaganda e’ l’anima del commercio. E la propaganda delle aprole, da qualunque imbonitore pronunciate, per vendere prodotti, aspirapolveri, ovvero seminagioni di dentifrici nel campo dei miracoli.
    Comprare, comprare, comprare e’ lo slogasn messo in voga dai perenni trafficanti del trick con la sanzione che ove non si ripeta il diktat “si da’ un calcio alla fortuna”. La punizione non e’ piu’ grigiosociale, ma gialloludica. Atraverso il gioco si ha la non vincita e la non fortuna “attuata con le proprie stesse mani” . “Enti umanitari” organizzano il gioco in tutte le sue forme, secondo la lezione di Huizinga, nel politico, nelle guerre, nella giustizia, masse di giochi socilai fatti passare per seriosi assoluti. L’arte somma degli imbonitori sociali e’ ancora teatro, il travestimento. Il Gatto e la Volpe si travestono da Assassini (ancora il “come se”), altri gatti e altre volpi si travestono da sacerdoti, da giudici, da persone rispettabili. I ladri, le puttane, gli assasini sono i nostri cristi, afferma Vivekananda, poiche’ grazie a loro possiamo dire di essere persone per bene. Alla fine lo Stato stesso si paluda di panni chiari e si autoleggittima nei suoi infiniti omicidi di morti per la produzione dei beni e per la circolazione dei veicoli. Le stragi tecnologiche, avallate sotteraneamente dalla comunita’ e appioppate fittizziamente ai singoli in una populista responsabilita’ per colpa, e’ “come se tutti non ci fossero”. L’importante e’ che tutti (o almeno la maggioranza schiacciante) siano d’accordo.

    IL LAVORO
    Pinocchio vive in un ambiente di poveracci, dove il lavoro non basta per il riscatto economico e sociale, al fine, quanto meno, di uno star decente e dell’avere il minimo indispensabile per vivere e per nutrirsi. La nuova presa d’atto e’ che finanche il lavoro alienato e’ fatica e rischio. Non e’ detto che ci lavora, il cosiddetto onesto riesca a trarsi via dall’indigenza. Il che in una morale molto profonda potrebbe essere immorale, ingiustizia di un’intero sistema, ponendosi il “tu devi” kantiano porsi in primis a carico della persona in grande che e’ lo Stato, in assistenza sociale e aiuto per i piu’ bisognosi. L’isola su cui arriva Pinocchio trasgredisce il luogo comune dell’isola come rifugio dai mali del mondo ovvero di ritorno bucolico alla natura. Anche le oasi dell’uomo possono essere menzogna, poiche’ in esse trovi i penitenziari, i cannibali, i malfattori, Pinocchi arriva sull’isola dei dannati, sperando che la’ “si possa mangiare sanza il rischio di esser mangiati”, ma vi trova un’altra forma di antropofagia: quella degli imprenditori che succhiano la migliore energia della razza umana per far girare, al di la’ dell’anima, la ruota sociale. L’isola e’ la civilta’ del lavoro stressante, che schiaccia il singolo e la creativita’. Quell’isola e’ l’inferno di San Brandano che scorge fabbri demoni arroventare le anime e le energie dei condannati ridotti in schiere di produttori meccanici. L’isola e’ la scuola del dolore-fatica, la’ dove faticare per sostenersi per alimentare solo le fibre del proprio essere, significa avere rispetto. Li’ i vagabondi non lavoratori dello spirito sono emarginati, ostracizzati. Di fronte alla fame totale, nell’abisso del nulla di materia da ingurgitare, la’ si che riemerge la presunta universalita’ della morale kantiana. “Tu devi”,,,mangiare e allora in te si rigenera il progetto di un’utilita’ del vivere sociale, del lavoro alienante svolto al puro fine di nutrirsi. Il sociale, assassinando la tua creeativita’ con la fame del corpo, ti alimenta come bestia del branco, mascherando con infingimenti verbali e propagande similreligione il diabolico lavoro fatto diventare contra res “nobile”. La verita’ e’ che il lavoro routine nobilita l’uomo trasformandolo in bestia da soma. Nobilita come un ricordo. Il lavoro in francese si dice travail, ovvero “travaglio”. Rammentando la bestia da traino del sociale che ciascuno di noi e’ dentro di se’.

    IL GABBA-MONDO. DALLA MORALE ALL’ONTOLOGIA.
    Nel nulla della fame l’essere si sublima e si riscatta. O meglio medita un progetto di riscatto “Io sono piu’ buono di tutti e dico sempre la verita’”. Dire la verita’ e’ essere buonissimi. Ma qual’e’ la verita’? L’esistenziale concreto s’imbatte nella scelta in un doppio di ciascun animo vissuto, creando una ramificazione all’infinito di bivi, dove, patafisicamente, tutto e’ uguale al tutto. Nel labirinto rizosomatico non vi e’ centro, ne’ periferia, in uno spazio articolato senza fili, senza maggiore o minore, senza alto ne’ basso. In quel Chaos basta poi afferrare i due corni del piu’ immediato dilemma per verificare gia’ in essi l’assurdita’ di un’opzione finale razionale, una tantum, della bipartizione amletica. La conclusione dell’indovinello ontologico manca poiche’ la verita’ e’ menzogna e la menzogna e’ verita’. Allora forse l’illuminazione e’ quest’estrema consapevolezza. Mantenere in tensione perenne la fluttuazione tra l’essere e il non essere e giammai tentare di scioglierla, nell’assoluto ma solo nel relativo. Nell’assoluto tutto si sospende. Ne’ movimento ne’ stasi, ma solo sospensione (Epoche’) di ogni giudizio. In Pinocchio tutti, a partire da lui stesso, sono alle prese con la menzogna non solo i cattivi totali (il Gatto e la Volpe) ma anche i mezzobusti della cattiveria o della bonta’ (massmediale coincidentia oppositorum a sfondo etico). Cosi’ quel vecchietto invocato di pane, che in genere come stereotipo dell’anziano debole dovrebbe essere anche buono, finge poi di dare cibo e invece gli versa sulla testa un’intera catinella d’acqua. Finanche il buonissimo Geppetto mente quando afferma, in uno sforzo di autoconvinzione, che ha venduto la “zimarra perche’ faceva caldo”. La retorica umana e’ il regno della finzione, cosi’ come lo sono la metafora, l’allegoria, la santa parabola, i proverbi popolari. Si tratta solo di una serie di accurate finzioni, che hanno senso solo attraverso la reticenza che qualcosa sull’altra parte
    di un possibile che sfugge e che se affermato infrangerebbe anche l’asserzione principale. Alla fine nulla sfugge a prova di falsificazione, attuata con uno spirito cosciente e profondo. Così’e’ allora la verita’ se non un “come se “. Agire, pensare, amare come se….Il “come se” di Vaihininger si pone come guscio vuoto in cui interno e’ possibile mettere qualunque molle sostanza, la quale saraì accuratamente protetta dalla scorza compatta esterna scambiata come un assoluto. Abile nascondimento di una morbida e fragile materia impastata di menzogna. E’ pur vero peraltro che l’inganno sotto forma di autoconvinzione puo’ essere usato come metodo di purgazione dagli affanni . Cosi’ Geppetto non e’ povero, ma fa il Povero. Volendolo potrebbe prospettarsi, cambiando atteggiamento mentale attraverso una bella parabola, come ricco.. Una menzogna non puo’ essere machiavellicamente rivolta ai fini pratici e sociali come quelle escogitate da Pinocchio. Per uscire dal Policlinico Chaos, dov’e’ stato condotto dopo la rapina e il tentato suicidio, egli inventa l’escamotage verbale dello “star meglio” pur di liberarsi da quei posti dove uno se non e’ malato lo diventa e per rimettersi alfine alla ricerca del padre perduto. Altrove inscena la finta di accondiscendente a far da talpa per permettere ai malviventi un furto nella banca. Cosi’ salva la pelle e li fa arrestare, gridando al mondo il suo rifiuto a “star di balla e di reggere il sacco alla gente disonesta !”. Una bugia bianca, dunque, o meglio una bugia non deprecata dalla societa’, poiche’ con essa il singolo o il gruppo, difende se stesso o tende a raggiungere il fine utile. Nella guerra il maestro d’inganni Ulisse inventa la fandonia del cavallo di Troia e con essa salva la vita di altre migliaia d’umani e pone fine alla guerra. Questa filosofia dell’imbroglio proficuo, gia’ teorizzata in sede bellica dal filosofo-militare cinese Sun Tzu (IV sec. a.C.) trova poi espressione anche in sede religiosa. Nel Vangelo la parabola del fattore disonesto legittima l’uso del mendacio da parte del debole per difendersi dal piu’ forte.
    Machiavelli imperat, ergo, a tutti i livelli. Ma chi definisce, a livello d’etica comune, cio’ che e’ lecito e cio’ che non lo e’ ? Solo una convinzione, la metafora del “come se” normalizzata dalla Legge della Maggioranza che col “cratos”, la forza (e non certo per una ratio intrinseca o naturale), impone la sua potenza nel gruppo. La reazione dei minoritari rispetto ai potenti portavoci del costume pubblicio, mancando loro la Forza, e’ ancora affidata all’Imbroglio, attuato con travestimenti, incantamenti verbali e artifizi raggiranti. Nella socialita’ tra l’essere e l’avere, prevale alla fine l’apparire. Altra forma di menzogna-verita’. La gente vale per la pelle sociale, per il suo habitus usuale. Il sarto si rovina gli occhi per costruire quell’abito che generera’ il monaco. Ma sotto il saio, alzandolo, non si trova nulla. Il compratore del somaro-pinocchio lo getta in acqua con una pietra al collo, per ammazzarlo e poi scuoiarlo della pelle dura. Quando lo ritira sopra ritrova il burattino di legno e sscandalizza. L’uomo che ha rivelato la sua meccanicita’ sempre impreca. Senza sapere che in quella rivelazione vi e’ una rinascita verso il transumano.

    IL TEATRO, TRICK AL QUADRATO E CATARSI.

    Pinocchio che non vuole andare a scuola si lascia poi attrarre dal Teatro. Il Teatro e’ scuola. “TEatro degli EDipici” o dei Mangiafuoco o dei Mangiafreud, poco importa. La scena e’ la palestra della nobile menzogna. Se la vita e’ in primis imbroglio inconscio, il teatro e’ la menzogna della menzogna. Il quadrato della menzogna genera catarsi con il riemergere del Chaos primigenio dello stesso Imbroglio Cosmico rappresentato dal Microcosmo del Proscenio. Edipo e’ il Re del Rivelamento. Scopre un trick galattico ordito contro di lui da un Fato, sito in uno Sfero anche oltre gli dei, per cui si trova ad aver commesso inconsapevolmente parricidio (sgozzamento del padre Laio) e incesto (per aver sposato la madre Giocasta). Da qualche parte si e’ ordita quella tra contro i valori della famiglia, per rappresentare a livello metafisico la distruzione della funzione generatrice maschile e l’avvilimento di quella femminile, nella trasgressione sociale di tutti i ruoli. Anche Pinocchio ha sgozzato moralmente Geppetto, reo questi stesso di aver nintificato in nuce la capacita’ generativa della madre. Pinocchio e’ il ri-costruttore del cerchio ordinario della procreazione, essendo teso a recuperare la funzione della Gran Madre Mediterranea rappresentata dalla Fata Turchina, azzurra come il grande mare che circonda le nostre terre. Il nostro eroe da un lato e’ pronto as ammazzare anche il padre, e sul lettino di Mangiafreud maledice la sua genesi meccanica dichiarandosi pronto a seppellire sotto le foglie marce del bosco la chiave meccanica, il martello, la piallla, i pezzi di legno, ritrovati sul fondo del suo inconscio, D’altro canto Mangiafreud gl’insegna che la Ma’ (la madre) e’ un sogno, che nasce dal fuoco interiore, la fiamma paracelsiana dell’immaginazione. L’oro alchemico di Pinocchio dopo la nigredo maschilista, si tinge di polvere di proiezione al femminile. Alla fine pero’ nel cuore dell’odissea burattina in lui s’identificano gli attori-umani. In un rifrangersi di specchi all’infinito, nella legnosita’ della marionetta si rivela la forma degli stessi umani, tutti ridotti ad ammassi meccanici, a larve pseudoviventi. Lo specchio risolve l’imbroglio del teatro, rivelando l’imbroglio della vita. Cosi’ la triade si compie:trick.theater-life. “Pinocchio e’ il nostro fratello di legno”. E’ l’ultimo passo, dopo essere entrati nella profondita’ di un’esplorazione psicanalitica, cominciata a livello di conflitto emozionale con le forze genetiche. La patafisica interiore e’ oltre Freud. Freud rappresenta la rigenerazione del padre, che sempre muore e sempre rinasce come la salamandra nel fuoco o come il grillo parlante, ed entra in maniera maschile nell’inconsciofemmina rivelandone l’inferno del sesso-tabu’. Il Pupazzo e’ pronto per essere dato al rogo, poiche’ egli e’ eretico. Ha rivelato l’ombroglio teatro-vita, ha dissacrato l’unitarieta’ traslitterano i sensi paralleli di un vero che e’ falso in una dimensione superiore di samadhi, dove tutto e’ vero ovvero dov’e’ vero tutto il contrario di Tutto. Lo Psychodramma interruptus genera la sospensione (Epoche’) di tutti i giudizi, la fine della fede e della regione, il Rivelamento. Il descensus ad inferos innterruptus si pone in parallelo con il Coitus Interruptus ovvero l’aborto di un seme trasformato nel mostro stesso, apparentemente legnoso ma in pratica affasciamenyo di infinite virtualit’ che va distrutto.

    I BRICCONI DIVINI E IL TRIONFO DEL GIOCO.
    Se l’isola e’ il luogo dei dannati robota, il Paese dei Balocchi e’ il regno della gioia di vivere, della goliardia, dei clerici vagantes, e Lucignolo ne e’ il degno profeta. Egli e’ il Marcuse di Collodi che annuncia al mondo l’era di una privazione dalla fatica alienante e la liberazione finale della reificazione, ovvero dal vero legno, quello della spiritualita’ dura, compatta, anchilosata. “Dire che il lavoro debba essere fatto perche’ il lavoro e’ veramente il colmo dell’alienazione! (Marcuse). Lucignolo e’ Marcuse ma e’ anche prima e oltre Marcuse. Annunciando che la cosiddetta “fatica nobile” riduce gli uomini in bestie, egli propone la soluzione finale del Paese dell’Immaginario Puro, la’ dov’e’ la festa sette giorni su sette. Ripercorre cosi’ il sentiero lucido del Briccone Divino Wakdjunkaga, il mitico Trickster degli Indiani Winnebago eroe di mille avventure, ondeggiante tra la goliardia fallica, il picaresco e il truffaldino. Il gioco di Marcuse, capobanda-filosofo del ’68, e’ ancora politico, noia del progetto cosmico che tutti unifica finanche nella Legge del Gioco, Questa norma e’ il Circo, che irregimenta le energie libere, usa la frusta per far rispettare una delle tante regole del ludico, e azzoppa l’energia libera e dionisiaca di un atleta del ludico come Pinocchio. L’altra faccia di Lucignolo e’ Stirner rivestito dei panni del Pulcinella, l’essere singolo preso da gioia panica con cui riscatta il misfatto della supremazia immonda della Kultur sulla Natur. Il monellaccio, il cui nome in calembour si trasforma in Lu-Singolo, diventa alla fine emblema della gioventu’ giocosa. Negli slogan analfabeti dei ragazzacci vi e’ la joy de vivre marinettiana, l’attonitaderubricazione dell’iperletterario operata dai surrealisti, la dissacrazione verbale petroliniana in frasi tipo: “Abaso le schole”, “Viva i balocci”, “Abbasso Larin Metica”, “Ho comprato i salamini e me ne vanto…”
    Nella babele linguistica si verifica l’Eden del Gioco in se’ infinito, senza regole, rispetto di un Chaos universale giammai sparito ne’ tantomeno domo. E’ l’elogio dell’Asineria, della razionalita’ allo sbando. Lucio (ancora in calembour Lucignolo) di Apluleio, ridotto ad asino per una fattura sbagliata, ne passa di tutti i colori, finche’ all’esito finale della sua iniziazione somaresca, su placet di Iside ruba rose al sacerdote della dea e se la mangia .Ecco allora il miracolo: il ciuco spellacchiato si cangia in nobile principe dei miracoli ludici. Ma allora se la via degli dei passa attraverso il ponte degli asini, viva le orecchie da somaro ! Viva, nella rivelazione dell’analfabetismo del dio Buffone, il raglio del buricco infernale ! Viva nel ludico la trasgressione per cui, tolta la pelle del somaro, si ritrova il burattino e poi…l’oro di una bestia squaccosa e rilucente. In estrema analisi le vere “cattive amicizie ” di Pinocchio sono gli altri, tutti gli altri che nelle mediocrita’ dilagante dei luoghi comuni, sottopongono i ribelli pur geniali e vitali allo scherno che poi compattamente si fa prassi, norma, vituperio legalizzato del diverso. L’inquisizione Cosmica dell’ordinarieta’ grida indomita “Al rogo i burattini coscienti!”

    Gennaro Francione

    V.i.t.r.i.o.l. et in arcadia ego

  • leoluca
    Rispondi

    Il fatto è che Gesù Cristo non è riducibile neanche ai libertari, i quali non tengono in conto il peccato e la fragilità dell’uomo.
    Senza Gesù Cristo e la santissima Trinità nessuno può riuscire ad essere veramente libertario: “senza di Me non potete far nulla”; …”invano si affatica il costruttore”.
    Leggiamo meglio il Vangelo e comprenderemo che abbiamo bisogno di essere liberati, abbiamo bisogno della redenzione, dei sacramenti che ci aiutino ad essere veramente liberi e nella verità.

  • giorgio
    Rispondi

    Credo che questa rilettura del gesù libertario potrebbe essere condivisibile per individui quali don mercedes, bertone, verzè e compagnia bella. Francamente, parlare di libertarismo in un’epoca in cui la libertà aveva un valore completamente diverso dal nostro non ha senso. La libertà dei libertari, vale a dire quella che piace a voi e che verte attorno al bisogno di soddisfacimenti personali e alla preservazione del diritto di proprietà, vale a dire la libertà monetizzabile, è un prodotto della società capitalista, come lo stesso Berlin confessa. La libertà ai tempi di cristo era una libertà interiore, che si manifestava con la cosciente rinuncia di quello che non era considerato utile o opportuno avere. Era una libertà dettata dalla rinuncia. Poi va da sé, che il popolo ebraico concepiva pure un secondo tipo di libertà, che ha trovato la sua espressione massima nella rivolta dei maccabei, ma che fino al 135 dc ha alimentato la guerriglia pressoché endogena contro gli occupatori di turno, fossero questi antigoni, tolomei o romani. Ma anche lì, non si può in ogni caso parlare di libertà nel senso moderno del termine, ma di libertà identitaria, vale a dire la possibilità di poter affermare di appartenere un gruppo etnicamente circoscritto attraverso l’esecuzione di riti stabiliti. Le parabole del gesù, o di chi le abbia inventate, sono notoriamente contradditorie in più aspetti. Detto questo, mi sarei aspettato di leggere casomai quella dei talenti affidati a una banca, che poi in greco sarebbe tavolo τράπεζα, ma che tutti traducono con banca. Comunque, le beatitudini, dove si rende omaggio ai poveri in più di un’occasione, i continui ammonimenti a lasciare tutto ai poveri e seguire il maestro, il comunitarismo, poiché gli apostoli mettevano tutto in comune e ognuno si serviva secondo le proprie necessità non sono proprio proposizioni dettate da uno spirito libertario. Anzi, se proprio vogliamo dirla tutta, proprio l’apostolo che teneva la cassa del gruppo, quello che maneggiava i soldi sarà colui che lo venderà per averne di più, per massimizzare il suo profitto, Giuda. Questo caso mai è un messaggio ulteriore contro il denaro, contro l’avarizia, contro il suo uso improprio e mette in evidenza cosa può arrivare a fare una persona quando è accecata dalla volontà di possederne di più, vale a dire vendere gesù cristo. Ma giuda si è comportato da perfetto anarco-capitalista: ha monetizzato la vita di cristo e l’ha venduta al miglior offerente, salvo poi amaramente pentirsene. Si può dire che giuda abbia firmato una specie di contratto quando decise di seguire il signore e di tenere la cassa del gruppo, ma poi abbia stracciato quel contratto per firmarne uno più vantaggioso.
    Sulla questione delle tasse vorrei inoltre far notare che gesù ha scelto tra gli apostoli proprio un esattore fiscale! Ci sarebbe poi da leggere la parabola del pubblicano, che all’epoca era l’esattore per contro dell’impero romano, assolto per aver confessato di essere un peccatore. Ma la frase che più sottolinea la fedeltà del gruppo di gesù alla istituzione è quella già citata “Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”. Questa frase testimonia di una netta separazione tra i poteri temporale e secolare, e contestualmente invita a rispettare quello secolare pagando il giusto pegno. L’altra frase citata: “Per evitare di scandalizzarli, va’ al mare, getta l’amo e prendi il primo pesce che viene su, aprigli la bocca e vi troverai una moneta d’argento. Prendila e consegnala a loro per me e per te.” (Matteo 17,27) non fa altro che ribadire il concetto appena accennato. Se gesù avesse creduto che le imposte fossero un furto avrebbe semplicemente detto di non pagarle, ma qui invece afferma l’esatto contrario! Le imposte vanno pagate e i soldi per pagarle vanno trovati, anche in bocca a un pesce se bisogna.
    Ma è il denaro il vero scandalo, il suo possesso e la sua bramosia le cose che scandalizzano gesù e in maniera ancor più netta paolo. In Tim 1,6 Paolo dice in maniera netta e incontrovertibile “ῥίζα γὰρ πάντων τῶν κακῶν ἐστιν ἡ φιλαργυρία” vale a dire: la radice di tutto il male è l’amore per il denaro”.

  • spago
    Rispondi

    @Giorgio
    il denaro è una benedizione.. senza denaro – un’istituzione spontanea nata come spiegano Menger e Mises ( https://mises.org/library/origin-money-and-its-value ) – sarebbe impossibile un livello decente di benessere, sarebbero impossibile andare oltre una soglia minima di divisione del lavoro e di complessità di produzione. Il denaro lungi dall’avere a che fare con l’egoismo e l’avarzia è un potentissimo mezzo di cooperazione, attraverso cui milioni e miliardi di persone possono collaborare al bene comune, che ne siano consapevoli o meno.

    Il benessere ci dà la possibilità di dare peso anche ad altro rispetto al mero benessere materiale: pensiamo a una persona che ha un bene di gran valore economico, ma che per lui è un ricordo, o qualcosa di bello, o comunque sia una cosa a cui tiene per motivi personali. Se questa persona sta abbastanza bene, potrà permettersi di ignorare il valore economico di questo bene, e dare priorità al valore immateriale che gli attribuisce. Ma mettiamo questa persona in miseria e dovrà rivedere le sue priorità, vendere il bene a cui tiene, e accettare la perdita del valore immateriale che gli attribuiva. Lo stesso vale per un lavoro sgradevole o che uno giudica eticamente riprovevole: potrà permettersi di rifiutarlo facendo valere le sue convinzioni etiche se avrò l’opportunità di mantenersi in un altro modo. Ma ridotto all’indigenza dovrà accettare di fare anche il lavoro che lo disgusta, per campare.

    Il denaro, che favorisce la divisione del lavoro, la complessità della produzione e l’estensione del mercato, favorisce il benessere, e quindi tendenzialmente permettere alle persone di fare posto nelle proprie vite ai valori immateriali. Sicuramente in certi casi la rinuncia, la privazione, la sofferenza, la povertà, possono avvicinare a Dio: ma quando c’è una scelta consapevole, quando fanno parte di un perorso voluto. La maggior parte delle persone ridotta in miseria SI ABBRUTTISCE E DA IL PEGGIO DI SE’!!!!

  • giorgio
    Rispondi

    chissà perché non si è incollato il finale.
    caro Alex, ricordati che l’insegnamento più grande di gesù è quello appunto di amare il prossimo tuo come te stesso e non il denaro o la proprietà più del tuo prossimo. Poiché si presuppone che ci si ama di più di quanto si amano i soldi e la proprietà, la logica conseguenza è che il prossimo vale di più del denaro e della proprietà. Altro che libertario!!!

  • giorgio
    Rispondi

    @spago
    si parlava del nuovo testamento, mica di me. Comunque sostanzialmente concordo con Paolo, la bramosia di denaro è la radice di ogni male. Che poi serva è un altro discorso. Anche le deiezioni servono.

  • Evaristo
    Rispondi

    De pecunia (paulo maiora)

    Nella parabola dei talenti si parla di banca e interesse.
    La parola greca traslitterata è “tràpeza” significa letteralmente “tavolo”.
    Associata al denaro si riferiva al tavolo o “banco” per operazioni finanziarie.

    Le attività bancarie risalgano al tempo dei tempi, anche se la sQuoLLa di stato ci insegna che furono i fiorentini ad inventarle.

    I sumeri avevano un sistema straordinariamente complesso di prestiti, depositi e lettere di credito.
    A Babilonia, Tiro, Sidone, Atene le attività bancarie si svolgevano intorno ai templi, che, essendo inviolabili, provvedevano sicurezza dai ladri.

    Per quanto riguarda l’arretrato e rurale popolo israelitico, Deuteronomio 23:19 condannava gli interessi sui prestiti fatti ad altri israeliti, ma sembra che ciò riguardasse principalmente i prestiti fatti a persone nel bisogno o ridotte in miseria. (Eso 22:25; Le 25:35-37; 2Re 4:1-7).

    Era permesso l’interesse sui prestiti a non israeliti. (De 23:20)

    Certi israeliti tornati da Babilonia furono condannati per l’esosità mostrata con i loro fratelli nel bisogno, esigendo come garanzia ipoteche su case e cose e persino figli e i debitori insolventi subivano così la perdita delle loro proprietà. (Ne 5:1-11)

    Questa attività scorretta non condannava a priori il fatto di ricevere interessi, reso evidente dalle successive parole di approvazione di Gesù sull’accrescere i fondi. (parabola dei talenti)

    Dunque Gesù non ha mai condannato questa attività, anche se esortava a prestare senza aspettarsi nulla in cambio per favorire i bisognosi. Predicava il distacco dalla ricchezza e il suo uso corretto per
    fare il bene, mentre la rinuncia alla ricchezza era riservata a chi cercava di più, ovvero la perfezione evangelica (parabola del giovane ricco)

    Gesù ha scacciato i mercanti e i cambiavalute dal tempio, ma perchè appunto erano nell “sua casa”.

    Ci sarebbe da dire che i cambiavalute vicino al tempio erano necessari e previsti dalla legge ebraica, poichè la gente che veniva da lontano portava monete spesso con effigi pagane considerate impure, che dovevano necessariamente essere cambiate in “monete pure” e nel cambio ci si guadagnava sempre molto.

    Probabilmente Gesù – che conosceva i cuori di ognuno – volle punire l’ingordigia dei cambiavalute e la “troppa vicinanza” alla sua casa,
    non l’attività in sè.

    • Evaristo
      Rispondi

      Precisazione.
      Circa l’impurità e i cambiavalute pesarono forse anchei le nuove idee di Gesù:
      “non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa contaminarlo; sono invece le cose che escono dall’uomo a contaminarlo” (Mc 7,15)

      Errata corrige.
      “Episodio” del giovane ricco, non “parabola”.

  • Alessandro Colla
    Rispondi

    Il trattato filosofico su Pinocchio, per molti tratti fuori tema e incomprensibile a un povero saltimbanco come me, mostra tracce consuete di luoghi comuni. Come quello dell’ebreo truffatore e usuraio assimilabile al gatto e alla volpe (che invece sono due assassini). O come quello dell’imprenditore antropofago. L’imprenditore ha bisogno di vendere, necessita di clienti. Se se li mangia non ce li ha più. E’ il parassita ad essere antropofago, non l’investitore. Quelli che schiavizzano per ottenere i frutti all’interno del recinto sono degli autarchi, non certo dei venditori liberoscambisti. Altri luoghi comuni li troviamo in vari interventi. C’è sempre chi sostiene che la libertà di ottenere il soddisfacimento dei bisogni personali e la preservazione del diritto di proprietà sia una libertà monetizzabile. E’ come sostenere che la libertà o il diritto di consumare cibo sia una libertà commestibile. La libertà è un valore supremo, un’alta ragione filosofica. Ma per garantirla a volte necessitano mezzi. Bisogna mangiare per vivere, le salme non garantiscono alcuna libertà; specie se morte di inedia. La moneta è un mezzo per evitare inutili controversie nello scambio. E’ la merce a essere monetizzabile, non la libertà. Ma per garantire quest’ultima serve un quadro istituzionale che non mi vieti lo scambio. L’espediente di citare solo una parte del messaggio evangelico è vecchio. Poco prima della moneta d’argento nella bocca del pesce, il Nazareno sostiene che “i re riscuotono dagli estranei, quindi i figli sono esenti. TUTTAVIA, per non scandalizzarli…” Il commerciante di oggi direbbe: “Non è giusto pagare le tasse. Tuttavia, per evitare che ci chiudano l’attività, vai all’agenzia dell’entrate e risolvi il contenzioso.” Il riconoscimento della separazione tra chiesa e stato non è un automatico avallo al pagamento dei tributi. A Cesare quel che è di Cesare può anche significare “quella è la moneta dell’occupante, non quella della Galilea. E’ dei romani, non nostra.” Non c’è nessun passo che veda Joshua Ben Josif sostenere la causa di liberazione territoriale dal giogo imperiale. Ma non c’è nemmeno una sua passiva accettazione, soltanto non si pronuncia. E scegliere tra gli apostoli l’esattore è un mezzo per fargli smettere l’attività di esattore. Uno dei primi fondamenti dell’anarcocapitalismo è il rispetto dei contratti e la sostituzione della legislazione con la contrattazione. Se Giuda di Keriot ha stracciato il precedente contratto per averne uno più vantaggioso, ha tradito e ha violato un principio fondamentale dell’anarcocapitalismo. Si monetizza la merce, non la vita. Vendere una persona al miglior offerente è un principio degli schiavisti, non di chi ritiene che la ricchezza vada costruita con il lavoro e la cooperazione. Il comunitarismo non è in contrasto con il libertarismo, purché non si pretenda di rendere obbligatoria per gli altri la vita comunitaria. Non si dica che quando c’è qualcosa che non va, il libertario risponde che ciò che non va non è libertarismo. Il libertarsimo è sostenimento della libertà di tutti. Se qualcuno schiavizza altri, quello non è libertarismo ma la sua evidente negazione (evidente a chi vuol vedere, a chi capisce, a chi conosce e a chi pratica autenticamente e non solo verbalmente l’onestà intellettuale). E ciò non perché lo affermino i libertari ma perché la verità è ciò che corrisponde ai fatti

  • giorgio
    Rispondi

    “C’è sempre chi sostiene che la libertà di ottenere il soddisfacimento dei bisogni personali e la preservazione del diritto di proprietà sia una libertà monetizzabile. E’ come sostenere che la libertà o il diritto di consumare cibo sia una libertà commestibile.”
    In questa osservazione c’è un evidente problema di comprensione semantica delle parole. Monetizzabile è un aggettivo costruito con il suffisso –bile a partire dal verbo monetizzare, mentre commestibile da verbo comedere. Ora, monetizzare significa, tra i tanti significati, valutare in termini economici valori non economici, tra i quali la libertà, comedere si usa in relazione al cibo e in termini semantici nulla ha a che fare con monetizzare. Sono due verbi che appartengono a due aree semantiche completamente differenti, mischiarle significa fare solo confusione, ma forse è proprio ciò che si vuole fare. In una società in cui la libertà è il bene supremo, allora dovrebbe vigere il principio di non trattare gli altri come non vorrei che loro trattassero me. Nessuno dovrebbe godere della libertà a spese degli altri. Ma una società anarco-capitalista, in cui la libertà di pochi si basa sull’infelicità di molti costretti a lavori degradanti e pericolosi, non può mai in ogni caso essere una società giusta. Una persona costretta a vendere la propria forza-lavoro per ottenere minime libertà è una società ingiusta. Da cui risulta che la libertà non è un bene supremo, ma che esistono molti tipi di libertà determinati in massima parte dalle mie possibilità economiche e dal tempo libero a mia disposizione. Non vi può essere alcuna libertà là dove uno stipendio non permette il soddisfacimento delle proprie necessità e desideri in primis e la possibilità di avere tempo libero in secundis. Ergo la libertà non è un bene assoluto, o lo è per gli idealisti, ma relativo alle possibilità economiche della singola persona.
    Sulla citazione parziale, voglio ricordare, nel caso qualcuno non capisca, che ho citato quanto un altro utente sopra aveva scritto prima di me. Tanto per chiarire la questione. E poi probabilmente qui le sfugge, come tante altre cose mi sembra, il contesto politico in cui l’asserzione è stata fatta: la forma monarchica di esercizio del potere. Ovvio che i figli e l’entourage del monarca non fossero costretti a pagare le tasse, viceversa, confondere quel sistema con quello attuale è soltanto l’ennesima prova di malafede di cui non si perde tempo di dare sfoggio. È come dire che un primo ministro e il resto del governo non pagano le tasse. Vogliamo veramente dire questo? Senza prendere in considerazione il fatto che la Palestina era all’epoca occupata militarmente da una forza straniera, mentre l’Italia e molti altri paesi è una nazione sorta da un processo completamente diverso, anche se a tratti contraddittorio. Tuttavia, se si pensa che non dovrebbe esistere, si faccia un referendum solo consultivo per vedere quanti italiani sarebbero disposti a non riconoscerla più per vedere cosa succederebbe. Le persone non hanno sfiducia nelle istituzioni, che solo gli sciocchi pensano non servano a nulla, me nelle persone che le rappresentano.
    Sulla questione delle tasse lei è ancora male informato a riguardo. La domanda se sia lecito o meno pagare le tasse è stata posta dagli erodiani. E questo è un fatto significativo perché i vassalli di quella famiglia si erano conquistate le grazie della dell’amministrazione romana. Ed erano loro a riscuotere le tasse, per versare poi un tributo ai romani, evitando così che fossero gli stessi giudei a faro direttamente. In questo senso erano gli erodiani a nutrire un interesse nascosto verso il rifiuto di pagare le tasse a Roma basato su motivi radical-teocratici. Quindi, avevano tutto l’interesse che un giudeo dicesse apertamente che le tasse non era lecito pagarle, come molti prima di gesù aveva detto o pensato. Per Gesù la fede in un unico dio non impegna a opporre resistenza all’imperatore cfr. geird theissen, il gesù storico, p. 184. Dottrina questa che sarà poi fatta propria da Paolo nell’epistola ai romani.
    Che poi giuda abbia venduto gesù è un fatto, avrà tradito pure i principi dell’anarco-capitalismo, ma è avvenuto. Ciò dimostra che il tradimento in un siffatto sistema economico, tradimento che costa una vita umana, è tutt’altro che improbabile. Rompere un vincolo contrattuale quando non esiste nessuna pena che non sia il tribunale della propria coscienza, significa lasciare al singolo decidere se il gesto commesso sia degno o indegno di una persona. Chi lo trova indegno può pure impiccarsi a un albero, chi invece lo trova conveniente distrugge una vita per un sacco di monete. Quando manca un sistema giudiziario in grado di punire, tra gli altri, anche certi comportamenti, niente e nessuno può vietare che questi si ripetano ad libitum.
    “Il comunitarismo non è in contrasto con il libertarismo, purché non si pretenda di rendere obbligatoria per gli altri la vita comunitaria.” Beh, se gli apostoli hanno deciso di mettere tutto in comune, ciò lo si deve all’imposizione che gesù ha stabilito: infatti, lui ha deciso che per seguirlo bisognava comportarsi un certo modo, non sono stati gli altri 12 a deciderlo in maniera democratica. Gesù ha stabilito delle regole comunitarie che erano da seguire alla lettera se si voleva essere suoi apostoli e fare parte della sua setta. E la setta di Gesù non era democratica, le decisioni non erano prese collegialmente, ma imposte dall’alto. Certo, uno era libero di rifiutarle o meno, come uno è libero di lavorare per 4 euro all’ora, perché così decide l’imprenditore in assenza di una legislazione sul lavoro, altrimenti non accetta e l’imprenditore troverà qualche altro disperato che vende la propria forza-lavoro per 4 soldi.

    • spago
      Rispondi

      “Ma una società anarco-capitalista, in cui la libertà di pochi si basa sull’infelicità di molti costretti a lavori degradanti e pericolosi, non può mai in ogni caso essere una società giusta.”

      Al contrario è la società non capitalista quella dove grazie alla povertà le persone sono costrette per la maggior parte a lavori ed esistenze degradanti e pericolose.. prima del capitalismo miseria, pestilenze, carestie, alta mortalità infantile, bassa aspettativa di vita, scarsa qualità della vita, erano riservate a gran parte della popolazione, l’avvento del capitalismo moderno, dalla rivoluzione industriale in poi ha migliorato infinitamente le condizioni di vita per milioni e milioni di persone.

      Senza il capitalismo moltissime persone non sarebbero mai neppure nate, o sarebbero morte nei primi mesi o anni di vita.

      Il capitalismo è un sistema che inevitabilmente produce per le masse – cioè per la maggioranza delle persone, non per una piccola minoranza di privilegiati – ed è proprio questa la grande novità! Nel capitalismo non si producono solo beni di lusso per i ricconi, non ci si limita a una clientela di nicchia, si producono beni per tutte le tasche.

      In un sistema capitalista chi produce dipende da chi acquista, cioè dai clienti. Nessuno ha un diritto divino, per nascita, al potere e alla ricchezza. Ricco è chi meglio soddisfa i clienti e fintanto che resta capace di farlo. Si tratta di un sistema che assicura mobilità sociale verso l’alto e verso il basso.

      Il capitalismo tende a integrare anche il lavoratore con meno capacità perchè esiste un incentivo economico ad assumerlo, proprio in virtù di questo fatto: è un lavoratore che costa poco. E mettere un lavoratore più qualificato a fare una mansione che potrebbe essere svolta da uno meno qualificato significa perdere l’opportunità di sfruttare al meglio le capacità del primo. E in tutto ciò il lavoratore non è obbligato a lavorare, accetterà sempre e comunque solo quando riterrà preferibile lavorare che non farlo, quando cioè accettare un lavoro significherà migliorare la propria condizione.

      Questo non significa che il lavoratore pagato poco per fare lavori di bassa lega sia prigioniero della così detta “trappola della povertà”. Se una persona povera non potesse mai migliorare la propria condizione da sè, se non tramite welfare o carità, il genere umano non si sarebbe mai sollevato dall’età primitiva: allora le persone erano povere, facevano una vita semi animale, in condizioni estreme, e non avevano carità e welfare, eppure a quanto pare hanno saputo progredire. Lavorando intanto una persona può mantenersi, poi sia pure fra mille sacrifici, una società capitalista mette a disposizioni moltissimi modi per migliorare piano piano. Non ci sono più i contadini obbligati a restare sul campo e di proprietà del signore, nessuno deve restare per sempre in un certo posto di lavoro. E il libero mercato mette a disposizioni le maggiori oportunità possibili, di associarsi, di aprire un’attività, di studiare, etc..

      Produrre per le masse significa produrre per le persone normali, di ceto medio e basso, cioè per i lavoratori. Lavoratori e clienti sono le stesse persone, considerate in vesti diversi. E non vengono affatto mantenuti al mero livello di sussistenza, come dicevano i comunisti. Il capitalismo tende all’esatto opposto a un benessere sempre più diffuso. Mano a mano che il mercato si estende, e si estendono la divisione del lavoro e la specializzazione, tutti ne beneficiano, tutti ne traggono giovamento. Il capitalismo tende a produrre i beni e in particolare quelli più necessari al minor prezzo possibile. E di fatto una persona povera in un sistema capitalista ha a dispozione una quantità di beni e una qualità della vita, comunque molto più alta di quella che avrebbe altrove, sia pure inferiore a quella del resto della popolazione.

      Anche l’idea che considerando lo scenario globale e ritenere che la ricchezza dei paesi ricchi sia costruita sulla povertà dei paesi poveri è frutto di incomprensione totale del mercato. Vero è il contrario: se anche i paesi poveri potessero essere integrati nel commercio internazionale, e partecipare sempre più e sempre meglio al mercato, diventeremmo tutti più ricchi. Se una persona deve produrre tutto da sola, tipo Robison Crusoe, potrà avere una qualità della vita minima. Ma se all’economia si aggiungono dieci persone e si instaura fra loro un commercio, si produrranno divisione del lavoro e specializzazione, e tutte e dieci potranno vivere meglio. E se di persone all’economia se ne aggiungono mille, sarà ancora meglio, la produzione, gli investimenti, i commerci, e i beni prodotti diventeranno più complessi. Un aumernto di produttività in un’impresa non ricade semplicemente a vantaggio dell’imprenditore che fa più soldi, ricade anche sui lavoratori e sui clienti, ma più in generale ricade sull’intera società. Se si aggiungono un milione, dieci milioni, cento milioni di persone al mercato, tutte vedranno mano a mano salire il proprio livello di vita. Il mercato è un sistema di collaborazione e cooperazione, straordinario.

      Il crescente benessere che diffonde è in fondo una crescente e diffusa libertà per le persone, perchè crea il conteto sociale e le condizioni materiali perchè sempre più persone possano vivere la propria vita come credono. E questo include anche la possibilità di scegliere di mettere in comune i propri beni e dividerli con gli altri, o di rinunciarvi per una vita di povertà.

  • spago
    Rispondi

    “Anche l’idea che considerando lo scenario globale e ritenere che la ricchezza dei paesi ricchi sia costruita sulla povertà dei paesi poveri è frutto di incomprensione totale del mercato.”

    ho fatto casino con questa frase…

  • Alessandro Colla
    Rispondi

    Su chi voglia creare confusione penso che non ci siano dubbi. I commentatori di questo sito mi hanno insegnato il termine “troll”. Economia è autentica scienza dell’ambiente, al contrario dell’ecologia: quindi non esistono valori non economici e la libertà non è un valore non economico. Anzi, si può e si deve parlare proprio di economia della libertà. Se si riconosce che un suffisso appartienga comunemente a due termini diversi, si ammette che le aree semantiche di appartenenza non sono affatto differenti. Una società anarcocapitalista non è una società in cui la libertà di pochi si basa sull’infelicità di molti, ma una società in cui tutti sono liberi. Se sono pochi ad avere e molti a dare, siamo in presenza di una società oligarchica e mercantilistica dove la legislazione protegge un numero ristretto di categorie a svantaggio di tutte le altre. Per ottenere questo risultato serve lo stato, il contrario dell’anarcocapitalismo. Si può amare lo stato e odiare la libertà ma si smetta di chiamare libertaria una società con lo stato obbligatorio, si smetta una volta per tutte di gabbare la gente dando alle cose un nome che è il loro evidente ed esatto contrario. Tutti vendono la propria forza – lavoro. E’ ingiusto? Prendiamocela con la natura. Si lavora non per ottenere libertà minime o massime ma per sopravvivere. Si cerca di guadagnare di più per avere di più. In una società libera questo è consentito; in una con gli stipendi uguali per tutti o comunque fissati dall’alto non è consentito e il risultato è il progressivo impoverimento di quasi tutti con sempre minori libertà personali. Anche sul piano politico, non solo sulla soddisfazione di bisogni personali. Un motivo in più per considerare la libertà un bene supremo. Chi non vuole si accomodi ma non impedisca a chi vuole di considerarla suprema. Quando si parla di figli non ci si riferisce ai componenti della famiglia reale ma alla popolazione. Se in un referendum dovesse vincere il sì alla sudditanza, ciò è dovuto al lavaggio del cervello dell’oscurantistica scuola di stato. Quindi l’arbitro sarebbe uno dei giocatori. Illudersi che il problema sia costituito dalle rappresentanze è indice di scarsa conoscenza. Nessuno sostiene che non debbano esservi istituzioni ma solo gli sciocchi possono aspettarsi che quelle di stato siano giuste e funzionanti. Mi chiedo come avrebbero fatto gli erodiani se gli si fosse risposto che era ingiusto pagare le tasse. Se i giudei avessero dichiarato un forma di protesta fiscale, gli esattori avrebbero perso il posto. Che interesse avevano a fomentare la disobbedienza civile? Ma sui termini relativi a interesse, impresa, guadagno, profitto e via dicendo, quando si hanno idee illogiche e scarsa dimestichezza con la mano invisibile del mercato (che poi tanto invisibile non è) è chiaro che la confusione prenda il sopravvento. Il tradimento sarebbe possibile all’interno di un sistema libero solamente perché Giuda ha tradito? Perché, all’interno degli altri sistemi il tradimento non avviene mai? Tutti, dico tutti i testi dei pensatori libertari e anarcocapitalisti hanno sempre ben chiarito che nei sistemi da loro proposti non mancherebbero apparati giudiziari in grado di sanzionare le aggressioni o i tradimenti; o semplicemente il mancato rispetto dei patti. Solo che non sarebbero apparati di stato. Anche questo può non piacere ma il non voler ammettere che questi sistemi siani stati ampiamente esplicati significa negare l’evidenza. Gesù decise che chi voleva seguirlo doveva comportarsi in un certo modo ma non obbligò nessuno a seguirlo. Lo stato pretende di essere seguito indipendentemente dalla volontà del singolo. Ed è grazie a questo, proprio a causa delle legislazioni sul lavoro, che si trovano in tanti a dover accettare lavori pagati poco e male. E che si trovino in tanti a essere disoccupati. In una società libera è il lavoratore a fissare il prezzo del suo operato, non il cliente o tanto meno lo stato. Quest’ultimo serve solo a favorire un ristretto numero di potenziali clienti. In un mondo libero, i disperati sarebbero al massimo in dodici. Forse apostoli.

  • giorgio
    Rispondi

    Lei confonde il capitalismo con l’anarco-capitalismo. Non sono contro l’iniziativa privata in ambito economico, sono contro l’assenza di regole di questa iniziativa. L’anarco-capitalismo è storicamente avvenuto, ed è stata di fatto la prima parte del suo sviluppo, in cui, data la novità del sistema di produzione, non c’erano normative che lo regolasse in nessun modo. E allora sarebbe utile andare a leggere cosa scrivevano le persone che videro il sorgere di questo sistema di produzione senza regole in relazione all’impatto nel tessuto sociale.
    «Il signor Broughton, magistrato di contea, dichiarò, come presidente di una riunione tenuta nel palazzo comunale di Nottingham il 14 gennaio 1860, che fra la parte della popolazione della città occupata nella fabbricazione di merletti dominava un livello di sofferenze e privazioni sconosciuto al resto del mondo civile… Alle due, alle tre, alle quattro del mattino, fanciulli di nove o dieci anni vengono strappati ai loro sporchi letti e costretti a lavorare fino alle dieci, undici, dodici di notte, per un guadagno di pura sussistenza; le loro membra si consumano, la loro figura si rattrappisce, i tratti del volto si ottundono e la loro umanità s’irrigidisce completamente in un torpore di pietra, orrido solo a vedersi. Non siamo sorpresi che il signor Mailet ed altri fabbricanti s’alzassero a protestare contro ogni discussione… Il sistema, come l’ha descritto il Rev. Montagu Valpy, è un sistema di schiavitù illimitata, schiavitù socialmente, fisicamente, moralmente, intellettualmente parlando… Che cosa si deve pensare di una città, che tiene una pubblica riunione per preparare una petizione affinchè il tempo di lavoro degli uomini sia limitato a diciotto ore quotidiane ?… Noi declamiamo contro i piantatori della Virginia e della Carolina. Ma il loro mercato dei negri, con tutti gli orrori della frusta e del traffico di carne umana, è proprio più detestabile di questa macellazione lenta di esseri umani, che ha luogo allo scopo di fabbricare veli e collarini a vantaggio di capitalisti?» Daily Telegraph di Londra, 17 gennaio 1860.
    William Wood, di nove anni, « aveva sette anni e dieci mesi quando cominciò a lavorare ». Fin da principio egli « ran moulds» (portava gli articoli modellati nell’essiccatoio, riportando indietro gli stampi vuoti). Tutti i giorni della settimana viene alle sei di mattina e smette alle nove circa di sera. « Lavoro fino alle nove di sera ogni giorno della settimana. Così ho fatto per esempio le ultime sette o otto settimane ». Dunque quindici ore di lavoro per un bambino di sette anni! J. Murray, ragazzo dodicenne, depone: «i run moulds and turn jigger» (porto stampi e giro la ruota). Vengo alle sei, spesso alle quattro del mattino. La notte scorsa ho lavorato tutta la notte fino a stamattina alle otto. Non sono andato a letto dall’altra notte in poi. Oltre a me anche altri otto o nove ragazzi hanno lavorato per tutta la notte scorsa. Stamattina sono tornati tutti meno uno. Ricevo tre scellini e sei pence (un tallero e cinque grossi) alla settimana. Se lavoro per tutta la notte, non ricevo niente in più. Nell’ultima settimana ho lavorato per due notti intere ». Fernyhough, ragazzo decenne: « Non sempre ho tutta un’ora per il pasto di mezzogiorno; spesso mezz’ora soltanto; ogni giovedì, venerdì e sabato»Children’s Employment Commission. First Report ecc. 1863, Appendix, pp. 16, 18,19.
    Il dott. Greenhow dichiara che la durata media della vita nei distretti ceramieri di Stoke-upon-Trent e di Wolstanton è straordinariamente breve. Benchè nel distretto di Stoke soltanto il 36,6 per cento della popolazione maschile sopra i venti anni e a Wolstanton solo il 30,4 per cento sia occupato nelle fabbriche di stoviglie, più della metà dei casi di morte fra gli uomini di quell’età, nel primo distretto, circa due quinti nel secondo, risulta da malattie polmonari fra i vasai. Il dott. Boothroyd, medico praticante a Hanley, depone: « Ogni generazione successiva di vasai è più nana e più debole della precedente ». Altrettanto un altro medico, il sig. McBean:
    «Da quando iniziai la mia pratica fra i vasai, venticinque anni fa, la marcata degenerazione di questa classe si è progressivamente mostrata in una diminuzione di statura e di peso». Queste deposizioni sono tratte dalla relazione del dott. Greenhow del 1860. Public Health, 3rd Report ecc., pp. 103, 105.
    Il dott. J. T. Arledge, primario dell’ospedale del North Staffordshire, dice: «Come classe, i vasai, uomini e donne, costituiscono una popolazione degenerata, fisicamente e moralmente. Di regola sono piccoli e mal cresciuti, mal fatti e spesso deformi di petto. Invecchiano prematuramente e vivono poco tempo; sono flemmatici e anemici; rivelano la loro debolezza di costituzione con ostinati attacchi di dispepsia, di malattie del fegato e dei reni e di reumatismo. Sono soggetti soprattutto a malattie di petto: polmonite, tisi, bronchite e asma. Una forma d’asma è ad essi peculiare ed è conosciuta come asma dei vasai o tisi dei vasai. La scrofolosi, che attacca le glandole, le ossa o altre parti del corpo, è malattia di più di due terzi dei vasai. Che la degenerazione (degenerescence) della popolazione di questo distretto non sia ancor maggiore, si deve soltanto al reclutamento dai circostanti distretti agricoli e allo scambio di matrimoni con razze più sane ». Il sig. Charles Pearson, già house surgeon dello stesso ospedale, scrive fra l’altro in una lettera al commissario Longe:
    «Posso parlare soltanto in base a osservazioni personali e non a statistiche, ma non esito ad assicurare che la mia indignazione tornava sempre a sollevarsi, alla vista di quei poveri fanciulli la cui salute veniva sacrificata in omaggio all’avidità dei loro genitori e dei loro datori di lavoro ». Enumera le cause delle malattie dei vasai, e conclude la serie con quella culminante: «long hours» («lunghe ore lavorative»). La relazione della commissione spera che « una manifattura che ha una posizione così preminente agli occhi del mondo non sarà più soggetta all’accusa infamante che il suo grande successo sia accompagnato da degenerazione fisica, molteplici e diffuse sofferenze corporali e morte precoce della popolazione operaia col cui lavoro e con la cui abilità sono stati raggiunti così grandi risultati. Children’s Employment Commission 1863, pp. 24, 22 e XI.
    Potrei continuare a lungo con queste citazioni, tanto per dimostrare che quando il capitalismo era veramente anarchico le condizioni delle persone erano di gran lunga peggiori rispetto a quelle di tutti i secoli precedenti. Se le condizioni di vita sono diventate quelle che sono attualmente, il merito va a tutte le lotte che i partiti socialisti e i sindacati hanno combattuto dall’800 fino al secolo scorso, molte volte sacrificando la propria vita in scontri violenti contro le forze reazionarie che proteggevano il sistema capitalistico. L’anarco-capitalismo vorrebbe riproporre le condizioni che permisero agli imprenditori di tenere questa condotta nei confronti dei propri dipendenti. Vorrebbero tornare a un’epoca in cui l’assenza di regole permisero lo sfruttamento di tutti gli operai non specializzati. In assenza di regole, che cosa potrebbe vietare a un imprenditore senza scrupoli di applicare politiche di lavoro ottocentesche?
    Non parliamo poi del mito della continua crescita che altro non è che una nuova forma di misticismo. Si citava prima pure le conclusioni che il club di roma aveva tratto da alcuni studi sul cambiamento climatico. Beh, forse sarebbe il caso di leggere l’ultimo report dell’IPCC. Se fino a qualche decennio fa qualche scienziato metteva in discussione il cambiamento climatico in corso, ora sono tutti d’accordo all’unanimità che il cambiamento è in atto e a meno che non si cambi qualcosa avverrà una vera e propria catastrofe. Anzi, più di qualche scienziato si è già rassegnato all’inevitabile e sta invitando i governi del mondo a programmare delle politiche per fronteggiare il cambiamento visto come inevitabile.
    Gli anarco-capitalisti insomma fanno i conti senza l’oste. Per loro la crescita non ha limiti. Capisco che un anarco-capitalista possa pensare di non voler accettare una legislazione espressione di un’istituzione che limita di fatto la sua libertà, ma non riconoscere che lo sviluppo economico e industriale prende posto all’interno di un ecosistema che ha risorse limitate e che può essere facilmente compromesso è da perfetti irresponsabili. Il nostro sistema economico attuale è stato sostenibile solo fino a che una piccola percentuale di nazioni lo ha adottato. Pensare che tutto il mondo possa comportarsi come si comporta il primo si può tradurre con il mettere il timer a una bomba.
    Questi sono ovviamente problemi che l’anarco-capitalismo non si pone nemmeno, o comunque sacrifica all’altare della libera iniziativa che deve essere più importante della salvaguardia del nostro ecosistema.
    Contenti voi!

    • spago
      Rispondi

      “non riconoscere che lo sviluppo economico e industriale prende posto all’interno di un ecosistema che ha risorse limitate e che può essere facilmente compromesso è da perfetti irresponsabili”

      I primi a riconoscere questo fatto sono gli economisti austriaci e gli anarcocapitalisti. Le maggiori opere economiche di questa scuola iniziano riflettendo sulla scarsità: è un concetto centrale in Mises, Rothbard, Hoppe, etc.. La scarsità è esattamente il motivo per cui serve la proprietà privata. Il libero mercato, attraverso i prezzi, è in grado di riflettere la scarsità delle risorse e di indirizzarle agli impieghi più urgenti, è proprio il paradigma da adottare in un mondo di risorse scarse. Il sistema dei prezzi di mercato è il sistema più efficente per l’allocazione delle risorse scarse. A distruggere, sprecare e dissipare le risorse sono gli Stati ben più che i privati, per tanti motivi, fra cui il problema dell’impossibilità del calcolo economico, e quella che si chiama “Tragedia dei beni comunI”.

      In assenza di manipolazioni fatte da politici e banche centrali, l’economia si sviluppa in modo sano e svilupparsi in modo sostenibile. Alla base degli investimenti stanno i risparmi, chi deve fallire fallisce, non si può contare su salvataggi, incentivi, contributi pubblici, manipolazione dei tassi, denaro creato dal nulla, etc.. Gli Stati, guidati da politici che pensano al consenso, sono i primi a spingere al consumismo inutile, con l’ossessione di rilanciare la domanda e riuscire a vantarsi uno 0 virgola di crescita del PIL, e fomentare lo spreco con la creazione di attività insostenibili e di posti di lavoro fasulli.

      Questi problemi e tutti gli altri che sollevi l’anarcocapitalismo se li pone. Rothbard per esempio ha trattato nello specifico il problema dell’inquinamento, all’interno di un sistema di diritti di proprietà privata. Il fatto è che tu parli continuamente – come ti è stato fatto notare – di cose che non conosci. Tu non conosci l’anarcocapitalismo, è evidente da come ne parli, perchè fraintendi, sbagli e ignori un sacco di cose. Ma anzichè informarti, ti diverte questa cosa di venire qua e BUM!!! sentenziare cosa è e cosa non è l’anarcocapitalismo, dove è giusto e dove sbaglia, ma senza sapere di cosa stai parlando.. per vedere l’effetto che fa, come cantava il buon Jannacci!

      Tra l’altro la Leonardo Facco Editore ha in catalogo dei libri su questi temi che potresti leggere.. mi vengono in mente..

      Privatizziamo il chiaro di Luna!
      Agricoltura e sussidi sfatare i miti.
      Elefanti al guinzaglio
      La fattoria dei capitali

      Se vai sul sito della Libreria del Ponte li puoi vedere, credo.. (così ho fatto pubblicità sia a Facco che a Piombini).. a buon rendere!

      http://www.libreriadelponte.com/

  • giorgio
    Rispondi

    spago
    non è che sia particolarmente impegnativo ribattere ogni suo punto, è semplicemente inutile, come è inutile discutere di anarco-capitalismo, una dottrina socio-economica che esiste solo nella mente di qualche persona disturbata. per fortuna aggiungo!
    buon proseguimento.

    • spago
      Rispondi

      “è inutile discutere di anarco-capitalismo, una dottrina socio-economica che esiste solo nella mente di qualche persona disturbata”

      allora perchè ne stai discutendo? sei disturbato? e se ne discuti e esprimi dei giudizi su di essa, dei guidizi precisi, non solo delle impressioni, non dovresti conoscerla bene? sicuro di aver letto Rothbard, Mises, Hoppe, etcc..? Dici che i libertari non si preoccupano dell’esaurimento delle risorse, dell’ambiente, dell’ecosistema, della natura..? non è vero, non è così. Sei curioso di sapere cosa hanno da dire sul tema..

      Ecco qui.. http://www.liberilibri.it/novello-papafava/70-proprietari-di-se-e-della-natura.html

      “Proprietari di sè e della natura. Un’introduzione all’ecologia liberale” di Novello Papafava.

      Questo saggio mostra che l’odierna distruzione dell’ambiente non sarebbe mai avvenuta senza la progressiva estensione della mano pubblica sulle risorse naturali. La soluzione qui proposta, apparentemente paradossale, consiste nel far arretrare lo Stato e nel riconoscere invece i diritti di proprietà privata sulla nostra casa comune – foreste, fiumi, mari, balene, elefanti, etc. – affinché gli individui mobilitino un interesse personale a tutelare la natura. Una soluzione che poggia sui fondamenti etici di una solida tradizione giuridica che da Locke giunge fino a Murray N. Rothbard.
      A chi ha a cuore il problema ecologico, Novello Papafava offre argomenti coerenti e radicali, insieme a una ricca rassegna di conferme empiriche.

  • charlybrown
    Rispondi

    Senza nulla togliere al bravissimo Papafava, sul falso problema dell’esaurimento delle risorse è Julian Simon l’autore di riferimento, almeno per chi è alla ricerca di una seria analisi economica dell’argomento.
    A proposito, sempre più mi convinco che l’umanità sia divisa in due categorie, quelli che sono in grado di capire l’economia e quelli che no. Non che gli uni siano meglio degli altri, per carità, ma è così, come dire, un tratto di natura, ci si nasce e basta. E la comunicazione tra i due gruppi sta a zero, ogni tentativo è inutile, restano separati come l’acqua e l’olio. Bisogna farsene una ragione.

  • christian
    Rispondi

    Penso di essere stato io ad aver “insegnato” il termine Troll ad Alessandro Colla (o quanto meno aver introdotto per primo su questo sito). Considero un onore aver avuto la fortuita occasione di “insegnare” (involontariamente si intende) qualcosa ad una persona di che vanta una così vasta cultura. Ma se Alessandro si definisce un povero saltimbanco allora una persona come non può che essere un misero mendicante di conoscenza.
    In merito ai Troll (termine introdotto, se non ricordo male, proprio per definire il nostro amico Giorgio) in interne si dice anche che non bisogna nutrirli (frase tipica “please don’t feed the Troll”), in pratica che non bisogna rispondere alle provocazioni (fini a se stesse) presentate da Troll ma al contrario affamarli, quindi ignorali.
    In questo, caso però, le risposte alle farneticazioni deliranti di Giorgio (che ho smesso completamente di leggere, tanto sono noiose e scontate le sue affermazioni, non avendo necessità di sapere cosa ha scritto per capire, dalle risposte che gli vengono fornite, che si tratta sempre della stessa tiritera) sono estremamente interessanti. Quindi, in ultima analisi, grazie Giorgio continua a Trol… ehm!… a scrivere i tuoi commenti, che salto a piè pari per leggere come Spago, Colla e gli altri li smontano completamente.

    Distinti Saluti

  • giorgio
    Rispondi

    charlybrown
    vada a dire alla seguente lista di persone che non ne capiscono assolutamente nulla di economia, poiché nessuno di loro ha mai neanche lontanamente sostenuto tesi anarco-capitaliste. Evidentemente, sono tutti degli analfabeti dal punto di vista della scienza economica, mentre il vostro guru di riferimento sembra essere l’unico che la capisce.
    ecco la lista:
    Angus Deaton
    Jean Tirole
    Robert J. Shiller
    Lars Peter Hansen
    Lloyd Shapley
    Alvin E. Roth
    Christopher A. Sims
    Peter Diamond
    Paul Krugman
    Roger Myerson
    Eric Maskin
    Leonid Hurwicz
    edmund phelps
    ….
    la lista potrebbe continuare all’infinito. nei fatti, gli unici libertari ad avere avuto un impatto significativo nella scienza economica sono stati Friedman e Hayek. Ma tutti gli altri invece non capiscono nulla…

    • charlybrown
      Rispondi

      caro giorgio, come lei mi insegna, la bontà della scienza economica, come di ogni altra scienza, si giudica dalla coerenza logica dei suoi principi, non da quanto è lunga la lista dei suoi sostenitori.
      Questi sono tutti interventisti-monetaristi, in una parola keynesiani, fingono di accettare i presupposti logici del libero mercato, ma trovano sempre il caso particolare in cui il libero mercato non si dovrebbe applicare, sostituito dall’intervento di una autorità superiore. In particolare, tutti sostengono compatti, questo deve valere per la moneta. Ora, visto che questa ed altre incoerenze logiche non sono spiegabili in termini scientifici, e visto altresì che il controllo della moneta concede a chi lo esercita enormi vantaggi e privilegi, si danno due possibilità:
      1) se sono in buona fede sono scienziati da strapazzo
      2) se sono in mala fede sono scienziati prezzolati

    • winston diaz
      Rispondi

      E’ normalissimo che gli economisti in genere considerino “non economisti”, quando non degli imbecilli, tutti gli altri economisti appartenenti a scuole diverse dalla loro.
      L’economia in questo assomiglia (e probabilmente lo e’) molto piu’ a una religione che ad una scienza.
      Resta il fatto che qualunque sia le religione che si professa, e qualunque credo economico si ritenga essere quello vero, il mondo bene o male va avanti lo stesso, per cui la discussione su cosa sia meglio e cosa sia peggio puo’ andare avanti, e va avanti, all’infinito.

      E’ la condizione umana, o forse sarebbe meglio dire, piu’ in generale, l’essenza della vita sulla terra: una discussione interminabile su chi, o cosa, abbia ragione, e cosa torto.

  • g.vigni
    Rispondi

    Belandi, ragazzi, nell’articolo, interessante, c’è un errore fondamentale e, ahimè,comunissimo .
    Nei Vangeli non c’è scritto “date a Cesare….” ma “RESTITUITE a Cesare….”
    Ergo, perdonatemi, molta logorrea dei susseguenti commenti va uno zinzino rivista.
    Mi piace ricordare che, sempre nel Vangelo si legge ” sia il tuo parlare si,si, no,no. Il di più viene dal malvagio. E ad ampliare e completare, S. Tommaso ” questa à una mela, chi non è d’accordo può andar via”.

    G. Vigni

  • giorgio
    Rispondi

    charlybrown
    quindi lei con “libero mercato” assume che il mercato deve essere completamente libero. Peccato che da più di 2000 anni la parola libertà è stata sottoposta a indagine filosofica praticamente da ogni punto di vista, e lei la liquida con un semplice “si può fare tutto”, ignorando magari distinzioni quali libertà positiva e negativa. avanti così!
    winston diaz
    credo che charlybrown sia tutto fuorché un economista. che tra le altre cose si permette di dire che i premi nobel sopracitati sono incompetenti in materia economica. Alla faccia!

    • spago
      Rispondi

      @Giorgio “Peccato che da più di 2000 anni la parola libertà è stata sottoposta a indagine filosofica praticamente da ogni punto di vista, e lei la liquida con un semplice “si può fare tutto”, ignorando magari distinzioni quali libertà positiva e negativa.”

      Il libertarismo non indaga la libertà in ogni sua possibile accezione e concezione. Si occupa “solo” dell’uso legittimo della forza, e si riconosce nel principio di non aggressione. La libertà può avere tante altre dimensioni e accezioni, non c’è dubbio..

      Comunque sia la libertà dei libertari non è “fare tutto”, ma “non aggredire”. Prendiamo ad esempio le tasse: vengono rifiutate non perchè i libertari se ne fottano del prossimo e siano tutti egoisti patologici, ma perchè sono una aggressione, un furto. Vengono rifiutate sulla stessa base con cui viene rifiutata l’idea che si possa svaligiare una banca, rubare un portafoglio, scappare con la cassa del negozio, etc.. Queste sono tutte cose che per un libertario non si possono fare, quindi dire che per i libertari la libertà è “si può fare tutto” è una baggianata.

      Inoltre, che una cosa non sia vietata, non significa “poterla fare”. Oltre che dalla legge siamo delimitati da molte cose, ad esempio dal comportamento delle altre persone: in un mondo libertario è perfettamente lecito aprire un negozio di frigoriferi in antartide – “si può fare” dal punto di vista della teoria libertaria – ma concretamente non si può fare, nel senso che nessuno comprerebbe e il negozio fallirebbe. Ci sono dei limiti, delle regole, degli obblighi che originano dalla convivenza reciproca e non ci permettono di fare tutto quello che vogliamo, perchè dipendiamo dagli altri. Se non possiamo aggredirli, se dobbiamo passare per il loro consenso, come sostengono i libertari, questa dipendenza è particolarmente forte: è quando si mette in mezzo la politica, sussidiando il negozio di frigoriferi in antartide, che si manifesta un rifuto di riconoscere e rispettare la dipendenza reciproca.

      Anche la differenza tra libertà positiva e libertà negativa, “libertà di” e “libertà da”, è ben conosciuta al libertarismo. Se ci pensi i diritti di proprietà sono “diritti negativi”, sono universali, e possono essere riconosciuti a tutti gli uomini contemporaneamente.

      L’ottimo Giovanni Birindelli contro il diritto positivo (provvedimento particolare e arbitrario) e a favore di una legge non arbitraria che sia “una regola di comportamento individuale valida per tutti, Stato compreso”, ha scritto il libro “La sovranità della legge”.

      Wendy McElroy – grandissima autrice libertaria – sempre molto chiara, scrive:

      “I diritti negativi affermano che gli individui hanno una giurisdizione sul loro corpo e sulle loro proprietà, che nessuno è giustificato a violare. A loro volta, gli individui hanno il dovere di rispettare allo stesso modo corpi e proprietà altrui. La libertà di parola e quella di coscienza sono esempi comuni. I diritti positivi sostengono che alcuni individui hanno un giustificato diritto sui corpi o le proprietà di altri, su azioni o beni altrui. Sanità e istruzione sono esempi comuni.

      I diritti negativi sono universalizzabili; un individuo, semplicemente per il fatto di essere umano, possiede il medesimo titolo al diritto (ai diritti) di qualsiasi altro individuo, e nella stessa misura. Non necessita di altra qualifica oltre ad essere parte della specie; nel senso più letterale, i diritti negativi sono i diritti umani.

      I diritti positivi non possono essere universalizzati perché stabiliscono distinzioni di classe, al fine di assegnare ad alcuni dei diritti che devono essere assicurati da altri. Le persone sono divise in classi in base a caratteristiche comuni, come la razza o il livello di reddito. Coloro che condividono la caratteristica che conta per l’inclusione in una classe condividono anche qualunque privilegio o svantaggio sia collegato a questa classe. Essere soltanto umani non è più sufficiente a qualificarsi per lo stesso diritto di cui gode chiunque altro. È necessaria una ulteriore caratteristica; in tal modo, i diritti positivi distruggono la base dei diritti umani, perchè non vengono applicati ugualmente a tutti. Diventano così dei diritti “speciali”.

      I diritti negativi minimizzano il conflitto all’interno della società perché il loro esercizio da parte di una persona non impedisce o penalizza affatto un pari esercizio da parte di un’altra persona.”

      http://www.thedailybell.com/editorials/wendy-mcelroy-rights-morality-and-the-state/

    • charlybrown
      Rispondi

      Come ho detto, non ho la certezza che siano incompetenti, c’è anche la possibilità che siano prezzolati.

  • christian
    Rispondi

    winston diaz
    Il relativismo non porta da nessuna parte, tanto meno al progresso.
    Con le tue affermazioni hai liquidato l’economia, e per analogia tutte le scienze sociali, al rango di religione. “Il mondo bene o male va avanti lo stesso” certamente, anche gli uomini primitivi, “bene o male” andavano avanti lo stesso. Quale contributo darebbe tutto questo al progresso dell’umanità? Il mondo “bene o male” andrebbe avanti anche senza l’uomo, come verrebbero gli ecologisti (o meglio ecoterroristi).
    charlybrown non mi sembra abbia dato degli imbecillii o non economisti agli “interventisti-monetaristi” ma ha evidenziato l’incoerenza logica delle loro teorie.
    Piccolo appunto, il premio nobel per l’economia è una farsa
    https://it.wikipedia.org/wiki/Premio_Nobel_per_l%27economia
    “Il premio della Banca di Svezia per le scienze economiche in memoria di Alfred Nobel viene assegnato dal 1969, in seguito all’istituzione da parte della Sveriges Riksbank di uno speciale fondo di dotazione per il conferimento del premio.
    Questo premio non era previsto dal testamento di Alfred Nobel, ma viene gestito dalla Fondazione Nobel e consegnato assieme agli altri premi.

    Il prestigio del premio deriva in larga parte dall’associazione ai premi creati dalla volontà di Alfred Nobel, una scelta che è stata spesso causa di critiche. Fra le più rilevanti c’è la posizione dell’avvocato svedese ed attivista per i diritti umani Peter Nobel, pronipote di Alfred Nobel, che considera il premio un mero «colpo di pubbliche relazioni fra economisti per migliorare la loro reputazione»”
    Non mi sembra che tra i “nobel” per l’economia ci siano stati membri della scuola austriaca eccetto Friedrich von Hayek e quest’ultimo per motivi motivi ben spiegati in questo testo https://mises.org/library/why-mises-and-not-hayek.
    Infine, la definizione libertà in questo sito è stata discussa ampiamente e più volte.
    La definizione positiva è incoerente e non applicabile (quando non semplicemente tautologica).
    L’unica definizione coerente è quella negativa che può essere riassunta (molto semplicisticamente) nell’affermazione che la libertà è assenza di coercizione.
    (p.s. ho letto solo per sbaglio il commento di giorgio Tr…, in quanto scorrendo veloce non avevo visto il nickname, in futuro cercherò di stare più attento, scusatemi).

    Distinti Saluti

    • winston diaz
      Rispondi

      “Il relativismo non porta da nessuna parte, tanto meno al progresso.”

      Sono in ottima compagnia per i miei gusti, ti consiglio “maledetti economisti, le idiozie di una scienza inesistente” di Ricossa, che trovi su emule (non gli rubi nulla, e’ morto nel 2016, e il migliore omaggio e’, forse, ma non sono sicuro che apprezzerebbe, leggerlo).

      Il libertario Ricossa e’ quello che scrisse: “Un partito libertario è una contraddizione in termini. Lotta per il potere allo scopo di non esercitarlo. Cerca di impossessarsi dello stato per sopprimerlo.”

      In questa frase c’e’ tutta la vita, tutta la contraddizione del mondo, che si riflette parzialmente anche qui dentro, forse ben oltre di cio’ che intendeva consapevolmente lui stesso.

  • Alessandro Colla
    Rispondi

    Forse confondo l’anarco con l’arco, non so. Il problema è che sono abituato a chiamare le cose con il loro nome, come appunto la mela di Tommaso d’Aquino. Forse credo che alcune cose abbiano un nome mentre invece ne hanno un altro, cercherò di approfondire. Chi me lo dimostra ha piena legittimità a trattarmi da ignorante ma la stessa legittimità ce l’ha anche chi non me lo dimostra. Perché chi è veramente libero, riconosce la libertà altrui a prescindere dalle convenienze immediate; ammesso che ve ne siano. In ogni caso, nessuno ha mai sostenuto che nell’iniziativa privata debba vigere obbligatoriamente l’assenza delle regole. Solo che queste regole devono essere concordate, non imposte attraverso la legislazione coatta. Si può deridere la società contrattuale, la sua funzionalità, la sua etica. Ma è estremamente impreciso affermare che i teorici di detta società non si siano preoccupati dei problemi che vengono posti alla nostra attenzione. Vale per il lavoro minorile come per gli aspetti climatici. Il problema si sposta un po’ quando dall’accusa di ignoranza si passa a quella di disturbo mentale. Va garantito il diritto di ognuno a trattarmi e a trattarci da disturbati; solo che anche noi dobbiamo pretendere il diritto, non di essere artificialmente rispettati, ma di verificare dove il disturbo reale possa effettivamente annidarsi (mi si consenta il linguaggio un po’ doroteo – andreottiano ma in certi casi il metodo può avere una maggiore funzionalità rispetto alla forma stilistica appassionata dello sturm und drang). Infatti, nella lista degli economisti successivamente citata dallo scopritore di disturbati, non riesco a trovare il nome di Adam Smith, David Ricardo, del primo John Stuart Mill, di suo padre James, di Jean Baptiste Say, Jacques Turgot, Fredéric Bastiat, Herbert Spencer, David Hume, John Locke, Francisco Suarez, Luis de Molina, Bernard de Mandeville, Ugo Grozio, Vilfredo Pareto, Bruno Leoni, Jesus Huerta de Soto, Alvaro Vargas Llosa, Gustave de Molinari, Ludwig von Mises, Murray Newton Rothbard, Hans – Hermann Hoppe, Sergio Ricossa… Gli altri amici libertari completino la lista, perdonandomi delle involontarie ma significative dimenticanze. E’ un vecchio trucco, poco originale, quello di parlare solo dei propri mettendone solo uno degli altri. Senza considerare che gli altri, in alcuni casi, potrebbero essere considerati autori minori mentre invece viene ignorato un Ferdinand Lassalle. Che malgrado appartenga all’area antilibertaria, andrebbe considerato un po’ di più di altri semisconosciuti. Ma forse sono sconosciuti solo a me, appunto, che dal basso dei miei distrubi mentali e della mia comprovata ignoranza, mi cruogiolo con autorucoli come quelli citati. Nella lista dedicata a noi, viene citato solo Hayek. In più gli si affianca Milton Friedman, libertario solo a metà, senza citare suo figlio David che può essere annoverato nell’area libertaria con maggiori garanzie del padre. Ci si potrebbe chiedere come si possa considerare mentalmente a posto chi, dopo secoli di fallimenti statali interventisti, continui ad andare dallo stregone anziché dal medico. Uno stregone può anch essere competente in medicina ma se non applica la scienza perché con la stregoneria guadagna di più, non può essere oggettivamente annoverato tra gli scenziati. Libera stregoneria in libera societa? Certamente. Ma libera e doverosa possibilità di chiamare stregoneria le ricette marxiane, keynesiane o krugmaniane; tanto per citarne una per ogni secolo degli ultimi tre secoli. Molti si chiedono se sia il caso di rispondere ad alcuni interventi. Fermo restando che non va considerato eticamente obbligatorio; fermo restando che quando rispondo io, eccedo e mi dilungo eccessivamente; fermo restando che prima o poi vincono “loro”, perché dopo un po’ ci si stanca ed eccoli subito pronti a dire: “Visto? Non hanno più argomenti, ecco perché non rispondono” (dopo aver ripetuto le stesse cose alle quali si era già risposto!). Fermo restando tutto questo, a volte le risposte possono aiutare a chiarire argomenti che a qualcuno possono aver provocato legittimi dubbi. Tra questi ci sono anch’io; perché la vita non è facile e non lo sono neanche le tematiche filosofiche di tipo pragmatico e non metafisico. E perché anch’io so di non sapere (visto come cito bene?). Proprio un intervento sulla Svizzera cancellata dalla lista nera mi conferma queste impressioni. Si auspica un proseguimento della lotta alla riservatezza perché gli evasori sarebbero “il cancro della società”. Dal loro punto di vista è vero: il cancro della loro società. Una società totalitaria non può che considerare metastatica la libertà di pensiero, di espressione, di iniziativa. E’ vero che gli elementi liberi sono cancerosi per un corpo totalitario ma quegli elementi non possono che esserne fieri. Se la società si autodefinisce “onorata”, non può che considerare cancerosi coloro che si rifiutano di pagarla. Ne siano orgogliosi anche questi ultimi. Non fui falso profeta quando scrissi che l’argomento religioso avrebbe provocato il consueto vespaio e che ci avrebbe portato anche un po’ fuori argomento. Ma il dibattito, ritengo sia stato comunque utile per conoscere cose che non tutti forse conoscevamo; quanto meno io. Ed è per questo che mi corre l’obbligo di ringraziare diverse persone. I miei grazie a:
    Charlybrown; per aver segnalato Julian Simon del quale non ho conoscenza. Mi permetto di chiedere se sia possibile fornire qualche notizia in più, anche qui ringraziando ma questa volta anticipatamente.
    Christian; per avermi citato ma soprattutto per avermi, sì, insegnato un termine informatico che ritenevo solo fiabesco. La definizione di povero saltimbanco è riferita alla mia attività di prosa. Povero perché ho poche scritture, i miei testi sono faziosamente antistatalistici, non ho un teatro di mia proprietà, rifiuto finanziamenti pubblici, chiedo perdono a tutti di averne accettato uno (assai scarno) nel lontano 1985, non seguo le tendenze modaiole dell’attuale modo di “recitare”. E’ l’unico campo in cui ho una certa autostima, ritengo quindi che i produttori teatrali siano stornati da un meccanismo poco professionale a causa anche qui dell’interventismo pubblico. Ovviamente posso sbagliarmi, forse c’è chi merita più di me e allora è giusto che vada avanti chi più merita. Non credo di avere una vasta cultura, più che altro ho delle curiosità che tento di soddisfare. Qualcun altro, con meno curiosità possiede la cattedra accademica: se la tenga. Considero più importante il conoscere che l’avere. E la mia predisposizione per il diritto al profitto è tutt’altro che incompatibile con la considerazione precedente. Non lo dico io ma appunto i filosofi, anche quelli non libertari. Grazie per la considerazione di “smontatore” dei non argomenti. In questo, però, è oggettivamente più bravo Spago.
    Spago; per le puntualizzazioni storico – letterarie in campo ambientale ma soprattutto per quelle di ordine filosofico come la relazione tra indagine e prassi nell’analisi del pensiero libertario. Una dimostrazione, qualora ce ne fosse bisogno, che questo sito produce pensiero autentico e non banale. Pazienza se a sinistra ritengono di essere i soli depositari del sapere e del capire. Li rimando a quanto già detto precedentemente sui disturbi mentali che porteranno tutti noi libertari in manicomio.
    G. Vigni; per la traduzione del passo evangelico con “restituite” in luogo di “date”. E’ roba di Cesare, è vero. Come l’euro è roba di Draghi, moneta falsa. Cesare (Tiberio) e Draghi: tutti e due abusivamente occupanti. O complici degli occupanti. Purtroppo credo che molte traduzioni bibliche siano imprecise. Lo affermano anche gli stessi esegeti.
    Tutti; in particolar modo a Giorgio Fidenato e Leonardo Facco per la pazienza.
    Vale la pena continuare a rispondere? Non lo so, non ho le idee chiare in merito. Dal momento che il mio non è un pensiero originale ma solo un riporto di quanto pensato da altri ben più qualificati, potrei pensare che non valga più la pena di effettuare dei copia e in… Colla. O forse che ad alcuni non andrebbe dato troppo…Spago. (Certo, dopo queste battute qualcuno può legittimamente ritenere che i miei mancati successi teatrali siano più che meritati). Ma dal momento che ritrovo con piacere un intervento di G. Vigni, voglio chiudere in forma poetica perché se non ricordo male lui è un melomane come me. E visto che Christian mi ha fornito lo spunto con quello che per la mia immodesta persona è stato un nuovo termine, voglio permettermi di parodiare Francesco Maria Piave nella sua trasposizione in versi de La Signora delle Camelie di Alexandre Dumas figlio. Parodia dedicata, ovviamente, a coloro a cui viene assegnata la succitata definizione:
    Sempre libero degg’io,
    “trolleggiar” di sito in sito;
    sol così mi sento un Dio
    e per questo vo’ continuar.

  • charlybrown
    Rispondi

    Caro Colla, non c’è veramente di che, sono io che devo ringraziare per i suoi tanti, ampi e stimolanti interventi.
    Venendo a Simon, e a proposito di menti disturbate, egli è stato probabilmente, tra gli autori libertari, quello la cui sanità mentale è stata più frequentemente messa in discussione dagli avversari.
    Ciò perchè ha avuto l’ardire di sostenere che le risorse naturali non solo non si stanno esaurendo, nè mai si esauriranno, ma che addirittura sono in costante aumento.
    E’ arrivato a queste paradossali, anti intuitive e apparentemente folli conclusioni attraverso un rigoroso percorso logico deduttivo, corroborato da analisi empiriche e storiche.
    Il suo ragionamento è quantomai lineare:
    Una risorsa è tale nel momento in cui è stata resa disponibile per l’uso (è irrilevante la quantità teoricamente presente di una risorsa se questa non è accessibile, ed è irrilevante la scarsità di una risorsa di cui non vi sia richiesta, quindi abbondanza e scarsità nel caso delle risorse sono concetti economici, non fisici).
    Nel momento in cui una risorsa è disponibile acquisisce un prezzo determinato dalla ben nota legge della domanda e dell’offerta (posto che esista un mercato libero o almeno abbastanza libero), di conseguenza il prezzo di mercato è l’unico vero e affidabile indicatore della abbondanza di una risorsa. La diminuzione del prezzo sta a indicare inequivocabilmente che la risorsa è divenuta più abbondante, o per aumento dell’offerta o per diminuzione della domanda, in ogni caso si è di fronte a maggiore disponibilità.
    Una analisi storica mostra chiaramente che i prezzi praticamente di tutte le risorse sono mediamente diminuiti, ovviamente una volta corretta l’inflazione. Questo si spiega facilmente con il miglioramento costante dei processi produttivi, la diminuzione degli sprechi, ecc, in una parola con il progresso tecnologico.
    In termini economici quindi le risorse sono divenute nel tempo più abbondanti, non più scarse.
    Poichè non vi è ragione logica per cui questo processo non possa continuare, le risorse sono destinate a divenire in futuro sempre più abbondanti, a patto che si lascino le persone libere di agire, in una parola, venga garantita l’esistenza del libero mercato.
    In conclusione, secondo Simon, l’ingegno e l’operosità dell’uomo, se le persone sono lasciate libere di agire in un contesto sociale appropriato (diritti di proprietà ecc.), sono forze potentissime che rappresentano la vera e più importante risorsa, quella che lui chiama
    The ultimate resource

    https://www.amazon.it/Ultimate-Resource-Julian-L-Simon/dp/0691003815/ref=sr_1_11?s=english-books&ie=UTF8&qid=1474898632&sr=1-11&keywords=the+ultimate+resource

  • giorgio
    Rispondi

    mi ero riproposto di scrivere una risposta all’enorme pistolotto di vuota retorica da parte di colla, ma non ho potuto non leggere il post qui sopra. ma esiste veramente un essere umano che prende per seri i deliri di quel tizio simon?

    • charlybrown
      Rispondi

      A forza di nutrirlo con cibo sostanzioso il troll è diventato sempre più obeso e ingombrante.
      Me lo immagino scrivere a fatica, poggiando direttamente l’epa sulla tastiera, in mezzo a orribili flatulenze.

  • giorgio
    Rispondi

    è un po’ stucchevole l’autocommiserazione di se stessi in un ambiente virtuale dove si è costantemente omaggiati per i contributi che si porta alla causa libertaria. Non guasterebbe almeno avere la dignità di smetterla di chiamarsi saltimbanco e contemporaneamente dispensare a destra e a manca consigli e nozioni di sorta. Per carità, dal mio punto di vista l’appellativo sarebbe pure coerente con il genere dei commenti scritti, ma non per l’utente medio di questo sito.
    Paulo maiora canamus.
    La società contrattualistica dovrebbe essere una società razionale per quanto riguarda la produzione di beni. Tempo fa mi avete detto e ripetuto che un imprenditore in una società siffatta non può razionalmente pensare di distruggere il bene che gli permette di accumulare il capitale. Così come chi offre la propria forza lavoro in termini contrattualistici non ha alcun vantaggio nel mettere in atto pratiche luddiste. Insomma, da una parte c’è il comportamento razionale dell’imprenditore che massimizza il profitto e nel contempo salvaguarda i beni in proprio possesso e l’ambiente che ne permette lo sfruttamento, dall’altra chi vende la propria forza lavoro che ha tutto l’interesse affinché l’imprenditore massimizzi il suo profitto, in modo che il plusvalore venga ridistribuito anche ai dipendenti. E’ una società fortemente razionalizzata nei termini della produzione di beni. Ergo, i comportamenti razionali sono in genere formalizzabili. Vale a dire, sono comportamenti altamente prevedibili ai quali si può associare un determinato valore. La fase di produzione di una società contrattualistica credo possa essere descritta da un punto di vista matematico abbastanza bene, e sono sicuro che qualcuno lo farà prima o dopo, appunto perché si poggia su comportamenti altamente prevedibili. Per fare un esempio di una matematizzazione di un aspetto dell’economia razionale, consiglio di leggersi il paradosso di sen che afferma che l’efficienza paretiana non è compatibile con la libertà. Lavoro che gli è valso il nobel tra l’altro. Il vostro caro Alessandro ve lo spiegherà bene.
    Detto questo, un simile modello matematico troverebbe quello che piketty con il suo libro ha dimostrato a posteriori, vale a dire che il mercato quando è in fase di deregulation tende a creare monopoli e ad aumentare la forbice per quanto riguarda i redditi tra chi ha molto e chi ha poco. La forbice si allarga e il vertice della piramide si assottiglia. Una società libertaria diverrebbe una società costituita di monopoli, in cui la libertà avrebbe solo un valore formale ma non sostanziale. Libertà sulla carta ma non di fatto. Sono estremamente che una dimostrazione in termini matematici di questo esito di una società libertaria sarà presto trovato; poi sulla ricezione da parte della scuola austriaca, che pare non capire molto la matematica, francamente non saprei cosa dire.

  • christian
    Rispondi

    Collam bellissimo commento (stupendi anche gli altri).
    “Vale la pena continuare a rispondere?” Forse.
    Sicuramente vale la pena continuare a leggerti(vi).

    Grazie
    Distinti Saluti

    p.s. bellissima poesia sui Troll.
    I Troll crescono senza limite e quando sono diventati troppo grandi semplicemente si dividono tramite mitosi (i.e. vanno a Trollare su altri siti con altri nick od addirittura sullo stesso sito facendo credere di essere due o più persone diverse).

  • Alessandro Colla
    Rispondi

    Enorme pistolotto sicuramente sì. Ho sempre ammesso di essere troppo lungo, al contrario di quanto lo sono fisicamente. Sul vuota retorica si può discutere. Vuota non mi pare, perché ho scritto di argomentazioni concrete e non di vacuità aleatorie. Non mi sembra neanche di aver usato un linguaggio retorico poiché ho evitato passionalismi, bandierismi (mi si perdoni il neologismo), richiami alla lotta o altro. Ma sullo stile siano gli altri a giudicare. Sul considerare delirante chi la pensa diversamente, sono stati scritti fiumi di inchiostro in relazione ai manicomi dell’ex Unione Sovietica. Non conosco i testi di Simon. Quelli di Pappafava sì, sarà un delirante anche lui? I libri di Pappafava sono pubblicati in Italia e in lingua italiana, quelli di Simon credo di no. E’ uno dei tanti motivi per i quali non conosco l’autore gentilmente segnalatoci. L’italiano Bruno Leoni (certamente delirante anche lui) fu costretto a pubblicare in inglese negli Stati Uniti. Solo dopo la sua morte abbiamo avuto pubblicazioni in italiano. Non mi sembra casuale. Stucchevole non è la presunta autocommiserazione perché questa non c’è stata, così come oltre agli omaggi di cui si parla non sono mancate critiche. Spesso, come ad esempio quelle sulla religione, anche meritate. Il termine saltimbanco non è autocommiserativo, è solo utilizzato per distinguere la mia situazione di capocomico di una compagnia di provincia da quella di produttori teatrali più affermati; a volte con loro pieno merito. Non ho mai detto di avere dignità, quindi se non ce l’ho non capisco la preoccupaziune altrui. Ho espresso le mie opinioni, ho riportato opinioni altrui; non vedo nei miei scritti qualcosa che assomigli al dispensare consigli. Se mai consigli ne ho chiesti. Su dove trovare i testi di Simon, sull’opportunità di rispondere o meno alle altrui provocazioni, sulle definizioni da dare ai provocatori informatici. A volte consigli ne ho gentilmente ricevuti e ho cercato di tesaurizzare quanto pervenuto. Che ci sia riuscito o meno non spetta a me dire. Sulla coerenza tra appellativo e commenti, si riporta a quanto indicato sugli ospedali psichiatrici sovietici e sulla tolleranza verso il pensiero altrui. La presunzione di ritenere quale sia la visione del cosiddetto “utente medio di questo sito” rivela pienamente la predisposizione insofferente verso le opinioni degli altri. Così come la tendenza a considerare frivoli gli argomenti non graditi, vista la citazione virgiliana (e a proposito di retorica). Non sono io a dover “spiegare” agli amici libertari che Sen ha vinto un Nobel. Sono io che l’ho saputo da loro. Sul suo paradosso ho una personale idea in proposito. O forse non è personale ma non ho mai preteso di essere un pensatore originale, probabilmente neanche semplicemente un pensatore. Provo a riassumere (cosa per me ardua). Secondo Sen ci sono tre possibilità per un libro scandaloso. 1) X legge; 2) Y legge; 3) nessuno legge. X è un moralista (e già qui ci siamo poco con i presupposti di una società libera) e preferisce l’ipotesi 3 ma “si sacrifica” a leggere per evitare che legga Y. Vorrebbe la terza soluzione ma sceglie la prima per evitare la seconda. Sempre secondo Sen, il sadismo di Y è soddisfatto nel poter “imporre” la lettura a X. Il paradosso potrebbe anche essere smontato qui dal momento che tutti e due hanno compiuto una scelta. Ma nel suo operato, Y preferisce 1 a 2 e 2 a 3. Per tutti e due la scelta 1 sarebbe preferita alla scelta 2. Anche qui non ci siamo perché le scelte erano diverse all’inizio e subordinate dopo a desideri di ordine diverso. Ma è la conclusione ad autosmontare il paradosso perché sostiene che poiché una società libera non “impone” la lettura a X, la soluzione 3 è preferita alla soluzione 1 e quindi non si raggiungerebbe l’ottimo paretiano. Ciò di cui non si vuol mai tenere conto (sarà retorica anche questa?) è il fatto che non siano “le società” a preferire ma sono gli individui a esprimere le loro preferenze. In una società autenticamente libera, X non è obbligato a leggere ma neanche gli è vietato. Se gli fa schifo leggere quel libro non lo legga. Se per lui è più importante che non lo legga Y è affar suo, il suo sacrificio è un atto libero. Io prenderei il libro e lo butterei, risolvendo così la questione, ma questo è un altro discorso. Se per Y è più importante l’insoddisfazione di X e per questo rinuncia a una lettura che poteva ritenere gradita, peggio per lui. O forse inconsapevolmente meglio per lui, se il libro è una di quelle idiozie sulle “sfumature” o porcate varie, ma non vorrei apparire moralista come X. Poi ci sono senz’altro argomentazioni più qualificate per analizzare l’ottimo paretiano, per approvarlo sotto certi aspetti o per criticarlo verso altri che magari sono di ordine utilitaristico. Così come ci saranno argomentazioni molto più incisive, magari anche più serie delle mie per confutare il principio di Sen. Saranno, però, sicuramente basate su analisi econometriche per le quali occorre possedere un preparazione che non è la mia. Molte volte, certi paradossi si creano grazie alla matematizzazione della scienza economica. Matematizzazione che, come diceva Sergio Ricossa, è la negazione dell’economia stessa. Il professor Ricossa scamperà al manicomio per averci recentemente lasciato, il nostro destino di deliranti invece è segnato. Che il mercato deregolamentato tenda a creare monopoli è una bufala. I monopoli sono sempre stati creati attraverso la legislazione, altro che deregolamentazione. Che la scuola austriaca non capisca la matematica è pensiero keynesiano che vuole il suo moltiplicatore come “due per tre, uguale otto”. Gli “austriaci” più esperti avranno modo di confutare questa barzelletta mascherata da opinione e corroborata da un eloquente quanto involontario “non saprei cosa dire”. Appunto. Anche in altre situazioni si è confuso l’anarcocapitalismo con il protocapitalismo. Per dare a quest’ultimo colpe non sue sul lavoro in miniera, ma non è questo l’argomento. I gentilissimi commenti degli amici libertari mi hanno spinto ancora a scrivere. Prima o poi prevarrà l’inevitabile stanchezza. Tra meno di due anni sarò anziano anche sotto gli aspetti giuridici e quindi non vedrò la terra promessa. Ma la stanchezza di rispondere a chi, avendo avuto un’argomentazione smontata, ne ripropone una nuova incoerentemente (oppure ripropone la stessa come se non fosse stata criticata) si manifesterà molto prima del mio sessantesimo genetliaco. Sempre che ci arrivi.

  • Giorgio
    Rispondi

    Non posso dilungarmi perché sto lavorando, sono in un archivio di stato. sono un libero professionista. Per una volta sono d’accordo con lei quando afferma di non essere nemmeno un pensatore. Per quanto riguarda il paradosso di sen posso dire che lei non l’ha nemmeno capito.

    • spago
      Rispondi

      @ Giorgio il paradosso di Sen, e tutti i ragionamenti e le equazioni sulla massimizzazione dell’utilità o del benessere che fanno gli utilitaristi contemporanei, si reggono sulla premessa che le preferenze individuali siano confrontabili e sommabili. Se non si accetta questa, il ragionamento di Sen è semplicemente senza senso. Inoltre potrei pure aggiungere che l’intervento autoritario per imporre la lettura non è neutro, ma bisogna contare le preferenze anche su di esso. Il che ti dovrebbe far capire che anzichè alla matematica devi rivolgerti alla logica.

  • charlybrown
    Rispondi

    E’ con vivo orgoglio che informo di avere appena terminato l’elaborazione di quello che chiamerò

    TEOREMA DI CHARLYBROWN

    il teorema, di cui per brevità risparmio la complessa dimostrazione matematica, è applicabile ad ogni individuo, valido per qualunque contesto sociale ed epoca, e trova espressione nella seguente formula

    B(i) = √ (Ef + Pa + Gi) – (Es +Pi + Rb)
    ________________________
    h

    dove
    B(i) = Benessere di ciascun individuo
    Ef = N medio di eventi felici
    Pa = Propensione ad accontentarsi
    Gi = Gioiosità intrinseca di ciascun individuo
    Es = N medio di eventi sfortunati
    Pi = Propensione all’invidia
    Rb = N medio di rotture di balle
    h = Costante fondamentale di Planck (non c’entra una fava ma comunque non guasta e fa la sua porca figura)

    Ritengo, senza falsa modestia, che il teorema rappresenti una pietra miliare nella storia dell’econometria e che, come tale, meriti la giusta attenzione in quel di Stoccolma.
    E ora voglio vedere chi oserà ancora dire che non sono un vero economista.

  • giorgio
    Rispondi

    charlybrown
    dopo il suo ultimo intervento, credo che lei possa includersi da solo all’interno di uno dei due gruppi individuati in questo suo commento: A proposito, sempre più mi convinco che l’umanità sia divisa in due categorie, quelli che sono in grado di capire l’economia e quelli che no.

    • charlybrown
      Rispondi

      d’accordissimo, già fatto

Leave a Comment

Start typing and press Enter to search