In Economia

i quattro austriacidi FRANCESCO SIMONCELLI

L’importanza della Scuola Austriaca è dovuta principalmente alla facilità con cui presenta al pubblico temi che, all’apparenza, possono risultare ostici o addirittura incomprensibili. Essa concentra nelle sue teorie tutti quei concetti d’economia che ognuno di noi vorrebbe apprendere ma che, purtroppo, vi rinuncia a causa dell’estrema complessità che il mondo accademico conferisce alla materia. Questo perché scompare dai radar quel tassello che invece è al centro del processo economico, ovvero, l’attore di mercato. Per l’economia mainstream, infatti, quest’ultimo è ridotto ad una macchietta, il quale sa tutto e conosce tutto. Il cosiddetto homo oeconomicus è un modello fallace ereditato dalla teoria classica, dove la sua figura viene relegata ai margini della scienza economica visto che la sua unica pulsione sarebbe quella di massimizzare i guadagni e minimizzare i costi.

Ma la Scuola Austriaca dimostra che tutti possono accedere alla comprensione della cosiddetta scienza triste. E lo dimostra senza nemmeno una equazione nei suoi esempi. Questo perché, diversamente dalle altre scuole d’economia, non si rivolge agli accademici bensì alle persone stesse. Ovvero, ai lettori curiosi e vogliosi d’entrare in possesso di nuova conoscenza. La Scuola Austriaca permette di raggiungere tale conoscenza e lo fa annoverando letture agili, proponendo ragionamenti brevi e di facile accessibilità. In realtà, questa scuola di pensiero economico rappresenta un esercizio per diradare quella paura che per tutto questo tempo ha attanagliato le menti della maggior parte delle persone riguardo la teoria economica.

Scrisse Ludwig von Mises nel suo capolavoro, L’Azione Umana:

Fu errore fondamentale della scuola storica tedesca delle wirtschaftlichen Staatswissenschaften e dell’istituzionalismo americano interpretare l’economia come caratterizzazione di un tipo ideale, l’homo oeconomicus. Secondo questa dottrina l’economia tradizionale od ortodossa non tratta dell’uomo quale realmente è e agisce, ma di una immagine fittizia o ipotetica. Descrive un essere determinato esclusivamente da motivi “economici”, cioè soltanto dall’intenzione di fare il maggior profitto materiale o monetario possibile. Tale essere non ha né ha mai avuto un corrispondente nella realtà; è il fantasma di una spuria filosofia cattedratica. Nessun uomo è motivato esclusivamente dal desiderio di diventare il più ricco possibile; molti non sono affatto influenzati da questa sollecitazione. È vano riferirsi ad un omuncolo così illusorio nel trattare della vita e della storia. Anche se questo fosse realmente il significato dell’economia classica, l’homo oeconomicusnon sarebbe certamente un tipo, ideale.

Il tipo ideale non è una incarnazione di un lato o di un aspetto dei vari fini e desideri dell’uomo. Esso è sempre la rappresentazione di fenomeni complessi della realtà, sia di uomini, di istituzioni, o di ideologie. Gli economisti classici tentarono di spiegare la formazione dei prezzi. Essi erano assolutamente consci del fatto che i prezzi non sono il prodotto delle attività di un gruppo speciale di persone; ma il risultato del gioco reciproco di tutti i membri della società di mercato. Questo era il significato della loro enunciazione che domanda e offerta determinano la formazione dei prezzi. Tuttavia, gli economisti classici fallirono nei loro sforzi di fornire una teoria soddisfacente del valore. Essi si trovarono nell’impossibilità di dare una soluzione soddisfacente all’apparente paradosso del valore. Erano imbarazzati dal creduto paradosso che l'”oro” fosse più pregiato del “ferro”, sebbene quest’ultimo fosse più “utile” del primo. Così non poterono costruire una teoria generale del valore riconducendo i fenomeni del mercato di scambio e della produzione alla loro fonte ultima, il comportamento del consumatore. Questa lacuna li costrinse ad abbandonare il piano ambizioso di sviluppare una teoria generale dell’azione umana. Dovettero accontentarsi di una teoria che spiegava soltanto le attività dei commercianti senza risalire alle scelte di ognuno come determinanti ultimi.

[…] La moderna economia soggettiva comincia con la soluzione dell’apparente paradosso del valore. Essa non limita i suoi teoremi alle azioni dei commercianti, né tratta solo di un fittizio homo oeconomieus. Tratta delle categorie inesorabili dell’azione di ciascuno. I suoi teoremi concernenti i prezzi delle merci, i saggi salariali e d’interesse si riferiscono a tutti gli altri fenomeni senza riguardo ai motivi che spingono la gente a comprare o a vendere o ad astenersi dal comprare o dal vendere. È tempo di scartare completamente qualsiasi riferimento al fallito tentativo di giustificare le lacune dei vecchi economisti richiamandosi al fantoccio dell’homo oeconomicus.

L’obiettivo principale della Scuola Austriaca è quello di permettere allo studente di pensare come un economista. Non bisogna lasciarsi spaventare da questo proposito, perché la strada è molto meno in salita di quello che crede la maggior parte della popolazione. Infatti, diversamente da quello che s’insegna nella maggior parte delle aule universitarie, l’economia è una materia che non ha nulla a che fare con le scienze fisiche, nonostante venga spesso, se non sempre, accostata a queste ultime.

Ci sono materie, come la chimica, la fisica, o la biologia, che hanno bisogno della matematica come punto cardine affinché possano sviluppare il loro pieno potenziale. Con l’economia, invece, ciò non accade perché tale materia è fondamentalmente una scienza sociale. Potremmo chiamarla una finestra sul mondo, perché attraverso di essa vediamo come gli individui si comportano nei confronti del loro prossimo.

E ciò è verso soprattutto se consideriamo il fatto che il comportamento degli individui è strettamente connesso con il loro relazionarsi con altri individui. Ciò involve, per forza di cose, uno scambio di qualche tipo affinché gli individui possano entrare in relazione tra di loro. Lo scambio, quindi, rappresenta il ponte di comunicazione tra due individui differenti, e attraverso di esso l’economista può dedurre concetti e teorie che altrimenti non avrebbe potuto dedurre basandosi esclusivamente sull’astrattismo della matematica. Quest’ultima è utile, ma non indispensabile come si crede comunemente. È importante che il lettore comune entri in sintonia con questo tipo di realtà, perché potrebbe finire in guai finanziari se continua a domandare l’aiuto dello stato affinché gli errori economici vengano rimandati nel tempo e corretti in seguito ad un prezzo maggiorato.

Infatti uno dei punti cardini di questa teoria è il il suo focus sull’individuo piuttosto che sulla matematica. È attraverso di esso che tutto il comparto teorico economico può essere dedotto e, di conseguenza, essere stilate le leggi principali con le quali analizzare l’ambiente circostante. Essendo centrale a questo approccio teorico, l’essere umano insieme alle sue azioni gioca un ruolo fondamentale. Infatti è su queste ultime che si fonda la teoria economica Austriaca, la quale pone grande enfasi sulle cosiddette azioni propositive. Esse si differenziano dalle azioni di riflesso perché, diversamente da queste ultime, le azioni propositive sono compiute tenendo come riferimento un particolare obiettivo da raggiungere. Questa è la differenza cruciale tra economia e le scienze naturali: mentre le seconde studiano, e cercano di predire, il comportamento di elementi inanimati, la prima studia e cerca di analizzare ex-post il comportamento di “elementi animati”.

Le scienze naturali hanno successo nel raggiungere i loro obiettivi perché ciò che studiano si comporta sempre in accordo con leggi costanti e ripetitive. Ciò permette di eseguire esperimenti in laboratorio ripetibili e potenzialmente prevedibili ex-ante. Dall’altro lato invece abbiamo a che fare con una scienza che invece deve indirizzarsi ad elementi che hanno una mente propria e non obbediscono in modo predittivo a leggi prefissate. Lo studioso dell’economia, quindi, si basa sulla propria esperienza di azione propositiva e da essa cerca di dedurre le logiche implicazioni. Se qualcuno pensa che un simile assetto strutturale possa essere confusionale e vago, gli basterebbe pensare alla geometria. Infatti l’economia è molto più vicina alla geometria che alla fisica.

Come logico che sia, l’azione umana necessita di un attore affinché possa essere portata a compimento. Questo significa che ogni essere umano attraverso le proprie azioni cerca di entrare in sintonia con un altro essere umano affinché entrambi possano arrivare ad uno scambio e, quindi, soddisfare i propri bisogni. Infatti l’azione umana non è altro che uno stadio intermedio tra due stadi di quiete. La soddisfazione dei propri bisogni, ovviamente, passa attraverso la soddisfazione dei bisogni di un altro essere umano; ciò significa che ogni attore agente possiede un elenco differente di priorità. Queste ultime possono cambiare nel tempo, ma ciò è logico visto che gli attori agenti sono singole unità pensanti. Ciononostante tali preferenze sono soggettive e diverse da attore agente ad attore agente.

Ma tali concetti possono essere meglio assorbiti se lo studioso dell’economia porta al lettore un esempio tanto facile quanto completo. Nel nostro caso non esiste esempio migliore di quello di Robinson Crusoe che, improvvisamente, si ritrova naufrago su un’isola deserta. Una delle prime cose che Crusoe deve fare è economizzare l’ambiente circostante, ovvero, considerare gli elementi a sua disposizione e per ognuno di esso decidere uno scopo appropriato in accordo con le sue necessità.

Attraverso il costo di opportunità Crusoe decide come suddividere beni di consumo da beni strumentali, in modo da minimizzare i costi e massimizzare la resa. Man mano che accumula abbastanza beni di consumo, egli inizia a riorganizzare le proprie priorità ed a conferire diverse priorità ai beni che lo circondano. Ovvero, cambiando le sue preferenze temporali in rapporto a consumo e astensione dal consumo, Crusoe rinuncia ad un vantaggio oggi per ottenerne uno superiore domani. In questo modo la sua specializzazione del lavoro aumenta e con essa il tempo risparmiato da dedicare alla disutilità del lavoro, ovvero, il tempo libero. È in questo contesto che investimenti e risparmio giocano un ruolo cruciale nella vita dell’attore agente, perché in base a come economizza il suo tempo egli otterrà risultati diversi. Che siano positivi o negativi, ciò dipende dalle scelte dell’attore agente.

IL MERCATO

Dato che l’azione individuale determina il ruolo e la funzione degli attori di mercato, l’interazione di vari individui crea una rete di interazioni le quali determinano la società nel suo complesso. La società, quindi, non è altro che l’insieme di interazioni individuali, le quali, a loro volta, vanno a determinare regole e comportamenti all’interno del tessuto sociale.

Nel corso del tempo suddetto insieme ha creato diverse istituzioni, tre delle quali sono più rilevanti: capitalismo, socialismo, economia mista. Il sistema capitalista, conosciuto anche come economia di mercato, è caratterizzato dalla proprietà privata delle risorse. Gli attori di mercato sono liberi di scegliere la propria occupazione e avviare qualsiasi attività vogliono, ma qualsiasi risorsa acquistata e venduta necessita di una compravendita tra possessore attuale e potenziale acquirente. Ciò è vero perché entrambe le parti in gioco cercano di migliorare quanto più significativamente possibile la propria situazione, di conseguenza vogliono entrare in possesso di determinate risorse affinché ciò possa accadere. Di conseguenza ciò prevede un qualche tipo di scambio tra le parti interessate, e inizialmente s’è trattato di uno scambio diretto: due ipotetici individui s’incontravano e scambiavano due merci senza la necessità di ulteriori scambi precedenti.

Man mano che la società s’è sviluppata e il commercio s’è espanso, e con esso la specializzazione degli attori di mercato, ciò ha significato una rete di scambi molto più intricata e la necessità di operare più scambi prima di entrare in possesso di quella merce desiderata da uno degli attori di mercato. Dato che il tempo è una delle risorse più scarse esistenti, e di conseguenza una delle più preziose per l’attore di mercato, le interazioni degli individui hanno fatto emergere una merce talmente importante da essere considerata un mezzo attraverso il quale eliminare definitivamente gli scambi intermedi affinché si giungesse prima allo scambio finale.

Il denaro, quindi, non è altro che un mezzo di scambio attraverso il quale due ipotetici attori di mercato risparmiano tempo e giungono più facilmente al loro scambio finale. In questo modo è possibile permettere alla società di specializzarsi ulteriormente senza intoppi dovuti a modi obsoleti di condurre gli affari, facendo emergere una divisione del lavoro basata sullo scambio volontario e mutualmente proficuo. Le forze portanti di tale società sono gli imprenditori i quali impiegano risorse umane e inanimate per produrre beni e servizi utili per la società. Le loro idee sono indirizzate ad anticipare la domanda futura degli attori di mercato, e in questo modo spezzano le catene della “routine” industriale creando nuove opportunità che prima nessuno era stato in grado d’individuare. La competizione e la concorrenza tra imprenditori è la linfa che alimenta questo circolo virtuoso, di conseguenza hanno bisogno delle migliori risorse disponibili e che possono pagare per dare vita alle loro idee. Questo significa che sono disposti a pagare le risorse umane e inanimate a prezzi di mercato, perché in caso contrario la concorrenza entrerebbe in scena e le impiegherebbe a prezzi migliori.

Infatti coloro che vengono impiegati dagli imprenditori hanno come obiettivo principale quello d’aumentare quanto più possibile la loro paga, di conseguenza metteranno a disposizione le loro capacità, se meritevoli, nelle mani di coloro che faranno l’offerta più alta. Comunque, che si tratti di lavoratori o datori di lavoro, gli attori di mercato una volta che entrano in possesso delle risorse economiche di cui hanno bisogno, o le spendono nel presente, oppure le risparmiano e le investono per ottenere benefici maggiori nel futuro. In quest’ultimo caso, un piccolo decremento nel consumo di oggi può portare ad una maggiore possibilità di consumo.

Ma ci vuole libertà, ma non senza leggi. Ci vuole un libero mercato. Quest’ultimo è un sistema aperto in cui chi compra e vende qualcosa, può soddisfare i propri bisogni ed esigenze in modo vicendevolmente soddisfacente. Chi è competitivo e soddisfa al meglio i clienti, prospera; chi, invece, non riesce ad offrire un affare migliore e non si impegna per offrirlo, sarà costretto a chiudere bottega. Non è affatto un caso se il 1800 e il primo novecento sono stati dei periodi storici in cui la libera impresa ha fornito alla società occidentale l’opportunità di prosperare come mai accaduto in tutta la storia umana. All’aumentare degli ostacoli posti dall’interventismo centrale su questo processo, i comportamenti precedentemente virtuosi sono stati disincentivati. Sono stati, invece, incentivati comportamenti viziosi, legati allo sfruttamento di una burocrazia crescente e di un welfare state mastodontico.

CONCLUSIONE

Esiste una generazione di economisti a cui è stato fatto il lavaggio del cervello nelle aule universitarie. Essi credono che la figura degli attori di mercato possa essere relegata a semplice comparsa nei processi di mercato, elevando, di conseguenza, la capacità di alcuni individui a deus ex machina, in grado addirittura di direzionare in modo appropriato le sorti dell’intero ambiente economico. Infatti grazie alla loro guida presumibilmente onnisciente, la massimizzazione del profitto viene stemperata da tutti quelle caratteristiche presumibilmente negative insite nell’animo umano. Ma è davvero questo il problema? O è la massimizzazione dei profitti a tutti i costi il problema? Una manciata di persone diviene magicamente in grado di poter dire ad una moltitudine di altre come agire e cosa fare solo perché in possesso di un accreditamento statale, confondendo causa ed effetto.

Svuotando la figura degli attori di mercato dalla loro essenza, ovvero, esseri agenti con determinate priorità, fanno ricorso al prodotto civetta noto come homo oeconomicus per giustificare l’intromissione dello stato nella vita degli individui e la loro relativa consulenza. Non è una questione di aggregati o singoli elementi, l’arazzo della società è costituito dal tessuto messo insieme dalle svariate azioni propositive espresse dagli attori di mercato. La Scuola Austriaca va a studiare proprio queste azioni e non ritiene la matematica la quintessenza della materia economica stessa, bensì solo un’appendice utile.

Siamo praticamente sommersi da statistiche che rispecchiano solo istantanee del mercato, dalle quali gli economisti moderni vorrebbero far derivare concetti più complessi. Questi numeri sono fuorvianti, perché le informazioni all’interno del tessuto economico scorrono sotto forma di flusso. Quanto più è inalterato questo flusso, tanto più accurate le informazioni arriveranno agli attori di mercato che, attraverso le loro conoscenze, potranno soddisfare al meglio le necessità e le esigenze dei consumatori o clienti.

È così che s’innesca la prosperità economica, non attraverso modelli matematici avulsi dalla realtà. Il migliore esempio che abbiamo di ciò è il XIX secolo, e con la metodologia d’indagine corretta, è possibile rendere sostenibile nel tempo suddetta prosperità.

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Comments
  • charlybrown

    La matematica è solo la formalizzazione simbolica di concetti. Se i concetti sono stupidi non è che formalizzandoli in simboli matematici diventano logici o intelligenti, è solo più facile nascondere all’uomo della strada la loro stupidità.

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