In Anti & Politica, Economia

trump 2DI MAURO GARGAGLIONE

Egregio giornalista incapace, non si comprano i giornali per sentire quanto fa schifo Trump e quanto è forte Obama, si comprano i giornali per ascoltare dei professionisti che si suppone ci aiutino a leggere quel che succede essendo le persone comuni impegnate a guadagnarsi da vivere e impossibilitate ad andare a vedere sul posto quel che capita. Invece non essendo un giornalista ma un propagandista ideologico, davanti al fiasco conclamato nel leggere le situazioni economiche, politiche e sociali, non trovi di meglio che rincarare la dose di insulti o lodi nei confronti di coloro che non suonano la “tua” canzone, Obama o Trump, Bersani o Berlusconi etc etc..
Ecco perché la gente i giornali li compra sempre di meno ed ecco perché per reggersi i giornali hanno bisogno di essere sussidiati dallo Stato.
Siete in completo discredito, siete un costo netto per il contribuente, avete la stessa utilità sociale dell’accisa sulla guerra d’Abissinia che grava sulla benzina.
Non servite a niente se non a parassitare il vostro stipendio.
Senza i quattrini che vi arrivano dal sistema politico e finanziario dovreste lavare macchine per mantenervi.
Ed è triste considerare che la qualità della civiltà degli uomini liberi è sempre andata di pari passo con la stampa libera che forgiava opinioni pubbliche di livello migliore le quali a loro volta premiavano giornalisti di qualità superiore.
Poi è arrivata la scuola pubblica a inquinare i pozzi della civiltà e del pensiero critico.
Oggi siete una concausa e un effetto del decadimento intellettuale e morale di interi popoli con quelli europei in prima fila.
Trump è lontanissimo dalle mie idee ma la sua vittoria mi rallegra perchè, almeno negli USA, sembra esistere ancora un elettorato che cerca di pensare e decidere con la sua testa.
Quello che voi giornalisti, tromboni di pessime ideologie, pensavate non esistesse più da tempo.

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I frutti marci dell’ideologia statalista, particolarmente di sinistra ma non solo, sono rappresentati da quelle trenta persone arrestate negli scontri a Manhattan e in altre città americane all’indomani dell’elezione di Trump.
Questi tirano sassi senza troppe chiacchiere mentre politici e intellettuali, i loro cattivi maestri, “avvertono” che il popolo non deve avere voce in capitolo su certe materie perché la democrazia, ci spiegano, può essere una pistola carica in mano a dei bambini.
In effetti hanno ragione, le principali dittature del XX° secolo si si sono presentate regolarmente alle urne prima di eliminarle per manifesta inutilità, una volta ottenuto il consenso.
Ma questo è vero perché la democrazia è una mera tecnica di governo e se non è sostenuta dal principio di non aggressione, può essere tirata da chiunque dalla propria parte secondo convenienza.
Per noi italiani è roba risaputa, tanto che la costituzione della nostra repubblica specifica espressamente su cosa il popolo è consultabile e su cosa non ha voce in capitolo.
La reazione dei nostri intellettuali, coerente con gli eurocrati non eletti, non si è fatta attendere già all’indomani della Brexit – Su certe questioni il popolo non deve votare – ha detto senza mezzi termini Monti e diversi pensatori e opinionisti di sinistra gli hanno fatto eco.
I ragazzotti che tirano pietre a Manhattan contro l’elezione di Trump la pensano esattamente nello stesso modo.

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La cultura dominante, foraggiata dal potere politico e finanziario, ha illuso le masse progressiste che fossero nel giusto e che l’evoluzione delle relazioni tra i cittadini andasse fatalmente nella loro direzione.
Ora questa gente è furibonda perché non è successo quanto gli hanno detto o quanto hanno studiato sui loro libercoli ideologici e sconclusionati, quindi scende in piazza (a Portland c’è scappato pure il morto) oppure tuona su stampa e tv contro la democrazia, ormai inadatta a condurre gli uomini verso la loro idea di bene.
Quel bene comune la cui vera definizione è – Ciò che io e quelli che la pensano come me ritiene essere il bene -.
Il fatto è che la democrazia non ha il compito di rendere il mondo un posto migliore perché, se chi la esercita ha una cattiva idea di mondo, le cattive idee domineranno il mondo.
Quindi abbiamo due alternative, o ci rimettiamo a un dittatore sperando che abbia le nostre idee e che i suoi sgherri obblighino il mio vicino di casa che non la pensa come noi a conformarsi, oppure perseguiamo l’ideale di una società in cui il mio vicino di casa può pensarla come crede basta che non aggredisca il prossimo obbligandolo a fare cose contro la sua volontà.
Questa elezione americana non passerà alla Storia per la vittoria di Trump e la sconfitta della Clinton, ma per aver messo in luce quanto i fondamenti della filosofia libertaria, che basa tutta la produzione legislativa sul principio di non aggressione, diventino sempre più irrinunciabili man mano che si procede verso società sempre più numerose e complesse.

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  • Evaristo
    Rispondi

    Trump ha la fortuna di avere una camera e un senato totalmente repubblicani. Se avrà l’intelligenza di lasciar perdere le rodomontate e
    l’umiltà di farsi guidare da consiglieri esperti potrà essere un buon presidente. Ritengo che non potrà comunque fare sfaceli, perchè l’impeachment funziona bene ed è sempre pronto.

    Per la formazione politico-culturale e i punti di riferimento per il germanoamericano (numericamente il primo gruppo etnico bianco in Usa) Donald Drumpf, americanizzato Trump, stendiamo un velo pietoso.

    http://uk.businessinsider.com/donald-trumps-ex-wife-once-said-he-kept-a-book-of-hitlers-speeches-by-his-bed-2015-8?r=US&IR=T

  • GIG
    Rispondi

    Tutto sacrosanto,tutto vero.
    Io penso che quelli che protestano sono pagati per farlo.
    E poi perchè dare voce a pochi che protestano e no a chi è favorevole?
    Quando ‘loro’ vincono la democrazia và bene.
    Quando perdono no’.
    Grazie Mauro,sembre belli i tuoi articoli.

  • spago
    Rispondi

    La grande battaglia libertaria del nostro tempo è contro la democrazia è aominevole che io per primo possa votare su come devono vivere mangiare bere fumare vestirsi lavorare investire pregare i miei concittadini. Il legame che la democrazia crea tra noi è basato sulla violenza reciproca. E solo distruggendo questa integrazione forzata potranno sorgere legami autentici onesti e civili.

  • Albert Nextein
    Rispondi

    I giornalisti attaccano il carro dove vuole il padrone.
    Tengono famiglia.
    Non ci si può fidare di soggetti del genere.
    E bisognerebbe chiudere il rubinetto delle sovvenzioni ai vari giornali, organi o meno di partito.

    • GIG
      Rispondi

      che faranno i vari barisoni,botteri,gruber?

  • spago
    Rispondi

    Il problema è più profondo di stupidità malafede o conformismo. La maggioranza delle persone degli opinion maker e dell’informazione appoggia in buona fede il sistema, pur con orientamenti e sfumature diverse e anche contrapposte, e non sono per forza stupidi, privi d’immaginazione o conformisti, solo si muovono dentro un paradigma che non viene neppure discusso. Il detto riposa sul non detto, il pensato sull’inpensato, ci sono cose indiscusse non tanto per censure, complotti, divieti o repressione, ma perché risultano impercettibili, imoensabili, invisibili. E la prigione da cui non puoi uscire è quella che non vedi. Va bene odiare le tasse, e la burocrazia, va bene essere arrabbiati con i politici e i loro traffici. Ma il libertarismo richiede di più, di cercare la soluzione in un paradigma nuovo. Forse ciascuno di noi ha avuto un tempo in cui non era libertario.. Mi chiedo cosa possa portare una persona in precedenza di destra o di sinistra, a diventare libertaria e anarchica.. cosa possa renderla disponibile e poi capace di rifiutare stato, democrazia, costituzione, unità nazionale, bene comune, patriottismo ecc.. ecc..

    • Fabio
      Rispondi

      cito un adagio mi pare britannico che dice che si dimostra di avere cuore ad essere socialisti a vent’anni, si dimostra di non avere cervello ad esserlo ancora a trenta.
      Questo per risponderti che in un paese come questo, in cui funziona benissimo la macchina d’indottrinamento statalista chiamata scuola pubblica, è più che ovvio che più si è giovani (indifferentemente di sinistra o di destra) più si è indifferentemente e tenacemente favorevoli tanto al più pesante interventismo, regolamentazione e pianificazione capillari, quanto avversi al rischio e all’intrapresa.
      Crescendo in tanti restano alle macerie della devastazione culturale della scuola. Penso che solo alcuni continuano invece a crescere, ragionare, maturare ed arrivare ad aprirsi alle idee libertarie, di libertà, libero scambio in libero mercato, libertà economica e libertà politica, senza se e senza ma.

  • spago
    Rispondi

    Queste (sopra) non sono solo le cose che ci insegnano a scuola o che ci propagandano lo stato e i media, ma anche ciò in cui sinceramente crede la gente intorno a noi, la nostra comunità, la nostra famiglia, i nostri amici, persone che rispettiamo e a cui vogliamo bene..

  • Giorgio
    Rispondi

    spago
    non confonda l’anarchismo classico con il libertarismo o anarco-capitalismo. Il primo è una nobile espressione politica originatesi in seno al socialismo che tiene vivo l’interesse e la preoccupazione per classi sociali subalterne, mentre il secondo è un pensiero meschino e abbietto, che fa dell’egoismo una virtù, anzi LA virtù, e che nulla ha a che vedere con l’anarchismo per cui migliaia di persone sono morte, per esempio in Spagna tra il 1936 e 1939.

    • spago
      Rispondi

      @giorgio non pretenda di insegnarmi niente, avendo seguito i suoi interventi lei è del tutto impreparato e inattendibile. Le basti sapere che per me socialismo e anarchia sono incompatibili e rappresentano due opposti inconciliabili. Mentre anarchia e libero mercato sono la stessa cosa, detta con parole diverse. La tradizione dell’anarchismo individualista americano ad esempio è stata importante nello sviluppo dell’anarcocapitalismo. Tanto per fare il nome di una figura importante e vivente, Wendy McElroy è una importante autrice anarcocapitalista e un’anarchica indivudalista e una femminista indivualista.

      Lei da tutto quello che scrive non ha capito nulla per lo meno dell’anarcocapitalismo, quindi almeno su questo i suoi giudizi sono al livello di un bambino che guarda un Picasso e dice “che merda, disegno meglio io”. Sono cioè i giudizi di chi non sa di cosa parla, prende degli scampoli che fraintende, e parte in quarta con qualche giudizio strampalato, che non ha ovviamente nessun valore, per chi conosce di quello di cui si parla. Per esempio lei ha probabilmente letto la parola egoismo in qualche stralcio dei libri della Rand – che non è neppure una anarcocapitalista – e tanto le è bastato per cacciar fuori una pletora di baggianate sull’egoismo.

      • Pedante
        Rispondi

        Contrariamente all’egoismo indifferenziato di Rand, antropologicamente la strategia vincente è quella di “parochial altruism” ovvero altruismo solo verso i membri dell’ingroup.
        http://www.ehbonline.org/article/S1090-5138(10)00078-4/abstract?cc=y=

        Questo altruismo limitato è un meccanismo per privilegiare persone che possiedono geni simili anche se non sono parenti stretti.

    • Pedante
      Rispondi

      Sui limiti di altruismo, Nazarín (1959):
      https://www.youtube.com/watch?v=EfHMqxkxil0

    • Evaristo
      Rispondi

      Il signor Giorgio getta la maschera.
      (a proposito, non cambia più nome? si è così affezionato a questo?)

      Perchè l’odio profondo per le idee anarcocapitaliste spesso e volentieri proviene da estimatori dell’anarchismo classico, che si sentono defraudati dall’uso del termine “anarco” da una banda di “criptofascisti”.

      Magari ci parli dottamente anche di anarchismo moderno o contemporaneo – rigorosamente di sinistra bien sûr – il situazionismo di Vanaigem o le TAZ di Hakim Bey: a noi zotici non potrà che giovare.

  • Giorgio
    Rispondi

    Evaristo
    se vuole le potrei parlare di Daniel Guérin, che mi è parso un autore di senno quando scriveva di anarchismo

    • Evaristo
      Rispondi

      L’ho cercato su wiki, ho visto che è un autore di nicchia non molto fecondo, ma è come ascoltare la musica di Leonardo Leo, significa che si conoscono anche tutti gli altri autori. Chi lo legge indubbiamente sa il fatto suo. Complimenti.

  • Giorgio
    Rispondi

    allora nei prossimi giorni ti scriverò un sunto del suo pensiero

  • Vito
    Rispondi

    Ayn Rand, per tentare di giustificare infruttuosamente il liberalismo non può che riferirsi all’individualismo, il che la conduce al pensiero relativista, laico ed illuminista del quale la Rand tesse le lodi, in sintesi la dottrina massonica, il cui solo fine è negare la Verità Una, che suo malgrado e di tutti i sedicenti liberali è saldamente nelle mani di Cristo e della Chiesa Cattolica. Grazie comunque per le continue conferme, così rendete visibile a tutti il perché ilc.d. partiti di “destra liberale” altro non sono che l’ennesimo inganno massonico. Omnia vincit Veritas.
    http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=8&sez=120&id=64461
    Il Foglio Informazione che informa
    19.11.2016 Ritratto di Ayn Rand, un invito a (ri)leggere tutti i suoi libri
    Magistrale biografia di Antonio Donno

    Testata: Il Foglio
    Data: 19 novembre 2016
    Pagina: 2
    Autore: Antonio Donno
    Titolo: «Il nuovo mondo»

    Riprendiamo dal FOGLIO di oggi, 19/11/2016, a pag.2, con il,titolo “Il nuovo mondo” il commento di Antonio Donno al libro “Ideal” di Ayn Rand, di fatto una approfindita analisi del pensiero di Ayn Rand, una figura di primo piano della cultura americana ancora largamente ignorata nel nostro paese.
    Un ritratto di Ayn Rand, quello di Antonio Donno, magistrale

    Antonio Donno

    Nell’introduzione del 1968 al suo primo lavoro letterario, la pièce teatrale “Night of January 16th”, pubblicato nel 1934 (e finalmente in Italia nel 2005 per Liberilibri), Ayn Rand scrive che il suo manifesto letterario-filosofico era già presente in quella sua prima opera: “Il motivo che mi ha spinto a scrivere è sempre stato il desiderio di dipingere un uomo ideale. ..)Ero pronta a scrivere sui sentimenti di una donna per un uomo ideale”. Quella donna era Ayn Rand. 0 forse era lei stessa l’uomo ideale? Tutta la sua opera, sia letteraria, sia filosofica, fu dedicata a disegnare la potenza titanica dell’individuo, che trova nella realizzazione di se stesso, per il tramite del denaro, il significato stesso della sua vita. Il denaro è libertà e soltanto l’economia capitalistica è in grado di realizzare questo binomio e, quindi, garantire la realizzazione di se stessi, “il controllo (…) sul mondo”, afferma uno dei personaggi di “Night of January 16th”. Nello stesso 1934 Rand scriveva “Ideal”, pubblicato negli Stati Uniti solo nel 2015 e quest’anno in Italia da Corbaccio sia nella versione romanzesca sia in quella teatrale. Questo romanzo, trovato tra le sue carte, si pone in stretta consonanza con quanto Rand scrisse a proposito di “Night of January 16th”. In quest’opera, la protagoIl primo esordio come narratrice avvenne nel 1936, appena sbarcata in America, quando il New Deal imperava La concezione dell’egoismo nella filosofia che lei chiamò “Oggettivismo”, la rivolta studentesca e la cultura americana nista, Kay Gonda, attrice di Hollywood, ricca, famosissima, ammiratissima, per uno straordinario equivoco ritiene erroneamente di essere ricercata dalla polizia per aver commesso un omicidio. Fugge nella notte e cerca ospitalità, di volta in volta, presso alcuni dei suoi ammiratori, di cui conserva le lettere con l’indirizzo in calce. Invano. Alla fine, l’equivoco si scioglie e Kay Gonda ritorna alla sua vita precedente. Ma, come per “Night of January 16th”, la donna è in cerca dell’uomo ideale, e l’ultimo dei suoi ammiratori, presso il quale cerca rifugio, un giovanotto alto e snello, sembra esserlo. Egli ha una personalità vincente per i canoni di Gonda, quando all’affermazione di lei – “Sai che la gente paga milioni per vedermi?” – egli risponde brutalmente: “Non siete importante per nessuno di loro. Lo sapete”. E allora, Kay Gonda ravvisa finalmente in Johnnie l’uomo ideale per lei: “Voglio vedere concreta, reale, nella quotidianità della mia vita, quella gloria che creo come illusione. La voglio vedere nella realtà! Voglio sapere che c’è qualcuno, da qualche parte, che lo vuole anche lui!” Tutta la storia di Ayn Rand è una ricerca continua dell’uomo ideale, che nella sua successiva narrativa s’incarna in personaggi a tutto tondo, titanici. Ma l’uomo ideale è la rappresentazione simbolica dell’individuo libero, in una società libera, in un’economia libera, quella capitalistica. Non vi possono essere veri uomini o vere donne se non in una società liberale e capitalistica: questo è il lascito filosofico di Ayn Rand. La conclusione di “Anthem”, pubblicato nel 1938, è senza appello: “Ho chiuso col mostro del Noi’, la parola di servitù, di saccheggio, di miseria, falsità e vergogna. (…) E adesso vedo il volto di dio. Questo dio, questa singola parola: ‘Io”‘ (“Antifona”, Liberilibri, 2003).
    Chi era Ayn Rand? Ebrea russa, di famiglia borghese, Misa Zinov’yevna Rosenbaum (1905-1982) – questo era il suo nome d’origine – si trasferì ventunenne nel 1926 negli Stati Uniti per sfuggire all’orrore della cultura comunista e per mettere a frutto in un paese libero ció che aveva appreso all’Università russa. Lavora per alcuni anni a Hollywood negli studios della RKO. Scrive Anne Heller in “Ayn Rand and the World She Made” che, quando Ayn vide Manhattan, versò “tears of splendor”. L’America divenne il significato della sua esistenza come donna e come scrittrice. “We the Living”, pubblicato nel 1936, fu il primo, vero esordio di Ayn come narratrice e il primo grande successo. I lettori americani furono messi dinanzi alla narrazione della vita di Kira nell’Unione Sovietica e della sua aspirazione a liberarsi di un mondo che ormai le era insopportabile e a raggiungere la libertà. E’ da considerare che il libro apparve in America nel 1936, mentre il New Deal sviluppava la sua politica interventista sul piano economico. Kira non ottiene il passaporto, il libro si chiude con la sua morte, ma l’ultimo suo pensiero è un inno alla libertà: “La vita era esistita anche solo perché lei aveva saputo quale sarebbe dovuta essere”. La narrativa di Ayn ha uno sviluppo lineare: dalla schiavitù dell’Io all’aspirazione alla liberazione e infine alla libertà vera, pur tra contrasti drammatici e lotte titaniche. “The Fountainhead”, pubblicato con enorme successo nel 1943 negli Stati Uniti, e in Italia da Corbaccio (“La fonte meravigliosa”) nel 1996, in una nuova traduzione, rappresenta l’ultimo stadio dell’itinerario artistico di Rand: la conquista della libertà, il trionfo dell’Io. Così, mentre il mondo ostile simbolicamente sprofonda nell’oceano insieme alla donna che aveva imbrigliato e ostacolato il suo uomo nella sua ricerca spasmodica dell’auto-affermazione, egli emerge in tutta la sua potenza esistenziale: “Lo vide, sopra di sé, sulla piattaforma più alta dell’edificio. (…) Poi non ci fu più nulla, tranne l’oceano, il cielo, e la figura di Howard Roark”. Roark, finalmente, aveva raggiunto la “piattaforma più alta dell’edificio”, quel “controllo sul mondo” che era sfuggito ai protagonisti delle opere precedenti di Ayn Rand. “Atlas Shrugged”, del 1957 (l’ultima edizione italiana, “La rivolta di Atlante”, è del 20C17, da Corbaccio) chiude il cerchio narrativo di Rand. E’ un romanzo che ancor oggi riscuote un successo internazionale. I milioni di lettori americani hanno ravvisato nella lotta spasmodica di John Galt contro una società conformista e livellante la lotta stessa dell’America per l’auto-affermazione e per la diffusione della libertà nel mondo di fronte al pericolo costituito dalle ideologie disumanizzanti e, poiché il libro fu pubblicato nel 1957, in piena Guerra fredda, dal mostro comunista. Il finale è altamente simbolico: “‘La strada è libera’, disse Galt. Torniamo nel mondo’. Alzò la mano e sopra la terra desolata tracciò nello spazio il segno del dollaro”. Il denaro è libertà. Senza il denaro l’auto-realizzazione dell’individuo è impossibile. Sia in “Fountainhaed”, sia in “Atlas Shrugged”, l’itinerario, iniziato con “Night of January 16th” e con “Ideal”, ambedue del 1934, è compiuto. Lotta, impegno, trionfo. Dall’anonimato al successo, dalla povertà alla ricchezza, cioè all’auto-realizzazione in una società libera. Proprio grazie alla sua esperienza come narratrice, agli inizi degli anni ’60 Rand mette a frutto le sue intuizioni sul piano filosofico. In “For the New Intellectual” (1961), Rand, già nel titolo, allude alla necessità del superamento dei vecchi schemi filosofici, riproponendo il cuore di ciò che aveva narrato nei suoi romanzi e nelle sue pièces teatrali: il nuovo intellettuale deve porre al centro della propria riflessione l’individuo nelle sue immense capacità di auto-realizzazione. La ragione è lo strumento-principe di questo percorso. Viceversa – scrive Rand in “The Virtue of Selfishness: A New Concept of Egoism” del 1964 (“La virtù dell’egoismo”, Liberilibri, 1999) – gli intellettuali odierni ragionano in termini opposti: “Alla radice di tutte le loro mutazioni concettuali se ne trova una più profonda: si tratta della mutazione del concetto di diritti, da individuali a collettivi; questo significa la sostituzione de ‘I Diritti dell’Uomo’ con i Diritti della Folla”‘. “In ‘Atlas Shrugged’ – scrivono Donna Greiner e Theodore B. Kinni in “Ayn Rand and Business” – Rand descrive la razionalità come una forza inesorabile e lo strumento più potente nell’arsenale di chi combatte”. (…) Pensare razionalmente significa agire razionalmente. Per Rand, non v’è alcuna separazione tra la mente e il corpo e, di conseguenza, non v’è alcuna separazione tra conoscere la giusta cosa e farla”. Ma ciò è possibile esclusivamente in una società libera, con un’economia libera, quella capitalistica. Perciò, scrive Rand in “The Virtue of Selfishness”, “i soli sostenitori dei diritti umani sono coloro i quali sostengono il capitalismo del laissez-faire”, mentre i diritti collettivizzati, sostenuti dai liberals, producono discriminazioni fra i vari gruppi sociali, che si contendono i favori dello stato, e, alla fine, la negazione stessa dei diritti individuali: “Quando lo stato è privo di limiti e non è tenuto a freno dai diritti individuali, un governo è il più mortale nemico degli uomini. Il Bill of Rights non è stato scritto come protezione dalle azioni private, ma dalle azioni statali”. La protezione dei diritti individuali rappresenta la base di una società libera. Sulla base di tutte queste considerazioni, l’egoismo. di cui parla Rand. è un concetto ben diverso da quello in uso, ma consiste nella capacità razionale dell’individuo di perseguire la propria auto-realizzazione, senza per questo intaccare il diritto altrui a conseguire lo stesso scopo. Questa filosofia è da Ayn Rand definita “Oggettivismo”. Ma tutto questo può avvenire esclusivamente in un’economia capitalistica. “Se (…) si vogliono difendere i diritti individuali-scrive ancora Rand – occorre comprendere come il capitalismo sia l’unico sistema che possa sostenerli e proteggerli”. Un sistema sociale fondato sulla limitazione del potere dello Stato e sulla protezione dell’individuo contro la prepotenza della collettività è un sistema morale. Da questo punto di vista. “gli Stati Uniti furono la prima società morale della storia. (…) Gli Stati Uniti consideravano l’uomo come un fine in sé e la società come un mezzo che permettesse la coesistenza pacifica, ordinata e volontaria degli individui”. Tuttavia. Rand osserva con amarezza come una buona parte di tutto ciò si sia perso nel corso della storia americana. Infatti, afferma che il capitalismo puro non è mai esistito, neppure negli Stati Uniti: “Il capitalismo non è il sistema del passato: è il sistema del futuro, se il genere umano vorrà avere un futuro”. Per questo motivo, nel 1966. Ayn Rand pubblica “Capitalism: The Unknown Ideal”, una raccolta di suoi saggi pubblicati in varie sedi. Qui Rand condensa le sue riflessioni sul concetto di capitalismo come fondamento di una società libera: “Il capitalismo è un sistema sociale basato sul riconoscimento dei diritti individuali, inclusi i diritti di proprietà. per i quali tutta la proprietà è posseduta in forma privata”. Sulla base di quest’assunto Rand dedica un significativo saggio alla rivolta studentesca nelle Università americane cui si stava assistendo in quegli anni. Secondo Rand. il Free Speech Movement ricorda da vicino i fronti comunisti degli anni ’30 per il suo tentativo di manipolazione della massa studentesca, con la differenza che i comunisti avevano agito in modo coordinato e disciplinato, secondo il metodo del partito, mentre i “ribelli” sono una setta eterogenea e insensata. Al di là di questo, essi dichiarano di combattere il “sistema”, essendone, però, “i docili pupilli”, come scrive Rand, in quanto reclamano esattamente ciò che i liberals degli anni ’30 avevano proposto e che oggi rappresenta le posizioni dell’establishment al potere. Così, scrive Ayn Rand. “una ribellione che brandisce strumenti convenzionali e banali non è molto convincente né molto originale”. Come esito di questo distorto processo, l’obiettivo dello studente universitario oggi è “tenere a mente una serie di parole sconclusionate e cacofoniche sufficienti per superare il prossimo esame”. Rand approfondisce questi concetti in “The New Left: The Anti-Industrial Revolution” (1971), ravvisando nella Nuova Sinistra americana, erede della “ribellione” studentesca, un movimento contrario alla modernità capitalistica. collettivista, negatore dell’individualismo che è alla base della civiltà occidentale e soprattutto della cultura americana: fonte inesauribile. quest’ultima. dell’ispirazione artistica e del pensiero filosofico di Ayn Rand.

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