In Anti & Politica, Economia

Jan Dworak TVP KulturaDI EMANUELE BELUFFI

Quando salite in macchina, vi sentite in ansia perché l’ha costruita un’azienda privata? Quando andate al cinema inorridite al pensiero che il film della Walt Disney che state vedendo è stato pagato da un produttore privato e proiettato in un multisala privato?

E ancora: “Trovate preoccupante che Dante, Omero, Shakespeare, Leopardi, D’Annunzio, Calvino, non siano tutelati da un ente pubblico ma siano diffusi, pubblicati, ripubblicati da industrie editoriali private come Mondadori, Garzanti, Rizzoli?

È il gemello diverso, diversissimo, di Tommaso Montanari, nel senso che anche lui è storico dell’arte e non è uno che le manda a dire, ma a differenza della superstar del ceto medio riflessivo, Luca Nannipieri afferma che la sola via per salvare il patrimonio artistico nazionale è la vendita del Colosseo.

Venderlo, non al babau George Soros della congrega demoplutomassonica, ma a quei privati che sono i cittadini, “[…] noi che, per vivere, per guadagnare, per crescere i figli, per migliorare i luoghi in cui viviamo, ci riuniamo in associazioni, cooperative, aziende, srl, spa, fondazioni, consorzi. [Perché] i privati siamo noi“.

L’idea di fondo è che, per tutelare e mettere a profitto la cultura in Italia non serva un organismo superiore che detti regole e condizioni (leggi: lo Stato), ma le persone in carne e ossa con i loro desideri e le loro passioni, che attraverso libere aggregazioni (associazioni, comitati, aziende, cooperative, fondazioni, spa) determinano la conservazione, la riqualificazione e la vita stessa di quanto viene gestito privatamente, a vantaggio non solo del patrimonio culturale ma delle comunità stesse così operanti.

Perché quelli che Robert Nozick chiamava “atti capitalistici fra adulti consenzienti” devono avvenire in tutte le attività, anche quelle connesse al patrimonio artistico. Solo così bellezze e beni culturali sono conservati e gestiti al meglio: autonomamente dallo Stato afficnhé “[…] la molteplicità e la diversità degli uomini […] possano condividere il luoghi d’arte  e le bellezze senza avere ripetutamente un Padre etico che detta loro limiti, costrizioni e indirizzi“.

E come ci si arriva? Per passi, precisamente sette, sette piccoli passi per un uomo e un grande balzo per l’umanità, per chiosare Neil Armostrong: primo, superare l’ideologia dello Stato nell’arte, obiettivo raggiungibile a partire dall’istruzione. E poi: abolire le sovrintendenze (le stesse che ficcano il naso nella tua masseria quando decidi di spostare il tuo quadro dell’Ottocento), massimizzare il ruolo delle comunità territoriali (perché loro sanno bene cosa sia un patrimonio da tutelare e mettere a profitto e cosa no). E infine: limiti ai finanziamenti garantiti per qualunque cosa che sia cultura (il che è un paradosso, in un Paese che da sempre destina il meno del minimo a tale settore), perché, per dirla con Nannipieri, “profitto significa desiderio“.

Sembra il libro dei sogni, in realtà è un piccolo pamphlet che si intitola Vendiamo il Colosseo. Perché privatizzare il patrimonio artistico è il solo modo di salvarlo, potrebbe essere la base “ideologica” di quanto detto qui sulla cultura e sarebbe bello agitarlo come il libretto rosso di Mao di un movimento radicale liberale popolare.

TRATTO DA ENERGIA PER L’ITALIA

Articoli recenti
Mostrati 7 commenti
  • Spago
    Rispondi

    Se c’è un nome che quando si parla di stato e cultura dovrebbe far venire le convulsioni a un libertario è quello di Tommaso Montanari. Purtroppo in Italia passa per un grande intellettuale impegnato, le cui idee sono ingiustamente inascoltate, probabilmente per colpa del neoliberismo o giù di lì..

  • Giorgio
    Rispondi

    probabilmente il primo serio articolo di anarchia che leggo in questo sito. un’idea questa che appartiene alla tradizione più nobile dell’anarchia, quella che da bakunin e malatesta passa per i vari chomsky e guerin. non la privatizzazione selvaggia e individuale, la quale in ultima analisi avvantaggerebbe il singolo imprenditore, ma una collettivizzazione dei beni che si trovano in una comunità di persone. non uno stato centrale, ma appunto tante piccole autonomie territoriali che autogestiscono i beni di cui sono in possesso, dialogando in termini pacifici con quelle vicine. lo scopo è ovviamente non l’aumento del benessere individuale, ma di quello collettivo, perché è tramite l’innalzamento di questo indice che si raggiunge la felicità e si eliminano i motivi di attrito sociale. una forma di anarchia che più si avvicina al modello utopistico dell‘800 e si allontana da quelle derive anarco-schizoidi, che prendono sul serio i deliri di cialtroni quali rand, rothbard, hoppe e compagnia bella. per chi è credente poi, questa concezione dell’economia e della società trova un corrispettivo nel principio di sussidiarietà sviluppato dalla chiesa cattolica, che fondamentalmente propugna un anarchismo generoso, per così dire, contrario a quello egoista pubblicizzato dai nomi sopra.

    • Spago
      Rispondi

      Ma di che cosa stai parlando?

      Il libro di intitola “Vendiamo il Colosseo. Perché privatizzare il patrimonio artistico è il solo modo di salvarlo”.

      E nell’articolo si legge “Perché quelli che Robert Nozick chiamava “atti capitalistici fra adulti consenzienti” devono avvenire in tutte le attività, anche quelle connesse al patrimonio artistico.”

      Il libro parla di vendere e privatizzare il patrimonio artistico, esattamente come ha sempre suggerito Rothbard. Privatizzarlo non vuol dire per forza venderlo a un magnate americano o giapponese, può benissimo voler dire darlo alla comunità dove si trova, come ha sempre suggerito anche Rothbard, sia sul patrimonio artistico che su quello naturale. L’essenziale è che non sia più statale, gestito dalla politica, attraverso le tasse, e per il resto ci penserà il mercato.

    • leonardofaccoeditore
      Rispondi

      Legge poco, perché di privatizzare la cultura ne parliamo dal giorno in cui questo sito è nato

  • Albert Nextein
    Rispondi

    Pompei ai tedeschi.
    Ercolano agli inglesi.
    Gli Uffizi agli americani.
    E così via.
    Lo stato ladro potrebbe far cassa.
    Ma temo che il destino dei soldi incamerati sia il solito.
    Fottuti.

  • spago
    Rispondi

    Ma in effetti se lo stato vende un bene di “sua proprietà” e si incamera i soldi, non si è ritirato, ha convertito un bene immobile in denaro, ma non si è impoverito, e userà quei soldi per fare qualcosa.. si tratta di un riposizinamento, di un riorientamento, dello stato, non di una sua diminuzione. I beni dello stato andrebbero si privatizzati, ma non pagati allo Stato. Lo Stato deve restituirli, non venderli. Se non si può avere la restituzione ai legittimi proprietari, che in molti casi può essere ben complicata, come second best è comunque meglio che ciò che è statale smetta di esserlo e passi in mani private.. almeno così torna sul mercato e smette di essere pagato dalle tasse.. ma se l’esito della privatizzazione deve essere meno stato, lo stato deve perderci. Se non ci perde l’esito non è meno stato.

  • Alessandro Colla
    Rispondi

    Non solo c’è chi legge poco perché, come giustamente ricorda Leonardo Facco, il sito ha sempre propugnato la privatizzazione della cultura. C’è anche chi legge male perché ritiene più nobili autori contraddittorii come Bakunin e Malatesta (che non spiegano chi dovrebbe abolire la proprietà privata in assenza di uno stato impositore), piuttosto che autori più coerenti con l’assenza di coercizione. Chomsky anarchico è come dire Tommaso d’Aquino ateo. L’articolo non parla di collettivizzazione dei beni ma di una loro privatizzazione. Dove è impossibile risalire a un proprietario certo, il luogo o il monuimento sono multipropietà dei residenti. Proprietà collettiva è cosa diversa dalla collettivizzazione forzata. Se ho diritto a un’azione del Colosseo devo aver diritto a trasmetterla in eredità o a venderla; e in quest’ultimo caso, un’altra persona deve aver diritto a comprarla. E’ ben diverso dalla proprietà di nessuno. Quando si definiscono cialtroni Rand, Rothbard e Hoppe (senza ovviamente spiegarne il motivo), è evidente che si possiede uno spirito critico inferiore allo zero assoluto. Superiore solo alle proprie conoscenze. Uno “spirito” (si fa per dire) che non sa distinguere tra generosità e altruismo forzato. Quando sono generoso, lo sono per soddisfare un mio egoismo psicologico: Questo è ciò che affermano gli autori considerati cialtroni dagli analfabeti di tutto il mondo (“unitevi!”). La chiesa propugna l’anarchismo? L’istituzione più gerarchica che esista al mondo? Pazienza non conoscere o non capire il saggio sull’umorismo di Pirandello. O “La nascita del comico nell’arte degli antichi greci” di Armando Plebe (scritto quando era ancora marxista!). Ma almeno non confondere il comico con il ridicolo sarebbe cosa saggia. Ma a chi andiamo a chiedere saggezza?

Lascia un commento

Inizia a digitare e premi Enter per effettuare una ricerca