In Anti & Politica, Economia

Ayn_RandDI FRANCESCA FERRARA

Qualcuno mi accusa di insensibilità verso i ‘meno fortunati’. Mi piacerebbe analizzare questa locuzione oggi in voga per indicare ‘i poveri’. A mio avviso tale espressione è densa di retropensieri.

Il primo che mi viene in mente è il concetto di Fortuna. Senza scomodare gli antichi greci e Machiavelli, ne assumerò il significato più prosaico di ‘sorte, alea’.
Parlare di ‘meno fortunati’ presuppone, sui due fronti:

a) che il benessere economico sia frutto, in tutto o in larga parte di fattori non correlabili all’abilità individuale.
b) che il malessere economico sia, al pari, dovuto a circostanze avverse non prevedibili e non misurabili.

Da dove arriva questa concezione ‘fatalista’? Non è certo propria di una società in cui le regole del gioco sono chiare e dove la responsabilità delle persone è premiata, bensì da un contesto in cui meriti e demeriti vengono resi ‘nebulosi’ da un sistema che tende ad appiattire e non valorizzare gli individui da un lato, e dall’altro spinge artificiosamente in alto chi, grazie all’appartenenza ad una rete clientelare, riesce ad emergere senza averne in realtà alcuna titolarità. Tuttavia – ed è quanto a mio avviso la vulgata pro ‘sfortuna’ tende ad occultare – sono molti gli individui che sono dove sono grazie a caparbietà, acutezza mentale, cultura, fiuto del mercato. E nei confronti di questi individui sta passando, oramai troppo spesso, un sinistro e subliminale messaggio: la tua abilità (quindi il tuo benessere) è una colpa da espiare, un qualcosa da occultare o se va bene da indossare con mestizia.

Laddove viceversa l’ indigenza è vista con pelosa indulgenza, quasi come se ci fosse un legame di doppia implicazione tra questa e una fantomatica Sorte avversa, entità magica fautrice di ogni disgrazia.

Quanta della povertà è frutto di scelte errate, di deresponsabilizzazione estrema e preferenza per posizioni parassitarie? Gli ‘sfortunati’ veri ci sono, e a loro va tutta la mia solidarietà. Ma se vogliamo davvero comprendere la realtà è magari aiutare il prossimo, non utilizziamo la sfortuna come alibi per gli inetti e gli inoperosi. E soprattutto, smettiamo di vergognarci per il nostro (relativo) benessere.

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  • Spago
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    Posto che il discorso è vero, e si tende proprio a colpevolizzare i migliori, i bravi, chi ha successo, chi si distingue in positivo. Posto che persino vendere merendine a scuola ti solleva contro la maggior parte delle persone compresi quelli che compravano le merendine, al posto di destare ammirazione. Spesso è però anche vero che è molto difficile dire quanto uno è dove è per meriti o demeriti. Ed è troppo facile dare ai poveri la colpa della loro povertà e affibiargli un giudizio morale. Alla fine io sto con mio nonno, che era un più che benestante industriale milanese, borghese e cattolico, che girava con una punto, e non ostentava mai alcuna ricchezza. I suoi massimi lussi erano i tovaglioli enormi e con le iniziali sopra, andare al ristorante ogni domenica con mia nonna, fare un viaggio ogni volta che riusciva a convincere mia nonna, cioè raramente. Lui ha dato milioni e milioni in beneficienza sempre restando anonimo, sempre senza mai vantarsi o anche solo dirlo a nessuno, se non ai parenti stretti. Sempre col senso di non voler giudicare le vite e le persone sulla base della loro situazione economica, ma semplicemente con l’idea che chi ha di più è giusto che aiuti chi ha di meno, e restituisca alla comunità. E non era di sinistra, non declinava questo discorso come lo declinerebbe uno statalista, era un fatto privato, erano i valori con cui era cresciuto, che condivideva e con cui ha vissuto. Io non ho i suoi soldi, ma se li avessi, vorrei essere capace di comportarmi così. Spesso anche solo fare l’elemosina vuol dire dare dei soldi a qualcuno che magari se li beve o se li fuma, ma io che ne so della vita di queste persone? Che ne so del perché sono così? Posso giudicarle in un’occhiata solo perché sono mal vestite? Perché parlano male? Perché sono dei disperati? Io trovo giusto aiutare nei limiti del possibile chi è nel bisogno senza rompergli tanto i coglioni. L’altro giorno in duomo un poveraccio sbrindellato in carrozzella che chiedeva la carità mi ha chiesto una mano per attraversare la piazza superando una serie di ostacoli. Ne è venuta fuori una storia, vera o falsa, sulla Romania, la rivoluzione, le proprietà sequestrate dai comunisti e le esecuzioni, un racconto su come in Romania il giorno del diploma da ingegnere gli avessero detto che per averlo doveva iscriversi al partito, e di come lui avesse risposto “se le cose stanno così potete pulirvici il culo col mio diploma”, un racconto di come arrivata la democrazia tutti cercassero di farsi un partito e ve ne fossero più di mille a un certo punto. Chi lo sa? Magari ha inventato tutto e la prossima volta mi racconta una storia diversa..

  • Faber
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    Bello l’articolo e anche il commento di Spago. Purtroppo io non sono così ottimista. Anche se vado un pò fuori tema, non ho mai capito tutta questa positività e romanticismo affibbiato ai poveri, come se tutti i poveri fossero angeli ‘sfortunati’. L’aura che hanno acquistato col discorso della montagna è falsa. Per mia esperienza personale i poveri si scannano fra loro, i più ‘ricchi’ fra loro ‘sfruttano’ i più ‘poveri’. Tra i poveri vi sono moltissimi squali. Quando lavoravo in fabbrica (una grossa industria) scoprii che il mio peggior aguzzino non era l’imprenditore, ma il ‘compagno’ che mi lavorava a fianco, che scaricava il suo compito su di me, che si imboscava ecc. In breve io credo che la povertà renda le persone cattive. Sbaglierò…

    • Dino
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      Mi hai fatto tornare in mente il caso di mio padre, imprenditore nel commercio: assunse una giovane nata e cresciuta in Germania, sapeva parlare perfettamente due lingue, oltre all’Italiano s’intende, Inglese e Tedesco; questa ragazza è stata vittima sfrenata di mobbing da parte della cassiera più anziana, causa invidie di quest’ultima nei confronti del modo di fare brillante della prima con i clienti, stranieri soprattutto. Non contenta l’anziana, chiese un controllo dell’ispettorato del lavoro presso l’azienda, reclamando assurdità e straordinari non pagati; stanco della situazione mio padre la licenzia e morale della favola: condannato in sede civile al risarcimento per vertenza di lavoro, reintegro e mancate mensilità maturate in 3 anni, in quanto la legge prevede che nelle aziende con meno di 15 dipendenti si debba partire a licenziare il più giovane e condanna in sede penale per aver “cappeggiato un’associazione a delinquere finalizzata all’estorsione”……..

  • Alessandro Colla
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    I nordcoreani non sono poveri perché incapaci o pigri ma perché da loro essere ricchi è vietato.

  • vetrioloblog
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    Chissà nel socialismo… che lavori!

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