In Anti & Politica

DI MAURO GARGAGLIONE

La secessione con la conseguente nascita di un altro Stato ha un solo aspetto positivo, la frammentazione dello Stato più grande di partenza.

Un libertario che ha capito qualcosa del libertarismo non può essere a favore dello Stato, mai, ma dovrebbe ragionevolmente convenire che, più uno Stato è grande e centralizzato, meno liberi sono i suoi abitanti.

Se non condivide questo concetto, può definirsi come crede ma ciò non rappresenta alcuna contraddizione col pensiero libertario. E’ un problema suo e della sua coerenza personale.

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Tipicamente viene opposta l’obiezione che Stati piccoli sono cibo per Stati grandi ma è un’obiezione fasulla. Stati piccoli possono formare alleanze e unioni protettive senza incidere sul grado di libertà dei loro abitanti.

L’altra obiezione, su cui ho molto riflettuto dopo l’intervento del fondatore di Liberland a Lugano l’anno scorso, che ricordo ha sostenuto che non dovremmo sostenere la nascita di nuovi Stati illiberali, è che, ad esempio, gli indipendentisti catalani sarebbero fondamentalmente socialisti. Ebbene, per un libertario dovrebbe essere irrilevante.

Nasca la Repubblica di Catalunya e poi fra 10/50/100 anni nasca un movimento indipendentista al suo interno. E allora come oggi, avrà il sostegno di coloro che hanno capito che cosa è veramente il libertarismo.

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Mostrati 6 commenti
  • Albert Nextein
    Rispondi

    Concordo.
    Il decentramento spinto amministrativo è molto utile al cittadino.
    Almeno controlla più facilmente l’operato dei delegati.

  • Leoluca
    Rispondi

    Non si vede perché lo Stato piccolo è equivalente a Stato libertario. Il Piemonte di Vittorio Emanuele II era libertario? E perché annesse gli altri piccoli Stati con la coercizione? La libertà di opinione e di religione è davvero un principio universale libertario. Le comunità libertarie dovrebbero nascere spontaneamente e non con un referendum in cui una maggioranza impone la propria oponione all,altra metà meno uno
    Almeno ogni individuo dovrebbe avere la possibilità di secedere e vivere nella comunità che più gli piace.

  • eridanio
    Rispondi

    Viva le opinioni!
    Un libertario può accettare, senza vedersi misurare la coerenza, quel chegli pare.
    Il limite che impone a se stesso è quello di non aggredire altri o le loro pertinenze materiali o immateriali. La speranza non troppo velata è quella di ricevere in cambio, per reciprocità, la stessa cura sulla base di un genuino impulso volontario. Quindi un libertario offre per ricevere. Lo scambio è l’unico driver che un uomo libero dentro può agire con ogni realtà individuale e/o collettiva. Solo quando si comprende la unicità e la potenza della offerta di interazione si potrà facilmente dedurre la convenienza della spontaneità d’azione.
    Un libertario non è favorevole a uno stato, ma piuttosto rimane perplesso davanti all’inutile complicazione che lo costringe ad agire con maggiorata cautela.(semplificando molto) Lo stato esiste nella mente di chi preferisce una irresponsabilità più o meno diffusa, ciò secondo il perimetro di ingerenza delegato o imposto dal soggetto statale desiderato.
    Il libertario non incontra lo stato per strada, ma piuttosto incontra soggetti che a vario titolo subiscono o si fan carico di agire ciò che è riconosciuta ed in grande parte accettata come una azione dello stato.
    Non è questione di coerenza nel giustificare una particolare entità coercitiva. È questione di decidere se mischiarsi o meno con altri soggetti che si farebbero ammazzare piuttosto che vivere senza un padrone.
    Questo mescolarsi avviene tutti i giorni per mille ragioni tutte rispettabili. Il problema è che a volte non è possibile sottrarsi liberamente da questo mescolamento.
    Una comunità molto numerosa, diversa e dispersa su un grande territorio è centralisticamente difficile da controllare con l’intensità puntuale desiderabile da ogni satrapo. Ciò avviene nonostante le maggiori risorse disponibili in termini assoluti. Per converso i soggetti di una piccola indistinta comunità di “quattro cantoni” può ricevere attenzioni singolari e molto penetranti rispetto a realtà ove i comportamenti individuali sono poco perseguibili per ragioni pratiche di scala dimensionale.
    Quindi piccolo è meglio solo al netto della maggior efficienza di una piccola comunità.
    Nasca quindi quel che nasca, il libertario è interessato a quel che può migliorare della propria convivenza con tutti. Necessariamente.
    Visca la llibertat

    • Mauro Gargaglione
      Rispondi

      Non sono molto d’accordo. E spiego il perchè.

      In una comunità poco numerosa la distanza tra governato e governante è molto minore, e questo porrebbe un governo prepotente in maggiore difficoltà a difendersi dal popolo obbligato a lavorare per mantenerlo, a meno di non volersi affidare a protettori reclutati all’esterno. Ma poi, chi produrrebbe abbastanza ricchezza per pagarli? Infatti i governi basati su forze mercenarie non sono mai durati a lungo nella Storia. Si può poi agevolmente dimostrare che economicamente lo schiavismo costa più di quanto rende.

      Una comunità numericamente ridotta sarebbe poi obbligata a specializzarsi in qualche settore i cui frutti sono desiderati da altre comunità specializzate in qualcos’altro e dovrebbe scambiarli economicamente perchè non si può eccellere in tutto. Quindi Stati poco numerosi sono obbligati a commerciare e non avrebbero abbastanza risorse materiali e umane per innescare piani aggressivi di conquista.

      La riprova di quanto vado sostenendo è che ai primi posti delle classifiche di libertà economica e prosperità (Heritage Foundation) ci sono Stati, magari molto estesi territorialmente come Australia e Canada, ma con numero ridotto di cittadini.

      Siccome non è pensabile diminuire la densità media di abitanti in molte aree del mondo che sono oggettivamente sovrappopolate, a meno di non voler sterminare qualche miliardo di persone, a maggior ragione avremmo bisogno di migliaia di comunità che abbiano quindi meno abitanti ciascuna.

      Ad esempio, ai primi posti delle nazioni più prospere e ricche abbiamo anche Stati piccolissimi e sovrappopolati come Singapore e Hong Kong (che fa parte della Cina ma si autogoverna) i quali sono al primo al secondo posto.

      Grazie per il suo interessante intervento.

  • eridanio
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    Grazie a lei.
    Il mio atteggiamento verso le opinioni formate sulla (stati)stica econometrica è piuttosto critico. Sarà sicuramente un mio limite.

    L’analisi per aggregati o per grandezze mediate va forse bene per vedere quel che accaduto nel passato (anche recentissimo), ma la mia opinione è che tale approccio induca false certezze o convincimenti più o meno verosimili che nulla hanno a che vedere con le dinamiche effettive future.

    Mettere in un cluster variabili umane tanto uniche e diverse eleggendole a costanti come se esistesse un cardine od un canone definibile per misurare le distanze relative tra comunità umane sa molto di ingegneria, perfettamente applicabile al mondo dei batteri o ad oggetti od eventi in natura misurabili attraverso una probabilità di classe.
    Ciò risulta poco utile rispetto alla probabilità invece di caso ricorrente nelle vicende umane. Penso che l’uomo e le comunità che si formano e si sciolgono nel tempo siano descrivibili solo da una formula fatta di sole variabili. Praticamente inutile.

    Quando dico che piccolo è bello, al netto della maggior efficienza predatoria delle piccole entità, lo dico per un preciso interesse collegato alla possibilità aggiuntiva di poter votare coi piedi individualmente e secondo le proprie reali possibilità meno traumaticamente. Per salvarsi dagli editti di manzoniana memoria bastava guadare l’Adda.

    Alcune realtà come Australia e Canada hanno fondato la loro ricchezza proprio su scambi poco verificabili e controllabili. E’ cosa piuttosto recente l’ossessione per il controllo puntuale del territorio e degli spostamenti delle persone e delle cose.
    Il mercato nero nella vecchia URSS ha sottratto più gente dalla morte per inedia proprio per la difficoltà di perseguire ogni atto e la liberalizzazione della cannabis in alcuni stati nord americani come nel piccolo Uruguay è una resa parziale e manifesta alla inapplicabilità di disposizioni legislative per le quali è impossibile sanzionare sistematicamente ogni non osservanza. la Cina ha dovuto cambiare sostanzialmente approccio verso il libero scambio.

    Se fosse replicabile con successo l’organizzazione dei primi della lista qualsiasi babbeo di politico sarebbe in grado di trasformare un paese da sottosviluppato e illiberale in evoluto e di gente libera. Evidentemente all’Heritage Fundation preferiscono continuare confrontare cose impossibili perché i ricercatori non hanno altro modo per mantenere la famiglia.
    Sempre viva questo luogo di scambio di opinioni.

  • Alessandro Colla
    Rispondi

    Nessuno ha mai detto che piccolo equivalga a libertario. In Lussemburgo c’èpiù libertà di quanta ce ne sia in Italia ma non è facile definire libertario il Vaticano. E’ sbagliato credere che i piccoli siano cibo per i grandi; se non altro perché i “grandi” vogliono mangiare in grande. E poi il piccolo stato sabaudo è diventato “grande” regno italico mangiandosi il più grande regno delle due Sicilie nonché il più grande stato pontificio. In una realtà piccola è più facile il controllo statale sul cittadino? Forse in Vaticano, dove abbiamo una realtà verticale non nata certo per volontà dei sudditi. Difficile pensare la stessa cosa del Principato di Monaco o della Repubblica di San Marino. Lì è più facile che sia il governato ad avere maggiori strumenti per controllare il governante, strumenti che nei grandi stati sono assenti. E comunque, se il governante osserva troppo perché mi conosce direttamente, posso sempre territorialmente sconfinare più facilmente. Credo che il libertario dovrebbe porsi il problema della secessione come metodo, non come obiettivo. L’obiettivo finale deve rimanere la libertà compiuta. La si può chiamare panarchia o pananarchia o in mille altri modi, purché non cambi la sostanza.

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