In Economia

DI MATTEO CORSINI

In un Paese in cui, prima che al Parlamento entrassero i “cittadini” del M5S, Camera e Senato erano pieni di persone in maggioranza iscritte a qualche ordine professionale, l’abolizione delle tariffe non è mai piaciuta fino in fondo.

Quindi ecco rientrare le tariffe minime dalla finestra, con il nome di equo compenso. E con tanto di dotte prese di posizione in sua difesa. Come quella di Franco Gallo sul Sole 24Ore.

È evidente che quest’ultima legge ripara ad una disattenzione delle vecchie maggioranze parlamentari verso il comparto del lavoro professionale, che è andata di pari passo con vaste politiche di tutela del lavoro subordinato e con una altrettanto vasta azione di sostegno ed incentivazione del mondo delle imprese. Il legislatore si è ora reso finalmente conto che a nulla rileva che il potere economico che si contrappone al lavoratore sia quello datoriale o quello di un committente, cioè il potere di un soggetto che conferisce un incarico nell’ambito di un contratto d’opera professionale. Ciò che conta è che esiste una situazione di squilibrio tra le due parti del rapporto di lavoro, che giustifica un intervento statale diretto ad evitare fenomeni di sfruttamento e veri e propri abusi in danno del lavoratore, sia esso lavoratore subordinato sia esso «lavoratore autonomo non imprenditoriale». In altri termini, ci si è accorti, seppure in ritardo, che è lavoratore non solo l’operaio o il contadino, ma anche il professionista e che questi non può sempre identificarsi con l’imprenditore.”

In altre parole, un professionista è un lavoratore autonomo non imprenditore, quindi deve essere tutelato dallo Stato. Mentre un panettiere, che nella maggior parte dei casi ha un’attività a conduzione familiare, deve badare a se stesso.

Personalmente credo che ognuno debba badare a se stesso ed essere lasciato in pace dallo Stato, ma andiamo pure oltre.

Per essere “equo”, il compenso deve essere “proporzionato alla quantità e alla qualità del lavoro svolto e al contenuto e alla caratteristica della prestazione”.

Ora, finché si tratta di quantità è semplice mettersi d’accordo. Ma la qualità è definibile in modo soggettivo, per cui ciò che io ritengo di elevata qualità potrebbe non esserlo per altri. Che sia lo Stato a determinare la qualità e ad essa associare un compenso minimo è allucinante. Il panettiere di cui sopra ogni giorno è soggetto a una valutazione di qualità da parte dei suoi clienti.

Ma Gallo va avanti:

Si prende definitivamente atto che esiste una norma costituzionale, quella appunto dell’art. 36, che offre una via – più diretta di quella dell’abuso di dipendenza economica – per garantire al professionista il diritto all’equo compenso. Se, infatti, nella Costituzione il lavoro è protetto in tutte le sue forme ed applicazioni dagli artt. 35 e 36 e se, sempre nella Costituzione, il lavoratore è il termine con cui ci si riferisce a tutti coloro che lavorano e non ad una sola classe sociale, è evidente che anche il professionista ha pieno diritto a un compenso che sia correlato alla qualità e alla quantità del lavoro svolto”.

Anche il panettiere di cui sopra lavora, ma è sempre la sua clientela a stabilire se lo fa con adeguata quantità e, soprattutto, qualità.

L’introduzione del principio dell’equo compenso ha trovato anche una sua ragion d’essere nella gravità della crisi economica e finanziaria iniziata nel 2008, che ha colpito le diverse forme di lavoro non subordinato ed ha posto spesso i professionisti italiani alla mercé di soggetti economicamente forti in grado di imporre clausole vessatorie. Questa crisi ha prodotto, infatti, nel nostro Paese un netto impoverimento dei professionisti, misurabile attraverso i dati raccolti per finalità istituzionali dalle Casse di assistenza e previdenza cui è obbligatoriamente iscritto chi esercita. Nell’area delle professioni giuridiche, in soli sei anni (dal 2009 al 2015) la flessione dei redditi è stata del 23,82%. Per ingegneri e architetti, la flessione è stata del 20,05%”.

Probabilmente Gallo non se n’è accorto, ma nello stesso periodo centinaia di migliaia di imprese hanno chiuso i battenti. E, soprattutto quelle piccole, non hanno avuto nessuna tutela.

Non è mancato chi ha criticato la previsione di un diritto dell’equo compenso richiamando la disciplina della concorrenza ed adombrando il rischio che, attraverso l’esplicita attribuzione di un tale diritto, si ripristinino surrettiziamente gli aboliti sistemi tariffari”.

Ma va…

La nuova normativa, invece, limita l’applicazione del regime dell’equo compenso alle imprese bancarie ed assicurative e alla Pubblica amministrazione, e cioè ai soggetti che hanno una particolare rilevanza economica e una notevole forza contrattuale, escludendo le piccole e medie imprese individuate dalla raccomandazione 2003/361 della Commissione europea”.

Beh, così sì che si salva la forma assieme alla sostanza. Almeno per Gallo:

Non mi sembra che la norma, così interpretata, comporti alcuna deroga alle regole della concorrenza e al processo di liberalizzazione e, comunque, sia in grado di far rivivere il generale regime dei minimi tariffari”.

Al di là delle più o meno palesi arrampicate sugli specchi da parte di Gallo, c’è un problema economico ineludibile ogni volta che per legge si introduce un livello minimo a qualsivoglia prezzo: una parte dell’offerta è tagliata fuori dal mercato. E purtroppo si tratta sempre di quella parte che i provvedimenti legislativi vorrebbero tutelare.

Forse solo a parole.

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Mostrati 7 commenti
  • Albert Nextein
    Rispondi

    L’equo compenso è un abuso, come ai suoi tempi lo fu l’equo canone.
    Lo scambio tra le persone deve essere libero.
    In entrambi i casi non lo è.

    • winston diaz
      Rispondi

      I laureati/professionisti sono ormai oltre che classe dirigente, anche maggioranza elettorale nei paesi occidentali: cosa ci si poteva aspettare di diverso? Nei paesi moderni l’85 per cento della popolazione (professionisti “a tariffa” e speculatori in bitcoin compresi) consuma quello che il restante 15 produce (in agricoltura lavora solo l’1 per cento ormai e da’ da mangiare a tutti, nell’industria manifatturiera il 5, aggiungi pure un altro 10 in servizi utili e siamo al 16 complessivo, il resto e’ fuffa accatastata nelle citta’ sempre piu’ affollate, e’ solo pretesto per ricevere un credito al consumo col quale consumare per tenere in piedi l’ambaradan). En passant, questo e’ il banale e ineluttabile motivo per cui la tassazione media e’ circa all’80 per cento e oltre: perche’ e’ ormai solo il 15 per cento che produce cose utili e richieste, il resto vive di redistribuzione. Ed e’ anche il motivo per cui si e’ esaurita la spinta politica dei produttori che ha avuto i suoi inutili fasti negli anni ’90: i produttori non esistono quasi piu’ come peso elettorale.
      Il buffo della situazione e’ che piu’ aumenta la tassazione, piu’ deve per forza aumentare l’efficienza produttiva di quel 15 per cento che cosi’ si restringe sempre di piu’ costretto ad aumentare sempre di piu’ l’efficienza, in un loop di risonanza autodistruttiva che portera’ prima o poi tutto al collasso, improvviso. Questo e’ il motivo (banale) per cui qualsiasi forma di governo non cambia nulla: il problema e’ nel troppo successo della tecnologia produttiva, il nostro maggiore disastro deriva dal nostro massimo successo. (copyleft firmatowdiaz, in attesa che qualcun altro con piu’ visibilita’ mediatica se ne accorga)

  • Alberto
    Rispondi

    “il problema e’ nel troppo successo della tecnologia produttiva, il nostro maggiore disastro deriva dal nostro massimo successo”

    Winston diaz… non mi diventare luddista per favore.

    Il problema è sempre e solo lo stato che si alimenta di ceti produttivi con sempre maggior voracità.
    Come tu dici, lo stato “obbliga” i produttivi a produrre con sempre maggior efficienza per sopravvivere. Ma questa maggior efficienza, che in un mercato libero sarebbe solamente benefica x la società, in un sistema economico bloccato da innumerevoli vincoli burocratico-amministrativo-fiscali, produce solo espulsione di soggetti dal comparto produttivo. I quali dunque passano direttamente al settore di assistenza e parassitismo, non essendoci alternative.
    In un mercato libero (vero) questo non potrebbe succedere o succederebbe con effetti molto minori e perchè il successo degli innovatori dovuto a maggior efficienza, non “espellerebbe” risorse, ma semplicemente le renderebbe nuovamente libere di intraprendere e cercare nuove opportunità che la libertà di impresa produrrebbe.
    Per avere un’idea di come funziona il (vero) libero mercato, oggi abbiamo un osservatorio unico e straordinario.
    Bitcoin, la blockchain e le cryptocurrency.
    Questa “economia parallela” si è generata da un’idea di libertà.
    Quasi per gioco o sfida Satoshi Nakamoto ha sviluppato un software con alcune precise caratteristiche che rende libera, resiliente e incensurabile l’azione del singolo utente.
    La prima azione che lo stesso Satoshi ha fatto usando la blockchain appena creata fu di dare vita ad una moneta che avesse quelle tre caratteristiche sopra indicate. Libera, resiliente e incensurabile.
    Nel 2009 nasce la moneta Bitcoin e comincia ad essere “liberamente scambiata” tra individui per mezzo della blockchain.
    Sono passati circa 8 anni da allora. Da un piccolo seme è nata una immensa foresta.
    E’ nata una economia reale parallela a quella regolamentata (statale-bancaria) che, ad oggi che scrivo, vale all’incirca 500 miliardi di dollari.
    Tutto questo senza alcuna regola che non fosse quella scritta nel codice software e accettata volontariamente dagli utenti.
    Credo dunque che il problema non risieda nella efficienza della tecnologia, piuttosto nella mancata libertà degli individui di poterla usare a proprio piacimento, senza vincoli o sovracosti amministativi e fiscali.
    Con l’unico limite del principio di non aggressione.
    .

  • vetrioloblog
    Rispondi

    ok Alberto!

  • Alessandro Colla
    Rispondi

    Il guaio dei galli cedroni che imperversano nel globo è quello di non voler capire che gli squilibri tra le parti sono causati proprio dall’intervento statale. La tecnologia non è il nostro massimo successo proprio perché anch’essa soggetta all’inteventismo. Dai successi autentici non derfivano mai disastri. Dal canto del… Gallo, a volte sì. Se non altro perché impedisce il meritato riposo del suo allevatore.

  • Fabio
    Rispondi

    lo Stato farà pesare ancora di più il suo essere datore di appalti e stipendi di serie A, differentemente dal privato che ne darà di più bassi , di serie B.
    Immaginate il potere dalla Casta che ancora più di prima ora con la crisi, può decidere chi guadagnerà bene e a chi andranno le briciole.
    Hanno lanciato un salvagente ai fedeli servi: leccategli il culo e sarete premiati.Per gli altri ci sarà il libero mercato cattivo ed avaro in cui tribolare.

  • Alessandro Colla
    Rispondi

    Il bello è che i complici del lancio di salvagente li troviamo sul quotidiano della Confindustria. Cioè di un sindacato di apparenti imprenditori. Lo stesso quotidiano che nel 2008 sponsorizzava un famoso ex sindaco di Roma come auspicabile primo ministro. E’ proprio vero:

    Spunta… IL SOLE,
    canta il… GALLO,
    Valter Veltroni
    monta a cavallo.

    Anche se poi fu disarcionato da un altro…cavaliere.

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