In Anti & Politica, Economia, Libertarismo

SOWELLDI GIOVANNI BIRINDELLI

Sono andato a vedere “The Butler” al cinema. Si continua a condannare la discriminazione razziale e non l’idea astratta di legge che la ha consentita. Si continua a condannare una particolare forma di disuguaglianza davanti alla legge intesa come principio e non la disuguaglianza davanti essa in quanto tale.

Chissà perché… Forse perché in questo secondo caso si dovrebbe rinunciare alla progressività fiscale, alla manipolazione monetaria e del credito da parte del sistema bancario e a tutta quella rete di privilegi che consente la continua espansione dello stato? Cioè perché in questo secondo caso si dovrebbe rinunciare allo stato per come lo conosciamo da generazioni?

Questo film finisce con una deificazione di Barack Obama. Sul piano dell’uguaglianza davanti alla legge (intesa come principio, naturalmente: non come provvedimento particolare) non vedo nessuna differenza fra la progressività fiscale e le leggi razziali*. Per questo, quando assisto a una condanna delle leggi razziali mischiata all’esaltazione di personaggi e/o istituzioni che usano il potere dello stato per opprimere altre minoranze (come per esempio coloro che percepiscono un reddito “alto”) o maggioranze (come coloro che, nella quasi totalità dei casi senza saperlo, subiscono gli effetti diretti e indiretti dell’inflazione monetaria), leggo quella condanna come un’ipocrita celebrazione.

NOTA

(*) In entrambi i casi chi detiene il potere politico fissa un criterio (il livello di reddito, il colore della pelle), quindi forma catagorie arbitrarie di cittadini (chia ha un reddito “alto” e chi uno “basso”, chi ha una particolare origine etnica e chi un’altra), e infine emette “leggi” che prevedono lo stesso trattamento per coloro che appartengono a ciascuna categoria ma un trattamento diverso fra persone che sono state raggruppate in categorie diverse.

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Mostrati 48 commenti
  • al skender
    Rispondi

    hai ragione … comunque c’ è discriminazione anche nei confronti delle casalinghe che preferiscono curare la casa e i figli anzichè lavorare , nei confronti degli imprenditori ( sfruttatori del lavoro ) nei confronti dei capitalisti ( ladri ed egoisti ) nei confronti dei finanzieri e operatori in borsa ( speculatori e ladri ) nei confronti dei lavoratori autonomi e professionisti ( evasori fiscali ) nei confronti dei settentrionali ( sfruttatori del meridione ) di chi non va a votare o vota scheda bianca ( qualunquisti ) di chi vota i piccoli partiti ( non vogliono la governabilità ) di chi non vuole l’ Europa ( contro la civiltà e il progresso ) di chi non vuole l’ Italia ( contro la storia ) di chi non ama la Costituzione ( fascista ) di chi ama Grillo o i Forconi ( qualunquista e populista ) di chi ama i valori cristiani ( retrogrado e illiberale ) ,,,,,,

    • Sigismondo di Treviri
      Rispondi

      …Nei confronti dei meridionali (sfruttatori del nord)…

    • fabio
      Rispondi

      è la specialità dello Stato il dividere per controllare.

      Stabilisce arbitrariamente dei pseudo diritti e reali privilegi, scatenando così la cosa ad accaparrarsi, a farsi riconoscere minoranza oppressa ottenendo così leggi per opprimere la maggioranza.

  • Pedante
    Rispondi

    Le legge razziali esistono tutt’ora – si chiamano affirmative action. Solo che le vittime sono i bianchi, e i beneficiari i neri e altri gruppi minoritari. (Nessun film di Hollywood in arrivo su questa ingiustizia☺).

    Comunque è vero, lo Stato è l’arbitrarietà incarnata.

  • Pedante
    Rispondi

    errata corrige :leggi!

  • Leo
    Rispondi

    L’unità d’Italia per il sud è stata una fregatura. Andatevi a rileggere la storia, e non quella “ufficiale” che avete appreso sui banchi della scuola statale…. IL banco di Napoli fu saccheggiato, e tutto l’oro fu trafugato in piemonte, per rimpinguare le disastrate casse statali dei guerrafondai Savoia…. Per questo venne fatta l’Unità… Poi Garibaldi, per carità grande generale ed onesto idealista. P.S.: la prima ferrovia d’Italia, fu la Napoli-Portici….. e chi si ribellò a questa fregatura della storia fu condannato e massacrato come “BRIGANTE”

    • Sigismondo di Treviri
      Rispondi

      Non sono del sud, ma concordo in pieno.

      • Leo
        Rispondi

        io sono terrone e continuo ad essere brigante “dentro”…. sono sicuro che anche tu sarai federalista. la Nostra Storia dei pugliesi, dei lucani, irpini e napoletani è come quella degli indiani d’America; a loro toccò il gen Custer, a noi quel criminale di Cialdini e quel cialtrone di Lombroso, ma purtroppo è una storia negata dai libri e dalle scuole.

        • fabio
          Rispondi

          siamo tutti Briganti davanti lo Stato, tutti Insorgenti senza distinzioni (salutami Nando Dicè, una carissima persona).

    • luca
      Rispondi

      Si, e chiamala ferrovia quella. Mi sto facendo due risate

      • Tommasodaquino
        Rispondi

        per quanto potesse essere pessima, una tale mediocrità nel Nord Italia non c’era

    • luca
      Rispondi

      Si, e chiamala ferrovia quella. Mi sto facendo due risate

  • Albert Nextein
    Rispondi

    Più pesi e più misure.
    Li fissa la casta di potere per i propri interessi.
    Li fissa a partire dalle costituzioni, e poi con le leggi li affina.
    Un risultato è sicuro, quello di mettere i cittadini uno contro l’altro con la speranza di essere i prossimi favoriti.
    Un secondo risultato è , per ora, certo.
    La rapina fiscale, conseguenza diretta della manipolazione popolare.

    La progressività fiscale è un’ignominia, lo sappiamo tutti qua.
    Peggio è che la gente comune, pur lamentandosi , belando, del furto fiscale, la approvi in nome dell’invidia personale , sociale, privata.
    Lo stato, i governi ne approfitta a piene mani.

    Siam tutti uguali, ma qualcuno è più uguale di altri.

  • Stefano G.
    Rispondi

    Ho la stessa rendita immobiliare (purtroppo, ormai) di mia sorella. Identica.
    Io lavoro come dipendente. Mia sorella non lavora.
    Ovviamente dichiaro più di mia sorella. Questo fa cumulo.
    La differenza mi viene tassata al 68% !
    Sul mio lavoro pago le tasse due volte: prima come dipendente e poi come “rentier”. Forse mi conviene non lavorare.
    Un lontano parente, pensionato a cinquantasei anni, amministratore locale, politico di lungo corso (area PD), dice che devo essere contento, che c’è chi sta peggio di me, che chi ha di più deve contribuire di più, che così c’è scritto in costituzione bla bla…Vuole pure farmi sentire un meschino egoista..
    “…vi si sfaccia la casa,
    la malattia vi impedisca,
    i vostri nati torcano il viso da voi.”
    P. Levi

  • luca
    Rispondi

    Fammi capire Giovanni, tu sei a favore della proporzionalità della tassazione (come volevano i liberali classici da Smith in poi) intesa come una quantità di tasse precisa da pagare (es. 50 euro al mese) oppure intesa come una percentuale fissa sul reddito (es. 20% come in molti Paesi dell’est europa)?

    • Giovanni Birindelli
      Rispondi

      Io ritengo che la tassazione sia un furto, una violazione della Legge intesa come principio e che quindi dove c’è tassazione non c’è libertà perfetta.

      Ritengo tuttavia che ci siano “tre condizioni” che devono essere contemporaneamente soddisfatte dalla tassazione perché si possa parlare di società imperfettamente libera:

      1) la prima è che le tasse siano usate solo e soltanto per finanziare la difesa della Legge intesa come principio, cioè come regola generale di comportamento individuale valida per tutti allo stesso modo (in altre parole, ritengo che perché una società sia imperfettamente libera la Legge possa essere violata solo per la sua difesa);

      2) la seconda è che, anche le tasse a cui si ricorra per finanziare la difesa della Legge, siano ridotte allo stretto necessario, lasciando per esempio che, come avveniva in parte nell’Inghilterra della rivoluzione industriale (http://www.lindipendenza.com/dal-gentiluomo-al-parassita-passando-per-il-delatore-e-per-il-ladro/?utm_source=hp&utm_medium=link&utm_content=principaletitolo&utm_campaign=click_test), anche nella difesa della Legge lo stato ricopra un ruolo solo residuale (cioè intervenga solo a coprire i buchi lasciati aperti dalla società civile e dal mercato);

      3) la terza (e qui vengo al punto che sollevi tu) è che il prelievo fiscale non violi l’uguaglianza davanti alla Legge: il che, oltre a escludere naturalmente la progressività fiscale (percentuale crescente al crescere del reddito), esclude la proporzionalità fiscale (percentuale fissa sul reddito) in quanto in questo caso chi ha di più si troverebbe a pagare di più (cosa che non avviene quando per esempio Bill Gates e io compriamo un libro su Amazon, per il quale paghiamo lo stesso prezzo). In altre parole, l’unica modalità di prelievo fiscale compatibile con una società imperfettamente libera è a mio parere quella in cui a ciascuno venga tolta la stessa cifra.

      A mio parere, queste tre condizioni, se soddisfatte pienamente e contemporaneamente, sono solo necessarie perché si possa parlare di società imperfettamente libera (o di non totalitarismo) ma non sufficienti. Altre condizioni, non relative alla tassazione, devono essere contemporaneamente soddisfatte.

      • Guglielmo Piombini
        Rispondi

        Veramente interessante l’articolo di Birindelli, che mi era sfuggito, sull’Inghilterra ultraliberale che c’era una volta.

        Anch’io avevo studiato qualche tempo fa questo periodo storico, ed ero arrivato alle stesse conclusioni:

        COME IL LIBERTARISMO HA FATTO GRANDE LA CIVILTA’ INGLESE, E COME IL SOCIALISMO L’HA DISTRUTTA:

        http://www.libreriadelponte.com/det-articolo.asp?ID=183

        Saluti

      • depaoli.fabrizio@liberi.it
        Rispondi

        Giovanni Birindelli, perché mai dovrei volere una società imperfettamente libera?
        La tassazione non va applicata mai, nemmeno per per finanziare un “qualcosa” che abbia il cómpito di difendere la legge.
        Se io condivido un principio, come ad esempio la proprietà privata, allora si rende necessario un “qualcosa” che lo garantisca, e quel “qualcosa” per funzionare deve essere finanziato, ma è il diretto interessato che lo finanzierebbe volontariamente nel suo interesse. Io pago VOLONTARIAMENTE una quota per la difesa di quel principio.
        Non è necessaria alcuna tassazione.
        Nel momento in cui il finanziamento avviene su base volontaria, tutti i problemi di “equità”, “progressività”, ecc. decadono.
        Un saluto .

      • Giovanni Birindelli
        Rispondi

        Errata corrige alla fine del terzo punto, il passaggio da “In altre parole…” a “…la stessa cifra” va sostituito con il seguente:

        “In altre parole, la modalità di prelievo fiscale meno lontana dall’uguaglianza davanti alla Legge (dico “meno lontana” in quanto la tassazione neutrale non esiste) è a mio parere quella in cui a ciascuno venga tolta la stessa cifra.”

      • Giovanni Birindelli
        Rispondi

        Errata corrige alla fine del terzo punto, il passaggio da “In altre parole…” a “…la stessa cifra” va sostituito con il seguente:

        “In altre parole, la modalità di prelievo fiscale meno lontana dall’uguaglianza davanti alla Legge (dico “meno lontana” in quanto la tassazione neutrale non esiste) è a mio parere quella in cui a ciascuno venga tolta la stessa cifra.”

  • Giovanni Birindelli
    Rispondi

    Rispondo qui, nel modo più sintetico che riesco, a questa sua sacrosanta domanda (che credo possa essere riformulata: “perché mai dovrei volere lo stato minimo invece che l’anarco-capitalismo?”). Dico “provo” perché il tema richiederebbe un articolo molto lungo e forse un libro.

    Premessa: per “stato minimo” intendo, come ho scritto nel commento a cui lei si riferisce, quello in cui la Legge (intesa come principio) viene violata solo per la sua difesa. In altri termini, lo stato minimo è quello in cui i giudici che devono giudicare il ladro, per esempio, sono in ultima istanza (seconda condizione) pagati dallo stato mediante tassazione.

    Ora, il limite più grosso di questo sistema, la sua contraddizione più evidente, è che il giudice che in ultima istanza deve giudicare il ladro riceve egli stesso denaro che è stato rubato ad altri mediante la tassazione. Dato questo limite, viene spontanea la sua domanda: perché non affidarsi interamente al mercato e liberarsi dello stato, anche per la difesa in ultima istanza della Legge? Non sarebbe questa una soluzione più coerente?

    Personalmente sarei totalmente a favore dell’anarco-capitalismo (e cioè dell’assenza di stato) se non fosse per il fatto che in una tale situazione la difesa dei propri diritti dipenderebbe dalla capacità (p. es. finanziaria) di esercitare questa difesa. In “For a New Liberty” e anche in “The Ethics of Liberty”, Murray Rothbard presenta la sua argomentazione a favore di un sistema anarco-capitalista in cui la difesa della Legge (pensiamo ai casi più difficili: come i tribunali e i giudici) sarebbe affidata a società di assicurazione private in competizione fra loro.

    Ora, cosa succederebbe se, tanto per fare un esempio, Mario Rossi non avesse risorse finanziarie sufficienti per pagarsi un’assicurazione privata? Succederebbe che egli non potrebbe difendere i propri diritti. Quest’ultima frase viene spesso male interpretata perché viene altrettanto spesso male interpretata la parola “diritto” (e quindi la parola “legge”): pensiamo al presunto e tanto decantato “diritto alla salute”. Nei limiti in cui col termine “legge” si intende il limite al potere e non il suo strumento, non esiste nessun diritto alla salute, così come non esiste nessun diritto alla vita, ma tutti hanno diritto a non essere aggrediti o uccisi per esempio, indipendentemente dalla loro capacità di farlo. Una vecchietta in sedia a rotelle ha lo stesso diritto di Mike Tyson a non essere aggredita.

    È vero che, poiché il libero mercato produce le condizioni migliori possibili per la prosperità e la sua diffusione, è estremamente improbabile che, una situazione di libero mercato, Mario Rossi possa venire a trovarsi nella condizione di non potersi permettere la difesa dei propri diritti (correttamente e coerentemente intesi). Tuttavia non è impossibile. Quindi supponiamo che egli si trovi in questa situazione.

    È vero inoltre che la libertà intesa come assenza di coercizione di alcuni su altri produce le condizioni migliori per la solidarietà (allo stesso modo in cui la coercizione statale necessariamente le elimina), ma questo non significa che Mario Rossi, ammesso che si trovi nella situazione di non potersi permettere la difesa dei propri diritti, riceva necessariamente solidarietà da parte di altri. Quindi supponiamo che egli non riceva questa solidarietà.

    Cosa succederebbe in questo caso? Succederebbe che la libertà (quella di Mario Rossi) verrebbe violata.

    Quindi, riassumendo, il limite dello stato minimo consiste nel fatto che chi, in ultima istanza, deve difendere e far rispettare la Legge (lo stato) sarebbe il primo a violarla, anche se (e questo è un punto fondamentale) questa violazione non sarebbe illimitata come è oggi ma sarebbe limitata non solo in modo non arbitrario ma, inoltre, sarebbe limitata alla sola difesa della Legge e dell’uguaglianza davanti a essa. Viceversa, dal mio punto di vista il limite dell’anarco-capitalismo sta nel fatto che esso, rendendo la difesa dei diritti (correttamente e coerentemente intesi) dipendente dalle capacità finanziarie delle persone, renderebbe possibile che la Legge e quindi la libertà siano esplicitamente violate in casi particolari.

    In un certo senso, dunque, in nessuno dei due casi sia ha la libertà perfetta, anche se l’imperfezione sta in posti diversi (ha caratteristiche qualitative differenti) nei due casi: come diceva Tocqueville (non cito ma riporto a memoria la sostanza), la libertà è un’arte: è possibile solo avvicinarsi a essa o allontanarsi da essa, mai raggiungerla perfettamente.

    Gli anarco-capitalisti spesso sostengono, come ha fatto Hoppe in una recente intervista*, che “L’idea di uno Stato minimale [sia] una costruzione concettualmente sbagliata. Stati minimali non possono mai rimanere minimali”. Non sono d’accordo. Come ho scritto in un commento a quell’intervista, infatti, dipende dall’idea di legge. Se la “legge” è quello che è oggi (il provvedimento particolare, la decisione arbitraria dell’autorità: lo strumento di potere) allora sono d’accordo con Hoppe: sarebbe un controsenso pensare che lo stato possa rimanere minimale (che possa gradualmente imparare l’arte della libertà) se è basato su un’idea di legge che non solo permette la sua continua espansione, ma la incentiva. Se invece la legge è la Legge (la regola generale di comportamento individuale valida per tutti allo stesso modo, il principio astratto: il limite al potere), allora non sono d’accordo con l’affermazione che lo stato minimo non potrebbe rimanere tale: la Legge così intesa rende infatti impossibile l’espansione dello stato. È proprio per questo che lo stato moderno si è liberato della Legge e la ha sostituita con la “legge”: perché la prima gli avrebbe impedito di espandersi (per esempio gli avrebbe impedito di stampare denaro a corso forzoso e di concedere alle banche il privilegio della riserva frazionaria, cioè di creare denaro dal nulla con cui comprare i titoli del suo debito pubblico).

    Avendo dunque, a mio parere, entrambi i sistemi le loro imperfezioni, per capire quale è preferibile occorre comparare queste imperfezioni, metterle a confronto. Il che non è una cosa semplice da fare ed è una cosa che in parte dipende da giudizi di valore.

    La ragione per cui, alle tre condizioni di cui sopra (più altre che non ho discusso), io sarei maggiormente a favore di uno stato minimo rispetto a una situazione di anarco-capitalismo è che, nel caso di Mario Rossi, non ci sarebbe alcun limite alla potenziale violazione della sua libertà. Nel caso della vittima del reato della tassazione, invece, alle condizione dette questo limite ci sarebbe.

    La ringrazio ancora della sua importante domanda.

    Un saluto,

    Giovanni Birindelli

    (*) http://www.lindipendenza.com/hoppe-meglio-piccoli-stati-indipendenti-moneta-solida-e-meno-tasse/

  • eridanio
    Rispondi

    “perché mai dovrei volere una società imperfettamente libera?”
    Temo che una società perfettamente libera non sia di questo mondo.
    Si tratterebbe anche di un “abuso della ragione”, un’arroganza immotivata.

    Già riconoscere che l’organizzazione minimale di uno stato è comunque un tentativo imperfetto di cooperazione sociale posto eventualmente in essere in attesa della scoperta o l’osservazione dell’emergere di organizzazioni meno imperfette E’ un grande passo in avanti ed una summa di umiltà e predisposizione al dubbio.
    Su questa consapevolezza si può fondare uno stato minimo dove la Legge viene indagata da gente che non governa. Chi amministra non dovrebbe, nello stesso frangente, occuparsi della Legge. IMHO
    Per i miracoli si attrezzino anche i posteri. Noi siamo tenuti a fare il nostro passo in avanti, se abbiamo il coraggio e/o l’opportunità di farlo.
    -Già aver faticosamente fatto emergere tutta la inconsistenza degli stati nazione, che tra l’altro soffrono di una continuità logica con i totalitarismi che li hanno preceduti o con i quali sono addirittura convissuti;
    -già aver capitalizzato il vantaggio tecnologico costato il sangue di chi è stato sacrificato sull’altare dell’arroganza cognitiva e la sublimazione delle licenze di libertà in evoluzione del pensiero economico e del sentimento giuridico grazie alla nostra esperienza immersa totalmente nel problema;
    già solo questo, intendo considerarlo un apporto, se si riuscisse a sedimentarlo ed a renderlo parte fondante per una prossima generazione.
    Non siamo davanti ad una semplice scelta tra sistema “A” o sistema “B”.
    Si tratta di fornire al futuro un’esperienza dalla quale trarre spunto. Si tratta di restituire e tramandare un opportunità di miglioramento. Opportunità questa che ci è stata involontariamente offerta più dalle sofferenze di coloro che sono stati consunti dal sistema passato o presente piuttosto che da quanto costruito ed immaginato da quei soloni che, a volte in perfetta buona fede, credettero di costruire per noi il paradiso in terra.

    Il rischio è comunque l’abuso di qualsiasi ragione, non perché un’indagine sfoci a volte in una speculazione irragionevole, ma perché non trova una società accogliente in uno spazio e tempo determinato. Per questo quando leggiamo Bastiat, ad esempio, ci domandiamo perché le cose ragionevoli che diceva non permeassero immediatamente le coscienze e si producessero quei frutti tanto ovvi quanto alla portata già di quelle mani.
    Quel che importa è pure comprendere che le indagini le scoperte e le soluzioni che emergono spontaneamente ci vedano come componenti attivi e di tramite in un dinamismo che comprende anche la nostra intera esperienza in assenza del miraggio del fine specifico o ultimo.

    Ancora complimenti a Giovanni Birindelli.

    • Jacky London
      Rispondi

      Direi piuttosto che a cambiare dovrebbero essere gli individui. E non per imposizione esterna, quanto piuttosto per moto interno.
      Per aspirazione personale, insomma.
      Quest’obbiettivo può essere raggiunto solo spostando il punto di vista dagli strumenti (il sistema, per l’appunto) agli enti che li usano (guarda un po’… le persone!), cominciando ad assumersi le responsabilità del proprio operato sempre, anche nelle piccole cose di tutti i giorni. Senza paura di mettersi in discussione. Ma soprattutto finendola una volta per tutte di scaricare la colpa sugli altri, piagnucolando pateticamente come dei bimbetti capricciosi!
      In mancanza nulla potrà mai cambiare, visto che uno strumento da solo è, e può ben poco (il sistema? Si, ancora lui…).
      Mi sembra che la storia di questa Repubblica delle banane, meglio nota come paese italiota, non faccia altro che confermare questa semplicissima tesi, almeno a giudicare dallo stridore di denti che da sempre accompagna la vita dei suoi infelici sudditi…

  • Pedante
    Rispondi

    Giovanni Birindelli:
    “Ora, cosa succederebbe se, tanto per fare un esempio, Mario Rossi non avesse risorse finanziarie sufficienti per pagarsi un’assicurazione privata?”

    Homo oeconomicus è caricaturale. Quanti uomini si sono sacrificati per motivi tutt’altro che economici?

  • depaoli.fabrizio@liberi.it
    Rispondi

    Giovanni Birindelli, innanzitutto grazie, mi ha posto un concentrato di questioni su cui riflettere (e sto ancora riflettendo)
    Anarco-capitalismo sicuramente, unito a piccolissimi stati per eventualmente dare la possibilità a Mario Rossi di spostarsi, mi rendo conto che si tratta di un escamotage per non affrontare il “problema”, ma non è del tutto da scartare.
    In linea teorica poniamo invece che in un’ambiente anarco-capitalista Mario Rossi si trovi nella peggiore delle condizioni: è parte lesa, è innocente, è povero, non può lavorare e deve però difendersi.
    Mettiamo che in un eventuale giudizio esca giustamente innocente e venga risarcito, il problema è che prima però deve avere i soldi per arrivarci al giudizio, affrontare il processo, pagare la società di giustizia privata e l’avvocato; è vero che non c’è lo stato, ma è anche vero che c’è la comunità, avrà investito parte della sua vita in rapporti sociali, avrà una famiglia, o amici, o conoscenti che non avranno dubbi sulla sua innocenza e potrebbero investire denaro per portarlo al giudizio, non ho detto “prestare” ho detto investire, quei soldi torneranno indietro maggiorati per via del risarcimento.
    Io forse semplifico troppo, ma non ci vedo nulla di male nel chiedere fiducia, se quelli che mi conoscono mi danno fiducia vuol dire che la merito: il modo in cui ho vissuto nella società fino a quel momento era quello giusto e quindi anche se povero e inabile a lavorare godo della stima e rispetto di chi mi conosce.
    Questo lo si può far rientrare in parte nella categoria “solidarietà”, essendoci però anche un vantaggio economico potremmo dire “solidarietà interessata”: l’amico o il conoscente che investe su Mario Rossi ha due interessi: che venga fatta giustizia e un’interesse economico.
    Non possiamo far finta che la comunità non esista, c’è, è un dato di fatto, se non ci fosse, il Mario Rossi sarebbe solo e non avrebbe questo tipo di problemi perché vivrebbe in solitudine perfettamente libero.
    Se poi invece quella comunità non dà fiducia a Mario Rossi è perché molto probabilmente non la merita, non è stato capace di guadagnarsela nel corso della sua vita rapportandosi con gli altri in modo poco producente.
    Forse doveva pensarci prima.
    A me questo modo sembra un ottimo incentivo per non fare i furbetti.

    La ringrazio ancora e la saluto (comunque sto ancora riflettendo).

  • Giovanni Birindelli
    Rispondi

    Grazie della sua risposta. La sua obiezione è simile a quella di Rothbard. Io non ho dubbi che l’abolizione della coercizione statale porti a maggiore solidarietà/”solidarietà interessata” (per questo, tra l’altro, considero come punto di arrivo – il come arrivarci è un’altra cosa – una situazione in cui l’intervento dello Stato nella difesa della Legge sia residuale). Nell’articolo che ho citato in un precedente commento riconosco infatti che questo è avvenuto nell’Inghilterra della Rivoluzione Industriale, per esempio. Il punto che sostenevo in questo articolo, tuttavia, è che in alcuni casi individuali ciò potrebbe non avvenire: in alcuni casi singoli, per infinite possibili ragioni, la solidarietà potrebbe non raggiungere Mario Rossi. A questa eventualità lei risponde che “Se poi invece quella comunità non dà fiducia a Mario Rossi è perché molto probabilmente non la merita, non è stato capace di guadagnarsela nel corso della sua vita rapportandosi con gli altri in modo poco producente”. Su questo non sono affatto d’accordo: a parte il fatto che il merito stesso è un concetto soggettivo, questa dipendenza dell’individuo dalle opinioni/simpatie della comunità lo trovo incompatibile con l’individualismo e quindi con la libertà. Ritengo che a rappresentare un’ingiustizia sia il fatto che qualcuno non possa difendere i propri diritti, non il fatto che qualcuno non abbia ispirato sufficiente simpatia alla comunità perché questa venga in suo soccorso nel momento del bisogno. La giustizia non può, anzi a mio parere non deve essere fatta dipendere dalla simpatia (la mancanza della quale in ogni caso è solo una delle possibili ragioni per cui la solidarietà potrebbe non raggiungere un individuo). Quindi confermo che, a mio modo di vedere, a) la libertà perfetta è irraggiungibile: si può solo tendere a maggiore libertà (da molto tempo staimo tendendo verso sempre maggiore schiavitù: invertire il senso di marcia già sarebbe qualcosa); b) l’anarco-capitalismo è esso stesso un punto di arrivo imperfetto su un piano di principio (ammesso che possa essere realisticamente raggiunto a partire dalla situazione attuale e sorvolando sul come possa esserlo); c) lo stato minimo è una soluzione migliore per le ragioni dette (violazione della Legge limitata alla difesa di quest’ultima e non illimitata, come in alcuni casi potrebbe esserlo nel caso dell’anarco-capitalismo). Di nuovo grazie e un saluto

    • depaoli.fabrizio@liberi.it
      Rispondi

      Giovanni Birindelli,

      “..a parte il fatto che il merito stesso è un concetto soggettivo, questa dipendenza dell’individuo dalle opinioni/simpatie della comunità lo trovo incompatibile con l’individualismo e quindi con la libertà.”

      Sinceramente non riesco a seguirla.
      Opinioni può andar bene ma simpatie no. Io ho parlato di stima e rispetto che possono benissimo esserci anche in assenza di simpatia.
      Mi sembra un po’ forzato parlare di dipendenza e quindi incompatibilità con la libertà, con quella logica siccome per vivere dobbiamo respirare aria siamo dipendenti dall’aria, e quindi l’essere dipendenti è incompatibile con l’essere liberi.
      Non sta in piedi.
      Libertà per me è innanzitutto poter disporre di me stesso della mia roba e scegliere.
      Ma non sono solo al mondo, infatti per ottenere una pacifica convivenza istituiamo due principi che vanno già a limitare le scelte: rispetto della proprietà e dell’individuo.
      Sono io disposto ad accettare questi due princìpi? Sì, certo.
      Dipendo quindi da essi.
      Vuol forse dire che non sono libero?
      Matematicamente ha ragione lei: in assoluto non lo sono, ma siccome ho piacere di vivere insieme ad altri individui sono disposto ad accettare quei princìpi di buon grado e mi sento liberissimo. Poi se vogliamo “spaziare” possiamo andare a vedere che anche il concetto di libertà è soggettivo.., ma non mi interessa andare a far filosofia.

      Io parto dall’idea che, fatti salvi e condivisi i due principi istituiti proprio per relazionarsi con gli altri in modo pacifico, qualsiasi rapporto, relazione, scambio, siano monetizzabili (in senso lato): significa che dove c’è un rapporto c’è comunque sempre un dare e avere, quel dare e avere può essere materiale (soldi, beni o prestazioni) o immateriale (soddisfazione psicologica, felicità, stima, piacere, ecc.), si tratta di monete dai nomi diversi ma concettualmente sempre di monete.
      Valgono le regole di mercato, NOI valutiamo, spendiamo, compriamo, vendiamo in QUALSIASI rapporto, le nostre azioni possono accrescere o decrescere il nostro capitale, sia materiale che immateriale. A me sembra il massimo dell’individualismo e della libertà.
      Poi da individualista libero, scambio con altri individualisti liberi per arricchirmi,in tutti i sensi. È il mercato. Tutto è mercato.

      Quindi Mario Rossi potrà capitalizzare o meno nel momento in cui vorrà partecipare agli scambi, ma dipende da LUI.
      In questo senso non vedo dove stia il problema se lui ad esempio vuole isolarsi o farsi odiare dal mercato (società), è libero di agire come meglio crede.
      Poi c’è il fatto che credo chiunque di noi abbia più piacere a rapportarsi con chi non lo deruba e con chi non sia stronzo anziché il contrario, allora, anche per Mario Rossi non mi sembra così assurdo che possa voler capitalizzare la fiducia, la stima o il rispetto di qualcuno e che cerchi di muoversi in quella direzione, ma ripeto dipende da LUI, e per me il diritto alla scelta viene prima di ogni altro.
      Credo che il voler decidere cosa sia bene o male per altri sia il primo passo per andare verso lo statalismo.

      La ringrazio per questo scambio che trovo molto stimolante (come le dicevo, a proposito di moneta immateriale..).
      Un saluto .

  • Pedante
    Rispondi

    Grazie del chiarimento. D’accordo su a),b), ma non c).

  • Pedante
    Rispondi

    Giovanni Birindelli: “il merito stesso è un concetto soggettivo, questa dipendenza dell’individuo dalle opinioni/simpatie della comunità lo trovo incompatibile con l’individualismo e quindi con la libertà.”

    Le leggi non sono che una riflessione delle simpatie della comunità.

  • eridanio
    Rispondi

    Pedante,
    “Le leggi non sono che una riflessione delle simpatie della comunità.”

    Le comunità sono il riflesso delle Leggi che hanno/non hanno scoperto e scelto.IMHO

    Le comunità hanno successo se tra tutte le offerte di regolamentazione sorgenti nel contesto hanno saputo scegliere quelle che hanno determinato le condizioni per il successo al di la della simpatia o di ogni intuitivo vantaggio a breve.

    L’osservazione e la selezione di ciò che si scopre sia stato utile in situazioni concrete e passate può rendere opportuna la descrizione di quanto scoperto ed interpretato chiamandolo Legge.

    E’ la stessa attività dello speziale che studia gli effetti di erbe e composti scoprendo proprietà che meritano di essere selezionate per la loro manifesta utilità.

    E’ la stessa attività del programmatore che riutilizza porzioni di software perché quegli algoritmi scopre siano particolarmente efficaci.

    Competenza e tempo quindi di interiorizzazione dei risultati dell’osservazione…..la Legge si scopre e non si crea. Tanto meno si crea a maggioranza.
    …..
    La scoperta delle leggi non offre esiti da far mettere in prima serata al televoto. :-)

    • Giovanni Birindelli
      Rispondi

      “Le comunità sono il riflesso delle Leggi che hanno/non hanno scoperto e scelto. … la Legge si scopre e non si crea. Tanto meno si crea a maggioranza” sottoscrivo al 100%, caro Eridanio. Grazie

  • Pedante
    Rispondi

    @ Eridanio:
    Per simpatie non intendo capricci, ma preferenze. Con la concorrenza per le risorse si presume che ci sia una pressione selettiva anche sulla struttura sociale. Credo però che una legge è solo la codificazione di un comportamento già consolidato e accettato dalla maggioranza.

    Credo inoltre che le leggi di un popolo rispecchiano fattori biologici derivati dai diversi ambienti, e che le leggi a loro volta condizionano il patrimonio genetico. Sto pensando ai popoli giapponesi e cinesi, dove l’anticonformismo era particolarmente penalizzato.

  • Lorenzo
    Rispondi

    Sowell veniva accusato di non conoscere la povertà. Ma lui in risposta a questo a risposto “Io nacqui in una famiglia povera, in una casa senza acqua e corrente.” Disse anche quando dive una donna con i capelli biondi nemmeno sapeva esistesse quel colore di capelli. Ora, da ottantenne è un guru libertario. Alla faccia dei neri liberal.

  • Pedante
    Rispondi

    Le leggi razziali sono clamorosamente apprezzate e plaudite quando a subirne le conseguenze sono i bianchi.
    http://www.theamericanconservative.com/articles/the-myth-of-american-meritocracy/

  • Pedante
    Rispondi

    Negli USA, quando i bianchi scappano dai neri ci pensa il Dipartimento della casa e dello sviluppo urbano (HUD) a mandargliene altri tramite l’alloggio gratiuto o sussidiato o punendo i proprietari privati che discriminano in base alla razza.
    https://www.hud.gov/sites/documents/AREYOUAVICTIMBROCH-ITA.PDF

  • Pedante
    Rispondi

    “gratuito”!

  • firmato winston diaz
    Rispondi

    Ma davvero pensate che non esista alcuna differenza fra leggi razziali e progressivita’ fiscale, e contemporaneamente di potervi arrogare il diritto di dare dei nazicomunisti (o dei nazifascisti) agli altri?
    La ragione primigenia della progressivita’ fiscale sarebbe stata quella di evitare che qualcuno potesse diventare TROPPO piu’ ricco di tutti gli altri, con gli spiacevoli inconvenienti che ne conseguoo (da cui aliquote che dopo un certo livello di reddito raggiugevano o superavano il 90 per cento), e non di massimizzare le entrate fiscali (obiettivo che in effetti raggiunge meglio la flat tax, anche se nel frattempo si e’ perso completamente il senso e lo scopo di questo come di tutto il resto).

  • spago
    Rispondi

    Ma davvero pensate che non esista alcuna differenza fra leggi razziali e progressivita’ fiscale? ovviamente esistono differenze tra leggi razziali e progressività fiscale, ma sul piano dell’uguaglianza davanti alla legge, e sul piano dell’idea di legge che presuppongono. ha pienamente ragione l’autore dell’articolo, la cui logica è semplice, elegante, impeccabile.

    • firmato winston diaz
      Rispondi

      “ha pienamente ragione l’autore dell’articolo, la cui logica è semplice, elegante, impeccabile”

      Quando la logica porta a risultati paradossali e aberranti, come spesso succede (abuso della ragione), va respinta.
      Cosi’ come va arginato, a scanso di danni peggiori, l’autistico e narcisistico rimirare di se stessi.

  • Max
    Rispondi

    Gaudeamus igitur, mutationem habemus.

    Dalla staffetta ciccio-diaz / ciccio-christian passiamo a quella ciccio-diaz / ciccio-spago. Non si escludono inserimenti di ciccio-magi e ciccio-dino.

    A bientot.

  • spago
    Rispondi

    Quando la logica porta a risultati paradossali e aberranti, come spesso succede (abuso della ragione), va respinta.

    No. Un argomento logico si combatte con un altro argomento logico, non con il rifiuto della logica e della ragione. La progressività fiscale è una forma di disuguaglianza davanti alla legge. Non c’è nulla di aberrante nel farlo notare, c’è qualcosa di aberrante nel ritenere che si possa rifiutare la logica per paura di ciò che ci mostra: praticamente hai teorizzato che non bisogna guardare nel telescopio, perché potrebbe farci vedere qualcosa che sconvolge il mondo, o che avendoci guardato dentro, va distrutto. Dopo tutto c’è un certo rapporto tra logica e realtà, e rifiutare la logica è già rifiutare anche di vedere la realtà.

    • firmato winston diaz
      Rispondi

      “No. Un argomento logico si combatte con un altro argomento logico”

      Credevo di essere in un gruppo di libertari “austriaci”, evidentemente mi sbagliavo. (scherzo, e’ da un pezzo che l’evidenza bussa, anzi abbatte, la porta).
      Complimenti a tutti per il meschino risultato.

      • Pedante
        Rispondi

        “Le organizzazioni politiche, come le organizzazioni economiche, richiedono devozione e tentano di neutralizzare il particolarismo della famiglia. C’è una lotta fra la famiglia e lo Stato per le menti dei giovani”: l’obbligo scolastico imposto dallo Stato è “lo strumento principale per la formazione della cittadinanza, un appello diretto ai bambini sopra le teste dei loro genitori”.

        http://vonmises.it/2013/07/22/la-guerra-dello-stato-alla-famiglia/

        Ma i particolarismi si limitano alla famiglia nucleare in senso stretto o vanno oltre?

  • Pedante
    Rispondi

    Va da sé che l’esposizione al fisco tu la puoi modificare. La razza invece…

    La progressività fiscale esiste solo per via dell’invidia della classe media nei confronti dei ceti più ricchi. La prima immagina erroneamente che la seconda venga schiacciata dal fisco e accetta di conseguenze di lasciarsi dissanguare.

  • spago
    Rispondi

    [Economic] statements and propositions are not derived from experience. They are, like those of logic and mathematics, a priori. They are not subject to verification and falsification on the ground of experience and facts. They are both logically and temporally antecedent to any comprehension of historical facts. They are a necessary requirement of any intellectual grasp of historical events.

  • Alessandro Colla
    Rispondi

    Non so cosa si intenda per meschino risultato e in base a cosa si utilizzi l’aggettivo. So solo che la logica, se autentica, non porta mai ad abusi della ragione, a paradossi o a risultati aberranti. Questi si hanno solo quando viene in superficie il rifiuto della logica, il suo respingimento. I paragoni possono sempre apparire azzardati ma occorre leggerli interiormente. I teorici della progressività fiscale abbracciano le loro tesi in sostituzione delle leggi razziali solo perché queste sono state sconfitte da una guerra di immani proporzioni. E da sconfitte non godono della popolarità necessaria per essere applicate. La mentalità del tiranno, ossia dell’individuo privo di logica, è sempre la stessa. Se cambia metodo, non la sostanza, è solo per convenienza. Certo, se la scelta “referendaria” fosse tra leggi razzali e progressività fiscale è ovvio che andrebbe scelta quest’ultima. Ma le “motivazioni” di chi costringe a questa scelta sono identiche nell’uno come nell’altro caso. Quando si arriva a distruggere la ricchezza per “merito” delle aliquote, ci si può aspettare anche una reazione che finisce per portare al potere il razzista di turno. Quindi il risultato è solo rinviato. Noi “austriaci”, comunque, non diamo del nazifascista “agli altri”. Lo diamo ai nazifascisti. Che sono tali quando approvano leggi razziali ma anche quando tassano. Soprattutto se tassano progressivamente per autofinanziarsi. Quando hanno raccolto il bottino è più difficile contrastarli, anche nel caso volessero ritornare alle leggi razziali.

  • vetrioloblog
    Rispondi

    Incredibile come i coloni della progressività riescano a trovare alibi per questo insano principio!

  • vetrioloblog
    Rispondi

    Incredibile come i soloni della progressività riescano a trovare alibi per questo insano principio!

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