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DI PIETRO AGRIESTI

“Quando ci viene chiesto di immaginare una scena di condizioni di lavoro aberranti durante l’Era Vittoriana, molte persone tirano fuori l’immagine delle fabbriche del XIX secolo. Ma la vita di una domestica era, al tempo, molto peggiore di quella della maggior parte delle “ragazze di fabbrica.” Questa è solo una delle molte sorprendenti intuizioni che si possono trovare nell’affascinante libro di Judith Flanders, “Dentro la casa vittoriana”: le fabbriche hanno aiutato a migliorare le condizioni di lavoro, specialmente delle donne.

Nel 1851, una donna su tre, fra i 15 e i 24 anni, a Londra lavorava come domestica. Il loro lavoro era spesso stremante, e non c’è da meravigliarsi se molte di loro si sono affrettate a cogliere l’occasione di andare in fabbrica e lasciare il servizio domestico.

Primo, considerate come le condizioni di salute differivano tra i lavori domestici e le fabbriche. Una domestica media “godeva di meno tempo all’aria fresca di un’operaia,” secondo Flanders. Le cucine e i fornelli delle case vittoriane benestanti, dove la servitù spendeva la maggior parte del suo tempo, erano particolarmente anti igieniche. I ratti erano tollerati, mentre i servi concentravano i loro sforzi sulla minaccia più numerosa: gli scarafaggi. Il tipico “pavimento della cucina di notte palpitava con un tappeto vivente” di scarafaggi, e il tipico soffitto della cucina brulicava di coleotteri. Quando la scrittrice Beatrix Potter visitò la casa dei suoi nonni nell’estate del 1886, la sua servitù “dovette sedersi sul tavolo della cucina [mentre lavorava], perché il pavimento brulicava di scarafaggi.”

Come se i rischi per la salute non fossero abbastanza gravi, prendiamo in considerazione l’estenuante orario di lavoro. Una tipica domestica “svolgeva almeno dodici ore di pesanti lavori fisici al giorno, cioè due ore in più di una lavoratrice in fabbrica (quattro ore in più il sabato)”. Inoltre, al contrario della maggior parte di chi lavorava in fabbrica, i domestici raramente avevano il sabato libero. Una tipica giornata di lavoro per una domestica cominciava alle sei di mattina al più tardi, non dopo le cinque e mezzo d’estate, e non terminava prima delle dieci di sera — al più presto. Lavorare dalle cinque del mattino fino a mezzanotte non era inaudito. I servi dovevano affrontare una lista quasi impossibile di compiti quotidiani che non lasciavano praticamente tempo per mangiare, riposare o pulire i propri alloggi, per non parlare delle attività del tempo libero.”

– Le persone lasciate libere si muovono dal peggio al meglio. Quando una persona agisce lo fa perché ritiene preferibile compiere quella azione piuttosto che non compierla, e quindi si muove verso ciò che le sembra vantaggioso. Se andavano a lavorare in fabbrica è perché la fabbrica costituiva un meglio rispetto a un peggio.

– Mentre Karl Marx sosteneva che lo sviluppo capitalista avrebbe ridotto tutti tranne pochi plutocrati a condizioni di vita miserabili, stava già accadendo il contrario: il capitalismo stava già all’epoca, proprio attraverso l’industrializzazione, migliorando le condizioni di vita dei lavoratori, cioè dei ceti medio-bassi (su questo anche la collezione di saggi “Il capitalismo e gli storici” curata da Hayek).

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Mostrati 4 commenti
  • spago
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    L’unica alternativa al libero mercato è impedire alle persone di compiere le proprie scelte, imponendogliene altre con la violenza. Chi si oppone al libero mercato, propone la violenza, diffusa, istituzionalizzata, legalizzata, implementata su larga scala. A partire dal furto che sono le tasse. Punto.

  • Pietro
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    Sì, conosciamo gli orrori che hanno commesso e che commettono i regimi comunisti, ma è importante che la battaglia degli anarco-socialisti contro il “capitalismo” non sia interpretata come una battaglia contro il progresso o contro l’industria, né contro i commercianti. Lo Stesso Kropotkin e Malatesta, principali pensatori dell’anarco-comunismo erano contrari al “controllo del mercato” e a favore del progresso: ovviamente la loro era una battaglia contro lo sfruttamento.

    • Spago
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      Cosa vuol dire essere contro il mercato? Il mercato è la libertà dei singoli attori di prendere decisioni autonome, cioè di non essere oggetto di interferenze coercitive. Se non si ammette la coercizione, si ha il libero mercato. Ho sempre ingenuamente pensato che ci potesse essere un minimo comune denominatore fra tutti gli anarchici, essere contro lo Stato e a favore di rapporti pacifici e volontari fra le persone. Ho scoperto che non è così e che la maggior parte di chi si definisce anarchico è contrario alla libertà, e favorevole all’uso della coercizione sui rapporti pacifici e volontari delle persone. Perché altrimenti si formerebbero gerarchie, potere, autorità, disuguaglianze, etc.. tutte cose che esistono naturalmemte in ogni società umana e la cui eliminazione 1 è impossibile 2 se tentata porta alle mostruosità che abbiamo visto tante volte. Prendiamo per es. la necessità di eliminare la concorrenza, che mi spiegava un mio collega comunista, sarebbe “violenza”: se io sono libero di fare il panettiere, tu sei libero di fare il panettiere, e tizio è libero di scegliere se e dove comprare il pane ecco che esiste la concorrenza. L’alternativa? Usare violenza su di noi per impedirci di scegliere che mestiere fare, e/o usare violenza a tizio per impedirgli di scegliere da chi comprare. Quindi è violenta la concorrenza o è violento il tentativo di eliminarla?

  • Albert Nextein
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    Come tutte le cose umane, il capitalismo ha lati buoni e altri non buoni.
    Ma non c’è dubbio che il capitalismo abbia contribuito in modo determinante al progresso ed alla ricchezza in ogni ambito.
    Il socialismo, mi sembra, ha contribuito sempre per il peggio in ogni ambito umano.
    Lo statalismo , idem.
    Non c’è bisogno di un grande bagaglio culturale per accorgersene.
    Bastano onestà intellettuale e un minimo di informazioni non adulterate.
    Poi, naturalmente, si può sempre fare meglio.
    Oppure peggio, se si tratta di socialismo e statalismo.

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