In Libertarismo

di REDAZIONE

Il termine “anarchia”, nasce nell’antichità greca, in accezione puramente negativa come degenerazione dello Stato e come mancanza di ordine (α(ν)-αρχή). La prima menzione scritta della parola “anarchia” è pronunciata da Antigone nella parte finale de I sette contro Tebe di Eschilo, vicenda poi ripresa nella nota tragedia di Sofocle, e rappresentata per la prima volta ad Atene alle Grandi Dionisie del 467 a.C., dove lei testualmente recita: «Non ho vergogna di mostrare alla città questo atto di disobbedienza» («οὐδ᾽ αἰσχύνομαι ἔχουσ᾽ ἄπιστον τήνδ᾽ ἀναρχίαν πόλει», versi 1035-1036).

In ambito politico, e sempre in senso spregiativo, è poi presente nei classici: Platone, Isocrate, Polibio, Diogene di Sinope, Zenone di Cizio, Epicuro, Laozi e il gladiatore ribelle Spartaco. L’anarchismo è, insieme al liberalismo, al socialismo e al comunismo, una delle più fondamentali ideologie economico – politiche.

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L’ideologia anarchica, giusto in senso etimologico, ripudia ogni forma di governo, autorità e gerarchia, a cominciare da quella statale. In economia, non si può identificare l’anarchismo con il liberalismo, il quale presuppone i diritti di proprietà e un’autorità statale, che li tuteli.

Una variante è quella dei miniarchici, che considerano lo Stato un “male necessario”, ma che ne ridefiniscono le funzioni fino a configurare uno “Stato minimo”, dai quali vanno poi distinti coloro che considerano lo Stato semplicemente un “male”.

Tale ultima variante è anche definita anarco-individualismo e anarco-capitalismo, che pone al centro l’individuo. Nella prospettiva teorica dell’anarchismo, insieme a Josiah Warren e Benjamin Tucker, si colloca Lysander Spooner, la cui prospettiva libertaria discende direttamente dal liberalismo classico, del quale esprime una versione radicale, e da qual filone di pensiero che da John Locke conduce a Thomas Jefferson.

Spooner è stato un americano del XIX secolo impegnato in una dura lotta contro il potere pubblico: tanto nella vita sociale come nella riflessione teorica. Per questo autore lo Stato viola l’ordine delle cose e minaccia l’autonomia dei singoli, che non dovrebbero essere forzati a entrare in collettività, Stati, nazioni che non hanno scelto.

Lo stesso muove da taluni assiomi elementari per contestare ogni forma di istituzionalizzazione dell’aggressione. Il suo punto di partenza sono le tesi formulate nella Dichiarazione di Indipendenza del 1776. Egli ritiene insomma che gli individui abbiano diritti che nessuno dovrebbe violare, al punto che di fronte a un governo ingiusto è legittimo resistere e perfino doveroso opporsi.

La giustizia discente dalla legge naturale, perché «o la giustizia è una legge naturale, oppure non detta legge per nulla». Da qui l’insistenza sul fatto che essa deve avere un carattere universale e oggettivo, non potendo mutare a seconda dei luoghi e dei tempi.

Da tutto ciò, l’anarchico americano trae la conseguenza che lo Stato non è necessario e che una maggioranza che pretenda di definire ciò che è giusto o meno fare non è degna di obbedienza. La stessa esistenza dell’organo legislativo gli appare un abuso.

Gli uomini devono poter decidere liberamente se stipulare contratti, rinunciare a una parte della loro libertà, assoggettarsi a decisioni della maggioranza, spogliarsi dei beni per formare un governo. Il tutto deve per giunta avvenire rispettando due condizioni: che si sia di fronte a una libera scelta manifestata con il consenso e che non si abbia mai una totale privazione della libertà.

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D’altra parte, uno dei testi più noti di questo autore s’intitola I vizi non sono crimini e al cuore di tale riflessione c’è la contestazione dell’idea che si possa usare la cogenza della legge per impedire comportamenti che non hanno nulla di violento. Quello che viene ripudiato è il paternalismo: sotto ogni forma.

Mentre il diritto è necessario a impedirci di fare del male al prossimo, esso non dovrebbe “proteggerci da noi stessi”, limitando la nostra libertà. Lysander Spooner può essere considerato il padre fondatore del movimento libertario americano. Molte delle sue idee d sono state accolte e sviluppate ulteriormente nel Novecento dalla corrente libertaria americana ed europea.

La sua lezione di incoercibilità rimane tuttora attuale.

Il prof. Alberto Scerbo laureatosi con lode presso l’Università degli Studi di Pisa, è professore ordinario presso l’Università degli Studi “Magna Graecia” di Catanzaro, ove è titolare della cattedra di Filosofia del Diritto. Sempre presso il medesimo ateneo è anche docente di Filosofia del diritto, Teoria e tecnica della normazione e dell’interpretazione, Filosofia politica e Etica. È autore di numerose pubblicazioni, tra le quali: Diritti, Procedure, Virtù (Giappichelli editore, 2005), Pace Guerra Conflitto nella società dei diritti (Giappichelli editore, 2009), Prospettive di filosofia del diritto del nostro tempo (Giappichelli editore, 2010). Ha partecipato come relatore a numerosi convegni nazionali e internazionali. Il 22 agosto 2014, a Pizzo (VV), ha ricevuto il Premio Internazionale Liber@mente 2014 – VI edizione.

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Mostrati 2 commenti
  • Alessandro Colla
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    Non mi preoccuperi di “chi non vuole aderire”. Chi non aderisce ad alcuna agenzia di protezione, semplicemente non verrà protetto. Se mi aggredisce, io avrò diritto a reagire o l’agenzia che ho scelto reagirà per me. Il soggetto che sceglie di non aderire, spesso è proprio colui che vorrebbe assoggettarmi creando lo stato. Se Spooner è incompleto ha comunque il merito di aver gettato un seme. Anche Locke era incompleto ma non per questo poco importante; e comunque diverso da Hobbes e Rousseau. Se alcuni problemi Spooner non se li è posti, hanno provveduto a porseli, risolvendoli, i pensatori del secolo successivo. In modo particolare Bruno Leoni e Murray Newton Rothbard. Quandi piove, apro l’ombrello. Se la pioggia si lamenta è un problema della pioggia, non della questione che la pioggia stessa non abbia aderito volontariamente all’agenzia di protezione che ha per ragione sociale “Ombrello” o “Tettoia”.

    • leonardofaccoeditore
      Rispondi

      Il principio di non aggressione, effettivamente, è il paradigma che dà risposta ai dubbi sollevati, giustamente, dal professore.

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