In Anti & Politica, Economia, Libertarismo, Saggi

DI GUGLIELMO PIOMBINI

Le soluzioni proposte dall’ecologismo liberista trovano la loro ottimale realizzazione pratica ad un livello politico quanto più decentrato possibile. La forma di stato federale o confederale, nella quale le autonomie locali detengono effettivi strumenti di autogoverno, rappresenta la cornice istituzionale che meglio si combina con gli obiettivi dell’ambientalismo di mercato, che sono quelli di trasporre fedelmente i principi liberali che regolano la convivenza umana ad un campo, come l’ecologia, al quale sono per lungo tempo rimasti estranei.

È infatti convinzione diffusa che i problemi ambientali possano essere affrontati solo in un’ottica autoritaria, repressiva, penalistica.

Al principio liberale del contratto si preferisce, nella tutela ambientale, il principio della coercizione; l’assoluta obbligatorietà del comando proveniente dall’autorità centrale è ritenuta soluzione più sicura della ricerca dell’unanimità tra tutte le parti coinvolte; invece di far leva sugli incentivi individuali ad agire (com’è tipico del mercato) si adotta quindi il sistema terroristico di minacciare multe o reclusioni.

Se l’ecologismo libertario è tollerante, perché rispetta le scelte individuali in materia di ambiente fino a quando queste non danneggiano la sfera giuridica altrui, l’ecologismo statalista non è altro che una variante dell’idea giacobina e totalitaria secondo cui l’autorità, essendo in grado di identificare meglio della società quale sia il bene di questa, ha il diritto e il dovere di imporglielo con la forza.

Le politiche accentratrici degli attuali Stati nazionali sono del tutto in linea con le idee e le proposte dell’ecologismo dominante, con il suo culto per le regolamentazioni burocratiche e le direttive ministeriali, e il suo disprezzo per i rapporti tra comunità e individui fondati sul mutuo consenso.

L’ambientalismo liberista è fondamentalmente decentralizzatore, perchè lascia agli individui, ai piccoli gruppi, alle associazioni e alle comunità di base le decisioni finali sulla gestione dei beni ambientali che li riguardano. L’ambientalismo social-statalista è per sua natura collettivista, e quindi accentratore al massimo grado.

Del tutto chiaro è allora il collegamento tra l’affermazione di Gianfranco Miglio, secondo cui il socialismo, con la sua concezione esasperata di sovranità, rappresenta l’emblema e il culmine della mentalità centralista, e quella di Wilhelm Röpke, per il quale “l’economia di mercato, spostando le decisioni di economia verso i singoli nuclei familiari e le singole imprese, è un principio di decentramento di grandissima importanza”.

Le affermazioni dell’ecologismo federalista si scontrano quindi frontalmente con le tendenze prevalenti nell’ideologia ambientalista, portata sempre più spesso, per logica di ragionamento, a perorare la concentrazione e la centralizzazione del potere. È ormai un luogo comune sostenere che i fenomeni ecologici, in quanto estremamente complessi e interdipendenti tra loro, possono essere efficacemente affrontati solo da istituzioni sovranazionali.

Secondo l’autore di uno dei più diffusi testi sull’ “ecologia dello sviluppo sostenibile”, la salvezza dell’ecosistema potrà essere raggiunta solo creando onnipotenti istituzioni governative di livello planetario, finalizzate a realizzare politicamennte i seguenti programmi: 1) la stabilizzazione della popolazione; 2) la stabilizzazione dello stock delle ricchezze naturali attualmente esistenti; 3) l’equa allocazione tra la popolazione di queste risorse.

Su questo punto, le opinioni federaliste non potrebbero essere più radicalmente divergenti. L’idea fondamentale è che una pianificazione di tali estensioni non ha la minima possibilità di raggiungere obiettivi significativi. Al contrario, vi sono numerosi argomenti a favore di una gestione delle risorse naturali fondata sul principio di sussidiarietà, cioè massimamente decentralizzata.

Innanzitutto, come si è visto, solo una strategia ambientale federalista è rispettosa dei diritti dei gruppi e degli individui, e non richiede la presenza di costose, arbitrarie e mastodontiche burocrazie pubbliche.

In secondo luogo militano a suo favore diverse considerazioni d’efficienza: 1) la pianificazione centralizzata fallisce per la difficoltà del calcolo economico e per l’impossibilità di concentrare la conoscenza dispersa tra milioni d’individui; 2) il municipalismo ambientale rafforza le virtù civiche dei cittadini, incentivandoli a partecipare alla vita comunitaria; 3) la gestione politica accentrata è soggetta agli effetti perversi derivanti dalle pressioni delle lobbies, che sfruttano l’asimmetria esistente tra l’interesse pubblico (disperso) e gli interessi particolari (concentrati). [Questa asimmentria è alla base della “tragedia dei beni collettivi”, ed è tanto più marcata quanto più numerosi sono i fruitori del bene collettivo]; 4) la programmazione dal centro non permette gli opportuni adattamenti alle diverse esigenze locali.

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Il problema del calcolo economico e della dispersione della conoscenza.

Uno degli aspetti più sorprendenti del dibattito ecologico contemporaneo è costituito dal ritorno della tematica del calcolo economico sotto il socialismo, iniziato da Ludwig von Mises negli anni ’20 e ’30 e proseguito poi da altri esponenti della scuola austriaca d’economia come Friedrich von Hayek e Israel Kirzner.

Von Mises dimostrò l’impossibilità della pianificazione economica centralizzata facendo notare come, in assenza di prezzi di mercato, il calcolo economico fosse irrealizzabile. Non è possibile alcuna gestione economica razionale senza le informazioni, incorporate nei prezzi, sulla scarsità o abbondanza di risorse, sul livello della domanda e dell’offerta, sui gusti in continuo cambiamennto dei consumatori. Tali informazioni, come successivamente spiegò Hayek, non possono essere supplite neanche da modelli statistici e matematici, come sostenevano i socialisti, perché l’enorme ammontare di conoscenze necessario per determinare prezzi sufficientemente realistici è disperso e frammentato tra miliardi d’individui, assolutamente impossibile da centralizzare. Nessuna mente o gruppo di menti potrebbe contenere tutti i dati necessari per assolvere quel compito che i prezzi di mercato assolvono automaticamente in maniera straordinariamente efficiente. I pianificatori, ha aggiunto Kirzner, non solo sono del tutto privi delle necessarie informazioni, ma, quel che è più grave, sono spesso ignoranti della loro stessa ignoranza.

Queste conclusioni dimostrano chiaramente quanto siano presuntuose e velleitarie le pretese dei politici di amministrare burocraticamente “entità” immense come l’atmosfera, gli oceani, la popolazione mondiale. La quantità di informazioni necessaria si moltiplica geometricamente con l’allargarsi dell’oggetto da “programmare”. Le probabilità di perseguire con successo gli obiettivi ecologici sono quindi tanto più alte quanto minore è il numero di variabili che devono essere tenute sotto controllo. La gestione decentralizzata e “municipalista” di mari, fiumi, e parchi persegue questo scopo di semplificazione del contesto operativo.

Gli effetti nocivi di eventuali errori sono così strettamente delimitati, e quindi facilmente rimediabili. Possono così instaurarsi meccanismi di trial and error e di imitazione delle strategie ambientali di maggior successo.

Le virtù civiche possono limitare gli effetti delle “tragedie dei beni collettivi”.

Gli ecologisti libertari, nei loro ragionamenti economici, non fanno molto affidamento sull’educazione civica degli individui, considerata un fattore secondario. Infatti, se i vantaggi individuali di un’azione antiecologica sorpassano di gran lunga i costi personali, o se i costi individuali di un’azione ecologicamente corretta sono eccessivi rispetto ai suoi vantaggi, è alquanto difficile che si possano instaurare e consolidare pratiche sociali rispettose dell’ambiente. Nel loro realismo, queste conclusioni sono in genere corrette, ma occorre aggiungere qualche altra considerazione.

Le virtù civiche, l’attaccamento alla propria comunità d’appartenenza, la devozione all’interesse pubblico, lo spirito di servizio e la partecipazione alla vita comunitaria, possono prosperare solo entro uno spazio territoriale delimitato (nelle piccole repubbliche, nei comuni, nei quartieri cittadini). Solo a questo livello i cittadini provano un rispetto verso il verde, le strade, i fiumi, spontaneo e intenso quasi quanto quello verso i propri beni personali. Questa attenzione si attenua proporzionalmente per quei beni pubblici, condivisi da estranei, estesi oltre limiti spaziali “particolaristici”.

È inerente alla natura umana preoccuparsi prima di tutto del proprio interesse personale e di quello della propria famiglia, in seconda battuta di quello del proprio circondario, e poi, sempre meno intensamente, del bene della propria città, della propria regione, della propria nazione, e così via.

Da questo punto di vista, il federalismo ambientale rappresenta uno strumento indispensabile per ridurre agli effetti negativi derivanti dalle “tragedie dei beni collettivi”.

Quando un bene è in comproprietà di più persone sorgono forti incentivi a sovraconsumarlo ben oltre quanto avverrebbe se il bene fosse in proprietà individuale. Ad esempio, nei condominii in cui l’impianto di riscaldamento è centralizzato le singole famiglie non hanno molti incentivi a risparmiare (potendo questi sacrifici essere inficiati da un utilizzo in eccesso di un’altra famiglia dello stabile), e il risultato complessivo è un consumo molto superiore a quello dei condominii in cui ogni famiglia ha il proprio contatore. È questa una delle ragioni per cui il diritto civile cerca di favorirne la divisione dei beni in comunione.

Mentre il proprietario privato fa propri tutti i frutti dell’attività personale di cura del bene, ogni utilizzatore di un bene collettivo, pur sopportando per intero il costo del proprio comportamento virtuoso, è costretto a dividerne i vantaggi con l’intero gruppo dei fruitori.

Per questa ragione i gruppi di grandi dimensioni, almeno se sono composti da individui razionali, raramente agiscono nel loro interesse collettivo. Nei gruppi di piccole dimensioni i vantaggi del proprio comportamento “altruista” vengono divisi tra un minor numero di partecipanti, e quindi l’incentivo ad agire in questo senso, per ogni singolo partecipante, è maggiore. I piccoli gruppi hanno perciò molte più probabilità di organizzare e realizzare con successo la propria azione collettiva.

Se applichiamo questi principi alla gestione ambientale, ne risulta che le “tragedie dei beni collettivi” sono tanto più dannose e irrimediabili quanto più vasto è il “common”, e tanto meglio affrontabili quanto minore è il numero di abitanti che condivide la proprietà del bene. È questo il vantaggio fondamentale del federalismo ecologico.

Inoltre, nelle piccole comunità territoriali, l’obbedienza al governo, alle leggi e alle regole di civile convivenza è spesso un fatto quasi volontario. Non potendovi essere lo stesso grado di fiducia verso un governo lontano, questo sarà costretto a compensare lo scarso rispetto verso le proprie disposizioni in materia di protezione ambientale facendo uso della forza, cioè intensificando i controlli polizieschi, inasprendo le sanzioni, allargando le burocrazie.

Queste “burocrazie del bello”, professionali e permanenti, acquisiscono col tempo interessi e comportamenti “di casta” del tutto estranei a quelli delle popolazioni locali, e finiscono con il produrre solamente corruzione, oneri fiscali per il loro mantenimento, normative farraginose e vessatorie, costi aggiuntivi per le imprese produttive, e degrado ambientale.

Non è un caso che il senso civico sia più presente e il rispetto dell’ambiente più praticato in quelle regioni del nord Italia in cui vi è stata una lunga tradizione di autogoverno, dove gli abitanti dei comuni o dei borghi hanno per secoli amministrato in proprio gli spazi collettivi. Di contro, nelle regioni meridionali che invece del fenomeno comunale hanno conosciuto la centralizzazione burocratica di Federico II, l’inerzia delle popolazioni di fronte al degrado delle città e del territorio si spiega con l’assuefazione a modelli di comportamento etero-diretti, in cui, in luogo dell’attività individuale o associata a favore della comunità, si pretende e si aspetta l’intervento dell’autorità lontana.

L’ambientalismo delle autonomie, abituando i cittadini al volontariato e alla paretecipazione comunitaria, rappresenta in definitiva una “scuola” di valori civici.

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Il federalismo ambientale assicura una maggiore responsabilizzazione degli amministratori pubblici.

Una delle cause principali degli scarsi risultati realizzati dallo Stato nella tutela ambientale deriva dal fatto che, come hanno dimostrato gli studiosi delle dinamiche decisionali pubbliche, all’interno dei corpi politici e burocratici vigono le stesse motivazioni egoistiche presenti nel mercato. È irrealistico pensare che i governanti, i dipendenti pubblici e gli elettori non perseguano il proprio interesse personale allo stesso modo degli imprenditori e dei consumatori privati.

Gli apparati politici sono estremamente sensibili alle pressioni delle lobbies e dei gruppi organizzati. Una decisione ambientale presa all’interno del settore pubblico non è quasi mai quella che persegue l’interesse generale, ma è quella che realizza il massimo risultato positivo nel calcolo algebrico tra consenso guadagnato e consenso perduto.

Il problema fondamentale è l’esistenza di una asimmentria tra l’inetresse pubblico, che è disperso tra milioni di individui e quindi meno visibile e percepibile, e l’interesse dei gruppi organizzati, che è concentrato. La decisione politica di favorire l’interesse ecologico generale avvantaggia milioni di individui disorganizzati ciascuno solo in piccola misura, e non è detto che ciò sia sufficiente per garantire la loro gratitudine al momento delle elezioni. Favorendo gli interessi dei più motivati gruppi di pressione (economici, ambientalisti, particolaristici, corporativi), i politici possono invece assicurarsi solidi pacchetti di voti, perché il vantaggio individuale che ciascuno dei membri del gruppo particolare riceve è cospicuo.

Anche in questo caso, la gestione a livello decentrato del bene ambientale riduce l’asimmentria tra costi diffusi e vantaggi concentrati, rendendo così molto più probabile che la decisione politica sia conforme all’interesse generale. Ad esempio, è più facile che una gruppo ambientalista riesca nell’intento di far passare una regolamentazione che impone alti costi alle attività produttive, ai consumatori o ai contribuenti, quando questi costi sono divisi tra l’intera collettività nazionale piuttosto che tra gli abitanti di una città (oppure, viceversa, che una lobby industriale ottenga l’approvazione di una legge eccessivamennte permissiva verso le emissioni provocate dalle proprie attività).

La gestione municipale dell’ambiente, introducendo meccanismi concorrenziali sconosciuti a qualsiasi organizzazione centralizzata, contribuisce ulteriormente a responsabilizzare gli amministratori pubblici, perché i cittadini potrebbero “votare con i piedi”, allontanandosi da quelle zone in cui il rapporto costi/benefici ambientali non soddisfa le proprie esigenze. Questa possibilità oggi manca, perchè ciò che il contribuente paga per l’ambiente non corrisponde a ciò che riceve in cambio.

Il federalismo ambientale permette gli opportuni adattamenti tra realtà locali che possono avere preferenze ecologiche diverse.

Uno dei principali difetti delle attuali politiche ambientaliste svolte a livello nazionale è che inevitabilmente impongono standard uniforni, decisi dal Ministero, a situazioni che invece richiederebbbero interventi differenziati.

Le preferenze ecologiche non sono infatti le stesse tra tutte le popolazioni della penisola. In alcune località gli abitanti danno maggiore importanza ai valori ecologici, mentre in altre si preferisce sacrificare in maggior misura questi ultimi per favorire lo sviluppo economico.

Le moderne preoccupazioni per la qualità dell’ambiente sono state rese possibili proprio dalla tremenda crescita economica generata dal capitalismo. Man mano che i beni materiali diventavano più abbondanti, diminuiva il loro valore marginale, come secondo la nota legge economica; nello stesso tempo, cresceva il valore della “qualità della vita”, ponendo scelte allocative un tempo sconosciute.

Il problema è quello di stabilire quale combinazione di beni materiali e “qualità della vita” le diverse popolazioni desiderano consumare. È probabile che nelle zone più arretrate economicamente si dia più importanza ai primi, mentre nelle zone ad alto reddito cifre più alte saranno destinate volontariamente al miglioramento dell’ambiente circostante e ad altre amenità.

Il rispetto delle diverse preferenze ecologiche richiede un’attuazione non centralizzata, ma federalista delle politiche ecologiche. Nessuna autorità centrale ha il diritto di imporre agli abitanti di una certa zona un consumo di beni ecologici superiore a quello che sarebbero disposti a pagare spontaneamente. Il discorso vale anche a livello internazionale: imporre ai paesi del terzo mondo politiche ecologiche basate su standard occidentali, e quindi superiori alle loro possibilità, rappresenta una vera e propria forma di “imperialismo ecologico” ( l’Occidente ha diritto solo di impedire che i guasti ecologici prodotti dalle politiche di sviluppo in questi paesi non danneggino l’Occidente stesso o l’intero pianeta).

Questo approccio municipalista ai problemi ecologici è stato sperimentato con successo negli Stati Uniti (nello Stato del Wisconsin e nella città di New York) e nel Giappone con riguardo all’inquinamento aereo. Alcuni municipi cittadini hanno infatti deciso di creare dei diritti d’inquinamento nello spazio aereo sovrastante le città. Entro questa “bolla d’aria” l’amministrazione cittadina fissa il liimite massimo di emissioni nell’atmosfera, verosimilmente corrispondente alle esigenze ecologiche dei propri abitanti, e permette che questi permessi siano liberamente comprati e venduti. È possibile immaginare un’intera nazione in cui ogni città abbia la propria “bolla d’aria” diversa dalle altre, con addirittura scambi di diritti ad inquinare tra le diverse città.

Con questo sistema, che crea un incentivo monetario a favore delle imprese che sviluppano metodi meno inquinanti, la città di Portland, Oregon, ha visto nascere un fiorente mercato dei diritti ad inquinare, con tanto di broker e mediatori, migliorando al contempo la salubrità dell’aria e facendo risparmiare notevoli risorse alle casse comunali. Tutti ci hanno guadagnato da questo esperimento, salvo forse i burocrati addetti alla protezione ambientale.

Quando le comunità locali sono lasciate libere da interferenze del governo centrale riescono a escogitare nuovi metodi per correggere i propri guasti ambientali. Spesso l’introduzione di nuove tecnologie e di nuove istituzioni (come diritti di proprietà) richiede notevoli risorse, e i costi di transazione possono essere eccessivi; quando però il bene ambientale acquista un notevole valore, gli adattamenti di mercato più opportuni vengono spontaneamente adottati perché convenienti.

A Los Angeles, per esempio, l’aria pulita è scarsa, mentre nell’Idaho è abbondante. In assenza di intromissioni governative, diventerebbe vantaggioso per gli abitanti di Los Angeles sviluppare delle istituzioni che permettano forme di transazione nel mercato dell’aria. Gli abitanti dell’Idaho, al contrario, non sono in grado di apprezzare granchè quantità addizionali di aria pulita, e difficilmente sprecheranno risorse in questo mercato. Sotto il controllo centralizzato, gli abitanti dell’Idaho pagano invece come gli abitanti di Los Angeles per un bene che essi valutano di meno.

Questo sviluppo spontaneo ad opera di “imprenditori istituzionali” si è verificato durante il secolo scorso nella fontiera del West americano, dove all’inizio era del tutto assurdo applicare le leggi dell’Est riguardanti l’occupazione e la delimitazione dei diritti di proprietà sulla terra, perché questa era estremamente abbondante nelle praterie dell’Ovest, dove al contrario scarseggiava il legno e le distanze da recintare erano enormi.

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Col passare del tempo però, il regime di proprietà comune tra tutti gli allevatori portò ad una classica “Tragedy of the Common”, perché l’erba divenne sempre più scarseggiante. Solo a questo punto divenne conveniente definire e far rispettare i diritti di proprietà, anche se i costi per le recinzioni rimanevano inaffrontabili. In un primo periodo i cow-boys iniziarono a stabilire i propri bivacchi lungo le linee di cofine, fungendo così da vere e proprie “recinzioni umane”. Alla fine una innovazione tecnologica, il filo spinato, permise di ridurre drasticamente i costi di definizione dei diritti di proprietà, risolvendo definitivamente il problema ecologico della scomparsa dell’erba destinata al pascolo. Tutti questi adattamenti evolutivi non vi sarebbero stati se un governo centrale avesse imposto leggi uniformi per tutto il paese o altre inefficaci regolamentazioni.

Un altro caso del passato in cui le comunità locali si sono dimostrate molto più abili del governo centrale a proteggere l’ambiente è quello degli elefanti africani. La politica federalista dello Zimbabwe, che ha affidato ai villaggi locali la cura degli elefanti, ha surclassato sotto tutti i punti di vista quella fortemente centralizzata del Kenya, dove tutti gli elefanti sono di proprietà del governo. Nel primo dei due paesi il numero di questi animali è cresciuto ad un tasso medio del 5% annuo, mentre nel secondo la situazione è così drammatica che, continuando a questi ritmi, in meno di dieci anni, gli elefanti saranno completamente estinti.

Dalle vicinie a Privatopia: esempi antichi e moderni di gestione comunitaria di beni collettivi ambientali.

Diversi sono gli esempi, passati e attuali, di gestione comunitaria di beni pubblici. Lo stesso Comune italiano deve il proprio nome proprio al fatto che, storicamente, è sorto per la gestione dei beni “comuni” ad una certa collettività territoriale. Il periodo medioevale ha conosciuto una ricca fioritura di istituti giuridici eminentemente privatistici finalizzati a disciplinare i beni collettivi.

Molto diffusi in a quel tempo erano gli usi civici, cioè diritti di godimento su certi fondi a favore della generalità della popolazione di un Comune o di una frazione o di singoli componeneti della popolazione. Essi comprendevano di solito il diritto di raccogliere legna per uso domestico, di seminare e di spigolare, di far pascolare il proprio bestiame, di “vagantiva”, cioè di vagare su terreni paludosi per cacciare o pescare. Questi usi erano detti essenziali, mentre gli usi civici esercitati per uno scopo economico di lucro erano chiamati utili. Il diritto di uso civico spettava non al Comune in quanto istituzione, ma alla collettività degli abitanti del Comune, che lo esercitavano solo in quanto appartenenti alla collettività e finchè facevano parte di questa, in base ad autoregolamentazioni comunitarie e consuetudini. Il processo di centralizzazione statalista compiutosi nel nostro secolo ha ovviamente decretato la condanna a morte di questi antichi istituti: la legge 16 giugno 1927 n. 1677 e altre leggi minori successive hanno previsto la liquidazione degli usi civici mediante l’attribuzione in piena proprietà al Comune di una parte dei terreni gravati dal diritto di uso.

Altri importanti istituti medioevali di questo tipo erano le vicinie, dove determinati beni pubblici venivano gestiti non da tutta la collettività o da un ente pubblico rappresentativo di essa, ma solo dall’assemblea dei proprietari discendenti dalle famiglie prime occupanti delle terre della zona, secondo le prescrizioni di uno statuto contenente perlopiù antiche norme consuetudinarie.

Il moderno fenomeno delle “comunità condominiali” americane è molto vicino quello delle antiche vicinie. Per l’ammissione entro una di queste comunità volontarie è richiesto l’acquisto di un fascio di diritti pubblici e privati. Chi decide di entrare in questi condominii allargati si impegna per contratto a contribuire alla fornitura di certi beni pubblici quali la gestione e la cura delle strade o dei parchi, i servizi di protezione affidati a polizie private, le prestazioni arbitrali per risolvere eventuali dispute fra condomini, ecc.

Queste comunità (le più note delle quali sono quelle di Walt Disney ad Orlando, Florida; di Arden, nel Delaware; le comunità contrattuali di Reston nella Virginia; la Ft. Ellsworth Condominium Association di Alexandria, Va.) non possono in alcun modo essere assimilate a “governi”, perché il rapporto che le lega ai condomini è integralmente privatistico, ed è quello disciplinato dal contratto condominiale secondo la common law; nessun potere di tassazione che non sia oggetto di volontaria accettazione è previsto, e le decisioni sulle questioni comuni vengono prese solo dai proprietari.

Alcuni autori hanno ravvisato in queste esperienze di decentramento dei veri e propri fenomeni di secessione, condotti da strati benestanti della poplazione americana, la quale tende sempre di più ad organizzare la propria vita , non solo privata ma anche collettiva, in modo del tutto indipendente: riunendosi in club esclusivi, gestendo scuole inaccessibili agli estranei (ormai in tutti i centri abitati di medie dimensioni esistono due distinti sistemi scolastici) e perfino creando città assolutamente chiuse ad ogni forma di penetrazione. A New York esiste un distretto, collocato tra la 38a e 48a strada, e tra la 2a e 3a Avenue, in cui la collettività degli abitanti ha raccolto, nel 1989, una somma di 4 milioni e 700 mila dollari, sia per provvedere autonomamente alla pulizia delle strade e alla raccolta della spazzatura sia per organizzare un corpo di polizia privato, affidato ad agenti sia in divisa che in borghese.

Una manifestazione ancora più accentuaata della stessa tendenza è rappresentata dai Cid, i Common Interest Developments, una serie di nuovi quartieri residenziali che stanno nascendo ai confini delle grandi città (uno studioso, Evan Mac Kenzie, sostiene che queste “Privatopie” ospiteranno nel 2000 il 30 % della polazione americana) in cui si può entarre unicamente grazie ad una parola d’ordine, e che da soli fissano liberamente tutte le regole di convivenza e provvedono a tutte le necessità della loro ssussistenza, compreso il rifornimento idrico e la sicurezza. E che quindi , in alcuni casi, arrivano a spingere le loro richieste di autonomia fino a pretendere di non pagare più le tasse comunali per questi servizi, o addirittura a impedire alla polizia l’accesso al loro interno.

Questi esempi di produzione a livello radicalmente decentrato di servizi collettivi ambientali per mezzo di soli arrangiamenti contrattuali di mercato confutano tutte le teorie economiche ortodosse sui beni pubblici.

Gli eccellenti risultati di questi primi esperimenti di rottura con le politiche stataliste e accentratrici fanno ben sperare in un futuro all’insegna di un ecologismo federalista e municipale.

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