In Anti & Politica, Economia

di AURELIO MUSTACCIUOLI

Prendo spunto da un post (sotto) di Guglielmo Piombini su facebook, che cita la seguente frase di Pavel Durov, “il socialismo è il risultato inevitabile del suffragio universale”.

Ebbene, credo che Durov abbia ragione. E non lo dico solo per intuizione, al contrario ritengo che la sua affermazione sia una conseguenza della Teoria dei Giochi.

Vediamo di approfondire.

Nell’attuale paradigma della politica, dove i partiti competono fra loro per gestire le risorse dei cittadini, il sistema di incentivi è tale che gli interessi dei singoli attori (giocatori) porta ciascuno di essi ad agire per internalizzare vantaggi (ricavi) ed esternalizzare svantaggi (costi) .
In questo “gioco” i vantaggi sono voci della spesa pubblica, gli svantaggi sono le tasse che servono a finanziarle.
Chiariamo.
I vantaggi che ogni giocatore intende internalizzare attraverso il voto al partito che lo rappresenta, sono le conseguenze, per lui postive, di specifiche voci di spesa. Ad esempio, un lavoro parassitario ben retribuito, una posizione di potere per gestire discrezionalmente voci di spesa pubblica, servizi assistenziali di cui beneficia in prima persona, etc.
Gli svantaggi che invece ogni giocatore intende esternalizzare sono le tasse che finanziano tali voci di spesa. Tali tasse sono un vero e proprio costo che viene distribuito su tutti a fronte di un vantaggio di cui godono in pochi.

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Se ogni soggetto avesse il suo partito, la frammentazione che ne deriverebbe renderebbe il gioco ingiocabile. L’aggregazione di soggetti in gruppi di interesse (partiti) lo rende invece il gioco perfetto.
Il risultato di questo gioco è il socialismo dove perdono tutti i giocatori perché alla fine, per ciascuno di essi, il vantaggio in termini di ricavi diventa inferiore alla somma dei costi che tutti gli altri giocatori ribaltano su ciascun giocatore. .

A me sembra abbastanza evidente che in questo gioco l’anarco capitalismo, ovvero una configurazione in cui non si ribalta alcun costo agli altri giocatori rappresenti un ottimo di Pareto. Viceversa il socialismo è un equilibrio di Nash.

Il socialismo quindi sarebbe effettivamente il risultato inevitabile del suffragio universale. L’esito inevitabile di un gioco in cui tutti perdono.

È interessente notare tuttavia che, pensando fuori dagli schemi, questo gioco può essere cambiato. E in questo caso il risultato del gioco potrebbe essere una forza temporanea che agisce per riequilibrare il sistema e invertire il suo processo di degenerazione.

Immaginiamo infatti che alcuni giocatori si rendano conto che sono gli unici veri finanziatori della spesa di cui tutti beneficiano e decidano di cambiare le regole del gioco.

Ciò accadrebbe perché diventa dominante per questi soggetti un nuovo sistema di incentivi. Non si tratta più di internalizzare vantaggi in termini di ricavi ed esternalizzare svantaggi in termini di costi, ma di internalizzare vantaggi in termini di “non costi” critici per sé ed esternalizzare svantaggi in termini di “non ricavi” marginali per tutti.

I “non costi” critici per sé sono appunto le tasse, di cui ormai sono gli unici payers, che finanziano la spesa di cui invece tutti i giocatori sono beneficiari marginalmente.

Quindi, quando il gioco originario è ormai degenerato e per alcuni giocatori diventa dominante il nuovo sistema di incentivi il paradigma di gioco per questi giocatori cambia e si sviluppano forze volte ad invertire la degenerazione del gioco stesso.

Ciò almeno è vero, se gli altri giocatori non si alleano per distruggere i primi. Ovvero se il sistema di incentivi per gli altri giocatori rimane lo stesso di quello originario. Perché se dovesse cambiare anche per loro, invece di frammentarsi nella ricerca di vantaggi per sé, si coalizzeranno contro il nuovo giocatore per non perdere i loro benefici specifici. Ciò porterebbe nuovamente ad un finale del gioco dove tutti perdono, in quanto la distruzione del giocatore verso cui si coalizzerebbero, rappresenta anche la distruzione della fonte dei loro benefici.

Tale coalizione, tuttavia, non sarebbe così semplice, perché non è banale cambiare il sistema di incentivi. I giocatori che lo fanno, infatti, hanno una motivazione molto forte, la loro sopravvivenza. Per quelli che invece non rischiano la vita, è probabile prevalga la spinta a giocare per se stessi, non contro un avversario.
Ecco quindi che in questo caso l’equilibrio di Nash potrebbe coincidere, almeno temporaneamente, con un ottimo di Pareto.

La ricerca di questo nuovo equilibrio è esattamente il progetto di Forza Guardiana.

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QUI IL POST di Guglielmo Piombini

Il  socialismo  è  il  risultato  inevitabile  del  suffragio  universale, dice Pavel Durov, miliardario russo ideatore di Telegram.

Durov, scrive Il Sole-24 Ore di oggi, è l’incarnazione di  una  nuova  élite  mondiale  che  si muove  senza confini, ripudia  il  potere  degli  Stati  e  mal  sopporta  l’autorità  che  i governi  esercitano  sulle  iniziative imprenditoriali. Durov  è  l’anti-Stato, l’enfant prodige dell’anarco-capitalismo.

Attualmente ha stabilito la sua sede a Dubai. L’ha scelta per un motivo:

«Dubai  è  una  città  che  cancella  tutti  i  dogmi  socialisti.  Infrastruttura  straordinaria combinata con un’assenza quasi completa di tasse e dazi doganali. Allo stesso tempo, l’Europa è in profonda stagnazione. Il motivo è semplice: gli europei sono costretti a riscuotere tasse elevate e distribuirle sotto  forma  di  prestazioni  e  pensioni, che  sono  generosamente  promesse  agli elettori durante le campagne elettorali. Saranno eletti coloro che promettono di più. Il socialismo è il risultato  inevitabile  del  suffragio  universale. Tuttavia, presto il paradiso socialista dell’Europa finirà. La globalizzazione e la crescente concorrenza tra paesi faranno il loro lavoro. Dubai è uno dei presagi dei prossimi cambiamenti del nuovo mondo».

(La primula rossa di Telegram, Il Sole 24 Ore, 17 maggio 2020)

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Commenti
  • Davide
    Rispondi

    La parte iniziale credo coincida sostanzialmente con la teoria della scelta pubblica di Buchanan.
    Quindi per prima cosa possiamo osservare come, nonostante tutto ciò sia arcinoto da decenni, la situazione continui a degenerare.
    Lo vediamo in Europa, negli Usa, lo vediamo ancora meglio in Venezuela.
    Non sono quindi ottimista sul ruolo e sull’efficacia che possano avere soggetti desiderosi di invertire il processo: è chiaramente il punto centrale di tutta la proposta, ma faccio fatica a vedere questi incentivi diversamente da quelli che ci hanno portato fin qui.
    O sono io che non capisco, o sono simili ad un gruppo di pressione che chiede, ad esempio, agevolazioni fiscali mirate.

    Bella l’esposizione dell’equilibrio di Nash e del (non) ottimo paretiano in cui ci troviamo, che condivido e trovo molto esplicativa.
    Come se ne esce? Dal dilemma del prigioniero, in teoria, non si esce senza scelte coordinate.
    Può sembrare paradossale, ma forse è solamente una scelta coordinata, da parte di una fetta importante della popolazione che si renda conto che l’equilibrio attuale è un disastro, a poter portare ad una società più libera, meno soggetta alla “scelta pubblica”: quindi una scelta pubblica iniziale, stabilendo le regole del gioco, per avere meno scelta pubblica in continuo.

    Per come la vedo io, se ne esce solo togliendo gli incentivi stessi: limitando il potere pubblico di spendere, tassare, regolare.
    La domanda che pongo è: in passato indubbiamente gli stati qualche riforma in senso liberale, limitando il potere pubblico, l’hanno fatta. Dalle costituzioni europee alla nascita degli Usa (questa però “ribelle”).
    C’è qualcosa che possiamo copiare, adattandolo ai nostri tempi?
    Intendo come processo per poter arrivare almeno a limitare costituzionalmente spesa pubblica, imposizione fiscale, regole discrezionali.

    Emirati: penso che paesi del genere oggi si comportino in tal modo solo perchè, al momento, hanno interesse ad attirare ricchezza. Ma domani avranno gli stessi interessi degli altri ad appropriarsene. Ed essendo da quelle parti il potere pubblico ancora meno limitato che da noi, non vedo come non possano degenerare. Sono paesi che ti cacciano da un giorno all’altro, quando non gli servi più.

    Gli stessi Emirati, però, danno l’idea di una parte di una possibile soluzione: la concorrenza istituzionale.
    Più gli stati sono parassiti, più i singoli “finanziatori” hanno incentivo ad andarsene dove trovano condizioni migliori.
    Per questo i parassiti insistono tanto su UE, ONU, organizzazioni sovranazionali, ecc: non vogliono lasciare via di scampo, perchè tali possibilità di uscita sono un reale incentivo, ed alle volte se ne accorgono persino loro, a limitare il ladrocinio e lo sperpero pubblico.
    In realtà, a dirla tutta, vedo in questo senso più possibilità di peggiorare la situazione attuale (riuscendo i parassiti a limitare tale concorrenza) che noi di migliorarla.

    Intanto continuiamo a sperare nei bitcoin: un modo per il singolo di uscire dal gioco, anche se solo in parte.
    Smettendo di finanziare un sistema di cui beneficiano altri, come da auspici. E senza necessità del consenso dei finanziati, come avviene anche emigrando a Dubai.

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