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In un recente articolo su Il Sole 24 Ore, Carlo Melzi d’Eril e Giulio Enea Vigevani sostengono che l’arbitraria limitazione della libertà di movimento di coloro che hanno scelto di non vaccinarsi contro il Covid (il cosiddetto “Green Pass”) non è in contrasto con la costituzione. L’argomentazione di fondo è che “la costituzione tutela la salute come interesse della collettività”. Secondo una sentenza della corte costituzionale del 2018, la costituzione consentirebbe “l’imposizione di un trattamento sanitario se diretto ‘non solo a migliorare o a preservare lo stato di salute di chi vi è assoggettato, ma anche a preservare lo stato di salute degli altri’”. Questo, tuttavia, continuano gli autori, ad alcune condizioni. Prima fra tutte il fatto che “la scienza garantisca, entro i confini in cui può farlo, la sicurezza dei vaccini e la loro indispensabilità per superare la pandemia”. Gli autori dell’articolo sono del parere che tale violazione della libertà (il “Green Pass”) “corrisponda a un bilanciamento fra beni giuridici ben orientato dal punto di vista costituzionale … Come si opera questo bilanciamento? In base ad alcune regole note, declinate seguendo il principio di ragionevolezza. Possiamo ricordarne alcuni: i beni collettivi possono fare premio su quelli individuali; in base al principio di solidarietà, le persone più deboli debbono essere tutelate; in base a quello di responsabilità, chi si è posto in una posizione di rischio che avrebbe potuto evitare senza difficoltà, può essere, in una certa misura, meno tutelato di chi quella stessa posizione di rischio non ha potuto evitare; infine, situazioni emergenziali possono giustificare una maggiore compressione, per il tempo strettamente necessario, di alcuni diritti fondamentali”.

I problemi con la tesi esposta nell’articolo sono di due tipi: puntuali e strutturali. Questi due tipi di problemi sono uno il riflesso dell’altro ma per semplicità espositiva è meglio discuterli separatamente.

 

Problemi puntuali

 

1) La “salute” è oggettiva. Il benessere (a cui la salute spesso contribuisce) è invece soggettivo

Gli autori scrivono che la ‘salute’ è un ‘interesse della collettività’ tutelato dalla costituzione. In queste poche righe ci sono già due grossi problemi.

Il primo riguarda il concetto stesso di “salute” e il modo in cui essa si lega all’azione umana e quindi agli “interessi” delle persone. Nell’agire, nello scegliere (cioè nel perseguire i propri interessi), l’individuo tiene conto del suo benessere (quella che in gergo economico si chiama la sua utilità). La salute fisica è certamente, molto spesso (ma non sempre), uno dei fattori che contribuiscono in modo importante al benessere di una persona.  Tuttavia, il benessere di una persona è un concetto molto più ampio e infinitamente più complesso della salute fisica (che è solo uno degli infiniti fattori che, in modi e misure diverse per ogni individuo, contribuiscono positivamente al suo benessere).

Mentre la salute fisica (intesa come concetto astratto) è generalmente oggettiva e uguale per tutti (nel senso che una gamba che non funziona è un problema fisico per il funzionamento del corpo umano in generale), il benessere (e quindi anche il peso che la salute fisica ha per il benessere di un individuo; e il peso che essa ha per un individuo in un dato momento della sua vita) è un concetto puramente individuale, soggettivo: esso varia cioè da individuo a individuo. Una gamba che non funziona, per esempio, potrebbe essere meno grave per una persona che non può vivere senza libri di quanto può esserlo per una persona che non può vivere senza scalare le montagne. All’inizio del periodo di vaccinazione anti-Covid (in cui i vaccini disponibili erano pochissimi e dati solo agli anziani), un uomo di 91 anni scelse di dare la dose di vaccino che gli era stata assegnata alla madre di un ragazzo disabile. Questo atto di solidarietà dimostra appunto che il peso che la salute fisica ha per il benessere di un individuo; il peso che essa ha per un individuo in un dato momento della sua vita; e il modo in cui essa si lega ad altre sue priorità individuali (inclusa la solidarietà) è diverso da persona a persona.

La salute quindi, per l’individuo, non è importante in quanto tale (cioè come concetto oggettivo) ma solo come fattore che contribuisce al suo benessere, che appunto è soggettivo.

Ne segue che il fatto che la costituzione tuteli la “salute” come “interesse della collettività” è logicamente assurdo (come praticamente qualsiasi cosa che dice la costituzione). In primo luogo, perché comporta una tutela unica e uguale per tutti di un “bene” (la salute) a cui diversi individui danno importanza diversa in momenti diversi. In secondo luogo perché, dato che il valore è soggettivo, non può logicamente esistere alcun “interesse della collettività”, né a monte alcuna “collettività” intesa come entità pensante, o agente. Solo l’individuo pensa, solo l’individuo agisce, solo l’individuo prova emozioni, solo l’individuo ha il cuore, non la “collettività”.

 

2) Allo stato attuale la scienza non può garantire l’assoluta sicurezza dei vaccini. Ma anche se potesse farlo, sarebbe irrilevante.

Gli autori sostengono che la violazione arbitraria della libertà di movimento di chi non si è vaccinato (il cosiddetto “Green Pass”) è costituzionale a condizione che “la scienza garantisca, entro i confini in cui può farlo, la sicurezza dei vaccini e la loro indispensabilità per superare la pandemia”. Questa frase, all’apparenza innocua e di buon senso, vista da vicino fa paura.

Innanzitutto, cosa si intende per “sicurezza dei vaccini”? Si intende che è assolutamente impossibile che i vaccini provochino danni o morte? No, dato che “i report ‘yellow card’ sui casi avversi susseguenti alla vaccinazione indicano circa 1,500 morti in UK. In USA i morti segnalati ufficialmente nel report VAERS sono arrivati ora a 11mila, senza contare alcune migliaia di casi di disabilità permanente” (si veda questo articolo di Becchi N., Trevisan N., Zibordi G.). Per “sicurezza dei vaccini” quindi si intende che i vaccini sono innocui per la maggioranza e letali o estremamente dannosi per una minoranza. Letta da vicino la frase “a condizione che la scienza garantisca, entro i confini in cui può farlo, la sicurezza dei vaccini e la loro indispensabilità per superare la pandemia” vuol quindi dire: “a condizione che una parte degli scienziati confermino che, per quello che se ne può sapere oggi, i vaccini sono sicuri per la stragrande maggioranza delle persone, anche se possono provocare danni e morte a un’esigua minoranza che però, in quanto tale, può essere sacrificata per l’interesse della collettività”.

Questo vuol dire che i vaccini sono inutili? No. E’ confermato che più ampia è la vaccinazione, specie fra gli over 50, minore è il numero di morti (“Il vaccino riduce certamente la letalità per gli >50 di 2,5 volte, se i dati sono paragonabili e omogenei“, sempre Becchi, Trevisan e Zibordi). Tuttavia, “Per l’80 o 85% della popolazione non esiste un vero rischio Covid e quindi un motivo per vaccinarsi; esiste invece con la vaccinazione un rischio di finire tra i ‘casi avversi’ letali” (sempre sempre Becchi, Trevisan e Zibordi).

Il punto è che i morti non sono tutti uguali. Senza l’obbligo (ma anche senza il divieto) di vaccinarsi (esplicito o vigliacco, cioè tramite “Green Pass”), l’eventuale morte di una persona (vuoi perché ha liberamente scelto di non vaccinarsi, vuoi perché ha liberamente scelto di farlo), per quanto umanamente tragica, non ha implicazioni morali. Tuttavia, la morte di (o il danno a) una persona (anche solo una!) a causa del vaccino che essa è stata obbligata a fare, ha implicazioni morali immense. Rousseau scriveva che “se la maggioranza decide che un innocente deve morire [nell’“interesse della collettività”, n.d.r.], allora è giusto che egli muoia”. Sostanzialmente, questa citazione descrive abbastanza bene le implicazioni dell’obbligo di vaccinazione.

 

 

3) “I beni collettivi possono fare premio su quelli individuali” … solo in un sistema totalitario.

Gli autori elencano una serie di “principi di ragionevolezza” in base ai quali il Green Pass “opera … un bilanciamento fra beni giuridici ben orientato dal punto di vista costituzionale”. Come vedremo oltre, dal punto di vista della libertà logicamente definita, l’importanza del fatto che un bilanciamento fra beni giuridici sia ben orientato dal punto di vista costituzionale oscilla fra zero e meno infinito. Ma questo lo vedremo dopo. Uno di questi “principi di ragionevolezza” sarebbe che “i beni collettivi possono fare premio su quelli individuali”.

Come abbiamo accennato prima, dal fatto che il valore può logicamente (scientificamente) essere solo soggettivo segue che l’“interesse della collettività” e i “beni collettivi” sono un non-senso logico. Di nuovo, la “collettività” non esiste come entità pensante, agente o avente un cuore e due polmoni. Essa esiste solo come insieme di individui, in cui il fatto che questi facciano parte di una maggioranza o minoranza è del tutto irrilevante. Quindi i “beni collettivi” non possono “fare premio” su quelli individuali in primo luogo perché non esistono: quelli che oggi sono etichettati come “beni collettivi” non sono altro che elementi della personale e arbitraria visione del mondo che qualcuno vorrebbe imporre (o riesce a imporre) con la forza agli altri. I peggiori “crimini contro l’umanità” (o più semplicemente: le più atroci violazioni della proprietà privata) sono stati legali e fatti in nome di un arbitrariamente definito (perché indefinibile in modo non arbitrario) “interesse della collettività” o “bene collettivo”.

Il fatto che i “beni collettivi possano fare premio su quelli individuali” non è quindi un “principio di ragionevolezza”: è un principio di irragionevolezza; e uno che, se accettato, porta dritto alla società totalitaria. La libertà si basa sull’individuo (che esiste, pensa, sente, agisce) non sulla “collettività” (che non esiste).

 

4) La solidarietà è tale solo se è individuale e volontaria

Un altro dei “principi di ragionevolezza” in base a cui il Green Pass “opera … un bilanciamento fra beni giuridici ben orientato dal punto di vista costituzionale sarebbe il “principio di solidarietà”, il quale stabilirebbe che le persone più deboli debbono essere tutelate”.

In primo luogo, è bene ricordare che la solidarietà è tale solo se è individuale e volontaria. Essa consiste in un dono (p. es del tempo, del denaro, un rene, ecc.) che un individuo fa volontariamente a un altro individuo. Se non è volontaria, non è solidarietà ma semplicemente coercizione: generosità col denaro degli altri, o coraggio col sangue degli altri. Quella dell’anziano signore che ha scelto di donare la sua dose di vaccino alla madre di un ragazzo disabile è stata solidarietà. Violare la libertà di chi ha scelto di non vaccinarsi (e che naturalmente si assume la responsabilità di questa scelta) per proteggere i più deboli non è solidarietà: è sopruso.

In secondo luogo, in quanto atto volontario individuale (e quindi in quanto azione umana), la solidarietà viene fatta per le ragioni arbitrarie di chi la fa, non necessariamente perché l’altro individuo è “più debole”. Un individuo può per esempio scegliere di donare del denaro al Mises Institute (anche se il Mises Institute è molto più “forte” dell’individuo che dona, p. es. perché riunisce molte più persone molto più colte e intelligenti di lui e dispone di molto più denaro e di molta più influenza di lui) semplicemente perché apprezza il loro lavoro e vuole contribuire alla causa della libertà e della scienza economica contro pensieri irragionevoli e totalitari come quello espresso nell’articolo in questione.

In terzo luogo, “più deboli” in relazione a cosa? Una persona può essere molto “debole” sotto alcuni aspetti (p. es. il reddito, la salute, ecc.) e molto “forte” sotto altri aspetti (p. es. la felicità, gli affetti, ecc.). Una persona che volesse essere solidale verso i più deboli può scegliere di tenere conto della complessità della situazione delle persone che aiuta: per esempio, dovendo scegliere se dare denaro a una persona povera che ha parenti e amici che la sostengono oppure a una persona ugualmente povera che invece è sola, a parità di altre condizioni è difficile che dia del denaro alla prima. Al contrario, la cosiddetta “solidarietà sociale” (che è un non-senso logico, o meglio un nome sbagliato per indicare il concetto di saccheggio) opera burocraticamente in base a quello che è visibile nei “registri”: non è in grado di intuire la (né potrebbe agire in base alla) complessità dei casi individuali e di fare la discriminazione che può fare solo la solidarietà (quella vera). Il risultato è, per esempio, il “reddito di cittadinanza” dato a chi va in giro in Ferrari (la colpa naturalmente è di chi ha imposto il “reddito di cittadinanza” e a monte di chi difende le imposte e lo stato, non di chi approfitta delle sue idiozie del momento).

…(continua)

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Showing 3 comments
  • Giovanopoulos
    Rispondi

    Magistrale Birindelli.
    Da conservare per i posteri come testimonianza che non tutti erano accecati.
    C’è sempre una “Rosa bianca”.

  • Francesco
    Rispondi

    Birindelli, il tuo principale limite è che credi di aver capito tutto. Mi piacerebbe tanto vederti vivere in un mondo come quello che teorizzi. Un mondo dove ogni idiota, in quanto libero, può fare quel che gli passa per la zucca!
    Invero, tu, che ti rifai tanto alla realtà e al diritto naturale, nelle tue elucubrazioni non contempli affatto l’applicazione pratica di ciò che teorizzi. Tutto, per te, va misurato rispetto al soldo: se il soldo del soggetto è salvo allora è cosa buona e giusta, oltre che libertaria; se il soldo del soggetto viene guardato anche solo di striscio, è cosa malvagia!
    Mera curiosità: riesci ad esprimere un concetto senza fare riferimenti al denaro e alla sua sottrazione da parte dell’autorità?!

    • Jack Zama
      Rispondi

      Pensa un mondo dove ogni idiota, in quanto votante, può fare quel che gli passa per la zucca con il supporto dello stato.

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