In Economia

DI PIETRO AGRIESTI

Leggo molti usare il termine neoliberismo per l’Italia.  Il liberismo è come ci insegna Mises rispetto dei diritti di proprietà, libero scambio, libero mercato e libera concorrenza.  Per quanto ci si metta davanti neo, non si potrà intendere con neoliberismo l’esatto opposto di liberismo voglio sperare.

Allora dobbiamo chiederci l’Italia è liberista? O è per lo meno diventata sempre più liberista negli ultimi 50 anni? Quanto rispetta i diritti di proprietà, il libero scambio e la libera concorrenza?

Innanzitutto bisogna capire che per il liberismo sostanzialmente ogni intervento statale viola la proprietà privata, la concorrenza e il libero scambio, e che alcuni interventi statali, quelli volti a tutelare tutto ciò, sono però un male necessario. Ha un suo senso, basti pensare che le tasse sono prese con la coercizione, e sono quindi risorse sottratte alla sfera del libero scambio e alla allocazione che darebbe loro il mercato, e che in questo modo sono annullate le conseguenze che avrebbe la loro permanenza nel mercato, dove sarebbero risparmiate, spese, investite in altro modo.

Basti pensare che lo stato non è un attore di mercato, non usa risorse proprie o ottenute da libero scambio e quindi nel rispetto dei diritti di proprietà ma risorse espropriate, non ha rischio imprenditoriale, ed è scollegato dal meccanismo di feedback rappresentato dai profitti e dalle perdite ottenuto nel libero mercato. E quando poi spende queste risorse i suoi interventi influenzano ovviamente le scelte degli attori di libero mercato, spiazzano i consumi, i risparmi e gli investimenti privati, alterano il gioco della domanda e dell’offerta, i prezzi e la concorrenza. E le risorse sottratte al mercato non sono solo i soldi delle tasse, gli immobili, i terreni, le azioni, etc…, ma anche i lavoratori assunti nella pubblica amministrazione e le imprese che lavorano con essa.

E ancora oltre alle tasse e alla spesa, le regolamentazioni, le politiche monetarie, lo stesso corso forzoso della moneta, il protezionismo e il proibizionismo, gli interventi sui prezzi, e molti altri ancora rappresentano forme di pianificazione politica dell’economia e della società.

Naturalmente un liberista, non essendo un ancap, direbbe che perché la stessa sfera del mercato, del libero scambio e della libera concorenza esista, sono necessari una serie di interventi statali, e che quindi c’è bisogno di un certo livello di spesa e tassazione. Ma lo direbbe da miniarchico, da sostenitore di uno stato minimo, la cui funzione è quella di svolgere strettamente le funzioni necessarie a garantire lo svolgersi del libero mercato.

Liberista è dunque uno stato con una tassazione, una spesa, un numero di leggi e regolamentazioni minimi. Diciamo che potrei definire tale uno stato con una pressione fiscale del 5-10%. In cui la spesa pubblica rappresenta una minima parte del pil, diciamo anche qui intorno al 10%. Che si occupa di un numero minimo di cose, ha un piccolo numero di dipendenti pubblici, e ha un basso numero di regolamentazioni.

L’Italia corrisponde a questo profilo? Non direi. La pressione fiscale ufficialmente è al 43,1% e ci sono buoni motivi per ritenere sia superiore, perché il calcolo sul pil lascia qualche dubbio. La spesa pubblica è al 53% del pil. Lasciamo stare il debito pubblico per carità di patria. Il numero di dipendenti pubblici è un po’ più di tre milioni, il 13% e rotti dell’intero numero dei lavoratori. E circa un milione di imprese lavora con la pubblica amministrazione. E empiricamente se ci guardiamo intorno a casa o per strada facciamo fatica a trovare qualcosa su cui non ci siano regolamentazioni statali. Non esattamente uno stato minimo.

Chiunque abbia letto un libro di Mises avrà constatato che ciò che Mises descrive come desiderabile è grosso modo l’opposto dell’Italia di oggi. E anche se andiamo sul più moderato Hayek, che ammetteva molti più settori e interventi di pertinenza dello stato, la distanza è siderale. Ma allora, forse, posto che solo un pazzo potrebbe definire liberista l’Italia, abbiamo almeno vissuto una tendenza al neoliberismo. Forse negli ultimi 50 anni la spesa, le tasse, il debito, le regolamentazioni, etc… sono drasticamente crollati di decine di punti percentuali pur restando alti. Forse partivamo da una pressione fiscale ufficiale all’80% e ora che siamo al 43% possiamo dire che abbiamo vissuto decenni di liberismo… È così? No. Qualsiasi valore si guardi non c’è stato un drastico crollo delle tasse, della spesa, del debito, del numero di leggi e regolamenti, etc…

Ma allora se non è liberista l’Italia che cos’è? Tutti questi interventi statali in violazione dei diritti di proprietà privata, della libertà di scambio, della libera concorrenza, etc.. rappresentano forme di gestione e pianificazione politica della società e dell’economia. Sono una forma di dirigismo. E sono tali e tanti da poter dire senza tema di smentita che l’Italia è un paese che non ha nemmeno una compiuta economia di mercato, ma un sistema corporativo, centralista e dirigista. E quali sono le filosofie politiche che sostengono al contrario del liberismo che non dovremmo affidarci al libero mercato, e non dovremmo rispettate i diritti di proprietà privata, e non dovremmo consentire il libero scambio e la libera concorrenza?

Sono le filosofie anticapitaliste, i socialismi di destra e di sinistra, il fascismo, il nazismo, il comunismo, il chavismo, etc.. e le loro varianti. Sono queste filosofie che promuovono la pianificazione statale, la sostituzione del libero gioco del mercato con l’imposizione di decisioni politiche, l’egemonia della politica, attraverso vuoi un sistema corporativo in stile fascista o vuoi un sistema di collettivizzazione in stile sovietico maoista. L’Italia è molto più vicina a un sistema politico e a un sistema economico corporativi e dirigisti di stampo fascista che al liberismo. La tendenza che abbiamo vissuto non è neoliberista, ma neofascista (o neosocialista). Siamo andati esattamente nella direzione statalista auspicata come correttivo al libero mercato dai suoi detrattori.

Quello a cui assistiamo non è il trionfo del mercato o della proprietà privata, ma il trionfo della sua violazione. Perciò resto sempre colpito dal grado di alienazione dalla realtà che gli anticapitalisti e i nemici del libero mercato dimostrano. Più ci muoviamo nella direzione da essi auspicata, più a loro stessi la situazione fa schifo, ma riescono a descrivere quanto avviene come neoliberismo nonostante ogni provvedimento vada in direzione opposta a quanto auspicato dai liberisti. Più lo stato diventa massimo più incolpano i sostenitori dello stato minimo di ciò che non va. Straordinario.

Però così da questa situazione non usciremo mai. Immaginate che vi vada in cancrena la gamba destra, ma che la vostra diagnosi sia che vi è andata in cancrena la gamba sinistra, e il vostro obbiettivo sia liberarvi dalla cancrena. Vi amputerete la gamba sinistra e resterete con la gamba destra in cancrena. Capisco però che all’intellettuale di sinistra medio italiano sia impossibile fare una diagnosi corretta: inannzitutto dovrebbe riconoscere che liberismo e fascismo sono due cose opposte e già questo va molto oltre le sue capacità.

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Showing 2 comments
  • Duca Conte Piermatteo Barambani
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    L’itaGlia??? Tutta la Ue, mo arriverà pure l’assicurazione obbligatoria a tutti veicoli anche se non circolanti e fermi nel proprio box. Altro che il nano puttaniere che prometteva di togliere il bollo e abolire il pra.

    Ma tanto qui i veri problemi sono le mascherine.

    • Fabio
      Rispondi

      qui non sanno neanche cos’è il libero mercato. L’unica cosa che sanno fare è approvare le bozze di legge che gli sottopongono i poteri forti: le banche vogliono più utili? Conto corrente obbligatorio per tutti e proibizione di raccolta del risparmio a coloro che non fanno parte della cerchia ristretta; le assicurazioni vogliono più guadagni? assicurazione obbligatoria per tutti, presto anche per i pedoni.
      Alla prima crisi subito arrivano gli aiuti di Stato coi soldi altrui, sempre nascondendosi dietro al ‘troppo grandi per fallire’, quando però nelle aziende ‘troppo grandi’ ci hanno infilato raccomandati, amici e familiari.

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