In Economia

DI ALESSANDRO CATANZANO

In tutti i Paesi del mondo – credo – l’avarizia e l’ingiustizia dei principi e degli Stati sovrani, abusando della fiducia dei sudditi, hanno diminuito gradualmente la quantità reale di metallo originariamente contenuta nelle monete. [Adam Smith (La ricchezza delle nazioni, 1776)]

Il tema monetario occupa un posto speciale in economia. Forse la noia che ispira è causata dal gergo, così distante dal linguaggio comune o dalla convinzione popolare che tanta teoria sia, nella quotidianità, solo un intralcio. Certo è che per gli studenti il tedio si brina di panico, perché la politica monetaria è insegnata in un rovo inestricabile di analisi matriciale e statistica. Il ruolo di una banca centrale sfuma così tra il disinteresse delle persone comuni da una parte, e dall’altra in ricordi di studenti angosciati da matematismi ideati da teoristi zelanti.

In passato la moneta non ha avuto bisogno di grandi spiegazioni. Essa è sempre emersa spontaneamente tra le altre, come la più commerciabile tra le merci ricercate dagli uomini. Dovunque gli individui si siano scambiati ciò che ritenevano avere meno valore con ciò che ritenevano averne di più, la moneta è stata il mezzo di scambio, vale a dire la lingua con la quale essi hanno comunicato informazioni cruciali riguardo alla scarsità e all’abbondanza.

Al tramonto dell’Impero Romano, c’erano facce di bronzo su monete di rame. Nel Medioevo, la superstizione popolare che fosse un atto del re a dare valore alla moneta ( valor impositus ) fu, in una dimostrazione di razionalismo ante litteram , incorporata nella legge, tentando di giustificare i vani tentativi di imprimere lo stesso valore su monete contenenti una quantità progressivamente inferiore di metallo prezioso. Se Filippo il Bello di Francia in un sol colpo, sterminò i propri creditori e si appropriò dei loro templari tesori, quelli, di rango altrettanto alto, di Guglielmo III d’Inghilterra, per non rischiare la stessa sorte, inventarono la Banca d’Inghilterra (BoE).

Da quel punto della storia in poi, i problemi degli uomini legati alla moneta iniziano a essere sistematici, e sistematicamente studiati. Durante le guerre napoleoniche, la crescente emissione di banco-note da parte della BoE, non corrispondente ai relativi depositi in oro, fece dapprima lievitare artificialmente l’attività economica e poi i prezzi dei beni, ripiombando una Londra già fiaccata dalle guerre, in una ancor più cupa depressione economica. Della fame il popolino incolpò untori e commercianti, chiedendo al governo di intervenire con prezzi imposti, fissati per legge.

Ricardo, gran banchiere ed economista, mandò tre lettere anonime al Times, indicando invece nella Banca d’Inghilterra e nella sua politica d’espansione creditizia in regime di riserva frazionaria (l’inflazione appunto) la causa dell’aumento dei prezzi. Il 1913 vide nascere la Banca centrale americana (FED), con il suo gigantesco e infantile potenziale inflattivo, che generò la più abbacinante espansione e la conseguente più spettrale depressione economica della storia moderna, ricordata dai più con l’appellativo di Grande Depressione o crisi del ’29.

La banca centrale ha dunque un’enorme influenza sulla vita delle persone, al punto che nessuno ne conosce nemmeno a grandi linee il funzionamento. Circolano su di essa molti luoghi comuni, come quello che la vuole investita della funzione di stabilizzatore dell’economia capitalistica, altrimenti intrinsecamente instabile, come sostenuto da Marx. In realtà è essa stessa la causa dell’instabilità (sempre che il teorema D’Alambert di meccanica razionale sull’equilibrio, abbia qualcosa a che fare con le scienze sociali ed economiche).

Oppure che la banca centrale abbia funzione di vigilanza sulle banche commerciali, quando i fondatori e maggiori azionisti della vigilante sono proprio le vigilate. O ancora, che essa sia il tempio della sapienza economica, al punto da poter prevedere il futuro, quando progetta per la propria sede centrale enormi stanzoni per mostruosi computer, resisi clamorosamente sovrastimati dalla rapidissima miniaturizzazione dei circuiti elettronici, intervenuta nel frattempo. Ma forse il più grossolano di tutti è che essa governi i prezzi e l’economia, tramite l’aumento o l’abbassamento lungimirante del tasso ufficiale di sconto.

Nessuna formula può calcolare il tasso d’interesse, perché i tre addendi che ne formano il valore sono legati alle umane pretese di colui che deve prestare e alle umane attese di colui che riceve il prestito. Queste componenti sono:

  • il rischio di non rivedere, dopo il tempo pattuito, né il prestito né l’interesse
  • la perdita di potere d’acquisto durante il tempo pattuito
  • il premio alla rinuncia alla disponibilità di oggi per la disponibilità dopo il tempo pattuito, cioè a dire la preferenza temporale.

Questi tre valori, sono maggiori di zero per definizione e uguali a zero solo per i santi. Essi sono calcolabili solo mediante un giudizio da parte delle due parti coinvolte. Infatti nell’epoca del supercalcolo a bassissimo costo (e a minimo ingombro…), i migliaia di miliardi di sofferenze ogni anno, indicano che non esistono algoritmi statistici che possano sostituirsi al giudizio imprenditoriale elaborato dal prestatore sul prenditore. Inoltre, in questa stessa epoca di statistica statale dei prezzi, anche con i più avanzati software ad apprendimento non parametrico, non è possibile prevedere il potere d’acquisto della moneta, ed è necessario che prenditore e prestatore ne stimino personalmente l’andamento futuro. Infine, la preferenza temporale, la più importante e la più sconosciuta dei tre elementi del tasso d’interesse, non può, per definizione, che essere personale.

Quindi, a definire un tasso d’interesse, sono i tre valori rimuginati da colui che presta e i tre sperati da colui che prende. Ma gli attori economici del pianeta sono alcuni miliardi e cambiano idea riguardo a molte cose molte volte al giorno. Anche a voler impostare il problema secondo i più blandi canoni positivisti, appare difficile conoscere il sistema di equazioni differenziali che presiede al calcolo anche solo della media del corretto tasso d’interesse preferito da tutte le parti. Andrebbe poi verificata l’influenza di una loro variazione sulle variabili stesse e le loro derivate, dirette e parziali di ordine n. Ciò corrisponde a prevedere in tempo reale tutte le decisioni di tutti gli uomini del pianeta,e le conseguenze dirette e indirette, oltre ovviamente, a saper prevedere ogni aspetto delle scienze naturali e artificiali e la loro influenza sugli uomini. Evidentemente, i banchieri centrali ricevono ordini direttamente da Dio. Oppure, come tutti i cosmologisti, sbagliano sistematicamente.

La storica attività della banca commerciale è quella della custodia e del prestito di denaro altrui a pagamento. Un tempo il rischio di tale attività imprenditoriale era quello di prestare note di credito in eccedenza rispetto al deposito d’oro custodito per conto dei clienti. Questi depositavano l’oro o l’argento posseduti in banca, che rilasciava loro una banco-nota. Il denaro circolante era, di fatto, costituito da oro o argento monetato e banco-note, rappresentanti depositi di metallo prezioso riscattabili a vista. Chiunque fosse pagato con una banco-nota invece che con oro, poteva presentarsi alla banca e riceverlo a vista o spendere a sua volta la banco-nota.

La bravura imprenditoriale del banchiere si esprimeva prestando a imprenditori promettenti, banco-note dietro tasso d’interesse, per una quantità eccedente i depositi d’oro dei clienti, fidando da una parte nella bassa probabilità di un contemporaneo riscatto dell’oro da parte di tutti i possessori di banco-note in circolazione, dall’altra nella restituzione del credito con gli interessi. Naturalmente il guadagno era funzione dell’espansione delle banco-note a credito, che se aumentata significava, sì, più interessi, ma anche più rischio perché i depositi d’oro non potevano essere moltiplicati come pani e pesci. Infatti una frazione delle banco-note circolanti portate al riscatto, magari perché la loro inflazione faceva nascere il sospetto nei possessori che non vi fosse oro a sufficienza per far fronte a tutte le banco-note emesse, provocava la cosiddetta corsa alla banca , con il conseguente doloroso fallimento. Più banche private in concorrenza tra loro, situate in paesi diversi, costituivano un valido baluardo all’espansione perché le banco-note delle banche più avide d’interessi e meno attente alla valutazione dei progetti imprenditoriali dei prenditori, rischiavano, se in eccesso, di essere rifiutate.

La banca centrale serve a evitare il medesimo rischio di un tempo, cioè il rischio imprenditoriale d’insolvenza delle banche commerciali. Essa coordina, infatti, l’opera d’espansione creditizia e protegge le banche commerciali con il trasferimento di ogni risultato negativo di un azzardo eccessivo di riserva frazionaria, nella perdita di potere d’acquisto della moneta. L’azzardo è dato dall’emissione privata di moneta effettuata dalle banche attraverso l’effetto moltiplicatore dei depositi a vista. Di cento soldi depositati, solo 10 (pari alla riserva frazionaria, per esempio del 10%) viene conservata dalla banca, mentre gli altri 90 vengono prestati e finiscono in un altro conto corrente. 9 di 90 sono trattenuti e 81 prestati, e così via moltiplicando fino a un massimo di dieci volte il deposito (100/10%=1000).

La prima linea contro il rischio d’insolvenza delle banche è fornita dallo scambio, attraverso il mercato interbancario, tra attivi e passivi dei conti di riserva. In sostanza, presso la banca centrale, le banche con liquidità in eccesso, prestano a quelle alle quali la riserva frazionaria è stata esaurita dai riscatti dei legittimi proprietari dei depositi. E’ evidente che finchè il totale tra attivi e passivi rimane positivo, il sistema risulta assai efficace, anche se non proprio in linea con un ideale spinoziano di concorrenza. Però, se la somma degli attivi e dei passivi nei conti di riserva di tutte le banche si risolve con un segno negativo, significa che, benché sia richiesta dai legittimi proprietari solo una frazione del denaro dato in custodia alle banche, in cassa ne è presente una frazione ancor più piccola e non sufficiente a soddisfare i riscatti. Un multiplo del denaro che dovrebbe essere in deposito è in prestito, in cambio dei relativi interessi multipli, e impegnato in attività imprenditoriali la cui precoce liquidazione comporterebbe forti perdite. A questo punto i conti dell’attività imprenditoriale di prestare denaro non tornano. Tutti falliti?

La seconda linea di difesa contro il rischio d’insolvenza è data dalla Banca centrale, che è pronta a fornire, a pagamento, una quantità illimitata di denaro al sistema bancario, perché essa è autorizzata dalla legge a generarlo dal nulla mediante stampa di banconote o, oggi più modernamente, mediante scritture elettroniche. La moderna scusa addotta a giustificazione di questa fantasmagorica possibilità legalmente riconosciuta, (prodursi il denaro dal nulla) è che la sfiducia nel sistema bancario potrebbe generare l’insolvenza generalizzata. Ma è vero il contrario. Il rischio imprenditoriale d’insolvenza induceva le banche a limitare l’esposizione, guadagnandosi la fiducia dei clienti che ricevevano una banco-nota come testimonianza del deposito. Solo la fiducia nella banca permetteva il pagamento con la banconota di beni e servizi.

Oggi proprio l’esistenza della Banca centrale come inflattore illimitato di ultima istanza, induce le banche a esporsi molto più del consentito. Dovrebbe far riflettere che il conto dell’azzardo non riuscito di una riserva frazionaria eccessiva, sia pagato di continuo da tutti i possessori di asset liquidi (soldi, pensioni, polizze, rendite, ecc.), che si vedono depredati del potere d’acquisto, attraverso l’aumento della quantità di moneta. Ma forse dovrebbe addirittura stupire che tra questi vi siano anche i clienti delle banche che pagano per il servizio di deposito. Infatti, nonostante la deflazione spontanea dei prezzi (pari a circa al -8% l’anno), un dollaro sotto chiave dal 1913, vale oggi il 96% in meno, grazie alla magia tipografica perpetrata a cassaforte inviolata. L’aumento dei prezzi ha dunque un’unica causa: la stampa di denaro da parte della Banca centrale, che è invece accreditata da tutti come il baluardo contro il loro aumento.

Il rischio d’insolvenza delle banche commerciali, dovuto alla loro legittima, utile e lucrosa attività imprenditoriale di prestatrici, è annullato da operazioni di pronti (denaro liquido creato temporaneamente dal nulla) contro termine (porzioni di debito pubblico emesso dal Tesoro) di valore crescente nel tempo. Impossibilitata dalla logica a conoscere i reali tassi d’interesse spontanei tra prenditori e prestatori, la banca centrale è poi costretta a continue operazioni cosiddette marginali, per mantenere tali tassi entro bande d’oscillazione prestabilite attorno a quelli ufficiali. Questi sono decisi a casaccio in esoteriche riunioni e oracolisticamente rivelati in mondo-visione, dopo nervose attese da parte degli operatori finanziari.

Queste operazioni marginali sono talvolta gigantesche, come nel caso dell’11 settembre 2001 quando, per timore che il panico (legittimo) seguito all’attacco alle Twin Towers inducesse le persone a prelevamenti (legittimi) che avrebbero fatto saltare il banco della riserva frazionaria e spinto i tassi alle stelle, furono creati dal nulla 441 miliardi di dollari dalla FED e 109 miliardi di euro dalla BCE (banca centrale europea), prestati al sistema bancario a tasso risibile. Una volta iniettati è impossibile che le attività economiche che questi soldi avviano (nel caso specifico la bolla sul mercato edilizio), o le spese a debito che esse incentivano, si ritramutino in capitale dei depositanti senza fallimenti a catena. Vale la pena di osservare che solo fornendo moneta creata dal nulla il tasso d’interesse può diventare negativo, come in Giappone. Ciò vuol dire che la banca centrale non solo sta pagando i tre addendi positivi al prestatore, ma paga anche il prenditore per contrarre il prestito!

I figlioli di Filippo il Bello, cioè gli individui, privati cittadini, che si fanno chiamare “Stato” (ma il cui nome corretto è Leviatano), hanno due modi di ottenere il prodotto del lavoro degli altri: con la minaccia della spada sotto forma di tasse, oppure scrivendo cambiali denominate “debito pubblico”. Quando questo debito diventa eccessivo e nessuno si fida a comprarlo se non in cambio di un tasso maggiore di quello offerto, la Banca centrale, la quale, come abbiamo detto crea ad libitum e per legge la moneta, lo rifinanzia con moneta creata dal nulla. Questa operazione passa sotto il nome di monetizzazione del debito.

Il Leviatano spende poi, per le sue molte necessità, il denaro che la banca centrale gli ha stampato, e i prenditori quello dei depositanti, e i prezzi dei beni salgono, a danno dei possessori di moneta. Il conseguente deprezzamento della valuta rispetto alle altre, è attribuito a fantomatici speculatori, mentre è ripetuto il ritornello mediatico del rispetto per il mercato da parte delle Banche centrali. Esse, si dice, si astengono dall’intervenire sul mercato dei cambi perché il turn-over giornaliero su tale mercato è troppo grande (1300 mld $).

Quando l’attenzione degli operatori economici si concentra sull’impossibilità di contenere gli effetti (la variazione dei cambi), invece che sulla semplicità di eliminare le cause (fermare l’espansione della moneta), la manipolazione è già avvenuta. Tutti imbecilli? No tutti che studiano i libri correttamente errati di coloro che furono prima ottimi allievi di Ludwig Von Mises e poi cattivi maestri. Tassi d’interesse, aumento dei prezzi, boom, depressioni, variazioni dei cambi e dei livelli di occupazione, malinvestimento e consumismo, sono il risultato del maldestro tentativo di pianificazione economica delle banche centrali, attuato attraverso la decisione di un tasso d’interesse unico per tutti e l’espansione monetaria necessaria per mantenerlo fisso.

Il fronte d’onda di quest’oceano di carta colorata fu individuato da Ludwig von Mises nel 1912, quando, con il suo trattato sulla moneta, illuminò il ruolo fondamentale dei depositi a vista nell’espansione del credito. Ben presto però accademici positivisti e inflazionisti al soldo stampato del Leviatano, misero le mani su quella definizione di moneta e oggi essa è misurata mediante quell’indice statistico composito (uno tra M1,M2,M3,MZM) che meglio è correlato con il reddito nazionale. Secondo tale definizione, se la variazione del prezzo della barbabietola di Rivisondoli superasse in correlazione gli indici suddetti, essa definirebbe l’andamento dell’offerta di moneta. Tali indici, in ogni caso, o comprendono elementi che solo nella visione popolare hanno a che fare con la moneta (gli assegni per esempio), o non ne contengono altri che lo sono a tutti gli effetti (i conti correnti del Leviatano per esempio). Il loro andamento, sensato solo per quanto riguarda la direzione, sempre inevitabilmente crescente, è nel dettaglio del tutto inservibile a fini scientifici, ma se sfoggiato in consessi più o meno accademici induce sempre reverenza e timore.

Nonostante l’avanzamento tecnologico e l’aprirsi di grandi masse d’individui al capitalismo possano ritardare la devastazione che l’inflazione della moneta porta nelle scelte degli uomini, il sistema monetario, nei paesi molto evoluti, subisce una bancarotta fraudolenta una volta per ogni generazione. Gabbare due volte le stesse persone è pericoloso. Nei paesi meno evoluti invece il crack è temporizzato circa ogni dieci anni, mentre in quelli ottimisticamente definiti in via di sviluppo la macchina stampasoldi è sempre incandescente. Ma l’ottimismo non muta le leggi dell’economia. Civiltà, pace e sviluppo sono legati a una moneta che comunichi le informazioni relative alla scarsità e all’abbondanza.

Oggi i pagamenti digitali hanno reso obsoleta anche la riserva frazionaria. La Banca d’Inghilterra, nulla avendo imparato dal fallimento della Barings (1994, oggi ING-Barings) protegge dalla bancarotta le banche inglesi in tempo reale, intervenendo sul mercato interbancario a sanare gli sbilanci bancari complessivi. Dal 1995 la FED americana, nulla avendo imparato dal caso LCTM (1997) si è orientata sempre più verso il modello inglese, allentando le maglie della riserva frazionaria, e prediligendo l’intervento continuo. L’ultima nata, la Banca Centrale Europea, che conta ancora qualche canuto memore della Repubblica di Weimar, è vincolata dal regolamento mensile della riserva frazionaria. Ma quando quei venerandi saranno sepolti e il sistema europeo Target-2 entrerà in funzione, anch’essa passerà completamente al real-time a riserva zero.

1/0 = [overflow error or division by zero]

FONTE

fonte: http://www.signoraggio.com/ [pdf] ref: http://www.finanzacomportamentale.it/usemlab0000013.html

Recent Posts

Leave a Comment

Start typing and press Enter to search