In Economia

DI MATTEO CORSINI

“L’unico grosso problema che abbiamo in questo momento è quello che in teoria sarebbe facile da risolvere: una semplice inadeguatezza della domanda. E ci stiamo dimostrando totalmente incapaci di fornire una risposta.” (P. Krugman)

Come di consueto, Paul Krugman individua nella carenza di domanda il nocciolo del problema che affligge (non solo) gli Stati Uniti. Si tratta della classica interpretazione keynesiana.

In estrema sintesi, i keynesiani sono convinti che il motore dello sviluppo non sia l’accumulazione di capitali basati su risparmi reali, bensì la spesa monetaria. Per questo motivo detestano il risparmio e ritengono che quando il settore privato entra in crisi (o non spende abbastanza, secondo il loro punto di vista) sia necessario (e sufficiente) adottare politiche fiscali e monetarie espansive.

Sono abituati a ragionare meccanicisticamente sull’equazione in base alla quale il Pil è dato dalla somma di consumi (C), investimenti (I) e spesa pubblica (G) (per semplicità, non ho considerato esportazioni e importazioni). Se il settore privato (C e I) non cresce abbastanza, G deve aumentare per non far scendere il Pil. Per questo stampare denaro e darlo in prestito allo Stato perché aumenti la spesa pubblica è la soluzione standard per risolvere i problemi.

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L’importante è non far scendere i prezzi, perché sarebbe una vera e propria iattura che finirebbe con il fare avvitare l’economia su se stessa e renderebbe i debiti sempre meno sostenibili. Al contrario, un po’ di sana inflazione terrebbe oliati gli ingranaggi del motore.

Se qualcosa non vi convince, vi capisco. Potreste, ad esempio, chiedervi perché i keynesiani non si soffermino sulle cause che determinano dapprima una accelerazione nella crescita del Pil, poi una sua caduta. Potreste sentirvi rispondere, con aria seriosa, che sono gli “spiriti animali” a determinare gli eventi. Come se l’economia fosse qualcosa di simile allo sciamanesimo.

Potreste, poi, chiedervi se davvero la soluzione è così semplice come sostiene Krugman e se si sia mai tentato di risolvere le crisi in quel modo. Se cercherete la risposta nell’analisi della storia del Novecento, vi renderete conto che le “cure” keynesiane sono state la prassi, e il risultato l’avete sotto gli occhi anche oggi. Ma se parlerete con un keynesiano, ad esempio con Krugman, lui vi dirà che non è stata la “cura” a peggiorare le cose, bensì una carenza nel dosaggio. In sostanza, se vi sembrerà inverosimile che la ricchezza possa essere creata dal nulla, quindi che del denaro ne sia stato stampato troppo e del debito ne sia stato accumulato eccessivamente, vi sentirete dire che non si è fatto abbastanza per sostenere la crescita.

A questo punto, potrete scegliere se dare credito a teorie economiche fallimentari, ancorché molto diffuse, oppure cercare spiegazioni alternative. E’ quello che capitò a me ai tempi dell’università, e che mi portò a scoprire la Scuola Austriaca. L’unica cosa per la quale sono grato ai keynesiani.

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