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DI PIETRO ADAMO

Secondo Katharine MacKinnon la soluzione liberale prospettata da Frank Easterbrook (la tolleranza e il rifiuto di censurare) è sia insufficiente sia mistificante: “nel cuore della tolleranza liberale abbiamo un sostanzioso ricatto sessuale. Con lo scopo di non criticare la sessualità di alcuno, tocca specificamente alle donne essere usate e violate dagli uomini, tocca alle donne essere sacrificate con il definire ciò sesso”. La tecnica liberale (ovvero “il punto di vista maschile”) consiste nel distinguere nettamente tra “stupro e rapporto sessuale”, “molestie sessuali e normali proposte”, “pornografia ed erotismo”: Ma nell’esperienza quotidiana le donne non “percepiscono tanto chiaramente la distinzione: “noi proponiamo una critica più profonda di ciò che è stato fatto alla donna e a chi controlla l’accesso ad essa”, conclude MacKinnon.

Da questo punto di vista l’illusione liberale del “mercato delle idee” (una “metafora capitalista”, scrive la marxista MacKinnon, immaginando di averne pronunciato la condanna definitiva) occulta solo una realtà sociale fondata sulla forza bruta: “il discorso dei nazisti ha forse storicamente potenziato quello degli ebrei? Il discorso del Ku Klux Klan ha forse allargato quello dei neri? Il cosiddetto discorso dei pornografi ha forse ampliato quello delle donne?” (ibid., p. 209). Per quanto paradossale, la risposta più corretta a queste domande è “sì”. I “discorsi” delle categorie sopra citate hanno indubbiamente contribuito alla maggiore visibilità delle opzioni contrarie. Ma non è ancora questo il punto.

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Pur tenendo presente l’interpretazione “aperta” e “progressiva” della regolazione dell’accesso al mercato delle idee sottesa alle proposte delle femministe “proibizioniste”, le loro tesi vanno nella direzione del potenziamento della censura e di un allargamento dei suoi ambiti, a scapito di quei progetti di liberazione che passano per l’individuo e non per il gruppo: “il fondamentalismo femminista”,ha notato Mario Ricciardi, “è disposto a sacrificare un intero discorso politico, quello dell’emancipazione individuale”. La MacKinnon stessa non ha dubbi in proposito: “in questo paese”, ha dichiarato a proposito degli Stati Uniti, ma le implicazioni sono generali, “la legge dell’eguaglianza e quella della libertà d’espressione sono in rotta di collisione”.

La strategia femminista è una negative action esplicita: non si propone un allargamento diretto del “discorso” degli svantaggiati, ma, al contrario, una limitazione di quello degli “avvantaggiati”. Il fondamento della società aperta è l’apertura di nuovi spazi: i tentativi di chiusura, per quanto prodotti da una logica utilitarista fondata sulla misurazione dei diversi effetti delle opzioni contrastanti presenti sul mercato (e da questo punto di vista le femministe sono più utilitariste di Jeremy Bentham), sono antitetici a un modello di convivenza costituito sulla tesi del potenziamento e della difesa dell’individualità.

In questa società il danno non può essere misurato dalle istituzioni se non in termini individuali, ovvero in termini diretti e immediati. I gruppi sono agenti sociali riconosciuti sul piano dell’azione istituzionale positiva: non possono esserlo sul piano dell’azione negativa, tanto più nella sfera della libertà d’espressione, l’ambito in cui i singoli sembrano esercitare maggiormente l’esercizio della loro individualità. In questo esercizio rientra a pieno titolo la discussione dell’identità di gruppo, per quanto questo tipo di “discorsi” presenti ovvi rischi di tracimare in altre sfere.

E’ lecito sostenere che ebrei e neri siano razze inferiori o che le donne siano “oggetti” da subordinare sessualmente? Se ciò non implica un diretto ed esplicito invito alla violenza fisica, non sembra sia possibile dare risposta negativa: è lecito pensarla in tal modo e diffondere tale opinione. La difesa delle identità collettive per mezzo delle istituzioni e del diritto positivo implicherebbe necessariamente – come mostrano infatti gli argomenti antiporno delle femministe – una restrizione delle libertà dei singoli.

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Ovviamente, alcuni gruppi, in quanto gruppi (ma non per quanto riguarda i singoli che ne fanno parte), risulteranno svantaggiati, poiché la situazione di partenza non è egualitaria. Tuttavia, nelle società aperte le identità collettive sono multiformi, trasversali e complesse; lo sono di conseguenza anche gli svantaggi e i vantaggi; il rischio del danno è per certi versi ampiamente condiviso.

La società aperta non è né neutrale né priva di orientamenti. Al contrario, si tratta di una struttura disegnata per proteggere specifici valori. e’ all’interno di questa riconosciuta gerarchia di specifici valori che si situano i meccanismi di riconoscimento delle istanze individuali e delle identità di gruppo. Solo alle prime spetta la protezione istituzionale, mentre le seconde debbono combattere nell’odiato (dalla MacKinnon) “mercato delle idee”, inteso come spazio sociale di interazione dei differenti discorsi. Indubbiamente ciò presenta problemi (come definire in modo egualitario criteri di accesso al mercato,come garantire medesima visibilità) e difficoltà (la non eliminabilità dei processi discriminatori). Tuttavia, riteniamo sia più conveniente affrontare problemi e difficoltà di questo genere, insieme ai rischi che ne conseguono, che non adottare una politica di limitazione delle opzioni e delle potenzialità espressive dei singoli (compresi, ovviamente, i produttori, gli attori, i registi e i fruitori del porno).

 

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Showing 2 comments
  • Libertario
    Rispondi

    Katharine MacKinnon sei l’emblema dell’ipocrisia come praticamente quasi tutte le donne, sta’ zitta che fai solo schifo!!!
    “Femminista”, pffffffffffff…

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  • […] LA SOCIETA’ APERTA NON E’ NEUTRALE Share this:FacebookMoreTwitterStampaDiggStumbleUponRedditEmailLike this:LikeBe the first to like this post. Pubblicato in: Uncategorized ← futilità Commenta per primo […]

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