In Anti & Politica, Libertarismo, Novità

DI GIAN PIERO DE BELLIS

“You never change things by fighting the existing reality. To change something, build a new model that makes the existing model obsolete.” [“Non cambierai mai le cose combattendo la realtà esistente. Per cambiare qualcosa, costruisci un nuovo modello che renda la realtà esistente obsoleta”] (Richard Buckminster Fuller)

Il modo più semplice per operare un cambiamento consiste nella costruzione di una nuova realtà. Chiaramente questa nuova realtà deve possedere talune caratteristiche che rendono un ritorno al passato sia impensabile che improbabile. Queste caratteristiche sono:

• volontarietà: la nuova realtà è costruita volontariamente da persone che non accettano la realtà attuale;

• superiorità: la nuova realtà deve mostrare qualità superiori (più efficiente, più soddisfacente, più interessante, ecc.) rispetto alla realtà che si abbandona.

Esaminiamo allora alcuni casi storici del passaggio a nuove realtà.

Feudalesimo. Il servo rurale trascorreva la sua esistenza vincolato ai possedimenti del signore feudale da una serie minuziosa di obblighi (lavorare la terra del signore, dare una quota del raccolto, pagare per l’uso degli attrezzi). Per uscire da questa condizione di sudditanza si ipotizzavano due strade.

Una era costituita da una coalizione di tutti i servi rurali, guidata da un loro leader, che riuscisse a sconfiggere i soldati del signore feudale. A parte i costi e i rischi di una tale impresa, tra cui quello non trascurabile di morire in battaglia, sussisteva il fatto che, una volta sconfitto il feudatario, il capo vittorioso avrebbe potuto prenderne il posto, sostenuto dai più audaci dei servi, e la soggezione sarebbe continuata sotto un nuovo oppressore. Una seconda via, meno eroica ma forse più interessante, era costituita dall’abbandono puro e semplice dei terreni del signore feudale e la costruzione altrove di una nuova vita.

Questo è quello che fecero molti tra i più intraprendenti servi rurali, diventando commercianti e artigiani e fondando nuovi agglomerati, le città libere, comuni e borghi in cui fiorivano le attività artigianali e il libero commercio. “Stadtluft macht frei” (“L’aria della città rende liberi”), così recitava un detto tedesco. E da questi ex-servi, che erano riusciti a creare una realtà al di fuori dei vincoli feudali, si sviluppò la borghesia imprenditoriale che, con la Rivoluzione Industriale, avrebbe trasformato il volto dell’Europa e messo una pietra tombale sui rapporti di soggezione feudale. Il cambiamento aveva avuto pieno successo: i vecchi servi non erano più tali.

Lo stato nazionale. Con il passare del tempo, tuttavia, mano a mano che diventavano una classe ricca e fiorente, i borghesi modificavano il loro atteggiamento riguardo alla libertà. Le corporazioni dei mestieri diventavano sempre più circoli chiusi in cui il maestro di bottega dominava sugli apprendisti (sottoponendoli a un lungo e mal pagato tirocinio) e cercava di controllare il mercato (restringendo il numero di artigiani che potevano insediarsi in città e la quantità di beni prodotti). Per fare ciò si appoggiavano sempre più sul potere amministrativo della città (i reggenti) che introduceva, a loro favore, disposizioni che rendevano l’aria della città sempre meno libera.

Con la nascita degli stati nazionali, alcune minoranze perseguitate (ad esempio, i protestanti in Francia dopo la revoca dell’editto di Nantes, 1685) o alla ricerca di una maggiore sicurezza religiosa (ad esempio, i Padri Pellegrini che fondarono i primi insediamenti europei in America) presero la stessa decisione dei servi rurali in epoca feudale: abbandonarono terre divenute per loro inospitali e si rifugiarono in alcuni cantoni svizzeri e in alcune province dei Paesi Bassi o partirono per il Nuovo Mondo. Ecco quindi riproposto lo stesso modello di cambiamento di una realtà vetusta e sgradevole che è rimpiazzata con una nuova realtà attraverso il cambiamento totale di scenario di vita. Talune di queste realtà hanno poi incontrato a tal punto il favore delle persone che, nel caso dell’America, in milioni si sono imbarcati per vivere il sogno americano e vi hanno costruito le loro fortune, liberi da vincoli e sottomissioni.

Gli esempi al riguardo, di come cambiare una realtà non combattendola ma superandola, sono innumerevoli, in tutti i campi, soprattutto in quello della scienza e della tecnologia. Quante persone, ad esempio, dopo aver utilizzato il computer e la stampante sono poi tornate alla vecchia macchina da scrivere? O quanti ragazzi sarebbero disponibili a mettere da parte il computer o la tavoletta per utilizzare una macchina da scrivere che, probabilmente, essi non hanno mai usato? Praticamente nessuno.

Ciononostante, pur accettando che la realtà si cambia superandola, si pone un problema che attiene al cambiamento personale e sociale.

Infatti, nel passato, coloro che non volevano più vivere sotto un oppressore, abbandonavano il loro paese e si muovevano verso spazi liberi, non contaminati da poteri che dominavano e sfruttavano. Ma adesso, con la presenza su tutta la superficie del globo, di dominatori (gli stati territoriali) che si sono spartiti tra di loro il controllo di tutta la terra (chiamando ciò “sovranità nazionale”), in quale territorio incontaminato dai vecchi poteri è possibile costruire un nuovo modello sociale? La risposta è semplice: da nessuna parte.

Eppure, ci sono ancora persone che desiderano costruire nuovi mondi e le loro aspirazioni sono pienamente legittime e non sono in alcun modo sopprimibili.

A questo punto interviene di nuovo la storia a fornirci la soluzione.

Quando nei secoli XVI e XVII iniziarono le guerre tra i potenti d’Europa per il controllo del territorio, guerre chiamate di religione perché uno dei pretesti era costituito dalla religione dei sudditi, la soluzione che si fece strada nel XVIII secolo e si impose nei secoli successivi fu la tolleranza religiosa, attraverso la quale si accettava che persone di fede religiosa differente potessero coesistere l’una accanto all’altra senza che sorgesse alcun attrito. Poi, con la fine del potere temporale (territoriale) della Chiesa Cattolica, si è visto ancor più che coloro che condividevano una certa idea, fede, aspirazione, non avevano bisogno, per esistere, di alcun territorio o spazio fisico (da controllare o da dominare in esclusiva) ma solo della libertà di praticare indisturbati le loro convinzioni; e che in tal modo essi formavano, liberamente e volontariamente, una ecclesia cioè una assemblea del popolo o comunità.

 

Ecco allora trovata la via d’uscita da una situazione che sembrava non averne. In una situazione in cui non esistono più terre inesplorate da colonizzare per impiantare nuovi mondi, cioè nuovi modelli sociali e stili di vita, occorre fare un salto creativo e uscire dallo schema territoriale per immaginare comunità volontarie che si creano l’una accanto all’altra sullo stesso territorio. In altre parole, occorre uscire definitivamente dal pensiero feudale e statale, entrambi basati sul territorialismo (il monopolio del territorio, nella versione micro e macro) e immaginare una società globale fatta di collegamenti a rete tra individui, di associazioni libere e funzionali, in sostanza, di comunità volontarie.

La scienza, la tecnologia, le esigenze di moltissime persone, la crisi epocale del modello vigente fatto di stati e del loro monopolio territoriale, tutto ciò spinge, quasi inesorabilmente, verso la realtà delle comunità volontarie. La politica si basa essenzialmente sulle divisioni e sulle contrapposizioni (polarità) mentre il nuovo modello sociale si fonda sulle libere scelte di associazione (pluralità). Se dovesse prevalere la politica è molto probabile attendersi una serie continua di scontri se non addirittura di lotte civili come le guerre di “religione” nei secoli passati. Al contrario, se ci incamminiamo verso le comunità volontarie questo vorrà dire porre al centro l’essere umano, la sua dignità, la sua libertà, la sua creatività. Con conseguenze positive per la pace e il benessere di tutti.

Sulla base di quanto è stato fin qui esposto, un gruppo di persone, ha deciso di riunirsi all’inizio del prossimo mese di Novembre presso l’Agriturismo Amarant di Carmelo Miragliotta per discutere sul tema delle Comunità Volontarie (Secondo Seminario Vivien Kellems) per esaminarlo nei suoi vari aspetti e per individuare strumenti e modi per diffondere e sviluppare quanto più possibile, nel prossimo futuro, una idea così promettente ed entusiasmante.

Entro la fine del mese di Ottobre sarà comunicato, attraverso il sito del Movimento Libertario, il programma dell’incontro. Chiunque fosse interessato al tema e volesse essere tenuto al corrente degli sviluppi che faranno seguito a questo incontro può inviare un messaggio a Carmelo Miragliotta lettere@agriturismoamarant.it oppure a Gian Piero de Bellis gpdebellis@hispeed.ch

 

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Comments
  • Maciknight
    Rispondi

    Condivido la filosofia di pensiero che sottende l’articolo. Aggiungo solo in riferimento all’emancipazione della servitù agricola nel medioevo (feudalesimo) che a volte sono gli eventi traumatici che spingono alla trasformazione. I contadini ad esempio divennero preziosi e contesi dai signori feudali e si emanciparono soprattutto dopo le grandi pestilenze, pensate alla peste del 1347-49 che provocò in Europa quasi il dimezzamento della popolazione e l’abbandono di interi borghi e campagne. In quanto ai luoghi dover creare una comunità, essendoci ormai circa 200 stati autonomi, la maggioranza dei quali di piccole dimensioni, ed altri giganteschi prossimi all’indipendenza, pensate alla Groenlandia, non escludiamo del tutto l’ipotesi di interagire con i loro governi (anche locali) per poter disporre di garanzie di insediamento e riapetto degli accordi contrattuali.

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