In Economia

DI MATTEO CORSINI

“Per risanare i conti, Tremonti ha promesso lo scorso anno un’ulteriore sonora sforbiciata alla spesa per investimenti… Un Paese che va indietro come un gambero su questo indicatore non ha alcuna speranza di tornare a crescere… La soluzione per attrarre capitali privati è preparare pacchetti di incentivi fiscali su misura che possano essere affiancati da contributi pubblici limitati ma strategici.” (G. Santilli)

Giorgio Santilli scrive sul Sole 24 Ore. Occupandosi delle lamentele dei costruttori edili, Santilli indica cosa andrebbe fatto per migliorare la situazione.

Per prima cosa rimprovera a Tremonti di aver ridotto la “spesa per investimenti”, mentre aumentava la “spesa corrente”. A suo parere la spesa per investimenti dovrebbe aumentare per far crescere il Pil. Inoltre, servirebbero “pacchetti di incentivi fiscali su misura che possano essere affiancati da contributi pubblici limitati ma strategici”.

Si tratta, in sostanza, del classico interventismo keynesiano che pretende di orientare il mercato dove si ritiene giusto debba andare. Io non condivido neppure una virgola del ragionamento di Santilli (che, poi, è quello tipico di ogni lobby, in questo caso quella dei costruttori).

E’ vero che la spesa corrente è peggiore di quella per investimenti, ma non credo che la prima sia il male e la seconda il bene. Quella per investimenti è il male, quella corrente è il peggio. La spesa corrente non ha alcun ritorno, se non per chi ne beneficia a spese di tutti gli altri.

La spesa per investimenti dovrebbe in teoria avere un ritorno economico. I keynesiani sono soliti sostenere che se lo Stato si indebita per costruire un’infrastruttura, l’opera genererà un cash flow più che sufficiente a ripagare il debito.

Ho detto “in teoria” perché in pratica capita spesso che i cosiddetti investimenti pubblici diano luogo a proliferazioni di costi, parassitismi e corruttele varie, finendo per avere un rendimento negativo. Mi si potrebbe obiettare che basterebbe avere burocrati e amministratori pubblici onesti per risolvere il problema. Il che in certi casi potrebbe essere vero, ma non fa venire meno altri motivi per essere contrari alla spesa pubblica per investimenti.

In primo luogo, nessun amministratore pubblico o burocrate è onnisciente.

Ne consegue che l’investimento pubblico, ancorché condotto con la massima onestà, potrebbe rivelarsi un fallimento dal punto di vista economico.

Fallimento i cui costi ricadrebbero in ogni caso sui contribuenti.

In secondo luogo, anche se ex post l’investimento si rivelasse redditizio, resterebbe il fatto che lo Stato, non disponendo di risorse proprie, utilizzerebbe risorse presenti e/o future dei contribuenti. Risorse che avrebbero potuto essere utilizzate in modo diverso, secondo la volontà dei singoli proprietari delle stesse.

Detto ciò, incentivare con sgravi o sussidi questo o quel settore altera il funzionamento del mercato e fa apparire redditizie attività che non lo sono, favorendo impropriamente qualcuno a spese di altri. Se un’impresa riesce a non operare in perdita solo grazie a una fiscalità di favore o a sussidi, è meglio che chiuda i battenti.

L’obiettivo dovrebbe essere di ridurre il carico fiscale per tutti, senza alterare artificialmente la redditività relativa di talune imprese o di interi settori. Ma questo vorrebbe dire andare verso il libero mercato, non certo quello che vogliono il Sole 24 Ore e il suo editore.

 

 

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Comments
  • Leonardo Facco
    Rispondi

    ECCO A COSA SERVE LA SPESA PUBBLICA:

    Appalti truccati, è bufera su Trenitalia. Dalle prime ore di martedì mattina sono state decine le perquisizioni e gli arresti in tutta Italia nell’ambito dell’operazione ‘Espresso’. L’inchiesta condotta dalla Procura di Firenze fa luce su un giro di appalti truccati Trenitalia e Sepsa. Sono complessivamente 42 le persone finite sul registro delle persone indagate. Coinvolti a vario titolo un consistente gruppo di funzionari e dipendenti di società a partecipazione pubblica (come Trenitalia e Sepsa Spa) ed imprenditori concorrenti, associati tra loro formando una vera e propria organizzazione finalizzata a falsificare le gare d’appalto. L’inchiesta ha fatto emergere che i dipendenti delle Aziende Pubbliche di Trasporto anticipavano informazioni riservate favorendo una cordata di imprenditori amici, i quali a loro volta, al fine di aggiudicarsi l’appalto, formulavano offerte abilmente pilotate e concordate. In questo modo l’ingegnoso sistema permetteva di aggirare le normative vigenti in materia di appalti, realizzando turbative d’asta attraverso cartelli tra imprese, finalizzati da un lato ad aumentare le probabilità di ‘indovinare’ l’offerta di aggiudicazione e dall’altro a ridistribuire all’interno della cordata il lavoro aggiudicato ad una delle società del gruppo. Oltre all’associazione per delinquere, i capi d’accusa contestati agli indagati abbracciano una serie di reati che vanno dalla truffa, al peculato, alla turbata libertà degli incanti e del procedimento di scelta del contraente, alla corruzione di persona incaricata di pubblico servizio, alla rivelazione ed utilizzazione di segreti d’ufficio, alla falsità commessa da pubblici impiegati incaricati di pubblico servizio.

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