In Anti & Politica, Economia, Libertarismo

DI DOMENICO LETIZIA*

Tempo fa sulla rivista libertaria di tendenza anarco-sindacalista “Cenerentola” pubblicai un articolo intitolato: “Il possibilismo nella società libertaria”. In sintesi illustravo semplicemente come proprio una serie di comunità sperimentali e volontarie possono far fare la pace a tutte le tendenze dell’anarchismo  contemporaneo da quello capitalista a quello ecologico e “green”. Semplicemente si tratta di far comprendere che la libertà risiede innanzitutto nella libertà di associarsi e dissociarsi lasciando poi libero ognuno di associarsi o non a quella comunità che si ritiene più congrua  ai propri ideali e alle proprie visioni dell’esistenza. Nessuno in una società libertaria proibirebbe a coloro che credono ad comunità fondata su modelli anarco-capitalisti di vivere accanto a coloro che praticano modelli anarco-comunisti, i quali potrebbero a loro volta convivere a quanti seguono modelli anarco-primitivisti. Il punto d’incontro è proprio nel principio del volontarismo e della libertà di scelta, seguendo quell’assioma tanto caro all’anarco-capitalismo che è: “Il principio di non aggressione”, la non-violenza dei libertari. Costatato ciò, il problema è dove partire ora e subito con la costruzione di un’ alternativa autenticamente libertaria, sperimentale e volontarista. La storia, soprattutto quella americana ( ma quella europea ne è ricca altrettanto) è colorata dalla creazione, dal fallimento e dalla sperimentazione  di comunità volontarie, basate su principi religiosi, politici, sociali, nutrizionali ecc.. Quello che gli storici non ci hanno tramandato è che la stragrande maggioranza di queste esperienze era rappresentata da comuni anarchiche, pensate appunto come l’espressione più pura dello spirito dell’America. Ronald Creagh (1987) ci porta un cospicuo numero di storie di questa utopia vissuta: Altruria (socialisti cristiani della California), Fruit Hills, Point Hope, Praire Home, Tuscarawas, Utopia e Spring Hill (Ohio), Freeland (Maryland), Home (Washington), Freedom Colony (Kansas), Mount Airy Colony e Mohegan (New York), Sunrise Cooperative Farm Community (Michigan), fino alle più note Stelton (New Jersey), che ruotava intorno alla scuola moderna ispirata al pedagogista anarchico spagnolo Francisco Ferrer, New Harmony (Indiana), fondata personalmente da Robert Owen, Kendal (Ohio), fra i cui fondatori è Josiah Warren, e Skaneateles (New York). Questo solo per citare le più note; un fenomeno che, in un paese pochissimo abitato, coinvolgeva migliaia di persone. La “ricerca della felicità” che gli Stati Uniti, unico paese al mondo, contemplano fra i diritti fondamentali dalla propria costituzione, si esplica tipicamente nella sperimentazione e nella pratica, una utopia in totale accordo con le idee del federalismo americano, costantemente sottoposta al vaglio dell’esperimento e costantemente modificata dall’ingresso di nuovi elementi.  Ripartire da questi studi storico-politici non può che essere proficuo per una prospettiva libertaria.

La libertà è sempre accompagnata dalla responsabilità. Per questo basilare principio, bisogna preparare un percorso comune di trionfo libertario e autogestionario nelle nostre città e nei nostri quartieri, comitati di liberazione dallo stato e da tutte le istituzioni imposte lasciando spazio a forme di organizzazione libere e volontarie. Oltre la secessione individuale e collettiva, difficile da praticare allo stato attuale, esistono forme efficaci di autogestione, che rispettano i criteri della libera spontaneità nel “libero mercato”. Esse sono le cooperative ad azionariato diffuso e le cooperative di proprietà dei consumatori e la diffusione di queste cooperative in tutti i settori della società, oggi monopolio soprattutto culturale, dello stato (ad esempio: sicurezza, sanità, istruzione, assicurazione ecc..) Negli Stati Uniti dove il socialismo di stampo marxista, escludendo gli ultimi tempi ma con evidentissime differenze, è un essere alieno, la cooperazione è praticata, e le “worker-owned co-ops – cooperative di proprietà dei lavoratori” sono esistite ed esistono, grazie anche al diffuso spirito d’imprenditorialità e alla pratica della partecipazione, pratica che è insegnata a scuola, dalla prima classe elementare. Le imprese cooperative forniscono qualsiasi bene o servizio di cui i membri hanno bisogno. Esistono Cooperative di credito e di servizi finanziari, di assistenza sanitaria, cura dei figli, per l’alloggio, le assicurazioni, servizi legali e professionali. Cooperative vendono cibo, forniture agricole, hardware e attrezzature ricreative. Forniscono servizi pubblici, come energia elettrica, telefonia e televisione, e i prodotti delle cooperative si muovono nel mercato fornendo merci e servizi ai propri clienti. Queste cooperative sono viste di buon occhio anche dalla tradizione repubblicana americana che vede in esse lo spirito imprenditoriale  e d’intrapresa che di fatto appartiene alla cultura americana. Le cooperative di consumatori possono essere costituite da singoli o imprese, e in quest’ultimo caso sono spesso indicate come cooperative “d’acquisto ” o “shared service”. D’altra parte, cooperative di produttori comprendono sia quelle formate dalle imprese – spesso chiamate “marketing” co-op – e “cooperative di lavoratori” i cui soci sono persone fisiche.  Ogni tipo di co-op ha varie sottocategorie e alcune co-op contengono elementi di entrambi i tipi. Ad esempio, una cooperativa elettrica rientra nel tipo di co-op di consumatore, perché i consumatori nell’area del servizio di quella co-op ne sono i proprietari. Come altre cooperative, il Consiglio di Amministrazione per una co-op di lavoro è eletto dall’Assemblea, e formato da membri della cooperativa, in questo caso, i lavoratori. Il consiglio è sempre controllato a maggioranza dai lavoratori, anche se alcune co-op di lavoro hanno al loro servizio direttori esterni e consulenti nel Consiglio di Amministrazione.
Le strutture di gestione delle co-op di lavoro variano notevolmente, secondo i desideri dei soci. Alcune co-op di lavoro utilizzano una gerarchia tradizionale di gestione, mentre altre impiegano sistemi di gestione più livellati – spesso chiamati collettivi – che consentono ai dipendenti di essere più direttamente coinvolti nelle decisioni di gestione. Altri usano un sistema team-based che utilizza elementi di entrambi i sistemi tradizionali di gestione aperta. Molte Cooperative di lavoro utilizzano un processo di consenso che riscuota l’assenso di tutti i membri, quindi anche una sola persona è in grado di bloccare una proposta.

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Senza dimenticare l’importanza di tali modelli per la trasparenza amministrativa che ne deriva e l’incentivo all’impegno data la presenza costante del lavoratore –produttore, e perché no consumatore stesso, nella vita stessa dell’azienda, queste società agiscono e si diffondono dove vi è un mercato libero.

Anzi più le maglie dello stato lasciano sviluppare queste aziende senza interferire con l’eccessiva tassazione e la burocrazia soffocante, più questi modelli di società si diffondono dato che la loro è una concorrenza maggiore della “concorrenza attuale” perché oltre che sui prodotti si compete anche sui principi, cioè sulla qualità del lavoro, del prodotto, sul rispetto di diritti e libertà, sull’ambiente e sulla partecipazione diretta alle decisioni. Questi modelli già presenti possono avere vita facile solo ove lo stato non è oppressivo e interferente poco o nulla negli affari economici. Come dimenticare le società di mutuo soccorso presenti in Europa e che vennero danneggiate ed eliminate proprio quando lo stato sociale e previdenziale prese il sopravvento nelle varie nazioni.

L’importanza di queste cooperative dal mio punto di vista è soprattutto culturale con conseguenze politiche. Infatti esse rendono consapevole ogni cittadino della propria capacità di autogestirsi e autogovernarsi, facendo compiere loro un primo passo verso la secessione dallo stato liberandoli dall’idea, falsa, della necessità dello stato nella loro vita come fornitore di servizi, che si sostiene, non esiterebbero attraverso la libera iniziativa.

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Le comunità volontarie rappresentano la svolta antiautoritaria del futuro al partire dalla realtà attualità. Una secessione economica deve avvenire già nei nostri quartieri, città, condomini, i cittadini devono affidarsi alla loro capacità di autogestirsi non rincorrendo più il consigliere comunale o il sindaco del paese per una soluzione, spesso illusoria, delle loro problematiche. Il primo passo è proprio quello di liberarsi dall’idea dell’istituzione come necessità del vivere sociale.

Una strada attuale da percorrere per questa consapevolezza è proprio quella delle cooperative liberiste e libertarie che possono variare nelle scelte decisionali ed economiche. Le scelte vincenti saranno poi oggetto di premio o di difetto da parte del mercato stesso.

Ad esempio data l’attualità del problema “acqua” immaginate cooperative ad azionariato diffuso ( cioè ogni cittadino che aderisce alla cooperativa possiede azioni della stessa) e simili che gestiscono le fonti idriche delle nostre città, soluzione allo statalismo e al “privato finto” perché messo lì dall’amico dell’amico del politico di turno. Questa potrebbe essere un ipotesi di liberazione economica e sociale delle fonti idriche dallo stato. Non sarebbe questa una sorta di secessione attuata con successo?

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Espandiamo questo modello ovunque e si arriverà alle comunità volontarie facendo fallire lo statalismo sia economicamente che moralmente.

*Intervento al “Secondo Seminario Vivien Kellems” sulle comunità volontarie

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Showing 9 comments
  • Libertas
    Rispondi

    Bisogna sempre vedere quanto le cooperative possano ottenere sul mercato. Secondo me il vecchio sistema gerarchico di produzione capitalistica mantiene intatti nel tempo i suoi pregi. La mia è semplicemente una valutazione “a posteriori”. Spesso sul mercato funziona meglio la gerarchizzazione dei rapporti di proprietà, ad esempio all’interno dell’ azienda, perché generalmente più efficiente, e più premiante verso il talento e la tendenza ad assumersi rischi personali senza coinvolgere altri, ovviamente entro certi limiti.

    • Domenico Letizia
      Rispondi

      libertas questo può essere e proprio per questo che si deve lasciare spazio alla sperimentazione, in concorrenza, sarà il consumatore secondo i suoi criteri a decidere a qualu categrie economiche affiancarsi.

  • Augusto
    Rispondi

    E’ il primo articolo che leggo su questo sito che trovo parzialmente condivisibile. Certo che qui stiamo descrivendo non la “soluzione migliore”, ma il ripiego migliore per un pubblico che non funziona. Non credo che in Svezia abbiano molta necessità di ricorrere ad associazioni di questo tipo

    • Domenico Letizia
      Rispondi

      Grazie augusto, ma è il miglior metodo per responsabilizzare e rednere liberi dallo stato nello stesso momento… Una simile visione dovrebbe conciliare l’ottica libersita con quella dell’eguaglianza… Ricordiamo che molto modelli analizzati nel saggio sono di matrice USA, parliamo non certo della Cuba di casrtro…

    • Giorgio Fidenato
      Rispondi

      Questa mitizzazione dei paesi scandinavi mi pare molto fuori luogo. Bisognerebbe conoscere meglio, al di la delle informazioni stereotipate, e vedere le cose come stanno veramente. Sono in ogni caso società agressive perchè in nome di una sicurezza sociale, non permettono agli individui di vivere liberamente lle proprie scelte al di fuori delle costrizioni create dallo Stato. Ho letto inoltre un bel libro sull’eugenetica applicata negli anni – da questi regimi socialisticezzanti. DA PAURA!!! Questi sistemi cercano di sterilizzare qualsiasi aspetto negativa della vita umana, anche il rispetto delle scelte individuali. No, non sono l’esempio!!!!

    • Leonardo Facco
      Rispondi

      due considerazioni allora:
      1- qui si dà spazio anche a chi non è ortodosso;
      2- Domenico è un collettivista, ehehhe
      Ma tant’è, rimedierò.

  • Domenico Letizia
    Rispondi

    :) leo nell’intervento parlo sempre di concorrenza e di libero mercato.

  • Lorenzo
    Rispondi

    Un mondo agricolo incentrato sulla cooperazione e in genere sulle società territoriali volontarie è un’ottima risposta a Guido Bissanti e alla sua dannosa Carta costituente della riforma (sovietica) rurale.

  • michele albo
    Rispondi

    Cari amici,
    Vedo che sia Letizia che Fidenato, sull’intendere cooperazione, imprimono giudizi opposti nel gradimento. Letizia tende a sforzarsi per individuare una molla positiva dalla storia sperimentale delle comunità e/o cooperative come alternativa al mercato individuale capitalista e alla socialdemocrazia statalista.
    Io da anarchico ho tentato nel 1984 a sperimentare una cooperativa di produzione e lavoro nell’agricoltura denominata appunto “Autogestione scarl”.
    Dopo 2 anni di lavoro e di enormi sacrifici di impegno economico e lavorativo da parte mia, sono giunto alla conclusione che la Società Cooperativa è un fallimento se viene concepita coerentemente come struttura funzionante autogestita. Se invece si usa il sistema coop in senso imprenditoriale capitalista solo per sfruttare i benefici di legge che gode la legislazione cooperativa, allora la società cooperativa può ottenere successo se il promotore è un capace imprenditore di successo come se fosse un capitalista. Infatti dalla mia esperienza è nata una impresa apistica di media grandezza di proprietà di un socio appassionato di apicoltura e oggi è il più grande produttore di miele della calabria. Questa mia esperienza ha messo in crisi le mie credenze anarcocomunistiche poiché si è scontrata con la tendenza antropologica, predominante nei soci, dell’interesse individuale superiore a quello collettivo. Da cui ho ricavato la causa principale del fallimento delle comunità anarchiche. Quindi niente romanticismo caro Domenico ma neanche “una società di lupi” caro Giorgio. Sia l’anarcocapitalismo che l’anarcosocialismo devono scardinare la necessità dello stato non dal fideismo intellettuale di una tesi o dell’altra ma sulla base di una approfondita analisi della esperienza vissuta nella storia di episodi di anarcosocialismo astatale e di anarcocapitalismo astatale.
    Del primo Letizia ne ha menzionate alcune del secondo non mi risulta che siano esistite territori anarcocapitalisti. Nel dopo guerra gli anarchici di carrara promuovono due cooperative: una per il consumo e un’altra per il lavoro produttivo.
    Quando parlai con Mazzucchelli, di cui era promotore e ancora giuridicamente presidente di una di queste cooperative, mi rispose semplicemente che i negozi che cominciavano a nascere in forma individuale privata offrivano la stessa merce dei negozi della cooperativa a prezzi inferiori e quindi la cooperativa dovette decidere di vendere i negozi(detti spacci) e suddividere il ricavato netto tra i soci.
    Quindi Mazzucchelli mi conferma la causa del fallimento delle esperienze Cooperativistiche di Carrara dopo 40 anni della mia esperienza.
    In Svezia il sindacato anarcosindacalista storico SAC gestisce un 10% circa del fondo di disoccupazione svedese per i soci iscritti alla SAC e il restante 90% è gestito dall’altra centrale socialdemocratica: LO. Da questa esperienza riformatrice la SAC cerca di imprimere al restante anarcosindacalismo aderente all’AIT, la convinzione che la via gradualista riformista dell’anarchismo è la sola capace di far progredire la società di un popolo verso più libertà. Ma la SAC non è mai riuscita a conquistare il consenso maggioritario dei lavoratori svedesi, è rimasta sempre intorno al 10%. Sarebbe importante intervistare storici dirigenti della SAC per capire qualcosa di più sulla socialdemocrazia svedese.

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