In Economia

DI RICHARD W. RAHN*

I principali governi del mondo sono in procinto di abbattere il valore del denaro detenuto dai loro cittadini. Il 16 novembre il Cato Institute ha ospitato, come ogni anno, la sua Monetary Conference. Tra i relatori, alcuni funzionari di vertice della Federal Reserve e accademici esperti in campo monetario, think tanks e istituzioni finanziarie. C’è stata una convergenza unanime sul fatto che il sistema monetario mondiale è in grave pericolo, cosa che è ovvia a chiunque si tenga aggiornato. È più facile osservare il problema che trovare una soluzione.

Gli economisti definiscono la moneta come dotata delle seguenti caratteristiche:

Un’unità di conto, che significa che per mezzo di essa possiamo definire il valore dei beni e dei servizi;

Un mezzo di scambio, che significa che gli altri accetteranno i tuoi soldi (per esempio U.S.D.) in cambio di merci e servizi;

Un deposito di valore, che significa che la moneta mantiene il proprio valore intrinseco.

Dal 1914, inizio del sistema della Fed, il dollaro americano è risultato un pessimo deposito di valore.

Oggi un dollaro vale appena un ventiduesimo di quanto valeva nel 1913 e solo meno di un quarto del valore che aveva ancora nel 1971, quando gli Stati Uniti recisero ufficialmente l’ultimo legame del dollaro all’oro. Nonostante ciò, in tutto il mondo si continua ad acquistare la valuta americana, in quanto appare meno soggetta all’inflazione rispetto alla maggior parte delle altre valute più importanti. Al momento il dollaro sta perdendo valore a un tasso di circa il 4% all’anno.

L’inflazione si verifica quando la banca centrale – la Fed negli Stati Uniti o la Banca Centrale Europea in Europa – emette moneta a un ritmo più elevato di quello con cui aumenta la fornitura di beni e servizi. I cambiamenti nella velocità con cui le persone spendono il denaro (che gli economisti indicano come cambiamenti nella velocità del denaro) influenzano anche l’inflazione nel breve termine. Se le persone conservassero il denaro anziché spenderlo, l’inflazione scenderebbe e viceversa. La Banca Centrale può controllare la quantità di moneta ma non le variazioni di velocità. Negli Stati Uniti, la velocità ha subito un forte abbassamento perché i regolatori hanno elevato i parametri per la concessione di prestiti, quindi, in molti casi, le banche non possono più concedere neanche quei prestiti che, a loro giudizio, sarebbero opportuni. Inoltre, i regolatori hanno aumentato la quantità di riserve che le banche sono tenute a mantenere. Il risultato è che, anche se la Fed ha aumentato rapidamente la quantità di moneta, molta di questa è trattenuta nelle banche piuttosto che destinata a nuovi investimenti o consumi. Ciò nonostante, l’aumento di emissione di moneta è stato superiore rispetto a quello di nuovi beni e servizi; di qui l’attuale inflazione.

Alle democrazie è connaturato un difetto intrinseco: è abbastanza normale che i regimi democratici cerchino di usare la politica per trasferire la ricchezza da alcuni soggetti ad altri. Questo porta a livelli controproducenti di spesa pubblica. Nel contempo, alle persone non piace pagare le tasse. Dunque, i politici tendono a spendere più di quanto frutti la riscossione delle imposte e questo eccesso di spesa è finanziato dalla vendita di titoli di Stato. In un regime di gold standard classico, le vendite di titoli di stato da parte del governo era limitata dalle riserve di cui disponeva lo stato, oltre che dalla quantità di oro che, a giudizio degli acquirenti di obbligazioni, le autorità pubbliche avrebbero potuto comprare con il gettito fiscale previsto se ciò si fosse reso necessario.

Oggi, quasi tutto il denaro emesso dagli stati è “moneta per decreto” (fiat money), ossia non esiste alcun bene reale esplicitamente a garanzia della moneta, come l’oro, se non la quantità di beni e servizi reali che il governo può obbligare i cittadini a pagare attraverso il fisco o altri mezzi. Il problema della “moneta per decreto” è che non c’è limite alla sua emissione da parte dello stato. Di conseguenza, la storia dimostra che le “monete per decreto” alla fine si svalutano attraverso un eccesso di emissione e il loro valore nominale aumenta vertiginosamente. Tre anni fa, la svalutazione della valuta in Zimbabwe raggiunse un punto in cui lo stato stampava banconote del valore di ben 100.000 miliardi di dollari che, in effetti, non avevano quasi alcun valore. A quel punto gli abitanti dello Zimbabwe hanno cercato di convertire il più rapidamente possibile i loro soldi in dollari americani o in altre valute forti e il sistema finanziario dello Zimbabwe è crollato.

Sembra che le classi politiche in Europa, negli Stati Uniti e persino in Cina non siano disposte a riportare la spesa pubblica al livello che può essere sostenuto dalle loro economie. Così, aumenterà la pressione sulle banche centrali per coprire sempre più debito stampando moneta, operazione definita con l’ingannevole eufemismo “alleggerimento quantitativo” (quantitative easing). Quando una banca centrale emette più denaro per comprare buoni del Tesoro, che si tratti di titoli greci o italiani, nel caso europeo, o titoli statunitensi, non viene generata alcuna nuova ricchezza. tutto quello che si ottiene è ridurre il valore monetario reale della ricchezza esistente (di fatto si tratta di un’imposta patrimoniale occulta). A un certo punto ne deriveranno livelli di inflazione politicamente insostenibili o la stagnazione economica. Questo costringerà a una massiccia contrazione monetaria oppure al ritorno al gold standard o a qualche altra copertura reale per il denaro. Gli Stati Uniti possiedono più di 8,000 tonnellate d’oro, con un valore corrente pari a quasi un 500 miliardi di dollari, che sarebbe sufficiente per passare ad una forma di regime aureo. Il gold standard non è un rimedio per tutti i mali, ma è di gran lunga migliore di un indisciplinato sistema di “fiat standard”.

La vera soluzione al dilemma monetario è che i governi cedano il monopolio dell’emissione di moneta e consentano una libera concorrenza che stabilisca chi produce il miglior denaro. Se menti innovative come quelle di Thomas Edison e Steve Jobs fossero state libere di generare ricchezza reale (“denaro vero”), credo che molti dei nostri problemi monetari sarebbero diventati cimeli del passato.

Richard W. Rahn è senior fellow del Cato Institute e presidente dell’Institute for Global Economic Growth.

Questo articolo è stato pubblicato originariamente sul Washington Times del 22 novembre 2011. Tratto dal sito dell’IBL.

*Nella foto: Leonardo Facco con Richard Rahn

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