In Anti & Politica, Economia, Libertarismo

DI MARTIN VAN CREVELD

Supponendo che il quadro che ho presentato sia sostanzialmente corretto, cosa prenderà il posto dello stato? Qui va detto subito che non condivido l’idea libertaria che sia possibile una società umana senza governo; come Hobbes scrisse tre secoli e mezzo fa, in una tale società — se la parola è appropriata — la vita sarebbe “brutta, brutale e breve”. E’ possibile, anzi molto probabile, che in alcuni luoghi la ritirata dello stato porterà all’anarchia. Questo, però, non vuol dire che in tutto il mondo l’anarchia rappresenterà il futuro, e tanto meno che tale futuro sia auspicabile.

Anche attualmente, ci sono alcuni posti nel mondo dove lo stato è semplicemente imploso. In parte è stato scardinato dalla persistente fedeltà alle istituzioni tradizionali come capi, gruppi etnici, tribù e strutture parentali; in parte, essendo queste istituzioni state distrutte o rese inefficaci, ha semplicemente dato vita ad un vuoto. In parte perché questi vuoti sono anarchici per definizione, in parte perché sono riusciti a risucchiare i loro vicini, e di solito sono testimoni di guerre su una considerevole seppur mal coordinata scala per fini che a malapena vanno oltre gli interessi più immediati di coloro che li sovvenzionano; tale guerra, infatti, difficilmente può essere distinta dalle faide e dalla rapina su larga scala. Dalla Somalia alla Sierra Leone, in molti luoghi in tutto il mondo questa realtà esiste già. In altri sembra proprio dietro l’angolo, in altri finché non scoppia.

Se l’implosione è uno dei risultati che può derivare da un indebolimento dello stato, l’integrazione può esserne un altro. Dall’ASEAN attraverso l’UE e il NAFTA e il MERCONSUR, i cambiamenti tecnologici ed economici stanno costringendo gli stati a cooperare tra di loro, non di rado a scapito di almeno alcune parti della loro sovranità. In particolare in Europa, dove il processo attraverso il quale i singoli stati vengono rimpiazzati da un’organizzazione più ampia è a buon punto. Al momento questa nuova organizzazione sforna già leggi, esercita la giustizia ed emette denaro, anche se ancora non dichiara guerra o impone tasse. Soprattutto, non è sovrana e non rappresenta uno stato; è per questo che si chiama Unione o una Comunità. Nella misura in cui i nuovi membri si stanno unendo e stanno cercando di unirsi, l’Unione è in crescita e potrebbe presto cessare di essere addirittura Europea. Anche in luoghi così lontani che non vi possono entrare, è spesso considerata come un modello.

Mentre gli stati si integrano in un’organizzazione più grande che li comprende, devono spesso devolvere parte delle loro competenze interne alle regioni, ai distretti ed alle comunità. Anche l’Europa ha condotto a questo aspetto; con il risultato che, dalla Spagna al Belgio al Regno Unito, l’autonomia regionale è all’ordine del giorno. Anche negli Stati Uniti il Congresso Repubblicano ha promesso — sebbene fino ad oggi non abbiamo una data — una maggiore enfasi sui diritti dei singoli stati rispetto a quelli del Governo Federale. Anche dove la regionalizzazione non è ancora iniziata, come in Germania, è molto spesso in discussione come un modo per rispondere e beneficiare dai cambiamenti generati dall’Unione Europea. I giorni in cui uno stato significava necessariamente un movimento verso una maggiore centralizzazione sono chiaramente finiti.

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Anche se molti stati o implodono o si fondono, tutti affrontano una crescente concorrenza con altre forme di organizzazione. Alcune di queste organizzazioni sono private, altre sono pubbliche. Alcune sono estremamente potenti e ricche, alcune composte da una manciata di persone che non fanno altro che scambiarsi le loro (non di rado irritabili) credenze per e-mail. Alcune si dedicano a scopi pacifici e perfino lodevoli come la conservazione della fauna selvatica o l’annullamento della vivisezione o il disarmo o i diritti delle donne. Altre sono di natura puramente economica e cercano solo di arricchirsi con mezzi legittimi o illegittimi. La maggior parte non ha una propria forza armata indipendente, ma alcune hanno iniziato a costruire la loro; come di recente anche la più pacifica delle organizzazioni, la Croce Rossa, che è stata costretta a trasportare parte del proprio personale in furgoni blindati e sotto scorta armata. Molte, forse anche di più, hanno in comune il fatto di trascendere i confini nazionali. Nella misura in cui agiscono in questo modo si può dire che stiano utilizzando al meglio i moderni mezzi di trasporto e di comunicazione rispetto a quanto facciano gli stati; che è davvero una delle ragioni principali dietro il loro successo. Il ruolo crescente svolto dalle organizzazioni internazionali di ogni genere è forse più evidente dal fatto che alcune di loro hanno ottenuto lo status di osservatore presso le Nazioni Unite. Quest’ultima, ovviamente, è la più grande organizzazione internazionale rispetto a tutte le altre, ed una la cui importanza sembra crescere giorno dopo giorno.

In futuro, ed in misura crescente, ci si aspetta che queste organizzazioni si emanciperanno dal controllo statale e svolgeranno un ruolo indipendente. Svolgendo un ruolo indipendente, eserciteranno un potere crescente sui membri e non membri; ad esempio, facendo le loro proprie leggi, esercitando la loro propria giustizia, riscuotendo i loro propri tributi, e persino producendo la loro propria moneta sottoforma — come spesso avviene oggi — di stock-option. A seconda del problema e del momento, potrebbero cooperare con i governi, esercitare pressioni sui governi, opporsi ai governi, e persino dichiarare guerra ai governi; anzi un motivo per cui sono in grado di farlo è proprio perché, non possedendo un territorio sovrano, non possono essere affrontate con armi nucleari. Inutile dire che il tipo di relazioni che prevalgono tra le organizzazioni internazionali ed i governi caratterizzerà anche quelle tra le stesse organizzazioni. Al punto, infatti, in cui la differenza tra organizzazioni governative e non governative sarà a sua volta eroso.

In tutto ciò, si distingue un unico fattore. Governative o no, nazionali o internazionali, pubbliche o private, altruiste o a scopo di lucro, nella misura in cui la maggior parte delle organizzazioni prese in considerazione è di una certa importanza, non sono semplicemente “insiemi di persone” (come Cicerone, in mancanza di termini migliori, definì la Repubblica Romana) ma delle multinazionali. Come gli Stati; possiedono una personalità giuridica astratta; come gli stati, sono separate dai loro leader. Come gli stati, anche, questa caratteristica le dota di maggiore capacità di resistenza e continuità rispetto a qualsiasi individuo o addirittura gruppo di individui. Anche quando vengono sconfitte ed eliminate de facto, de jure continuano ad esistere; fintanto che esistono de jure, non possono essere sconfitte né eliminate. Per dirla in un altro modo, gli sviluppi attuali possono riflettere non tanto il declino dello stato come una corporazione, ma l’ascesa di un tipo di corporazione, cioè quella che non è sovrana e non ha “sovranità” su un’altra. A questo proposito l’invenzione della corporazione che risale alla prima metà del XVII secolo, rappresenta una delle più grandi rivoluzioni nella storia umana; ed una le cui piene implicazioni le stiamo cominciando a capire solo ora.

CINQUE TENDENZE

Presumendo, ancora una volta, che il quadro che ho presentato sia sostanzialmente corretto, i cambiamenti sono auspicabili o no? La risposta non è affatto semplice e dipende dall’identità di coloro che sono coinvolti. Nel tentativo di rispondere cercherò ancora una volta di considerare i fattori che, a mio avviso, stanno portando al declino dello stato, procedendo in ordine inverso.

In primo luogo, il declino della pubblica sicurezza. Va da sé che, in quasi tutti i casi e quasi ad ogni costo, la pace interna è buona mentre la violenza è male. In alcuni luoghi il declino dello stato può significare libertà dagli arresti arbitrari, dalla detenzione ed dall’esecuzione. In molti altri posti, invece, il risultato sarà esattamente l’opposto, poiché le organizzazioni non governative cercheranno di riempire il vuoto, di raggiungere i propri fini, e, sia come condizione per raggiungerli sia come sottoprodotto di tale raggiungimento, di riempire le proprie tasche. Per i membri di queste organizzazioni i cambiamenti potrebbero essere tutti buoni; per il resto di noi, sicuramente cattivi. Non capisco come essere fermati, o ricercati, o arrestati o imprigionati o giustiziati, dai dipendenti di un’organizzazione privata sia superiore al subire le stesse umiliazioni per mano dei servi dello stato. Questo è vero anche se il “personale privato della sicurezza” indossa uniformi, anche se ha distintivi, e anche se maschera il suo potere dietro una cortesia attentamente studiata. Semmai, il contrario.

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In secondo luogo, la globalizzazione. Ad alcune persone piace la globalizzazione, altri la odiano. Nella misura in cui la globalizzazione significa immischiarsi negli affari di altre persone che a loro volta iniziano a mettere un dito nella torta di qualcuno, ho il sospetto che molti di coloro che sono associati al Mises Institute e spalleggiano un punto di vista neo-isolazionista sono tra i nemici. Si potrebbe anche simpatizzare con i sentimenti di coloro che temono che, tra gli effetti della globalizzazione, ci sono probabilità che emerga una maggiore disuguaglianza economica, meno democrazia, ed una perdita di numerosi ambienti antichi e belli nei luoghi esotici. La globalizzazione, però, ha i suoi vantaggi. Permettendo alle persone di comunicare e di commerciare su scala planetaria, dovrebbe consentire a coloro che sanno approfittarne dei guadagni senza precedenti sia in termini di libertà che di prosperità. Essendo cresciuto in un paese che, sebbene non totalitario, soleva mettere notevoli restrizioni alla disponibilità di informazioni, posso testimoniare per l’impatto positivo della globalizzazione in particolare sulla libertà. Se la CNN, BBC World Service, e i loro simili non esistessero, dovrebbero essere inventati.

In ogni caso, come nel Fortuna di Machiavelli la globalizzazione esiste e fa sentire la sua influenza, che ci piaccia o no. Come diceva Hegel, il cambiamento storico implica spesso la frantumazione di molti fiori gracili. La globalizzazione può essere l’opposto, se non del tutto, solo localmente e in misura molto limitata. I mezzi necessari sono draconiani, i risultati, terribili. A giudicare dall’esempio della Birmania e della Corea del Nord, infatti, significa un ritorno virtuale ad uno stile di vita e ad un’economia pre-industriale, insieme a tirannie che quasi rivaleggiano con quella di Adolf Hitler.

In terzo luogo, il ritiro del welfare state. Chiaramente, in ogni società ci sono e ci saranno sempre coloro che non sono in grado o meno in grado di badare a se stessi — sia perché sono malati, o hanno avuto un incidente, o perché, come i bambini, sono cresciuti dipendenti da persone che erano malate o hanno avuto incidenti o non sufficientemente in grado di fornire loro un’istruzione. Chiaramente in ogni società è necessario che venga diffuso un qualche tipo di rete di sicurezza per coloro che, non per colpa loro, vengono messi in una posizione dove non possono più cavarsela da soli. Il ritiro del welfare state, che nella maggior parte dei posti è a buon punto, comporterà quasi certamente la crescente importanza del welfare privato, e della carità da un lato e della famiglia dall’altro. Per i capi di queste organizzazioni ciò significa potere e prosperità; per i destinatari della carità e del welfare, un passaggio da alcune forme di dipendenza verso altre. Nella misura in cui i destinatari del welfare diventeranno probabilmente sempre più numerosi di coloro che lo dispensano, non credo che ci sarà un grande progresso o una ritirata.

Infine, non vi può essere alcun dubbio che il declino della grande guerra interstatale è una benedizione — in realtà si potrebbe andare oltre e sostenere che, in quanto hanno quasi da sole portato a questo ritiro, le armi nucleari sono esse stesse il maggior bene che l’umanità abbia mai ricevuto. Le armi nucleari, tuttavia, non sono onnipotenti. Non possono mettere fine a tutte, o anche più, le forme di conflitto armato. Inoltre, sto cominciando a pensare che la ragione che rende il loro uso così difficile in una guerra interstatale — vale a dire la loro natura indiscriminata — le rende più adatte in mano ad organizzazioni il cui unico scopo è quello di diffondere il terrore in quanto tale; un buon esempio è la Japanese Supreme Truth, che era responsabile per l’attacco al gas velenoso nella metropolitana di Tokyo. Nella misura in cui qualcosa venga fatto per impedire la proliferazione nucleare e per tagliare o limitare le dimensioni degli arsenali esistenti, questi pericoli sono riconosciuti. D’altro canto il disarmo nucleare totale, anche se fosse possibile, ci potrebbe benissimo far tornare al periodo dal 1914 al 1945. L’equilibrio tra pace ed olocausto è delicato; ma non è improbabile che, prima o poi, sarebbe sconvolto. Nel frattempo, armi nucleari o no, in molti luoghi di tutto il mondo la guerra e la violenza stanno procedendo proprio come prima….

Sebbene io sia per molti versi un Hegeliano, a differenza di lui non credo che la storia ci stia necessariamente portando verso cose migliori. In realtà, tutto quello che fa è cambiare — ed alcuni di questi cambiamenti sono più apparenti che reali. Anche quando sono reali, il risultato rischia di essere buono per alcune persone, ed un male per altre. Come dice il proverbio, ciò che è carne per una persona è veleno per un altra. Dal momento che io considero i cambiamenti come inevitabili, come nel caso del Fortuna quelli più adatti a trarne vantaggio sono coloro che hanno l’ingegno e l’audacia di prevederli, di adattarvisi, e di farne uso. La vita dei singoli e delle comunità, tuttavia, per molti versi rimane come è sempre stata — in parte terribile, in parte meravigliosa, in parte tragica, in parte piena di opportunità e di gioia.

Per citare Mao Tze Dong, in risposta alla domanda su quello che potrebbe accadere al mondo in seguito ad una guerra nucleare:

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Il sole non mancherà di essere splendente

Gli alberi continueranno a crescere

E le donne continueranno ad avere figli.

TRADUZIONE DI JOHNNY CLOACA blog

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Showing 2 comments
  • marcoper
    Rispondi

    grazie a JohnnyCloaca come sempre…

  • michele lombardi
    Rispondi

    Poliarchie, alcune piu’ imperialiste altre piu cooperative.
    tutte volontarie, tutte private.
    punto

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