In Anti & Politica, Economia, Saggi

DI CHARLES GAVE*

Max Weber è quel sociologo tedesco che ha ipotizzato che lo sviluppo economico ha avuto inizio dall’etica puritana e protestante, che avrebbe favorito l’accumulo di capitale piuttosto che l’immediato consumo. Questo accumulo di capitale sarebbe all’origine dello sviluppo economico.

Questa idea è stata alla base di dibattiti appassionati che sono in corso ancora oggi, poiché ho letto a tale proposito la settimana scorsa un articolo su “International Herald Tribune”.

Ma Max Weber, sempre a proposito dell’etica, ha sviluppato un altro concetto particolarmente utile. A suo parere, e nella misura in cui il fine ricercato è l”interesse generale”, coloro che sono portati a prendersi delle responsabilità, in particolare i politici, si basano su di una delle due specie di etica che aveva identificato: l’etica della responsabilità o l’etica della convinzione.

Cerchiamo di analizzare con questi strumenti l’attuale dibattito sull’euro.

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I partigiani dell’euro, talmente persuasi che il movimento europeo aveva come fine ultimo la creazione di uno stato Federale, si sono lanciati in questa politica avventurosa sapendo per certo che vi era il rischio che non funzionasse.

Hanno quindi agito secondo un’etica della convinzione.

L’istituzione di uno stato federale è un qualcosa che merita qualsiasi sacrificio, e il corso della Storia (con la S maiuscola) va nella loro direzione.

Coloro che erano all’opposizione hanno rifiutato l’euro poiché le possibilità di successo di un tal progetto apparivano esili e i rischi immensi (vedere per esempio nel mio libro. “Des Lions menés par des ânes”, edizioni Laffont).

Facevano dunque riferimento a un’etica della responsabilità: il rischio di insuccesso appariva troppo alto per avviarsi in un progetto così rischioso. Il molto probabile scacco dell’euro rischiava di mettere in discussione tutte le conquiste europee, fatto che rappresentava un rischio troppo grande.

Indubbiamente l’euro ha miseramente fallito, come lo temevano gli euroscettici una decina di anni fa.

E, naturalmente, i due gruppi opposti sono sempre uno di fronte all’altro, virulenti come dieci anni fa anche se il campo degli oppositori si è un po’ rinforzato e mi sento meno solo. Ma, misteriosamente, il combattimento ha luogo con fronti ribaltati …

I partigiani dell’euro si trincerano, con una certa isteria, dietro all’argomento che sarebbe assolutamente “irresponsabile” permettere all’euro di scoppiare, perché porterebbe a una generale depressione, all’affossamento dei nostri sistemi finanziari e a un impoverimento generalizzato. Tutti possono rendersi conto che sono passati da un’etica della convinzione a un’”etica della responsabilità”. Il loro argomento essenziale è:” Ho fatto una fabbrica a gas che, forse, ci rovinerà, ma se la distruggete, saremo certamente tutti rovinati.”. Hanno avuto talmente torto nei loro passati pronostici che non so perché dovrebbero avere ragione questa volta.

I vecchi oppositori, da parte loro, sono passati a un’”etica della convinzione” e anche di fortissima convinzione. Non sono solo certi che il sistema attuale ci porta alla depressione ma, anche, vedono che i processi democratici arretrano ovunque ogni giorno in Europa a profitto di una trionfante tecnocrazia non eletta che, molto curiosamente, è all’origine stessa dei disastri attuali.

Fatta questa interessante constatazione, quale conclusione possiamo tirare?

1) Non si tratta assolutamente di un disastro legato “al mercato”, come si ama dire in Francia, ma al suo contrario. Il mercato funziona per definizione con liberi tassi di cambio e di interesse. L’euro ha bloccato questi due prezzi che sono i due prezzi più importanti in un sistema economico e tutti sanno, dall’editto di Diocleziano in poi, che bloccare i prezzi porta ovunque e sempre a disfunzioni maggiori. Si tratta quindi di un problema creato da persone che si credono più intelligenti del mercato, persone che sono denominate tecnocrati o eurocrati. Il problema essenziale è la carenza di democrazia e la carenza di mercato nel cuore stesso delle istituzioni di Bruxelles.

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2) Risolvere questi problemi facendo ricorso a più tecnocrazia, a meno democrazia e a meno mercato, NON PUO’ funzionare. Fare DI PIU’ di qualcosa che non funziona, significa essere CERTI che la situazione continuerà ad aggravarsi.

3) Il problema è che coloro che hanno torto, come tutti i buoni tecnocrati che si rispettino, hanno preso completamente il controllo di tutti i meccanismi dei nostri governi, fatto che impedisce all’elettorato di farsi sentire.

4) Giungo quindi a una semplice conclusione, seguendo i metodi di analisi di Toynbee. Le élite hanno la vocazione di sistemare i problemi strutturali che si pongono a un paese. Se queste élite non arrivano a trattare il problema, le si deve rimpiazzare. In democrazia questo si fa con le elezioni. Se non si pone alcuna scelta reale agli elettori, questo si fa con la rivoluzione (Francia 1789) e un cambiamento di regime.

In effetti la sola soluzione democratica è che uno dei due candidati seri all’elezione presidenziale proponga un referendum sull’euro e ridia la parola a colui che gli Svizzeri chiamano il Sovrano, cioè il popolo.

Altrimenti si deve temere che i candidati meno importanti e con una scarsa passione per la democrazia non inforchino il cavallo di battaglia, con tutti le conseguenza che questo potrebbe comportare …

Questa paura è stata ed è la mia paura principale dall’inizio dell’euro: che l’euro, strumento tecnocratico per eccellenza, distrugga le nostre democrazie.

*Tratto da Institut Turgot, traduzione di Giovanni Cella

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Showing 4 comments
  • Riccardo
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    Il capitalismo è nato in Italia verso il 1200. E’ ormai risaputo. Basta leggere ‘Pellicani’ per convincersene. Quanto ai referendum…dubito che qualcuno abbia voglia di dare la parola al popolo. Anche perchè il popolo è talmente cretino che voterebbe per ciò che la televisione lo convincerebbe a votare. Da questo punto di vista sono corretti. Risparmiano al popolo un’ulteriore umiliazione ed una ulteriore dimostrazione della sua totale stupidità. In Italia poi…la vigliaccheria regna sovrana. Basterebba sventolare lo spettro della fame e tutti direbbero ‘si’ all’Euro anche se di fame stanno morendo.

  • Lorenzo
    Rispondi

    Perché si parla di tecnocrazia? I tecnici sono persone esperte che risolvono problemi. Questi qua invece sono dei ciarlatani che di economia non capiscono niente. Quella europea è una ciarlatanocrazia!

    • Borderline Keroro
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      Si parla di tecnocrazia perché ti fanno passare dei solenni imbecilli per “tecnici” “esperti” “uomini della provvidenza” e quant’altro. Sono d’accordo con te, i tecnici veri analizzano i problemi e risolvono.
      Questi sono dei buffoni.

      Abbiamo un evidente incapace a capo del governo, con un codazzo di incapaci se non peggio a capo dei vari ministeri.
      Tutti vengono da incarichi prestigiosi, e, guardando il ranking delle nostre università, si capisce come mai gli atenei italiani godano di così poca considerazione.
      Eccezione per Passera, “grande manager” proveniente dal “Titanic” Banca Intesa, già affondato se non fosse per i privilegi e gli aiuti di cui godono le banche. Ci mancano Montezemolo, Profumo (sarebbe bello un governo con Profumo e Passera, finalmente un governo al profumo di passera), l’eterno Prodi, e peVché non Scalfaro?

      ” Le élite hanno la vocazione di sistemare i problemi strutturali che si pongono a un paese. Se queste élite non arrivano a trattare il problema, le si deve rimpiazzare. In democrazia questo si fa con le elezioni. Se non si pone alcuna scelta reale agli elettori, questo si fa con la rivoluzione (Francia 1789) e un cambiamento di regime.”
      (cit.): ESATTAMENTE !

  • CARLO BUTTI
    Rispondi

    Certo che il capitalismo è nato(grazie alla “gente nova” tanto vituperata da Dante), nei liberi comuni dell’Italia centro-settentirionale del Duecento,ormai affrancatisi dal feudalesimo, tagliando fuori il Sud, che invece nel feudalesimo rimaneva immerso. In questo senso, fu inconsapevolmente favorito dalla Chiesa cattolica, nella sua lotta contro le pretese imperiali degli Svevi. Sono d’accodo con Riccardo anche sulla scarsa fiducia nei meccanismi democratici “Scita populi magna ex parte sapientes abrogant”

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