In Libertarismo, Primo Piano

DI CAMILLA BRUNERI

La legge nasce con l’intento di tutelare i diritti naturali dei più deboli e punire chi non li rispetta. Senza entrare nel merito dell’identità del diritto di natura, si deduce quindi che tutti, o almeno la maggior parte, dei soggetti che subiscono la legge siano potenzialmente pericolosi e capaci di difendersi da soli. Lo Stato si avvale della legge per garantire ai propri cittadini strade, abitazioni, scuole, ospedali, finanche divertimenti più sicuri. Che succede però quando i rapporti di forza si invertono? Quando lo Stato comincia ad usare la legge per tutelarsi? Da chi si deve difendere lo Stato? Dai criminali, esattamente come i suoi cittadini. Questi criminali si chiamano evasori fiscali e lo Stato ci fa credere che siano pericolosi anche per noi perché lo Stato siamo noi. Ma chi dovrebbe garantirmi di poter far trovare il pane sulla tavola ai miei figli ogni giorno? Lo Stato, che ci deruba in virtù della caccia all’evasore? Che cerca di convincerci che sia giusto pagare le tasse perché quel pane, prima di essere del panettiere che me l’ha venduto, è del “cittadino panettiere”, la cui attività necessita di guadagno per pagare le tasse allo Stato che ne legittimano l’esistenza? E’ esagerato quindi, pensare che se lo Stato necessita di leggi per tutelarsi, sia diventato il soggetto debole?!

Qualche giorno fa mi è capitato di sfogliare un saggio dedicato a Socrate, mentre cercavo materiale per alcuni studenti che mi hanno chiesto delle ripetizioni in filosofia, e mi sono ritrovata a confrontarmi con il Socrate “uomo”, con il padre della filosofia, la cui vita ci permette di comprendere le motivazioni che lo portarono alle sue scelte: mai nessuno, prima di lui, fu tanto coraggioso (o coerente) da affrontare le accuse mosse dal Senato ateniese, preferendo la morte all’esilio. Socrate venne accusato di essere “nemico della Città” e solo da pochi venne invece riconosciuto come “filospartano e nemico della democrazia corrotta”*, braccio destro della politica. La moralità di Socrate si avvicinava alle prime scuole pitagoriche e la sua “missione” contro le apparenze care ai sofisti, erano quelle dell’esigenza di una riforma etico-pedagogica che stava alla base delle sue critiche alla democrazia ateniese. Una situazione molto attuale, se si hanno gli occhi della ragione abbastanza allenati per notarla. Vero è che per l’interpretazione di fatti avvenuti così tanto tempo fa, la logica ci porta a considerare tutti i fattori in gioco, le ragioni per così dire di tutti. Socrate fu un personaggio estremamente polemico e scomodo, amato solo da pochi, ma è grazie a quei pochi che possiamo oggi confrontarlo con il grande cantiere sociale che fu Atene a quel tempo. Scriveva Tucidide, nell’Atene di Pericle:”(…) si chiama democrazia, poiché nell’amministrare si qualifica non rispetto ai pochi, ma alla maggioranza. Le leggi regolano le controversie private in modo tale che tutti quanti abbiano un trattamento uguale, ma quanto alla reputazione di ognuno, il prestigio di cui possa godere chi si sia affermato in qualche campo, non lo si raggiunge in base allo stato sociale d’origine, ma in virtù del merito (…)”**.

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A un discorso così ben confezionato ci inchiniamo quasi più perché risale al V secolo a.C., risaltando per la sua straordinaria modernità, che per il successo riscosso nella storia. Al tempo gli ateniesi erano veramente convinti che il proprio sistema politico dovesse porsi a modello per tutta la Grecia, soprattutto per la rivale storica Sparta. Tucidide stesso non risparmia sulle parole “sistema” e “Stato”, definendo la città come un “ammaestramento” per le altre genti. Nascevano già a quel tempo le idee moderne di dovere, giustizia e uguaglianza che sia Socrate che la Città sostenevano ma proprio in nome delle quali si ruppe il sodalizio. Quanto possono, i fraintendimenti e gli arrovellamenti filosofici, risultare disastrosi e fuorvianti! Socrate si batteva in nome della giustizia come uguaglianza, mentre gli ateniesi dell’uguaglianza come giustizia. L’essere filospartano di Socrate non era dettato dall’etica politica, non era rivolto al successo di un modello unico, né si basava sull’affermazione della superiorità della democrazia in quanto sistema politico. La sua era un’aperta opposizione a ciò che era diventata la democrazia, all’aver tradito già al tempo, i propri ideali di libertà e nobiltà d’animo di cui parlava Tucidide. Molti figli della guerra del Peloponneso erano morti in nome di quella democrazia che Socrate attaccava così duramente e mai, i reduci, si sarebbero abbassati ad ammettere la corruzione che fu il reale flagello del così detto “governo del popolo”, che pure costituiva un’alternativa molto avanzata alla monarchia. Ma occorreva conoscere molto approfonditamente un altro concetto fondamentale per potersi affidare completamente alla politica di condivisione che Atene voleva rappresentare, quello di virtù. Per Tucidide l’uomo virtuoso era quello che si impegnava nella vita politica e giurava di prestare servizio nell’esercito per difendere quanto conquistato con quel sistema politico tanto prezioso, in caso di attacco nemico (e a ben vedere, il suo appare un atteggiamento giustificabile). Potremmo dire che l’uomo contemporaneo, il nostro vicino di casa, il nostro datore di lavoro, nostro cugino, si avvicinino all’idea di virtù che Tucidide sosteneva? Temo che la qualità delle risposte a questa domanda non ci stupirebbe positivamente e questo Socrate l’aveva capito molto prima di un uomo che ancora oggi tenta ossessivamente di difendere un’idea ormai fattasi decadente, anacronistica e dannosa per la libertà.

La virtù di Socrate andava ben oltre il concetto di Stato e di buon cittadino, la sua responsabilità era rivolta alla felicità dello stesso individuo che si adoperava per la felicità dell’altro, per la soddisfazione di esigenze che dovrebbero trovarsi al di là del bene e del male, e che soprattutto uno Stato non si sogni di giudicare criminali perché portatrici di ricchezza verso il singolo e non verso le sue casse. Ad Atene le tasse non si pagavano e non si veniva puniti per colpa della povertà (Tucidide docet), mentre oggi le nazioni che si fregiano di esportare la cultura, sono proprio quelle i cui cittadini non si sognerebbero mai di non pagare finanche il biglietto del tram. Vi ricorderete la storia di Al Capone, incastrato non per le stragi compiute, ma per evasione fiscale, il mezzo che la giustizia americana adotta per smascherare la corruzione dei propri politici e personaggi di rilievo. Si può comprendere l’immoralità di certe abitudini dei politici condannate dai cittadini, che in loro vorrebbero poter trovare un modello (socratico?) di integrità, ma la leva economica in nessun modo dovrebbe essere sfruttata per spargere terrore e minacciare i propri cittadini.

Come durante il nazismo, anche adesso gli USA si avvalgono dei “collaboratori di giustizia”: il compagno d’ufficio che spia il proprio superiore, la signora che non si vede stampare la ricevuta, il passeggero dell’autobus che denuncia il passeggero che non timbra il biglietto. Ciò che si definirebbe l’esatto opposto dell’omertà tanto nota all’Italia e agli italiani, in America chi non paga le tasse finisce veramente in galera e questo, a quanto pare, ai suoi cittadini piace. In America nascono anche molte iniziative private utili, dal sapore cooperativo e egualitario, autarchico e libertario, a cominciare dalla nascita di Wikipedia, l’enciclopedia libera, gratuita e aperta al contributo di tutti, a quella del Tea Party, il movimento anti-tasse per eccellenza . E tutto questo perché? Perché per contrastare il clima decadente ed imparare a vivere nell’austerity ci si rende conto che lo Stato non basta e non è mai bastato, quindi si comincia a dare fiducia alle iniziative telematiche che promuovono il risparmio e il riciclo, a patto che sia libero. Come il manuale de “La sfida delle 100 cose” di Dave Bruno, ovvero come saper sopravvivere facendosi bastare una quantità limitata di risorse, o il “Manifesto dell’Abbastanza” di Diane Coyle, e ancora il National Swap Day, la giornata nazionale dello scambio***. L’etica del “giusto prezzo” scelta dal cittadino per sé stesso, anima del libero mercato.

Come è possibile quindi, che in una nazione in cui l’iniziativa privata diventa l’unico modo di affrancarsi dalla povertà e dall’austerità nella quale la sovranità economica costringe i cittadini, in un paese che tiene così in considerazione l’azione dell’individuo, capace di tutelarsi quasi esclusivamente attraverso il denaro, quello di pagare le tasse sia una dovere sacrosanto? Altro fraintendimento dal sapore ateniese? E in Italia come ci comportiamo? Nella patria del servizio al cittadino, delle lotte sindacali, del bunga-bunga, nella patria dei finti moralisti e dei falsi modesti, degli idoli nazional-popolari, della macchina del fango contro la quale i movimenti virtuali si accontentano delle proprie “rivoluzioni” sul giornalismo libero aprendo blog di denuncia (che lì si fermano!), nel paese del Concerto del Primo Maggio e del mito democratico del dopo-manipulite…la Milano “da bere” è ancora la stessa splendida e decadente città, Roma “ladrona” lo è sempre stata anche senza che ce lo dicesse Bossi, e la Magna Grecia non ha ancora trovato rimedio alla questione meridionale. A parte questo c’è qualcuno che non crede che lo Stato cerchi di tutelarci e sceglie di non pagarle le tasse ai propri dipendenti (preferendo che questi possano godere totalmente del frutto del proprio lavoro) , c’è qualcuno che non se ne fa nulla dei servizi scadenti al cittadino, che i privati sanno offrire anche senza l’intervento di ciò che la legge ci propone come politicamente corretto, c’è qualcuno che non pensa che la legge sia un diritto naturale, ma la proprietà sì. C’è qualcuno che crede nella rete spontanea di collaborazione, c’è qualcuno che crede ancora e sempre nella libertà!

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* Giovanni Reale, Socrate, alla scoperta della sapienza umana, Bur Saggi editore

** Ticidide, Storia della guerra del Peloponneso

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*** Tutte le informazioni sono reperite dal libro di Federico Rampini, Alla mia sinistra, Oscar Mondadori

 

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