In Anti & Politica, Economia

DI LEONARDO FACCO

Oggi, è domenica e qualcuno di voi, forse, leggerà questo mio ennesimo sfogo dopo essere tornato dalla messa. Abbiate pazienza.

Sono cattolico, questione anche di cultura. Non pratico, ma ho fede. Vivo la fede in maniera individuale e sono convinto che la sua collettivizzazione, assai utile alla Chiesa cattolica – come a qualsiasi altra chiesa –, sia parimenti disastrosa quanto ogni altra forma di collettivizzazione dell’agire o del pensare umano.

Di tanto in tanto, ho qualche pulsione anticlericale, soprattutto quando leggo parole come quelle pronunciate dal cardinale Angelo Bagnasco il giorno stesso in cui è stato confermato alla presidenza della Cei: “Una concezione individualistica della vita umana ha i suoi frutti nella piaga dell’evasione fiscale e nell’impiego a fini personali di beni pubblici, nella corruzione e nell’indifferenza verso i poveri. In sintesi, l’individualismo genera solitudine”.

Su cosa sia l’individualismo, mi limito ad invitare il monsignore a leggere “l’io anarchico” del professor Sergio Ricossa. Sul resto, mi permetto di dire la mia.

Dai tempi del Concilio Vaticano II, la Chiesa non ha ancora smesso di disamorarsi della “teologia della liberazione”, nonostante Benedetto XVI, in visita a Cuba, abbia affermato solo due giorni fa che il marxismo va considerato superato. Affermazioni come quelle di Bagnasco – abituali anche per molti suoi colleghi di vocazione, senza il bisogno di scomodare gli improbabili “don Gallo” – lasciano l’amaro in bocca a molti cattolici liberali, molto più ferventi e praticanti del sottoscritto. Vuoi, perché la Chiesa mostra troppe aderenze, sospette, con lo Stato; vuoi perché il cattolicesimo ha alle sue spalle una storia di fatta opposizione alla tassazione. Se la Chiesa – che ha buona memoria – tornasse a predicare l’antistatalismo d’antan di cui è stata protagonista nella storia, eviterebbe di inciampare in omelie dissennate contro l’evasore. Juan de Mariana, De Navarrete, Sant’Agostino, Antonio Rosmini e, non ultimo, Luigi Sturzo sono solo alcuni dei cattolici benemeriti che hanno bastonato con forza i gabellatori. Pio XI, un pontefice non così lontano nella storia, ebbe a dire: “Come non è lecito togliere agli individui ciò che essi possono compiere con le forze e con l’industria propria per affidarlo alla comunità, così è ingiusto rimettere a una maggiore e più alta società quello che dalle minori e inferiori libere comunità si può fare. Ne deriverebbe un grave danno e uno sconvolgimento del retto ordine della società”.

All’atto pratico, invece, Santa Romana Chiesa contribuisce quasi quotidianamente alla campagna del “dagli all’evasore”. Non vorrei che si sia adagiata sulle richieste dei governanti per il solo fatto che gode di prebende miliardarie, dall’8 per mille all’Imu svicolata in extremis, sin giù all’ultimo dei contributi pubblici che finisce in qualche sacrestia.

Vittorio Messori, cattolico di indubbia fede, ha – in passato – pure lui bacchettato l’idea che la tassazione sia cosa buona e giusta, come di quando in quando sostiene il cardinale di turno.

Giovanni Bonometti ha scritto che “non è sufficiente che pagare le imposte sia oggi un reato perché la coscienza morale di laici o credenti decreti una condanna di quanti sfuggono a tale obbligo di legge. E d’altro canto ben pochi sarebbero disposti ad affermare che fosse un dovere pagare le tasse a Hitler o consegnare tutti i propri averi a Stalin. Evocare i totalitarismi aiuta a cogliere il tema cruciale: che è – senza dubbio – la natura del legame tra i singoli e le istituzioni. Non si tratta, allora, semplicemente di chiedersi cosa il ceto politico fa dei soldi che sottrae alla gente: si tratta anche di capire quale legame unisce gli uni e gli altri. Per la tradizione liberale più coerente, da John Locke a Murray N. Rothbard, è certamente illegittimo ogni governo che usi la forza per compiere azioni immorali, ma il criterio va ben al di là del semplice utilizzo delle entrate fiscali. Per i liberali classici e i libertari, infatti, è necessario che il governo nasca dal consenso. Un governo è insomma rispettabile se rispetta i propri associati, e cioè quando trae la propria legittimità dalla libera e spontanea adesione dei singoli”.

La Chiesa, troppo sovente, entra a gamba tesa nel rovente dibattito fiscale. Chiedo a voi: “E’ giusto che coloro che si spaccano la schiena sulla terra buona non possano godere che del trenta per cento dei frutti della loro fatica? Basta la nobiltà del fine per cui sono stati derubati, a renderli meno schiavi? Certi prelati dovrebbero tornare a ricordare quei loro sant’uomini che contro le gabelle hanno scritto pagine memorabili.

Sua eminenza il cardinale Bagnasco, se proprio devo ascoltare delle “prediche inutili” mi rileggo il libro di Luigi Einaudi.

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Showing 4 comments
  • Al
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    Dimostrazione di come si possa essere credenti e religiosi senza necessariamente fottersi il cervello e senza cadere nella dicotomia o Credente(Cretino) o “Laico”(molto spesso comunista).

  • Cristian Merlo
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    Come ha ben spiegato Marco Faraci, “il vero problema è che una Chiesa finanziata dallo Stato è condannata volente o nolente a fiancheggiare lo statalismo. Una Chiesa che non è taxpayer, ma è taxconsumer, è destinata a non stare dalla parte dei taxpayers, bensì intrinsecamente dalla parte di un sistema che punta a massimizzare le entrate pubbliche”.
    E poi del resto, nel sentire ripetere in maniera ossessiva, quasi compulsiva, queste “sacre crociate” nei confronti dell’evasione e dell’individualismo,da parte di un porporato che è ormai il miglior alleato di Befera e del befarismo imperante, diventa veramente difficile trovare argomenti validi per confutare Nietzsche, che in proposito così si è espresso: “La Chiesa è esattamente ciò contro cui Gesù predicò e contro cui insegnò ai suoi discepoli a combattere”. Uno diventa nietzschiano suo malgrado…

  • CARLO BUTTI
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    Non mi risulta che dalla predicazione di Cristo, così come ci è giunta dai vangeli canonici, si possza ricavare l’obbligo per il credente di pagare le tasse;semmai è proprio il contrario, se si ha la pazienza e l’onestà di leggere il testo senza preconcetti. Il primo a parlare del dovere di pagare il tributo è stato san Paolo (Rom.13),che era cittadino romano e quindi non potebva venir meno all’obbligo di lealtà Ma forse anche i testi di Paolo vanno letti “cum grano salis”:altrove raccomanda agli schiavi d’essere fedeli ai padroni, ma non credo che tale esortazione possa essere letta come giustificazione morale della schiavitù, bensì come segno di saggezza, di fronte all’assetto sociale costituito e all’ideologia dominante, che non avrebbe tollerato atteggiamenti sentiti come eversivi.. Scrive inoltre che l’autorità politica “ha in mano la spada”. riferimento all’amministrazione della giustizia? Allusione alla pena di morte, e forse sua giustificazione? A me pare invece che l’apostolo delle genti consigli piuttosto a certe teste calde di calmarsi: state attenti, perché a voler trarre subito tutte le conseguenze della predicazione di Cristo-il cui regno non è di questo mondo, ma con questo mondo deve pur misurarsi- si potrebbe finir male. E male finì purtroppo lo stesso san Paolo, a dispetto del suo lealismo e della sua ptudenza “politica” .

  • myself
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    @FACCO

    Se sei cattolico allora dovresti sapere che secondo il catechismo sei suddito della Chiesa Cattolica e quindi devi seguire quello che dicono i suoi rappresentanti. Mi sembra evidente che però non fai così, quindi non dovresti definirti “cattolico”, semmai “credente” o “cristiano” se perlomeno concordi con gli insegnamenti di Cristo.

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