In Anti & Politica, Economia

DI RICCARDO DE CARLA*


Summum ius, summa iniuria
, dicevano i latini, e avevano ragione da vendere: la sensazione è che la sentenza del Tribunale di Roma, pubblicata ieri, che ha condannato la Fiatad assumere 145 lavoratori Fiom nello stabilimento di Pomigliano, si fondi su solide basi giuridiche, ma ciononostante sia il massimo dell’ingiustizia.

Nell’ambito di una ristrutturazione aziendale, la Fiat, tramite la società Fabbrica Italia Pomigliano, aveva riassunto parte dei lavoratori in precedenza addetti allo stabilimento: tra questi, però, non figurava nessun iscritto alla Fiom, il sindacato che si era tanto opposto fermamente ai nuovi accordi aziendali sulla gestione della fabbrica.

Un caso? Evidentemente no. Coprendoci di ridicolo, siamo dovuti andare a scomodare (e pagare) un professore inglese perché ci dicesse quel che appariva ovvio a chiunque, ovvero che con ogni probabilità la Fiat aveva scelto di proposito di non impiegare lavoratori iscritti alla Fiom (il professore ha calcolato effettivamente questa probabilità!).

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Ma il problema è che questo in Italia non si può fare: esistono in effetti norme, in questo caso di derivazione europea, ma con un forte sostegno anche nella nostra Costituzione, che vietano al datore di lavoro di discriminare un lavoratore o un candidato sulla base delle sue opinioni sindacali. Il comportamento tenuto da Fiat era quindi con ogni probabilità effettivamente vietato, ed ecco perché la sentenza in questione pare sinonimo di summum ius. Tuttavia, a noi pare anche che si tratti di summa iniuria.

Come mille altre regole che compongono il nostro diritto del lavoro, il divieto di discriminazione è figlio di un’ideologia (che permea di sé tutta la parte economica della nostra Costituzione) che rende l’attività economica e la proprietà funzionali all’utilità sociale. In altre parole, quando compiamo una determinata attività, non siamo realmente liberi di farla, purché non nuociamo ad altri: no, dobbiamo anche far attenzione a che quell’attività, anche se non danneggia nessuno, stia bene ai burocrati di turno. In fin dei conti, infatti, l'”utilità sociale” coincide con quello che stabiliscono loro.

I burocrati infatti pretendono di sapere cosa sia giusto e sbagliato in assoluto, e cosa sia bene o male per una data azienda: pretendono di sapere chi e quando e come sia giusto assumere e (non) licenziare. Pretendono di saper trovare la formula magica per contemperare l’utilità individuale e generale (forse lo imparano a scuola, a giudicare dal tema di maturità su “bene individuale e bene comune“, nella cui traccia citano sì il nostro Einaudi – evviva! – ma son riusciti a prendere un’opera e un passo dei meno “liberisti“, così lasciando praticamente sguarnito il fronte dei difensori del “bene individuale”: eppure di passi anti-pianificazione e anti-benicomuni, anche dello stesso Einaudi, ce ne sarebbero stati, a volerli cercare!).

In ogni caso, ai burocrati di turno non sta bene che il datore di lavoro possa assumere chi gli pare. Ora, siamo ormai assuefatti a vedere la libertà oltraggiata ogni giorno e forse non ci facciamo neanche più caso, ma ci rendiamo conto di che cosa significa questo? Significa che se io prendo i risparmi di una vita, metto su un’azienda, e me ne assumo i rischi, non sono libero di decidere chi voglio che venga a lavorare per me, perché sarà un burocrate (o un giudice, applicando le direttive del burocrate) a deciderlo per me.

Nel caso di Fiat – diciamocelo – vien quasi da dire che ci può stare: con la montagna di soldi che il contribuente italiano ha versato nelle sue casse, dire che la Fiat si sia assunta il rischio d’impresa è quasi una barzelletta, per cui l’intromissione del burocrate è un pochino meno odiosa. Ma di per sé il principio applicato dalla sentenza è detestabile.

Non è solo una questione di libertà, oltre che di realismo (si vuol forse imporre di assumere i 145 in aggiunta ai lavoratori già assunti, in barba a ognibusiness plan? o altri 145 dovrebbero fare loro generosamente posto, tanto è facile trovare un altro lavoro? non è dato sapere). Quel che fa inorridire è anche la mentalità alla base di chi, difendendo simili divieti, crede di farsi paladino dei lavoratori, ma in realtà non si accorge che proprio lui li sta trattando come merce, come numeri, come materiale intercambiabile, per cui uno vale l’altro, mentre i lavoratori sono ovviamente individui uno diverso dall’altro, ed è quindi sacrosanto che il datore di lavoro possa “scegliere” l’uno piuttosto che l’altro come proprio collaboratore.

In fondo, “discriminare” significa proprio questo. Ce lo ricorda la professoressa Paola Mastrocola, in una pagina stupenda di La scuola raccontata al mio cane, in cui si ribella all’idea neo-sessantottina per cui i voti scolastici sarebbero appunto “discriminatori”: «Mi hanno anche detto che era umiliante per i ragazzi e le loro famiglie vedere i voti resi pubblici, era un gesto molto… discriminante! Già, discriminare è un verbo che piace poco. Nulla deve mai essere discriminante. E pensare che, di per sé, discriminare è un verbo così innocuo. Viene da discrimen, che vuol dire divisione, linea di separazione, intervallo, distanza. E quindi significa soltanto dividere, separare, distinguere. Che problema c’è? Vuol dire che io non metto tutto insieme nello stesso luogo, ma scelgo. Abbiamo idea di quante discriminazioni al giorno compiamo?».

E voi, cari burocrati, avete idea di quante volte al giorno discriminate chi ha voglia di fare? Poi non stupitevi se, come Marchionne o come il valoroso gruppo guidato da Andrea Zucchi, un bel giorno questi se ne vanno. E se a quel punto non c’è più nessuno da tosare per pagarvi gli stipendi.

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Cose inaudite.

 

*Link all’originale: http://www.lospiffero.com/cose-einaudite/lazienda-e-tua-e-la-gestisco-io-4911.html

 

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Showing 11 comments
  • Borderline Keroro
    Rispondi

    La storiella che so io è di qualche anno fa.
    Presso un grosso cantiere edile in una grande città, era uso lasciare una guardia giurata la notte e nel fine settimana.
    Ebbene, una guardia, dovendosi fare il turno domenicale, vedendo che era una bella giornata ha pensato giustamente che poteva portarsi appresso bibite, ombrellone, sdraio e ragazza.
    Qual’era il problema? Tanto si poteva pur prendere il sole in costume, bastava avere con sé la pistola e il distintivo dell’istituto di vigilanza. Ovviamente i documenti erano a disposizione nei pantaloni, lasciati nello spogliatoio.
    Ebbene, passa l’ispettore e, inaudito, quello s’incazza come una jena! Ma come? Fai il tuo lavoro in costume con bibita e morosa al fianco?
    Ovviamente scatta immediato il licenziamento.,
    Il tizio, appena assunto con altri 9 signori, vede bene di ricorrere. Ci mancherebbe altro, visto il sopruso.
    Ebbene, facciamola breve: dopo cause e controcause l’istituto di vigilanza ha licenziato tutti i neoassunti pur di togliersi dai piedi il tanghero.
    La cosa simpatica è che poi il tanghero è stato reintegrato dal giudice.
    E’ l’ItaGlia.

  • Un uomo qualunque
    Rispondi

    Il merito di tali aberrazioni è da imputare esclusivamente, tanto per cambiare, allo Stato e alla schiatta di burocrati che hanno “costituzionalizzato” la figura dell’imprenditore come moderno leviatano. Il risultato di quest’astuta operazione è quello di convogliare la protesta operaia verso l’impresa piuttosto che verso lo Stato, quantunque la prima è costretta, nella stragrande maggioranza dei casi, a prendere decisioni “anti-sociali” (licenziamenti, chiusura di stabilimenti o delocalizzazioni e via discorrendo) proprio a causa del secondo, alle sue ingessature, all’estrema burocratizzazione e ad una fiscalità insostenibile. Così, i sindacati vivono e si nutrono del sodalizio statale; il datore di lavoro tenta di salvaguardare i propri interessi (che, per chi non se ne fosse accorto, coincidono con quelli dei suoi lavoratori) ed entrano in conflitto con i sindacati “costituzionalmente buoni”. Il risultato è niente di meno che la distruzione del mercato del lavoro, la disoccupazione diffusa e la delocalizzazione spinta.
    Inutile dire che quando i sindacati si accorgeranno di tutto ciò – ammesso e non concesso che certi ci arriveranno – avremmo già assistito alla distruzione non solo dell’impresa ma anche di chi storicamente dovrebbero proteggere: i lavoratori.

  • Luca T.
    Rispondi

    Solita serie di inesattezze.
    I lavoratori fiat non sono stati assunti ma riammessi al lavoro, quindi cade completamente la tesi dell’articolo.

  • Luca T.
    Rispondi

    “Pretendono di saper trovare la formula magica per contemperare l’utilità individuale e generale”

    È la stessa cosa che cercate di fare qui dentro. Con la differenza che gli stati di diritto hanno già dimostrato storicamente la loro validità, mentre di società libertarie che non contenessero enormi e ripugnanti aberrazioni sociali non se ne è ancora vista una.

  • unoqualunque
    Rispondi

    Il dettaglio che la Fiat mangi da decenni sovvenzioni e facilitazioni fiscali dallo STATO – vedere il caso Termini Imerese – è del tutto irrilevante, vero? Che lo Stato abbia offerto paccate di miliardi in cambio della promessa della povera torturata Fiat a non chiudere per un altro po’ una fabbrica, e la Fiat appena incassato il malloppo violi i patti e chiuda lo stesso, è irrilevante, vero?
    Quando la pianterete voi “libertari” di succhiare il sangue allo Stato e per di più far pure la parte delle vittime?

  • Luca T.
    Rispondi

    “In ogni caso, ai burocrati di turno non sta bene che il datore di lavoro possa assumere chi gli pare”

    Falso, i datori di lavoro possono assumere chi gli pare. Quello che non possono fare è di assumere in base alle convinzioni individuali, e di licenziare in base alle stesse. D’altra parte quello che dovrebbe interessare ad un imprenditore è che il lavoro venga svolto in maniera soddisfacente dal lavoratore, non le sue idee. Non siete d’accordo su questo punto?

  • Marco
    Rispondi

    Ma magari si potesse gestire l’azienda al posto di Marchionne: il valore della società e sceso di quasi 6 volte in 4 anni, e non venite a dirmi per favore che la colpa è di qualche operaio sfigato di sinistra.

  • Enrico l'analista
    Rispondi

    Caro Decarla, forse lei dimentica alcuni punti nell’ambito del suo lungo articolo. Il primo è la profonda funzione sociale dell’istituto “lavoro”. Il lavoro ha una funzione sociale sia per chi lo esercita in proprio sia per chi le esercita da dipendente, e chi dà lavoro non può prescindere da questo. Esso permette che le persone abbiano una giusta retribuzione per mantenere se e la famiglia (anche se questo oggi comincia a non essere più tanto facile), e che non stiano tutto il giorno a bighellonare con le mani in mano ma contribuiscano alla propria elevazione materiale e morale e a quella dello stesso paese intero. Altrimenti varrebbe la regola in base alla quale io che ho la fortuna di avere il capitale metto su una azienda e poi frusto i miei dipendenti ogni giorno per farli lavorare di più, così ci guadagno di più. Non è così che funziona, le regole ci sono per essere rispettate. Se poi non voglio rispettarle allora mi tengo il mio capitale evito di fare l’imprenditore e con quel capitale vivo, viaggio, faccio ciò che desidero fare, ma non lo utilizzo per vessare i miei dipendenti. E questo deve valere sia per la fabbrichetta con 10 dipendenti sia per la FIAT che fra l’altro, come giustamente ricorda, ha ricevuto negli anni migliaia di miliardi di sovvenzioni a fondo perduto dallo stato e quindi non è poi così privata come vuol far credere.
    Come non si può essere discriminati sul lavoro e in qualunque altra attività umana per il colore della pelle, il credo religioso o politico, il sesso, o qualsiasi altra caratteristica personale, allo stesso modo non si può discriminare le riassunzioni a seconda della tessera sindacale posseduta. Altro sarebbe se la FIAT avesse dimostrato che i lavoratori ricollocati erano i migliori, i più efficienti e i più stakanovisti. Ma ciò la FIAT non lo ha fatto ne poteva farlo perchè ciò, oltre che moralmente squalificante, sarebbe stato anche economicamente non sostenibile, richiedendo la messa in opera di un meccanismo selettivo molto costoso e complesso. E quindi ha preferito “ciulare nel manico” asserendo che non sapeva a che sindacato erano iscritti, falso, in quanto gli uffici personale sono quelli a cui va dichiarato a chi devono andare i contributi sindacali. Caro Decarlo, qui non si tratta di discriminare, ma di fare odiose preferenze, di avvilire e umiliare chi già fa un lavoro non certo facile e gratificante, come avvitare per anni gli stessi 10 bulloni o simili. E se poi la FIAT se ne vuole andare in USA o in Brasile faccia pure, ma lasci qui gli impianti così come sono, quelli lo stato, cioè i cittadini italiani, se li sono già pagati ampiamente, e qualcun altro più lungimirante di Marchionne che voglia e sappia utilizzarli per produrre auto appetibili (magari ibride o elettriche) lo si troverà di certo.
    saluti.
    Enrico
    anal. finanz. indip. – opinionista x la SBS TV di Sidney

    • Caber
      Rispondi

      Infatti c’è la coda per gestire gli impianti già lasciati liberi dalla FIAT… ma per favore…

      • Enrico l'analista
        Rispondi

        Caro Caber, mai sentito che la BMW sarebbe molto interessata agli impianti del nord e alla professionalità degli operai FIAT? Perchè verrebbe a produrre le sue auto qui saltando la fase doganale? (visto che siamo uno dei suoi mercati migliori). E pure in estremo oriente ci sono costruttori che puntano all’ elettrico che sarebbero interessati (Tata, KIA, Hunday ecc.)
        si informi.
        Enrico l’analista – opinionista economico x la SBS TV di Sidney

    • Fidenato Giorgio
      Rispondi

      Ke male c’è nel discriminare? Qui bisogna cominciare a capire i fondamentali del contrattare: i due contraenti devono essere liberi di contrattare ció che vogliono. Lo stato al massimo deve essere il garante che il contratto venga rispettato. Ma perchè non siete capaci di vedere nella libertà di contrattare un valore? Se poi la Fiat ha assunto i peggiori perchė non avevano la tessera FIOM sono fatti suoi, ma bisogna lasciare liberi di contrattare sia il lavoratore che il datore di lavoro. Le poi la Fiat gli stia “bene” perchè se l’è voluta con tutti i contributi che ha ricevuto mi può anche andare bene: però dico ke due torti non fanno una ragione e se è stato fatto un errore con la Fiat non possiamo continuare a sbagliare e a fare errori di continuo. Ad un certo punto bisogna chiudere il passato e d’ora in poi, cominciare a fare bene le cose!!!

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