In Anti & Politica, Economia, Libertarismo

di ARTHUR C. BROOKES

Non è certo il periodo più favorevole per dichiararsi un sostenitore della libera impresa in America.

Per anni, avevamo pensato di esser usciti ormai vincitori. Dopo tutto, quasi nessun personaggio pubblico che si rispetti si definisce più socialista. Con l’avvento dei Nuovi Democratici, anche il partito progressista americano sembrava ormai non nutrire più grandi dubbi nei confronti del libero mercato e di un qualche concetto di Stato limitato. Con l’era di Reagan si era, di fatto, posta la parola fine al dibattito sul fatto se il libero mercato costituisse o meno una forza per il bene nel mondo.

Ma se veramente le cose stanno così, come siamo potuti finire al punto in cui ci ritroviamo oggi: un debito federale superiore al nostro PIL, il salvataggio di gruppi bancari e oltre mille miliardi di dollari spesi in misure di stimolo, una spesa pubblica che si assesta su valori ben superiori ad un terzo della ricchezza prodotta in un anno dal Paese? In altre parole, dopo due decenni di quelli che avrebbero dovuto essere i giorni più entusiasmanti per le forze del libero mercato, come abbiamo potuto incamminarci a grandi passi verso il baratro dello statalismo welfaristico di matrice europea, in scala naturale? Si sarebbe tentati di dire che, nel realizzare il progetto di libera impresa, non ci sia avvalsi di analisi sufficientemente buone,  di dati corretti, ovvero non si sia fatto affidamento su suggerimenti o su messaggi validi. Ma non è questo il problema.

La verità è un’altra: abbiamo fallito nel proporre un’adeguata difesa della libera impresa, che fosse fondata su argomentazioni di carattere etico e morale. Abbiamo vinto sul piano materiale. Ma quando si tratta di opporre ragioni di ordine morale, abbiamo lasciato vincere a tavolino i nostri detrattori.

Abbiamo dalla nostra delle forti argomentazioni morali e dobbiamo rivendicarle con tutta la forza, prima di affermare i meri fatti materiali. La libera impresa non è importante solo perché ha consentito all’America di diventare il Paese più ricco nella storia. È importante perché ha creato un sistema di sviluppo sociale senza precedenti, in grado di costituire una calamita irresistibile per le persone di tutto il mondo. È importante perché permette di trattare gli individui in modo equo, in virtù di ciò che essi riescono a realizzare e non in forza alle relazioni che riescono a intessere con lo Stato. È importante perché ha sollevato interi popoli dalla miseria più disperata, a miliardi.

Gli americani imparano sin da subito, a scuola, che la Dichiarazione di Indipendenza rivendica per noi, in  quanto naturali ed inalienabili, i diritti alla “vita, alla libertà e al perseguimento della felicità.” I Padri Fondatori non per niente usarono queste parole: essi intendevano ancorare ad argomentazioni di carattere morale la giusta lotta per l’indipendenza della nostra nazione.

Ma cosa significa, in realtà, il diritto di perseguire la propria felicità?  Significa, in buona sostanza, “guadagnarsi il successo:” nel definire e nel cercare la nostra felicità, come meglio ci aggrada, attraverso la creazione di valore nelle nostre vite e nelle vite degli altri. Per alcune persone, ciò si traduce nell’ottenere fortuna nel mondo degli affari. Ma per altri questo concetto si concretizza in ben altro: nel salvare le anime; nell’aiutare i più deboli; nell’educare al meglio i bambini affinché divengano, un giorno, dei bravi uomini e delle brave donne; nell’occuparsi dell’ambiente; nel creare un’opera d’arte. In un caso, come nell’altro, ciò non postula una sterile e irragionevole ricerca del denaro, fine a sé stessa.

Il successo guadagnato con la libera impresa è l’unica via attraverso la quale si possa pervenire ad  una effettiva equità. E con tale nozione non intendiamo “redistribuire arbitrariamente la ricchezza,” prendendo le risorse a chi se le è legittimamente guadagnate per trasferirle a chi invece non lo ha fatto. Vuol dire, invece, creare un sistema di opportunità per tutti, consentendo alle persone di definire i termini del loro successo, permettendo loro di raggiungerlo solo attraverso il loro duro lavoro e il merito.

E chi trarrebbe beneficio da questo sistema? Molti politici oggi ci dicono che lo farebbero solo i ricchi. Ma non credeteci.

Dal 1970, la percentuale di popolazione mondiale che vive con un dollaro al giorno, o anche meno, è diminuita dell’80 per cento. Ma questo risultato è forse da ascriversi al favoloso successo dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, anziché agli aiuti americani? Certo che no! Lo dobbiamo solamente alla globalizzazione, al libero scambio, allo sviluppo imprenditoriale. In sintesi, è solo con la libera impresa, che l’America fa effettivamente un dono ai poveri del mondo.

Se avete a cuore la libertà d’impresa, allora vi accorgerete che non vi sto dicendo nulla di nuovo. Tutti coloro che comprendono le effettive ragioni della libertà d’impresa, sanno che essa è in grado di fornire la massima libertà e le più grandi opportunità per le persone, perché ci consente di dare senso alla nostra vita e di definire i nostri scopi e ci porta ad agire in un modo che reca beneficio a tutti i soggetti coinvolti. Ma  troppo spesso ci siamo dimenticati di questi validi argomenti, e ci siamo invece concentrati adducendo, a supporto delle nostre tesi, elementi fondati su argomentazioni di natura squisitamente materialistica, associate a quelle di efficienza economica.

Questo ha consentito ai detrattori della libera impresa, capaci di far leva sulle statistiche, di sostenere che le loro politiche fossero in qualche modo eque, mentre le nostre sarebbero marchiate dall’avidità e dal materialismo. Sappiamo benissimo che questo non è assolutamente vero. Ma abbiamo abdicato a opporre una difesa argomentata sulla  base della superiorità morale del nostro messaggio: ed è per questo che abbiamo perso il confronto.  La nostra sfida è quella di riappropriarci dell’argomento morale, facendolo diventare il nostro cavallo di battaglia, e facendolo con orgoglio.

Quando si mettono in contrapposizione libera impresa e statalismo, non vi è il benché minimo dubbio su quale dei due sistemi conduca ad un maggior grado di felicità, quale dei due sia  più giusto e quale dei due possa favorire l’emancipazione dei meno fortunati fra di noi. Sappiamo benissimo che quel sistema è quello della libera intrapresa, e sappiamo anche il perché. La nostra sfida è quella di far sì che ciò diventi soprattutto un affare di cuore.

Tratto da http://vonmises.it

Traduzione di Cristian Merlo

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Showing 2 comments
  • CARLO BUTTI
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    In realtà, il sistema cosiddetto “liberale” che abbiamo costruito è un misto di mercato e statalismo( anche in America, checché se ne dica), in cui il secondo fattore ha un rilievo molto spesso preponderante e distruttivo. Non è vero che a un certo punto siamo diventati tutti liberali, forse siamo diventati socialdemocratici a oltranza, keynesiani (e Keynes a suo tempo s’era chiesto “Am I a liberal?”, lasciando sospesa la risposta).Il guaio è che questo sistema sta tracollando, minato dalle sue tare. Gli anni intorno al 1989 saranno ricordati come il momento in cui implosero il sistema sovietico e, in genere, tutti i sistemi ispirati ai princìpi del marxismo; gli anni che stiamo vivendo passeranno alla storia per il crollo di questo obbrobrioso capitalismo. Ma si badi bene:il marxismo non poteva stare in piedi perché fondato su presupposti scorretti in sé, come ben avevano visto Mises ed Hayek ( ma anche il nostro Einaudi), non per una loro scorretta applicazione; il nostro capitalismo sta naufragando perché contravviene ai sani principi di un’economia di mercato libera dalle interferenze governative e dai maneggi dei banchieri centrali produttori di moneta fasulla. Il comunismo è morto per eccesso di coerenza, questo capitalismo morrà per eccesso di incoerenza. In pace requiescat!

  • Carlo Maggi
    Rispondi

    Concordo totalmente con il Sig. Butti.

    Un saluto libertario a tutti

    Carlo Maggi

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